|
Da Il sole 24 Ore,
del 21.09.2004
Liste aperte per scegliere i docenti
Dario Antiseri
Questa è la situazione della docenza
universitaria in Italia: 36.633 sono i docenti di ruolo (18.131 ordinari e
18.502 associati); 21mila i ricercatori. Di questi, più di mille sono
ultra sessantenni; 7.600 ultracinquantenni; 6.500 tra i 40 e i 50 anni; solo
200 sono sotto i 30 anni. Nel giro di 16 anni, vale a dire entro il 2020,
andranno in pensione, raggiunti i 70 anni, circa 23mila docenti di ruolo
e, precisamente, 13.977 ordinari e 9.977 associati. Di conseguenza, il problema
di trovare un buon sistema per il reclutamento docenti è davvero
“il” problema della nostra università.
La commissione Cultura della Camera ha licenziato
un testo relativo allo stato giuridico dei docenti universitari, in cui il
ruolo dei ricercatori viene posto a esaurimento e, dove, simultaneamente,
vengono fissate le nuove modalità dei concorsi per professori ordinari e
associati. Per ciascuna fascia (di ordinari e associati) e per i diversi settori
scientifico-disciplinari, “il numero massimo dei soggetti che possono
conseguire l’idoneità scientifica è pari al fabbisogno
indicato dalle università, incrementato di una quota non superiore al 20
per cento”. Le commissioni giudicatrici vengono elette a livello
nazionale e si prevede “la partecipazione, in queste commissioni, di
docenti designati da atenei dell’Unione europea”. La durata
dell’idoneità scientifica è “non superiore ai cinque
anni”. Le università, con procedure disciplinate da propri regolamenti,
coprono i posti di prima e seconda fascia con un primo incarico di durata non
superiore ai cinque anni”. Le università, con procedure
disciplinate da propri regolamenti, coprono i posti di prima e seconda fascia
con un primo incarico di durata non superiore a tre anni, rinnovabile
eventualmente per altri tre anni. “Entro tale periodo le
università, sulla base di una valutazione di merito secondo
modalità e criteri definiti dall’università stessa, possono
nominare in ruolo il medesimo docente, ovvero docenti titolari di incarico
presso altro ateneo”.
Qui, di seguito, alcuni rapidi rilievi che
sottopongo all’attenzione dei lettori del Sole-24ore e, in particolare,
dei colleghi universitari.
1)
La carriera universitaria è una delle più lunghe e difficili.
Viene da chiedersi: quanti sono o saranno in grado di sopportare anni e anni di
insicurezza? Che poi un ricercatore sia maggiormente stimolato a produrre
qualora lo si lasci vivere in stato di precarietà è semplicemente
una sciocchezza.
2)
E’ palpabile, all’interno delle nostre università, una
diffusa ostilità nei confronti dei ricercatori, quasi fossero un branco
di fannulloni, con un posto di ruolo che li appagherebbe privandoli di ogni
stimolo per la ricerca e la docenza. Simile ostilità è, nella
generalità dei casi, completamente immotivata. Tutti siamo a conoscenza
di ricercatori che sono fior di uomini di scienza, con ottimi curricula, e
bravissimi docenti.
3) Nessuno
degli attuali ricercatori ha intrapreso la carriera universitaria con la mira
di restare ricercatore a vita. Se molti ricercatori hanno segnato il passo
è perché non sono stati per loro chiesti concorsi ; se alcuni di
loro non hanno prodotto un granché, la causa non ultima di ciò va
anche ricercata nel fatto che da anni sono impegnati in grossi “carichi
didattici”, supplendo non di rado i “loro” ordinari
indaffarati magari in lucrosi studi privati. E gli ordinari che
all’unanimità affidano insegnamenti anche di discipline
fondamentali a ricercatori, si guardano poi bene di chiedere concorsi per loro.
4) La
proposta del nuovo regolamento dei concorsi tenderebbe come è
stato ripetuto anche in questi giorni a eliminare lo
“scandalo” del localismo. Ora, in primo luogo, non si capisce
perché se un ricercatore ha dato per anni buona prova di sé
all’interno di una facoltà, sia nel campo della ricerca che in
ambito didattico, una facoltà non dovrebbe essere ben felice nel vedere
un giovane progredire nella carriera e nel desiderare di non farselo sfuggire.
I candidati “locali”, in breve, sarebbero degli asini quasi ex
definitione; mentre gli
“esterni” no. Come se gli “esterni” non fossero locali
di altri “loci”.
5) Senza
tirare in ballo la mentalità scientifica, è questione di semplice
buon senso porre attenzione alle conseguenze. E la conseguenza non
difficilmente prevedibile della nuova proposta sarà, contrariamente ai
fini attesi, il più rigido localismo. Difatti, nel caso che un associato
si senta pronto per l’ordinariato, è chiaro che chiederà alla
facoltà di bandire il posto solo se avrà una qual certa sicurezza
sulla disponibilità dei colleghi a chiamarlo e se si sarà
accertato che la comunità scientifica di riferimento è ben
disponibile nei suoi confronti altrimenti seguiterà a essere
associato. Dunque: o il più rigido localismo o blocco dei concorsi.
6) Una
commissione “nazionale” sarebbe in grado di assicurare
obiettività e imparzialità. Mi chiedo: da chi mai sono composte
siffatte commissioni nazionali? Parziali e non obiettivi nelle commissioni
attuali, i nostri docenti subirebbero una improvvisa metanoia appena immessiin
una commissione nazionale. Una nuova Pentecoste porterà la salvezza alla
nostra università: non più consultazioni previe, non più
patti “scellerati”, non più maggioranze (variabili dalla
sera alla mattina) interessate ai propri candidati e così via.
7) La
proposta di includere nelle commissioni docenti designati da atenei europei
(ma: perché solo europei?) non è una cattiva proposta. Ma solo a
patto che docenti italiani vengano chiamati nelle commissioni degli altri Paesi
europei. O siamo diventati, agli occhi dei nostri politici, terra di trogloditi
da colonizzare?
8) I
concorsi attuali per professori di ruolo universitari si chiudono con due
idonei per ogni posto messo a concorso. Se si presentano 20 candidati, e se su
questi 20 ce ne sono, per esempio, 10 che meritano l’idoneità, la
commissione è costretta a promuoverne solo due e, per non incorrere in
possibili ricorsi, i commissari si arrampicano sugli specchi per formulare
giudizi in qualche modo limitativi nei confronti degli altri otto meritevoli.
Ed è così che commissari coscienziosi escono dal concorso con
l’animo a pezzi e sensi di colpa. E i candidati meritevoli e non idoneati
con il disgustosi una ingiustizia subita e di un’umiliazione non meritata.
9) Una
via ragionevole e praticabile per risolvere il problema del reclutamento dei
docenti universitari esiste, e da tempo, e consiste nella proposta della lista
aperta. Le commissioni dichiarano idonei tutti quelli che ne sono degli. E
questo è il compito della comunità scientifica. Dopodiché,
le singole facoltà, a seconda delle loro esigenze, chiameranno i docenti
scegliendoli all’interno delle liste degli idonei. Si tratta di una
proposta in grado di rispettare il lavoro dei ricercatori, di non mettere in
imbarazzo morale le commissioni e di offrire alle facoltà la
possibilità di ampie scelte. Questa è la proposta che, nella
situazione attuale, risulta la più liberale.
10) Si
obietta: la proposta della lista aperta genererebbe troppi idonei, i quali poi
farebbero pressione per ottenere un posto di ruolo all’università.
Replica a) se il Paese è
così fortunato da aver prodotto parecchi ricercatori di livello,
perché la comunità scientifica non lo dovrebbe ufficialmente
riconoscere? b) in una lista aperta
ricercatori di talento almeno non sarebbero bocciati; c) per gli idonei che non venissero chiamati dalle
facoltà o che non optassero per specifiche professioni (magistrati,
avvocati, tributaristi, architetti, ingegneri, dirigenti di azienda, psicologi
ecc.) si potrebbero immaginare vie preferenziali in base alle loro
competenze per l’ingresso nella pubblica amministrazione o nella
scuola secondaria superiore. E solo Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno.
11) Ulteriore e più recente obiezione ci sono
degli illustri docenti e insigni ricercatori i quali sono contrari alla lista
aperta. Ma, a parte che questo è un locus ab auctoritate facilmente rovesciabile, verrebbe qui da ripetere
che “grandi uomini possono commettere grandi errori”. E, a mio
avviso, il loro (sicuramente non intenzionale) grande errore è un errore
di irresponsabilità nei confronti delle generazioni future.
|