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L’espansione del Commercio tra parole vecchie e fatti nuovi

Dario Ciccarelli

Anzitutto un chiarimento sul titolo. Non è facile comunicare “cose” nuove, perché le parole stesse nascono sempre un po’ dopo che è nata la situazione che esse vanno a definire (Il vino nuovo richiede otri nuovi http://www.vincenzoromano.it/cristianesimo.htm ). Quando dunque si parla di tante situazioni nuove, nate tutte insieme, diventa difficile descriverle e parlarne, perché l’uso delle parole già esistenti indebolisce – attraverso il lessico e attraverso i concetti che vi si associano - la novità dei “nuovi” contenuti, inevitabilmente inducendo ad adottare comportamenti coerenti con quelle parole vecchie e quei concetti vecchi, piuttosto che con i fatti nuovi, che personalmente non abbiamo sperimentato e quindi non possiamo capire.

Nel titolo, dunque, l’espressione “tra parole vecchie e fatti nuovi” vuole indicare che il Commercio – scambio di prodotti, servizi, etc. – è un processo in espansione dall’inizio dei tempi. Quello su cui ci si vuol qui soffermare è il Fatto che il numero e il valore di questi scambi è aumentato anch’esso, sempre e con regolarità, al punto che quello che una volta definivamo Commercio oggi è qualcosa di completamente diverso. Attenzione dunque a distinguere tra parole e situazioni e a cogliere i pericoli che ci stanno in mezzo. Se devi spiegare a qualcuno che non ha mai visto il mare come affrontare a nuoto l’oceano, dovrai parlargli d’“acqua”. Ma quante speranze ci sono che questi, che l’acqua l’ha sperimentata solo nei bicchieri, si prepari adeguatamente e non anneghi nel mare dell’oceano?

Anziché esprimere giudizi da Osservatori esterni che, sentenziando, vorrebbero dire agli altri cosa fare (“Io sono contro la globalizzazione”, “Il libero mercato favorirà i paesi poveri”, “Il mondo è in mano alle multinazionali”, “Bisogna recuperare le differenze culturali”, “No all’omologazione”, etc.), ma dovendo far questo, in fondo, non hanno una necessità vitale di comprendere davvero cosa accade, qui si vuole guardare al Commercio con gli occhi di chi deve decidere del proprio futuro, deve decidere quale atteggiamento assumere, deve comprendere quali scelte compiere, quale attrezzatura acquistare, quale preparazione acquisire, deve cercare di capire cosa fare per vivere (in senso di dispiegamento gioioso di energie) e per non morire.

Inteso in questo senso, sarà bene “vedere” cos’è il Commercio mondiale.

Ho infatti la sensazione che, tra le tante parole e tra i tanti giudizi, molti, moltissimi – che siano giornalisti, studiosi, politici, o altro – abbiano perso di vista i Fatti e quindi la dimensione autentica delle novità di questi anni.

Quando la Cina, nel novembre 2001, è entrata a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (ma se non si conosce, da un lato, il Protocollo di Accesso della Cina nelle sue centinaia di pagine, e dall’altro, l’insieme degli Accordi Wto – altre centinaia di pagine - non si può capire cosa concretamente come questa adesione sia maturata), abbiamo letto che un altro Paese è entrato nel Wto. A furia di guardare alle variazioni percentuali, abbiamo perso di vista i valori assoluti. La Cina conta 1.265.830.000 abitanti (unmiliardoduecentosessantacinquemilioniottocentotrentamila). Il Pianeta Terra nel suo insieme contiene una popolazione di 6.092.000.000 persone. L’Africa conta 796.422.000 abitanti. L’Europa (fisica) conta 702.566.000 abitanti. L’entrata della Cina nel Wto non è solo un Paese che entra in un’Organizzazione internazionale, ma un Continente più grande che entra in stabile relazione con gli altri. Perché il Wto, che è nata nel 1995, non è come le altre Organizzazioni internazionali, ma semmai come la Comunità europea quando muoveva i suoi primi passi. Un’organizzazione che nasce per regolare il commercio si espande naturalmente, perché nel commercio c’è tutto e tutto è nel commercio.

Dal 2002, dunque, importiamo dalla Cina, investiamo in Cina, esportiamo in Cina. Mangiamo cibo che viene dalla Cina, giochiamo con cose che vengono dalla Cina, indossiamo abiti che vengono dalla Cina.

E cosa sappiamo noi della Cina? In quale lingua sono redatti gli atti cinesi? In cinese? e conosciamo il cinese? In inglese? E Conosciamo l’inglese? Conosciamo il fisco cinese? e le dogane cinesi? e il diritto del lavoro cinese? Come si fa un contratto in Cina? esiste un codice civile in Cina? Quali autorizzazioni occorrono per produrre in Cina o per commerciare con i cinesi? Presupponendo che esistano i contratti, cosa si può fare se in Cina se qualcuno manca di rispettarlo? Esistono i tribunali in Cina? Esistono le marche da bollo? A quali controlli i cinesi devono sottoporre le proprie merci? A quali standard devono essi attenersi?

Sappiamo forse rispondere a queste domande se poste con riguardo all’Uganda? O all’Australia? O all’Angola? O ad Antigua e Barbuda? o all’Argentina? O all’Armenia? O al Bahrain? O al Bangladesh? O alle Barbados? O al Belize, al Benin, alla Bolivia, al Botswana, al Brasile, al Brunei, alla Bulgaria, al Burkina Faso, al Burundi, al Camerun, a Gibuti, all’Egitto, alla Repubblica Dominicana, al Gabon, a Guatemala, al Kenya, alla Giamaica, al Malawi, al Mozambico, al Quatar? Le popolazioni di 148 Paesi commerciano tra loro e commerciano di tutto: grano, computer, medicinali, navi, lavatrici, auto, cioccolata, caffè, tabacco, rame, plastica, bambole, transistor, argento, petrolio, patate, formaggio, zucchero, libri, occhiali, elettrodomestici, eccetera, eccetera, eccetera. Guardiamo gli oggetti intorno a noi. Essi sanno del mondo più di quanto sappamo noi. Perché non l’hanno sperimentato da turisti, ma sono entrati nelle fabbriche, nei contratti, nelle navi, sono passati alle dogane, per i tribunali, per il Wto.

Se un Paese che fà parte del Wto adotta un comportamento (una legge, una prassi o altro) che vìola uno degli Accordi Wto (Accordo su commercio e tariffe, Accordo sull’Agricoltura, Accordo sulle Barriere Tecniche, Accordo sulle Misure sanitarie e fitosanitarie, Accordo sui tessili, Accordo su Commercio e Investimenti, Accordo antidumping, Accordo sulla valutazione doganale, Accordo sulle ispezioni pre-imbarco, Accordo sulle Regole d’origine, Accordo sulle licenze all’importazione, Accordo sulle sovvenzioni e le misure compensative, Accordo sulle misure di salvaguardia, Accordo sui Servizi, Accordo sulla proprietà intellettuale, Accordo sulla Risoluzione delle Controversie, Accordo sull’analisi delle politiche commerciali), i Paesi danneggiati possono reagire ed ottenere giustizia attraverso l’Organismo di Risoluzione delle Controversie, anche se, prima di arrivare alla Controversia, si suole lavorare sulla questione nei Comitati Wto (Comitato Regole, Comitato antidumping, Comitato barriere tecniche, Comitato proprietà intellettuale, Comitato Agricoltura, etc.). Ogni giorno a Ginevra i rappresentanti dei 148 Paesi siedono nelle sale Wto e lavorano su questo. Ma ogni giorno nei 148 Paesi le imprese operano, i consumatori consumano e gli uffici pubblici si muovo in quella stessa cornice, anche se molti sembrano non averne afferrato il senso. Eppure l’art. 16.4 dell’Accordo istitutivo del Wto recita: “Ciascun Membro assicura la conformità delle sue leggi, delle sue regolazioni e delle sue procedure amministrative con le norme previste dagli Accordi”.

Se mettiamo insieme i pezzi di questo puzzle (1. il Fatto che sono coinvolti 148 Paesi, cioè circa il 90% del commercio mondiale e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale; 2. il Fatto che tutti i prodotti sono oggetto di commercio e che le fasi del ciclo produttivo dei singoli beni si svolgono in diversi paesi; 3. il fatto che esiste una cornice giuridica dinamica di livello mondiale - il Wto – e cornici giuridiche nazionali e locali, entro le quali questo enorme processo si svolge), e se osserveremo con attenzione i particolari con la curiosità di guardarci dentro, scopriremo un mondo del tutto nuovo, che è quello in cui viviamo e vivremo.

Rispetto alla difficoltà di questo sentiero, su cui stiamo camminando da sempre ma da qualche anno con velocità supersonica e con un carico indescrivibilmente più pesante e prezioso, continuiamo però a dare ordini, a fare commenti, a protestare, a criticare, a ricordare il passato e a dare giudizi. E, mentre comandiamo, parliamo, dissertiamo, affermiamo, ci lamentiamo, intellettualizziamo, commentiamo, finiamo con il cadere, continuamente, e con il ferirci sanguinosamente. Sembriamo ancora non volerci curare di imparare a camminare, di guardare dove stiamo andando, di adeguare le scarpe ed il passo agli ostacoli del percorso.

E tuttavia dovremo imparare a camminare, perché è infatti attraverso il raccordo tra solide competenze, buona ricerca, imprese lungimiranti, consumatori consapevoli, uffici pubblici reattivi, professioni aggiornate, che potremo evitare la Mucca pazza (Comitato per le misure sanitarie e fitosanitarie), i giocattoli pericolosi (Comitato barriere tecniche), gli alimenti tossici, il cioccolato senza cacao: il Wto delibera solo con il voto unanime favorevole di tutti i 148 paesi, ma sarà dalla qualità del lavoro che sta dietro ciascuno di quei 148 voti che dipenderà la qualità del nostro futuro. Perchè sarà attraverso le buone regole che avremo saputo dare al mercato che domani ci libereremo anche delle code agli uffici pubblici (barriere tecniche, facilitazione degli scambi), delle procedure amministrative tortuose, del peso intollerabile delle burocrazie. E dipenderà da quanto siamo stati bravi ad espandere questa consapevolezza, queste capacità, queste propensioni che potremo avere, in Africa come in Asia, in Europa come in America, sviluppo, pace, gioioso scambio di prodotti e culture, piuttosto che contrapposizione cruenta e mortifera.

Tutto dipenderà da noi. Da ciascuno di noi e da tutti noi.

Con l’apertura del mercato mondiale, nulla ha più senso se non è inquadrato in questa cornice. Il commercio mondiale non è regolato dal diritto commerciale. Pensiamo alla dimensione “Italia”: se si vuol vendere una casa, siamo abituati a pensare che il diritto intervenga soltanto attraverso il contratto di compravendita. Ma in realtà stiamo dando per scontato tutto il mondo che c’è dietro: l’esistenza di un notaio, l’esistenza di un catasto, l’esistenza di un registro delle trascrizioni, l’esistenza di un diritto delle ipoteche, l’esistenza della proprietà privata, l’esistenza del Comune, l’esistenza del piano regolatore, l’esistenza della licenza edilizia, l’esistenza di un collaudo, l’esistenza di una normativa sulla sicurezza, l’uso del cemento armato, l’esistenza dell’Ici, dell’Irpef, del Ministero delle Finanze, del Comune, etc. etc.

Possiamo presumere che tutto questo esista anche in Rwanda o in Ucraina? E potremmo mai immaginare che un Paese imponga le proprie categorie concettuali o giuridiche a tutti gli altri?

La novità enorme degli Accordi Wto è che essi si concludono all’unanimità e che su di essi si lavora poi a livello nazionale, in una complessa opera di riesplorazione, di adeguamento, di ricucitura, in cui si riguarda a tutte le regole non in quanto tali, ma nella loro attitudine a fungere da ostacolo o impulso al commercio mondiale, ad essere in fase con la necessità di competere con altri ordinamenti rispetto alla comune aspirazione a creare sviluppo e ad alimentare investimenti. Non esistendo uno Stato mondiale, ma il Commercio mondiale, sta cioè accadendo che non si ricerca una regolazione unica per le licenze, per le ipoteche, per il catasto, per i notai, ma si è ritenuto che il modo più rapido ed efficace (forse l’unico possibile) per alimentare il commercio fosse che ogni Stato riguardasse la propria normativa (diritto amministrativo, alla salute, urbanistica, commerciale, TUTTO) secondo la chiave di lettura dell’impatto sul commercio. Il diritto diventa dunque leva di competitività. Bisogna aggiungere che, per effetto del commercio mondiale, le autorità nazionali ed europee non hanno più la possibilità di garantire in pieno, con le proprie sole regole, gli obiettivi (sicurezza, salute, etc.) che essi pure perseguono, in quanto l’unica certezza che può aversi è sull’identità di chi sopporterà l’onere mentre è il commercio a stabilire l’identità dei consumatori che se ne gioveranno. Si potranno tuttavia garantire buone regole e sviluppo se sapremo tutti contribuire a far ben funzionare la piattaforma giuridica comune.

I confini della regolazione non coincidono con quelli del commercio e dinamiche e soggetti della regolazione sono diversi da dinamiche e soggetti del commercio. Appare dunque necessario costruire un raccordo tra queste sfere, nuove capacità, nuove propensioni e nuovi strumenti di raccordo, perché si possa allo stesso tempo recuperare efficacia alla nostra capacità di regolazione e conferire nuovo vigore alle nostre capacità di commercio.

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