Antiperfettismo, solidarietà e sussidiarietà: principi
a difesa della libertà
Dario Antiseri
1. Le ragioni della
libertà
Due pensieri: uno di Luigi Einaudi e
l’altro di Karl Popper.
Luigi Einaudi: «Liberalismo [...]
è quella politica che concepisce l’uomo come fine. Si oppone al
socialismo il quale concepisce l’uomo come un mezzo per raggiungere fini
voluti da qualcuno che sta al di sopra dell’uomo stesso, sia esso la
società, lo Stato, il governo, il capo». Karl Popper: «Perf
evitare malintesi desidero chiarire compiutamente che uso sempre i termini
“liberale”, “liberalismo”, ecc., nel senso in cui
questi sono tuttora generalmente usati in Inghilterra [...] Per liberale non intendo una
persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un
uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è
consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di
autorità».
Sta proprio qui il cuore della tradizione
del pensiero liberale: nella considerazione dell’uomo come fine e nella
difesa della libertà individuale nel rispetto degli uguali diritti degli
altri. E aveva certamente ragione Alexis de Tocqueville ad affermare che
«chi cerca nella libertà qualcosa di diverso da essa è
fatto per servire, e non per essere libero». Ma, intanto, quali sono le
ragioni della libertà?
· «Nel campo
di coloro che cercano la verità non esiste nessuna autorità
umana; e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli
dèi». E’ questo il messaggio epistemologico di Albert
Einstein; lo stesso di quello di Karl Popper: «Tutta la nostra conoscenza
rimane fallibile, congetturale [...] La scienza è fallibile
perché la scienza è umana». E ancora: evitare
l’errore - ammonisce Popper - è un ideale meschino; se ci
confrontiamo con problemi difficili, è facile che sbaglieremo;
l’importante - e la cosa più tipicamente umana - è
apprendere dai nostri errori. L’errore individuato ed eliminato
costituisce il debole segnale rosso che ci permette di venire fuori dalla caverna
della nostra ignoranza.
Ebbene, il fallibilismo epistemologico - vale a dire
la consapevolezza che le nostre conoscenze sono e restanto smentibili -
è il primo fondamentale presupposto del pensiero liberale. Nessuno
può presumere di essere in possesso di una verità razionale da
imporre agli altri. Razionalmente possiamo soltanto collaborare - attraverso la
critica alle teorie vigenti e le proposte alternative ad esse - per il
conseguimento di teorie sempre migliori. L’atteggiamento del liberale -
scrive Popper - è quello di chi è disposto ad ammettere:
«io posso avere torto e tu puoi avere ragione, ma per mezzo di uno sforzo
comune possiamo avvicinarci alla verità». Razionale non è
il medico che, per salvare la diagnosi, uccide il paziente; razionale è
il medico che, per salvare il paziente, uccide - cioè falsifica -
elimina le diagnosi una dopo l’altra, finché arriva - se ci riesce
- a quella giusta. In breve: liberi perché fallibili.
· Il liberale
consapevole della propria e dell’altrui fallibilità, sa anche -
seguendo Hayek - che le conoscenze, specie le conoscenze di situazioni
particolari di tempo e di luogo, le conoscenze «all’istante»,
sono disperse, diffuse tra milioni e milioni di uomini - e questo, mentre
impone di decentrare le decisioni, rende impraticabile la pianificazione economica
centralizzata, la quale dovrà condurre necessariamente al disastro
economico e all’oppressione politica non potendo, per altro verso,
utilizzare il «calcolo economico» funzionante in un’economia
libera con i prezzi di mercato quale sistema ottimo di raccolta delle
informazioni.
· Consapevole
della propria e dell’altrui fallibilità e della propria
e dell’altrui ignoranza, il liberale sa che il mondo dei valori -
per usare un’espressione di Max Weber - è un mondo politeista; sa
che le visioni del mondo filosofiche o religiose possono venir proposte e
testimoniate, e mai imposte. Da qui la società aperta - che è
aperta a più visioni del mondo religiose o filosofiche, a più
valori, a più proposte di soluzione dei problemi concreti, alla maggior
quantità di critica. La società aperta è chiusa solo agli
intolleranti.
· «Il potere
corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente» - è questo
l’ammonimento di Lord Acton. E il liberale, reso edotto
dall’esperienza, sa appunto, che del potere presto o tardi si abusa. Di
conseguenza, il liberale non si chiede chi deve comandare?, quanto
piuttosto come controllare chi comanda? - questo vogliono
sapere uomini fallibili che costruiscono, perfezionano e proteggono le
istituzioni democratiche, pensate per poter convivere (nella continua proposta
di alternative, nella critica e nel dissenso) con altri uomini fallibili
portatori di ideali diversi e magari contrastanti. Ma non dobbiamo dimenticare
che le istituzioni sono come le fortezze: resistono se è buona la
guarnigione.
E poiché non esistono metodi infallibili per evitare la tirannide, il
prezzo della libertà è l’eterna vigilanza.
· Il liberale sa
che la competizione è la più alta forma di collaborazione. La scienza progredisce tramite la più severa competizione tra idee; la democrazia è competizione tra proposte politiche
tese alla soluzione di problemi; la libera economia è competizione di merci e servizi sul
mercato. Competizione da cum-petere, che vuol dire cercare insieme, in modo agonistico, la soluzione migliore.
La competizione è una macchina di esplorazione dell'ignoto; arricchisce
il mondo di idee, beni, servizi - e di nuovi problemi; è strumento di
solidarietà poiché viene incontro ai consumatori: consente
l'appagamento delle loro preferenze al costo più basso. Hayek:
«Così come per la sfera intellettuale, anche in quella materiale
la concorrenza è il mezzo più efficace per scoprire il modo
migliore di raggiungere i fini umani. Solo là dove sia possibile
sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà
una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità
individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle
più efficaci tra queste, un miglioramento costante».
· E va da sé che chi aborre la competizione, deve avere chiaro il
suo rapido ritorno alla vita della tribù o all'interno della caverna. La
competizione, infatti, è il terrore di tutti i
conservatori - conservatori di destra, di centro e di sinistra. Ha scritto von
Hayek, nel saggio Perché non sono un conservatore, che «uno dei tratti fondamentali dell'atteggiamento conservatore
è il timore del cambiamento». Ostile ai cambiamenti, il
conservatore avverte d'istinto che sono le nuove idee a provocare siffatti
cambiamenti, e di conseguenza le avversa. «Diversamente dal liberalismo,
caratterizzato dalla fondamentale credenza nel potere a lungo termine delle
idee, il conservatorismo è vincolato dal bagaglio di idee ereditate in
un dato momento».
· Il liberale non
cade nella tentazione di dare sostanza ai concetti collettivi, quali
"stato", "classe", "partito",
"rivoluzione" e così via. Non reifica questi concetti, non li
fa insomma diventare cose, entità autonome e indipendenti dagli
individui. «Sono gli uomini che esistono [...]; ma ciò che non
esiste - scrive Popper - è la società. La gente crede invece
alla sua esistenza e di conseguenza dà la colpa di tutto alla
società o all'ordine sociale». Ecco, egli conclude, «uno dei
peggiori errori è credere che una cosa astratta sia concreta. Si tratta
della peggiore ideologia». E, con Popper, don Luigi Sturzo: «Contro
gli organicisti di tutti i tempi, che fanno degli organismi sociali delle
entità per sé stanti, io sostengo che la società in
concreto è la coesistenza degli individui cooperanti coscientemente per
un fine comune, e che né la società né le sue istituzioni
o i suoi organi sono un quid tertium, una ipostasi vivente,
una realtà distinta dalla realtà degli individui associati ed
operanti ad un fine comune [...] Chi agisce e chi patisce sono gli individui
associati».
· Contro gli
statalisti e contro i monopolisti, il liberale è liberista - difende
cioè l’economia di mercato - perché questa in primo luogo,
genera il maggior benessere per il maggior numero di persone e,
sostanzialmente, per tutti. Ma ci sono altre e più importanti ragioni
per cui va difesa l’economia di mercato. L’economia di mercato vuol
dire, prima di ogni altra cosa, proprietà privata dei mezzi di
produzione. Ed è esattamente la proprietà privata dei mezzi di
produzione a garantire, nel modo più sicuro, le libertà
politiche
e i diritti individuali. Difatti, come ha scritto Hayek, «chi
possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini». Ed uno Stato, dove non
esiste la proprietà privata, è uno Stato in cui sono
automaticamente cancellate tutte le libertà fondamentali. Ci ricordano
Mises ed Hayek: a che vale scrivere su di un pezzo di carta che
c’è libertà di stampa, quando tutte le cartiere e tutte le
tipografie appartengono allo Stato, cioè al gruppo che detiene il
potere? Non è forse un inganno - come di fatto lo è stato -
stabilire su di una Carta costituzionale che è garantita la
libertà di riunione, se poi tutti i locali, comprese le chiese,
appartengono allo Stato? La verità è che: economia di mercato e
stato di diritto vivono e muoiono insieme.
Il liberale sa che l’economia di
mercato presuppone e genera valori. L’economia di mercato genera il
più ampio benessere. Sta a fondamento delle libertà
politiche.
Esige la pace interna ed esterna, poiché altrimenti si distruggerebbe la
condizione minimale che rende possibile la cooperazione in regime di divisione
del lavoro. A nessuno è lecito scambiare il “profitto” con
il “saccheggio”. Commercium et pax era scritto sul porto
di Amsterdam. Ludwig von Mises afferma che «la pace è la teoria
sociale del liberalismo». E, prima di lui, Fédéric Bastiat:
«Se su di un confine non passano le merci, vi passeranno i
cannoni». Insomma: la libertà economica, vale a dire la
«logica di mercato», genera la più ampia prosperità; è
inscindibilmente connessa alle libertà politiche; esige la pace. E pone
al centro della umana comunità una persona libera, creativa,
responsabile.
L'economia di mercato è democrazia economica: libero l'imprenditore,
sovrano il consumatore.
· La figura
dell’imprenditore, dell’innovatore che crea ricchezza e
posti di lavoro, ha attraversato il deserto dell’impopolarità e
dell'odio. Tutta una mitologia ideologica ha visto nella competizione una
giungla, nel profitto un furto, nell’imprenditore un ladro. Come
sottolineato da Joseph Schumpeter, tra il migliore imprenditore e il più
spietato feudatario, gli storici ci dicono che è quest’ultimo che
è riuscito «non solo a impressionare di più ma anche ad
essere amato». Sennonché, ai nostri giorni – soprattutto
dopo il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dall’Unione Sovietica
– i meriti dell’imprenditore vengono sempre più ampiamente
riconosciuti nella motivata metamorfosi dall’idea del “padrone
sfruttatore” nell’idea del “costruttore di pubblico
benessere”». E in una situazione del genere vale per
l’imprenditore il consiglio che più di settanta anni fa Schumpeter
dava agli imprenditori tedeschi, nel senso che ogni imprenditore deve imparare
che «non basta aumentare realmente il livello dei salari
grazie al suo impegno produttivo, ma occorre anche che la gente gli creda, creda
cioè al fatto che egli lavora per essa anche quando apparentemente
lavora per se stesso». Tutto ciò per dire che «qualsiasi
interesse, se vuole imporsi, deve sapere reclutare».
E se è
ben vero che non sempre e non tutti gli imprenditori sono accorti, abili,
ingegnosi e desiderosi di critiche e che le società che hanno
abbracciato l’economia di mercato non sono il paradiso, è
altrettanto vero – per dirla con Michael Novak – che «la
strada che più e meglio conduce i popoli al benessere, elevandone
maggiormente il tenore generale di vita, non è il sistema economico
socialistico ma quello capitalistico». John Stuart Mill: «Se la
concorrenza ha i suoi difetti, essa previene pure mali peggiori».
· Da autentico e
consapevole riformista il liberale è, per dirla con Antonio Rosmini, un
antiperfettista. Sa che non esiste nessun metodo razionale per decidere quale
sia la società perfetta: la società (presunta) perfetta è
la negazione della società aperta. E l’antiperfettista ripete con
Paul Claudel che «chi cerca di realizzare per gli altri il paradiso in
terra, sta in effetti preparando per loro un molto rispettabile inferno».
In realtà, in ogni utopista si nasconde un capitano di ventura.
Conseguentemente, il liberale rifiuta il costruttivismo - di stampo
illuministico, prodotto di «una irragionevole Età della Ragione -,
vale a dire la concezione secondo cui tutte le istituzioni e tutti gli eventi
sociali sarebbero risultati di piani intenzionali, di espliciti progetti voluti
e realizzati. Difensore della famiglia, attento alle formazioni o corpi
intermedi, il liberale propone una teoria evolutiva delle istituzioni, le
più importanti delle quali (linguaggio, moneta, diritto, ecc.) egli vede
quali esiti inintenzionali di azioni umane intenzionali volte ad altri scopi. Ammonendo
lo scienziato sociale a non togliere mai lo sguardo dall’emergenza di
conseguenze inintenzionali di progetti intenzionali, il liberale respinge la
teoria cospiratoria della società stando alla quale tutti
i fatti incresciosi ed eventi sociali negativi sarebbero esiti di progetti o
congiure architettate da uomini malvagi - e la respinge esattamente per la
ragione che l’inevitabile insorgenza di conseguenze inintenzionali di
azioni umane intenzionali fa capire che possono esistere cause senza colpe e
riuscite senza merito.
· «Non
esiste un uomo che sia più importante di un altro uomo» - è
questo il primo e fondamentale principio di uguaglianza del liberalismo. Uguali in
dignità, gli uomini, nella società aperta, sono uguali davanti
alla legge.
E una terza uguaglianza è quella riguardante l’uguaglianza
delle opportunità. Gli esiti saranno sempre diversi, la riuscita
o meno di un progetto di vita dipenderà dai tanti fattori
(l’impegno, gli incontri, le occasioni, la salute, la fortuna, e
così via) – ma le possibilità di una riuscita vanno
garantite. La dottrina liberale dà onore al merito e combatte i
privilegi.
L’uguaglianza delle opportunità è uguaglianza
«liberale»; l’uguaglianza degli esiti è uguaglianza
«socialista» - è la via della miseria e delle più
oppressive disuguaglianze, la via della schiavitù.
Scriveva Luigi
Einaudi – a proposito dell’uguaglianza davanti alla legge –
(Si veda il suo Memorandum, risalente ai mesi a cavallo tra la fine del
1942 e la primavera del 1943): «Corti e tribunali speciali, giudici di
eccezione non devono esistere. Il solo magistrato ordinario, differenziato
eventualmente per competenza, deve giudicare. E deve essere indipendente.
Nominato dal re, giudicante in nome del re, ma indipendente dal re, dal potere
esecutivo e da quello legislativo. Un paese nel quale i giudici non siano e non
si sentano davvero indipendenti, i quali non siano chiamati a giudicare in nome
della pura giustizia, se occorre, anche contro le pretese dello stato è
un paese senza legge, pronto a piegare il capo dinanzi al demagogo
primo venuto, al tiranno, al nemico. Il presidio maggiore della libertà
dei cittadini in Inghilterra è l’indipendenza della magistratura.
La celebre risposta del mugnaio di Sans-Souci a Federico II, il quale voleva le
sue terre: ci sono dei giudici a Berlino! E’ la prova che quella
prussiana era una società sana; e la sua resistenza a Napoleone ne fu la
prova».
2. La
«solidarietà» non è sinonimo di
«assistenzialismo»
La concezione liberale della società
è stata e viene senza sosta sottoposta ad un processo che sembra senza
fine. Ed è esattamente il valore della solidarietà nei confronti
degli infelici, dei più svantaggiati, di quanti vivono nella miseria ed
hanno urgente bisogno di cure e di aiuto - è appunto il valore della solidarietà
a cui fanno appello tanti cattolici, e non solo loro, per scagliarsi contro
l’economia di mercato.
Non è certamente il caso di porre
in discussione le buone intenzioni di quanti – cattolici o no –
sono contrari al mercato in nome della solidarietà. Ma proprio in base
al teorema delle conseguenze inintenzionali delle azioni intenzionali, si sa
che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno. Scriveva
Thoreau nel 1845: «Non c’è odore peggiore di quello della
bontà andata a male [...] Se sapessi per certo che qualcuno sta venendo
a casa mia col deliberato proposito di farmi del bene, scapperei a gambe
levate». Milton Friedman commenta così questo pensiero di Thoreau:
«Chiunque è libero di fare del bene, ma a spese sue».
In ogni caso – è sempre
Hayek a parlare – l’esigere il rispetto della legge, la difesa dai
nemici esterni, il campo delle relazioni estere sono attività dello
Stato; e «pochi metteranno in dubbio che soltanto lo Stato può
occuparsi delle calamità naturali quali uragani, alluvioni, terremoti,
epidemie e così via, e realizzare misure atte a prevenire o a rimediare
ad essi». Ma c’è di più – e qui le
considerazioni che seguono sono di estrema importanza. Hayek sostiene che la
“Grande Società” non solo può permettersi di
aiutare i più deboli, gli svantaggiati; essa deve anche farlo. Lo
può
fare perché è ricca. Lo deve fare perché
nella “Grande Società” chi non può o non può
più provvedere a se stesso non è possibile che sia aiutato
– come era nel caso di piccoli gruppi tribali – dai membri con i
quali era vissuto faccia a faccia. In breve: la “Grande
Società” – afferma Hayek – deve proteggere
malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani e tutti coloro
che non sono in grado di guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato.
«Assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello sotto cui nessuno
scenda quando non può più provvedere a se stesso, non soltanto
è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti;
ma è un compito necessario della Grande Società in cui
l’individuo non può rivalersi sui membri del piccolo gruppo
specifico in cui era nato».
Così, dunque, Hayek –
l’esponente più prestigioso del liberalismo contemporaneo - ci
costringe a riflettere sul fatto che mercato e solidarietà non sono affatto
concetti e realtà contrapposti. Ovvero dobbiamo ridurre la
solidarietà a inutili lacrime versate sulle nostre reciproche miserie?
O, peggio ancora, dobbiamo pensare che la solidarietà equivalga allo
storno di risorse da chi produce a clientes parassiti? Solidarietà
non è sinonimo di assistenzialismo. Mercato e
solidarietà sono coniugabili. Non coniugabili, invece, sono mercato e
dissipazione delle risorse, mercato e corruzione, mercato e privilegi. Lo
statalismo fa l’uomo ladro – sulla base del principio: pronto
bottino, pronto saccheggio. E sempre lo statalismo trasforma i cittadini in
accattoni ricattabili che per mestiere fanno gli elettori.
3. Il principio di sussidiarietà
«Gli Americani di tutte le
età, condizioni e tendenze, si associano di continuo. Non soltanto
possiedono associazioni commerciali e industriali, di cui tutti fanno parte, ne
hanno anche di mille altre specie: religiose, morali, grandi e futili, generali
e specifiche, vastissime e ristrette. Gli Americani si associano per fare feste,
fondare seminari, costruire alberghi, innalzare chiese, diffondere libri,
inviare missionari agli antipodi; creano in questo modo ospedali, prigioni,
scuole. Dappertutto, ove alla testa di una nuova istituzione vedete, in
Francia, il governo, state sicuri di vedere negli Stati Uniti
un'associazione». E' così che Alexis de Tocqueville, ne La
democrazia in America, descrive il
funzionamento, nella vita sociale, di quel principio che in seguito
verrà chiamato «principio di sussidiarietà». Tale
principio - autentico baluardo a difesa della libertà degli individui e
dei «corpi intermedi» nei confronti delle pretese onnivore dello
statalismo - trova una formulazione, ormai diventata classica, nell'Enciclica Quadragesimo
anno (1931) di Pio XI, dove, al paragrafo 80, si dice che
«siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi
possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla
comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più
alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si
può fare.Ed è questo insieme un grave danno ed uno sconvolgimento
del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di
qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera
suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e
assorbirle».
Siffatto principio di
sussidiarietà, successivamente ripreso in altre Encicliche papali e in
documenti ufficiali della Chiesa - basti richiamare la Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII o la Centesimus annus (1991) di papa Wojtyla - era stato già formulato da Rosmini nella Filosofia
della politica, dove leggiamo che «il governo
civile opera contro il suo mandato, quand'egli si mette in concorrenza con i
cittadini, o colle società ch'essi stringono insieme per ottenere qualche
utilità speciale; molto più quando, vietando tali imprese agli
individui e alle loro società, ne riserva a sé il
monopolio». In breve: lo Stato «faccia solo quello che i cittadini
non possono fare». In un discorso pronunciato in Senato, il 20 febbraio
del 1954, Sturzo affermava: «Non nego un misurato intervento nelle varie
branche dell’attività privata, specialmente a scopo integrativo, e
dove l’iniziativa privata non possa da sé corrispondere
adeguatamente alle esigenze pubbliche». E’ questo, dunque, il
principio di sussidiarietà orizzontale
ben diverso dall'altra formulazione che porta il nome di sussidiarietà
verticale dove, per esempio, si dice che la Regione farà
quello che non fa lo Stato, la Provincia farà quello che non fa la
Regione, e i Comuni e le aree metropolitane faranno quello che non fa la
Provincia. E qui è chiaro che, se il principio di sussidiarietà
verticale non viene esplicitamente coniugato con quello di sussidiarietà
orizzontale, si cade in modo inequivocabile in una più subdola e pericolosa
forma di statalismo celebrata nella formula: ciò che non fa il pubblico
lo fa comunque il pubblico. Ma è proprio contro ogni forma di
oppressione nei confronti della libertà, responsabilità, spirito
di iniziativa dei singoli e delle associazioni spontanee che è stato
difeso il principio di sussidiarietà e ovviamente non solo dai
cattolici. La Filosofia della politica di
Rosmini è del 1838. Undici anni più tardi, nel 1849, J.S. Mill
pubblica On Liberty, ben consapevole che
«i mali cominciano quando invece di fare appello alle energie e alle
iniziative di individui e associazioni, il governo si sostituisce ad essi;
quando invece di informare, consigliare e, all'occasione, denunciare, e imporre
dei vincoli, ordina loro di tenersi in disparte, e agisce in loro vece».
Su questa linea si sono mossi i grandi
liberali del nostro secolo: Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek
e Karl Popper, tra gli altri. Scrive Hayek: «E' totalmente estranea ai
principi base di una società libera l'idea secondo la quale tutto
ciò di cui il pubblico ha bisogno debba essere soddisfatto da
organizzazioni obbligatorie». Il vero liberale, ad avviso di Hayek, deve
auspicare il maggior numero possibile di associazioni volontarie, di quelle
organizzazioni «che il falso individualismo di Rousseau e la Rivoluzione
francese vollero sopprimere». E, poi, Karl Popper: «Io sostengo che
una delle caratteristiche della società aperta è di tenere in
gran conto, oltre alla forma democratica di governo, la libertà di
associazione e di proteggere e anche di incoraggiare la formazione di
sotto-società libere, ciascuna delle quali possa sostenere differenti
opinioni e credenze».
A fondamento del principio di
sussidiarietà vi è in primo luogo la fede nella libertà:
si tratta di un fondamento etico. Aveva ragione
Tocqueville a sentenziare che quanti nella libertà cercano qualcosa di
diverso dalla libertà sono nati per servire. Inoltre, come già
sappiamo, la soluzione della maggior parte dei problemi (e, dunque, il
soddisfacimento dei bisogni umani) deve venir lasciata a quanti sono in
possesso di quelle conoscenze di situazioni particolari di tempo e di luogo
disperse tra milioni e milioni di uomini, conoscenze di cui non potrà
mai disporre nemmeno il più potente governo, né il più
sapiente e potente tiranno. Per questo, in un orizzonte del genere ognuno vede
«l’importanza dell’esistenza di numerose associazioni volontarie non
soltanto per gli scopi particolari di coloro che condividono un interesse
comune ma anche per fini pubblici nel vero senso della parola». Lo Stato,
prosegue Hayek, «dovrebbe avere il monopolio della coercizione necessaria
a limitare la coercizione stessa; ciò non significa che lo stato debba
avere l’esclusivo diritto di perseguire fini pubblici».
Sennonché, «l’attuale tendenza dei governi a portare tutti
gli interessi comuni di vasti gruppi sotto il proprio controllo tende a
distruggere il vero spirito pubblico. Come risultato, un numero sempre
crescente di uomini e donne si sta allontanando dalla vita pubblica, a cui in
passato avrebbe dedicato molte energie».
|