I Codici di Autoregolamentazione
Matteo Gillerio
Scrive Galgano nel suo libro “Lex Mercatoria”, che gli usi del commercio
internazionale costituiscono, a certe condizioni, fonti di diritto oggettivo
della societas mercatorum. E aggiunge che tale
diritto “non ha propri organi di coercizione; si avvale, a questi effetti,
degli organi degli Stati nazionali, di volta in volta competenti per
territorio. Così la Business community si erige a
ordinamento sovrano; gli Stati nazionali ne diventano il braccio secolare”.
Di fatto l’ordinamento tende ad assumere la
stessa estensione della fattispecie da regolare (il commercio internazionale)
colmando le discontinuità tra le legislazioni degli Stati nazionali e
completando la cornice data dal diritto internazionale pattizio. In questo
contesto si inseriscono i codici di autoregolamentazione delle multinazionali,
documenti cioè che, assunti liberamente e autonomamente dalle imprese stesse,
tendono a regolare l’attività dell’impresa stessa secondo principi fondamentali
uniformi all’interno dei diversi ordinamenti in cui essa opera. Essi Non
possono essere qualificati ipso facto come usi
normativi vincolanti, anzi è doveroso constatarne la natura di soft law, quindi giuridicamente non coercitiva. Tuttavia sono in proposito
opportune alcune considerazioni che fanno luce sui legami tra il fenomeno dei
codici di condotta e quello della lex mercatoria.
Esigenza di una cornice normativa uniforme.
Innanzitutto l’esistenza stessa del fenomeno
rivela un altro aspetto della necessità di criteri normativi coestensivi
all’impresa stessa, quindi capaci di determinare un quadro definito cui ogni
ramo dell’impresa si deve attenere e nell’ambito del quale si devono muovere le
direttive del management negli Stati in cui essa opera. In verità il valore e
la portata di tali codici possono essere visti in maniera molto differente. Un
rapporto dell’OECD sui codici di autoregolamentazione delle multinazionali (“Corporate
Responsibility. Private initiatives and public goals)
identifica una gamma di posizioni che va da chi li considera un primo passo per
lo sviluppo della capacità dell’impresa di adattarsi flessibilmente alle
singole realtà regionali, pur mantenendo un’identità definita, a chi li ritiene
poco più che uno strumento di relazioni pubbliche che deve essere sostituito al
più presto da un quadro normativo di fonte statuale o internazionale pattizio.
Al di là dei diversi punti di vista resta il dato oggettivo della crescita di
sistemi transnazionali di soft law di origine volontaria che regolano (o dovrebbero regolare) la condotta
delle imprese multinazionali nei rapporti interni ed esterni.
Il ruolo degli organismi internazionali e
possibili sviluppi.
Si è detto che i codici di
autoregolamentazione sono iniziative volontarie delle singole imprese. E’ però
altresì vero che nella definizione dei codici e nella loro implementazione
svolgono un ruolo non secondario una serie di soggetti internazionali. Tra essi
ve ne sono di “istituzionali” come l’OECD, che ha approntato delle guidelines per le imprese multinazionali già nel 1976, e che il 27 giugno del
2000 con il consenso dei 29 stati rappresentati nel Consiglio
dell’organizzazione ha approvato le “OECD Guidelines for Multinational
Enterprises”, cui seguono dei rapporti annuali che
approfondiscono i diversi aspetti del problema. Sempre sul fronte
“istituzionale” va segnalato “Global Compact”,
un’iniziativa delle Nazioni Unite che ha come scopi, da un lato quello di
introdurre i nove principi cardine del progetto negli usi del commercio internazionale
attraverso la loro assunzione volontaria; dall’altro catalizzare tutte le
risorse che per la diffusione dei principi delle Nazioni Unite in materia di
commercio internazionale e corporate governance. E’
il caso di citare anche i diversi organi non governativi (associazioni
d’imprese, fondazioni…) che, con diversi strumenti vanno nella stessa
direzione; tra essi hanno una mission direttamente
orientata allo sviluppo dei codici di autoregolamentazione delle multinazionali
il Caux Round Table e la Global Sullivan.
L’opera di tali soggetti, il perfezionarsi dei
codici di autoregolamentazione e la loro concreta, continua applicazione
potrebbe consolidare un nocciolo di principi consuetudinari qualificabili come
parte della lex mercatoria, o definire la base per
una normativa pattizia.
I codici come prodotto dell’autonomia
soggettiva e della dinamica relazionale.
Il Franzese nel volume “Ordine economico e
ordinamento giuridico” afferma che l’autoregolamento come “prodotto
dell’autonomia soggettiva che è di per sé dinamica e relazionale e quindi
aperta all’altro, si innerva in una trama di rapporti che lo sostengono nel
conseguire l’equilibrio degli interessi in gioco, in modo da consentire la
comunicazione tra i soggetti che a mezzo di esso intendono relazionarsi”. Anche
l’OECD nel rapporto “Corporate Responsibility. Private initiatives and
public goals” evidenzia le potenzialità di tali
strumenti, se efficacemente utilizzati nei diversi livelli di relazioni
nell’impresa: da quelli rivolti al cliente alle relazioni industriali e
istituzionali.
In conclusione possiamo rilevare come i codici
di autoregolamentazione delle multinazionali potranno, a determinate
condizioni, costituire un effettivo e flessibile elemento di un sistema
normativo internazionale che difficilmente potrà essere affidato a un’unica
autorità internazionale che riprenda pedissequamente le caratteristiche degli
Stati nazionali.
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