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Quando la teoria incontra la pratica

Don Robert Sirico

Con la partenza di Jean-Bertrand Aristide Haiti ha perso più che uno dei tanti despoti. Ha perso un’icona di quella teoria socialista cristiana che una volta influenzava enormemente i seminari tanto nell’America del Nord quanto nel Sud. Da buon ex sacerdote dell’ordine salesiano che aveva studiato teologia in Inghilterra, Canada, Italia e Israele, Aristide era fautore della Teologia della Liberazione, che tenta di insinuare la dialettica marxista nel Vangelo in nome dell’aiuto ai poveri.

Era stato ordinato nel 1982, nell’ultima decade della Guerra Fredda, quando l’America Latina divenne il centro d’interesse di molti che sarebbero diventati rivoluzionari. Nelle lotte politiche in quelle regioni molti sacerdoti finirono per giocare un importante e tragico ruolo, dando copertura a violenti rivoluzionari che sarebbero diventati dittatori di sinistra o propugnando la violenza.

Parroco in una povera parrocchia di Port-au-Prince, Padre Aristide era uno di loro. Predicava il dovere morale della politica violenta. Nelle prediche successivamente pubblicate nel suo libro “Nella Parrocchia del Povero” egli reclutava gente per costituire “battaglioni” con cui compiere “atti di liberazione” e per rovesciare il regime “con ogni mezzo necessario” e desiderava ardentemente una versione haitiana della Rivoluzione sandinista. Non nascondeva la sua sincera devozione al Comunismo cristiano, che si nutriva di un umanitarismo imbevuto di sangue.

Per questo fu espulso dai salesiani. Fu eletto presidente nel 1990 ma otto mesi dopo fu deposto con un colpo di stato. L’amministrazione Clinton lo rimise al potere nel 1994 in nome di uno sfrenato ottimismo che la sua esperienza politica e i suoi valori fossero proprio ciò di cui quella povera nazione aveva bisogno. Fu eletto nuovamente nel 2000, sebbene il malcontento fosse tale che molti gruppi all’opposizione rifiutarono di votare. Il malcontento è divenuto violento all’inizio di questo mese ed ha portato al suo esilio.

Nessuna sorpresa. Con Aristide la teoria ha incontrato la pratica. La sua “liberazione” ha molto in comune con quello dal quale egli, stando alle apparenze, stava liberando il suo popolo. Centralizzò il potere, convogliò prebende e cariche verso coloro che si mostravano a lui fedeli, dimenticò i bisogni dei poveri e fallì nel governare nella prospettiva del bene comune. La rivolta che ha portato alla sua rimozione potrebbe essere iniziata tra i commercianti e tra i piccoli proprietari ma si è diffusa in tutti i settori della società. Prendendo in prestito una frase: l’espropriatore fu espropriato.

Si potrebbe dire che c’era molta gente in buona fede tra gli aderenti della Teologia della Liberazione. Le loro denunce dei mali di alcune dittature, spesso corrette, erano giuste, così come aveva ragione il giovane Aristide quando denunciava lo sfruttamento delle masse da parte del regime di Duvalier. Analogamente la teoria è giusta riguardo alla priorità morale di aiutare i poveri e alla malvagità dei sistemi che dimenticano i loro bisogni.

Quando la Teologia della Liberazione era all’acme, il Vaticano seppe affrontare la questione sul terreno della fede e della morale. Proprio come gravi erano, nondimeno, i suoi errori in ambito economico, piuttosto che vedere nello stato una frequente fonte di oppressione, la Teologia della Liberazione l’individuò nella proprietà privata e nel capitalismo. Ma se si elimina la proprietà e l’economia di libero scambio, con che cosa si rimane? Non l’utopia per la quale i socialisti hanno a lungo sognato. Ciò che resta è uno stato che deve pianificare l’economia in modo centralizzato, cosa che nessuno stato potrà mai fare in modo efficiente e con un occhio rivolto alla prosperità. Il risultato è il caos economico, nel quale il povero soffre più di chiunque altro, come Giovanni Paolo II osservava nella sua un’enciclica del 1991. Ovviamente senza proprietà privata per respingere il potere dello stato, il dispotismo diventa inevitabile.

Mancando di una coerente visione dell’economia o della comprensione di come la società funziona e si sviluppa, la Teologia della Liberazione conduce alla massima condanna: il potere centralizzato esercitato nell’interesse di pochi e a spese di molti. La storia si è ripetuta così tante volte negli ultimi cento anni che qualcuno potrebbe pensare che anche gli studenti di teologia potrebbero afferrare il messaggio che il socialismo è un’idea estremamente sbagliata. Ma per qualche motivo ci sono sempre quelli che pensano che il prossimo tentativo fatto dalla persona giusta alla fine porterà il Paradiso in terra. Dunque il regime dispotico di Aristide non era tale nonostante la sua dichiarata adesione alla Teologia della liberazione, ma proprio a causa di essa.

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