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Problemi della modernità nel pensiero di Giovanni Paolo II
Di Dario Antiseri
La funzione sociale della proprietà privata dei mezzi di produzione e
lannientamento della libertà della persona umana in uneconomia
socialista (“Luomo […] privo di qualcosa che possa dir
suo e della possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua iniziativa,
viene a dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano:
il che gli rende molto più difficile riconoscere la sua dignità di persona”);
la difesa dei corpi intermedi, a cominciare dalla famiglia, e linsistenza
sul principio di sussidiarietà orizzontale (“né lo Stato né alcuna
società devono mai sostituirsi alliniziativa e alla responsabilità
delle persone e delle comunità intermedie in quei settori in cui esse
possono agire, né distruggere lo spazio necessario alla loro libertà.
Con ciò la dottrina sociale della Chiesa si oppone a tutte le forme di
collettivismo”); lidea che lo Stato debba intervenire secondo
il principio di solidarietà, ma con lavvertenza che se è vero che
il Welfare State ha spesso posto rimedio “a forme di povertà e di
privazione indegne della persona umana”, non di rado, tuttavia,
lo Stato assistenziale “intervenendo direttamente e deresponsabilizzando
la società, provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato
degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla
preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese”);
il riconoscimento della “giusta funzione del profitto come indicatore
del buon andamento dellazienda”, pur se “il profitto
non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda”; gli aspetti
positivi della globalizzazione, ma anche lattenzione sui rischi
che si scivoli in una forma di neocolonialismo - ecco, sono questi soltanto
alcuni dei più urgenti problemi sociali affrontati dal Santo Padre. Così
come, daltra parte, Egli si è più volte preoccupato – non
più tardi, la settimana scorsa – dei mezzi di comunicazione di massa,
i quali “possono rendere un servizio inestimabile alla cultura,
alla libertà e alla solidarietà”, a patto però che non si deroghi
mai da questi due grandi principi: dire la verità e rispettare la dignità
della persona umana. E, più in particolare, il Papa è chiaro sul fatto
che “coloro che lavorano per la televisione – mamagers
e funzionari, produttori e direttori, autori e ricercatori, giornalisti,
personaggi dello schermo e tecnici – tutti hanno gravi responsabilità
morali nei confronti delle famiglie, che costituiscono la gran parte del
loro pubblico. nella loro vita professionale e personale, coloro che lavorano
nellambito televisivo dovrebbero porre ogni impegno nei confronti
della famiglia in quanto fondamentale comunità sociale di vita, amore
e solidarietà”. In termini pratici, “le autorità pubbliche
– afferma il Santo Padre – sono invitate a fissare e a fare
rispettare ragionevoli modelli etici per la programmazione, che promuovano
i valori umani e religiosi su cui si basa la vita familiare e che scoraggino
tutto ciò che le è dannoso; esse dovrebbero inoltre promuovere il dialogo
fra lindustria televisiva e il pubblico fornendo strutture e occasione
perché ciò possa avvenire”. Come è facile avvertire, forte, nel
pensiero di Papa Wojtyla, è la fiducia nella ragione umana – una
fiducia che più che altrove emerge nella Fides et Ratio: fiducia
nella ragione scientifica e in quella filosofica. E qui nella Fides
et Ratio il Santo Padre rivolge in primo luogo la sua attenzione critica
contro gli assoluti terrestri, vale a dire contro quelle filosofie
che hanno preteso e pretendono di proibire lo spazio della fede, e ferma
è la sua convinzione relativa alla legittimità, sensatezza
e razionalità della domanda metafisica. È la filosofia,
infatti, a mantenere vive quelle domande di fondo che caratterizzano il
percorso dellesistenza umana: “Chi sono? Da dove vengo?
E dove vado? Perché la presenza del male? Che cosa ci sarà dopo questa
vita?” Siffatte domande “hanno la loro comune scaturigine
nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore delluomo:
dalla risposta a tali domande, infatti, dipende lorientamento da
imprimere allesistenza”. Ed è esattamente uno dei compiti
della filosofia quello di contribuire direttamente “a porre
la domanda circa il senso della vita e ad abbozzarne la risposta: essa
pertanto si configura come uno dei compiti più nobili dellumanità”.
LEnciclica insiste a più riprese sulla dignità e i poteri della
ragione umana, ma non manca di sottolinearne i limiti. La ragione
umana pone una domanda – la domanda metafisica – alla quale
solo Cristo offre la risposta soddisfacente. Si chiede e chiede il Santo
Padre: “dove luomo potrebbe trovare la risposta a interrogativi
drammatici come quelli del dolore, della sofferenza dellinnocente
e della morte, se non nella luce che promana dal mistero della passione,
morte e resurrezione di Cristo?
Certo, lincontro del Cristianesimo con la filosofia “non
fu immediato né facile”. E “il fatto che la missione evangelizzatrice
abbia incontrato sulla sua strada per prima la filosofia greca, non costituisce
indicazione in alcun modo preclusiva per altri approcci”. Tantè
che “via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali
rimaste finora al di fuori dellambito di irradiazione del Cristianesimo,
nuovi compiti si aprono allinculturazione”; ed è così, allora,
che “problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette affrontare
nei primi secoli si pongono alla nostra generazione”. Ben si comprendono,
in questo orizzonte, i motivi per cui il Santo Padre precisa che “la
Chiesa non propone una filosofia né canonizza una propria filosofia a
scapito di altre”. Ciò nella convinzione che “le vie per raggiungere
la verità rimangono molteplici, ciascuna i queste vie può essere percorsa,
purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo”.
È questa una grande apertura – frutto certamente di quella sapienza
che viene dal passato e che rende consapevoli del fatto che “nessuna
forma storica della filosofia può legittimamente pretendere di abbracciare
la totalità della verità, né di essere la spiegazione piena dellessere
umano, del mondo e del rapporto delluomo con Dio”.
Ecco, dunque, tre tratti di fondo della Fides et Ratio: una decisa
critica nei confronti dellorgoglio razionalistico “di chi
pensa che tutto sia frutto di personale conquista”; la difesa di
una filosofia che sia aperta agli interrogativi fondamentali; e la responsabilità
nei confronti della diaconia della verità – di una verità
dono di Dio. Difatti, “la conoscenza che essa [la Chiesa]
propone alluomo non le proviene da una sua propria speculazione,
fosse anche la più alta, ma dallaver accolto nella fede la parola
di Dio”.
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