L’Economia D’Impresa Come Economia Civile
"Tutte le libertà consistono in radice nella preservazione
di un sfera interiore esente dalla stato"
Lord Acton
Flavio Felice
Nel presente contributo, a partire dalla riflessione che il filosofo
Passerin d’Entrèves ha svolto sul rapporto tra etica ed economia
in un saggio del 1937[1] apparso per la prima volta
in Studi nelle scienze giuridiche e sociali, intendiamo proporre
qualche nota a margine su alcune categorie della scienza economica. In
particolare, faremo riferimento a concetti quali il mercato, l’impresa
e il profitto, con l’intento di procedere nella discussione su etica
ed economia senza cadere – rispettivamente – o in un dualismo
non comunicante o nella reciproca pretesa egemonica.
1. La pretesa edonistica
È esattamente a questo livello che si inserisce la riflessione
di Passerin d’Entrèves per il quale la nota polemica contro
l’homo oeconomicus e la conseguente negazione dell’autonomia
del momento propriamente economico dall’etica comporterebbero l’incondizionata
subordinazione dell’economia – in quanto scienza – alle
esigenze della morale[2]. Alla base di tale incondizionata subordinazione
ci sarebbe la “pretesa ipotesi edonistica”, dalla quale procederebbe
il discorso economico: «[…] l’immagine dell’homo
oeconomicus, da semplice ipotesi tende fatalmente a trasformarsi in
un tipo ideale, cioè in un valore, e appunto per ciò l’intera
scienza costruita su tale premessa, come traduzione e deduzione da quel
valore o tipo ideale, assumerà carattere normativo. Si giunge così
necessariamente a una concezione interamente mutata dall’economia,
che da carattere puramente scientifico viene ad assumere significato deontologico,
tende cioè ad invadere il campo dell’etica, e talora anzi
a porsi come un vero e proprio sistema morale»[3].
In pratica, emerge la consapevolezza che l’archetipo antropologico
assunto dalla scienza economica sia una figura d’uomo definibile
unicamente a partire dall’interesse individuale, incapace di trascendere
il proprio egoismo per venire incontro ai bisogni e ai desideri dell’altro.
Di qui, per usare le parole del Passerin d’Entrèves, sorge
l’esigenza di circoscrivere il discorso economico in una sfera angusta
che non pregiudichi l’esistenza dei valori “più elevati”
ed “universali” e che preservi la “vera morale”
dell’“uomo integrale”. Il nostro autore ritiene che
simile distinzione - se non autentica dicotomia - tra la sfera dell’etica
e dell’economia, emerga come reazione allorquando si avanzi il carattere
eminentemente deontologico dell’economia stessa. Ebbene, la suddetta
subordinazione e la necessaria dicotomia tra le due sfere appaiono come
l’esito inevitabile del postulato fondamentale dal quale siamo partiti;
ovvero dal postulato edonistico, contro il quale, come ci fa notare il
Passerin d’Entrèves, si rivolgono gli strali dei difensori
della pura morale.
1.1. L’anticapitalismo cattolico
Per dare un esempio di come tali strali si siano concretizzati nella
letteratura ed abbiano fatto breccia nella coscienza collettiva, proponiamo
la posizione espressa da un eminente storico italiano del pensiero economico:
Amintore Fanfani. Il Fanfani, nel suo famoso saggio Cattolicesimo e
protestantesimo nella formazione storica dello spirito del capitalismo[4], una volta stabilito il nesso
tra etica utilitarista e pratica capitalista, intendendo per etica utilitarista
l’ipotesi edonistica che fonda la teoria economica che sottende
il capitalismo, sostiene la tesi in forza della quale il sistema morale
del Cattolicesimo ed il capitalismo siano nel modo più assoluto
incompatibili. Simile convinzione era condivisa dalla gran parte degli
intellettuali cattolici dell’epoca i quali, pur manifestando apertamente
il loro anti-socialismo, e nonostante fossero favorevoli alla proprietà
privata, all’impresa, al risparmio ed all’investimento, erano
convinti che il capitalismo rappresentasse qualcosa di inaccettabile e
che fosse carico di valenze negative[5]. Riportiamo
un breve estratto del volume di Fanfani in cui egli descrive le caratteristiche
peculiari dello spirito del capitalismo: «Riassumendo, possiamo
dire che è frutto dello spirito capitalistico quell’atteggiamento
che tiene un uomo di fronte ai problemi della ricchezza (acquisto e uso),
quanto stimi questa essere solo un mezzo all’illimitato soddisfacimento
individualistico e utilitaristico di tutti i possibili bisogni umani.
Chi da tale spirito è animato, nell’acquisto sceglierà
i mezzi più utili, tra tutti quelli leciti, e li userà senza
preoccuparsi di mantenere i risultati entro un certo limite; nell’uso
della ricchezza sarà fedele a un godimento individualistico; all’acquisto
e al godimento dei beni non conoscerà che un limite: la convenienza
edonistica»[6].
Fanfani sottolinea che nell'organizzazione capitalistica della vita,
la priorità è data al criterio di razionalizzazione, cioè
ad un principio meramente economico. Anche per il Fanfani, dunque, il
principio fondamentale della teoria economica che sottende il capitalismo
è rappresentato dall'utile economico, ovvero da quella “pretesa
edonistica” registrata dal Passerin d’Entrèves e raffigurata
da ciò che Mises chiama il “fantoccio” dell’homo
oeconomicus[7].
Secondo tale assunto, la scelta dei mezzi e la deliberazione degli atti
deve essere compiuta avendo sempre come esclusivo riferimento la loro
adeguatezza al raggiungimento della meta che ci prefiggiamo. Una società
organizzata secondo un simile rigido principio ordinatore, a parere del
Fanfani, non potrà che essere individualistica, in quanto i soggetti
saranno costretti a seguire l'unico criterio ammesso: l'utile[8].
1.2. Il punto di vista formale
A questo punto il Passerin d’Entrèves tenta di disinnescare
l’ordigno che abbiamo denominato “ipotesi fondativa”
– la pretesa edonistica -, introducendo nel dibattito il contributo
di Luigi Einaudi. Per l’economista torinese non è affatto
pacifico che l’ipotesi edonistica debba rappresentare il fondamento
necessario della scienza economica. Per l’Einaudi, la realtà
è che l’economia – in quanto scienza – può
benissimo disinteressarsi dei moventi delle azioni umane, si può
esimere dal prendere posizione nell’interminabile dibattito umano
sulla natura dell’uomo e sui massimi sistemi valoriali. In definitiva,
ricorrendo alla famosa definizione data dal Robbins, la scienza economica
si concentra sui mezzi scarsi da destinare per usi alternativi. In definitiva,
conclude il Passerin d’Entrèves: «il punto di vista
dell’economia è un punto di vista puramente ed essenzialmente
formale; che i suoi concetti sono, per usare l’appropriata terminologia,
concetti di relazione; che la sua struttura si risolve, come quella di
ogni vera scienza, in un complesso di proposizioni logiche o “leggi”
che tutte devono potersi ricondurre alla proposizione iniziale, e la cui
costanza e generalità è appunto in funzione della loro astrattezza
e del loro formalismo»[9].
È opinione condivisa tra i professionisti della scienza economica
che all’origine del problema economico ci sia la scarsità
relativa dei beni, da destinare per usi alternativi[10]. Corollario di questa prima
affermazione di principio è che, giacché desidereremmo consumare
più di quanto produciamo – esiste un’insanabile asimmetria
logica tra desideri umani (tanto altruistici quanto egoistici) e mezzi
a disposizione -, siamo tenuti ad una razionale allocazione delle risorse.
Le moderne economie di mercato risolvono tale problema di scarsità
relativa delle risorse ricorrendo al processo di mercato che, mediante
la domanda e l’offerta, registrando le preferenze individuali, esplicita
un livello dei prezzi che il consumatore adotterà come parametro,
mai definitivo sempre cangiante, in virtù del quale indirizzare
le scelte successive. Di conseguenza, per il Passerin d’Entrèves
lo stesso concetto di valore - sul quale torneremo brevemente in seguito
- nella scienza economica non può assumere carattere assoluto o
sostanziale, in quanto esso dipenderà sempre da una relazione funzionale
i cui termini principali sono la domanda e l’offerta. Non è
un caso che nel discorso economico la nozione di prezzo si sia
imposta su quella di valore, in quanto la prima sembra esprimere
in modo più adeguato la natura di relazione funzionale, ove si
presume che la quantità domandata (Qd) e la quantità
offerta (Qs) - le variabili dipendenti - varino a seconda
del prezzo p – variabile indipendente -, il che significa
che la domanda e l’offerta sono variabili in funzione del prezzo
del bene o servizio; in simboli: Qd = f (p).
2. Un excursus storico
Benché nei 2300 anni (800 a.C. – XIV sec.) che trascorsero
tra il periodo greco e la fine della scolastica non mancarono delle profonde
trasformazioni nel modo di vivere nelle città (quest’ultime
furono sensibilmente influenzate dallo sviluppo delle attività
mercantili che subirono un forte impulso grazie al miglioramento delle
condizioni di trasporto), possiamo affermare che, non mutando i tratti
fondamentali della struttura economica delle società, le condizioni
di vita rimasero caratterizzate dall’autosufficienza, piuttosto
che dall’accumulazione e che, di conseguenza, il mercato non svolgeva
alcuna funzione allocativa delle risorse. Ecco, dunque, un tratto che
contraddistingue il pensiero pre-classico antico dalla scienza economica
moderna (almeno da quella cosiddetta ortodossa): il diverso modo di concepire
il meccanismo mediante il quale avviene l’allocazione delle risorse.
Se la moderna scienza economica considera essenzialmente il mercato, per
i pensatori del periodo pre-classico antico in primis c’era
l’autorità. Tuttavia, non dobbiamo commettere l’ingenuità
di ascrivere a titolo di demerito tale diversa impostazione da parte degli
autori antichi. Possiamo affermare che l’itinerario svolto dal pensiero
economico è stato tutt’altro che lineare, ed ogni autore
ha contribuito con un tassello all’elaborazione del quadro generale
descrittoci per la prima volta in modo analitico e sistematico da Adam
Smith nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle
nazioni.
2.1. Il contributo dei pre-classici
Il contributo dei pre-classici antichi, ad esempio, è stato indubbiamente
fondamentale ai fini della sintesi classica; non avremmo potuto mai assistere
al fiorire della nuova scienza senza l’elaborazione teorica di principi
come la proprietà privata, il giusto prezzo e l’interesse,
che in seguito hanno interessato autori quali Smith, Ricardo, Mill e Marx.
Si potrebbe persino affermare che, per certi aspetti, la sintesi classica
si colloca su posizioni meno avanzate rispetto alle intuizioni di autori
come frate Pietro di Giovanni Ulivi, San Bernardino da Siena o anche Sant’Antonino
da Firenze, i quali, su un tema chiave della scienza economica come il
“valore” ed il “giusto prezzo”, ebbero l’intuito
di anticipare di circa seicento anni la cosiddetta “rivoluzione
marginalista” di Menger, Jevons e Walras. Al punto da non apparire
del tutto bizzarro affermare che il cosiddetto paradosso del valore
formulato da Smith fosse stato in parte già risolto nella metà
del XIII secolo da uno frate francescano chiamato Pietro di Giovanni Olivi
(1248-1298). In base a tale paradosso, secondo la formulazione di Smith,
benché i diamanti siano molto meno utili dell’acqua, in virtù
dello loro scarsità sono molto più preziosi. Tuttavia, in
casi eccezionali, come ad esempio nel deserto, per un bicchiere d’acqua
potremmo essere disposti a pagare anche una borsa colma di diamanti. Smith
sollevò il problema, ma non lo risolse o, più correttamente,
lo risolse a metà, individuando l’elemento della scarsità,
negligendo tuttavia quello della “desiderabilità” o,
per usare il termine impiegato dai dottori scolastici, la complacibilitas.
I concetti di virtuositas - ossia la possibilità di rispondere
oggettivamente ad un bisogno -, di raritas - la maggiore o minore
quantità rispetto alla domanda - e di complacibilitas -
la volontà soggettiva di appagare un bisogno piuttosto che un altro,
stabilendo di fatto una scala di grado dell’“utilità”[11], rappresentano tanto la dimensione
soggettiva quanto quella oggettiva del valore dei beni mediante le quali
gli scolastici formularono una prima teoria del valore che, a parere di
molti studiosi[12], presenta notevoli elementi
di convergenza con quella elaborata dai marginalisti della seconda metà
del XIX secolo, i quali giunsero all’innovativa, e d’allora
mai più abbandonata, teoria dell’utilità marginale
decrescente, che diede una risposta definitiva al paradosso del valore
di Smith. Come abbiamo già avuto modo di dire, in base ad essa,
all'aumentare del consumo di un bene, benché l'utilità totale
aumenti, l'utilità marginale – complacibilitas - del
bene diminuisce.
Gli scolastici, tuttavia, a differenza dei moderni economisti, non erano
particolarmente interessati all’analisi della formazione dei prezzi
ed al ruolo svolto da questi ultimi nel meccanismo di allocazione di risorse
scarse da destinare per fini alternativi, piuttosto erano interessati
all’aspetto etico dei prezzi, ricorrendo, dunque, a categorie quali
l’equità e la giustizia. Di qui il riferimento alla nozione
di “giusto prezzo”. Intorno a tale nozione gli storici del
pensiero si sono notevolmente divisi, anche perché la sua formulazione
appare suscettibile di una pluralità d’interpretazioni. Per
alcuni il giusto prezzo era dato dal costo del lavoro, mentre per altri
si sarebbe dovuto ricondurre alla nozione di utilità e per altri
ancora al costo totale di produzione. Di conseguenza, la nozione di giusto
prezzo viene interpretata, alternativamente, come antesignana della ricardiana
e marxiana teoria del valore-lavoro, come anticipatrice dell’approccio
in termini di utilità marginale oppure come ispiratrice dell’approccio
in base al quale i mercati concorrenziali garantiscono sempre il raggiungimento
di un punto d’equilibrio il quale individua l’ammontare del
prezzo giusto. Su un punto, ad ogni modo, gli storici sono d’accordo,
che per gli scolastici il prezzo giusto era il prezzo prevalente di mercato.
A tal proposito è interessante leggere un brano di Luis de Molina,
un tardoscolastico della Scuola di Salamanca, il quale, sul tema del giusto
prezzo, ci ha lasciato, forse, la migliore sintesi della teoria scolastica
spagnola: “In primo luogo, bisognerebbe osservare che un prezzo
viene considerato giusto o ingiusto non per la natura delle cose in sé
– ciò ci condurrebbe valutarle secondo la loro nobiltà
o perfezione – ma in base alla loro capacità di essere utili
per l’uomo. Essendo questo l’aspetto per cui vengono apprezzate
dagli uomini, esse hanno quindi un prezzo nel mercato e negli scambi.
Inoltre, questo è il fine per cui Dio ha dato le cose all’uomo,
e con lo stesso fine gli esseri umani hanno diviso tra loro il dominio
di tutte le cose, sebbene esse al momento della creazione appartenessero
a tutti. Ciò che si è appena detto spiega perché
i ratti, che secondo natura sono più nobili del grano, non vengono
valutati o apprezzato dagli uomini. La ragione è che essi non sono
di alcuna utilità. Questo spiega anche perché una casa può
essere giustamente venduta a un prezzo più alto di un cavallo o
anche di uno schiavo, sebbene il cavallo e lo schiavo siano, di natura
più nobili della casa”[13]. Confrontiamo adesso il brano
appena citato con un estratto di Carl Menger, uno dei padri del marginalismo,
nel quale l’autore austriaco formula lo propria teoria del valore:
“Il valore non è quindi nulla di insito nei beni, non è
una loro proprietà, ma unicamente quella importanza che noi annettiamo
anzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra
esistenza e al nostro benessere, e che poi trasferiamo sui beni economici,
quali cause esclusive di quella importanza”[14]. A questo punto si colgono le
ragioni della nostra enfasi sull’importanza della riflessione scolastica
nell’ambito della scienza economica ed anche della nostra affermazione
sulla sorprendente originalità di certe intuizioni di alcuni suoi
interpreti che per molti aspetti appaiono oggi più moderni dei
loro eredi classici ed antesignani di alcuni argomenti ripresi ed affrontati
in modo analitico dai marginalisti.
2.2 La sintesi classica
Con Smith, dunque, si ritiene sia nata la scienza economica, intendendo
per essa una disciplina nuova non in quanto all’oggetto –
i fenomeni economici avevano da sempre attratto i filosofi e i letterati
-, ma in relazione al metodo che ad un certo punto della storia alcuni
pensatori cominciarono ad adottare. Mentre nel passato i fenomeni economici
erano studiati a partire dal giudizio di natura etica: un fenomeno è
giusto, onesto, in definitiva morale, se presenta determinate caratteristiche;
con la sintesi classica, gli stessi fenomeni: il commercio, la produzione,
il valore, i prezzi, la ricchezza, diventano le manifestazioni di un ordine
naturale le cui leggi vanno scoperte, analizzate e formalizzate mediante
appositi teoremi. Gli scolastici, i fisiocratici e i mercantilisti avevano
avuto il merito di individuare le tematiche oggetto della riflessione
economica, ma si erano arrestati di fronte alle difficoltà di carattere
analitico e le loro deduzioni finivano per essere funzionali all’oggetto
di altri ordini: quello morale nel caso degli scolastici, quello politico
nel caso dei fisiocratici e dei mercantilisti. Non che i classici non
fossero interessati alle vicende politiche dell’epoca, tutt’altro,
ma in loro era più forte il desiderio di fare della riflessione
economica una scienza dell’ordine naturale, al pari della matematica
o della biologia, ed in tal modo contribuire anche alla soluzione di alcune
scabrose discussioni politiche. È il caso di David Ricardo, probabilmente
il pensatore più lucido, freddo, formale, ai limiti dell’asettico,
della dottrina classica, ma nel contempo profondamente coinvolto nella
vita politica inglese ed impegnato nelle controversie dell’epoca[15].
Con Smith e Ricardo nella scienza economica vengono introdotti un buon
numero di strumenti analitici che entreranno a far parte dell’armamentario
dell’economista di professione come lo conosciamo oggi. Essi furono
ripresi da Marx nella metà del diciannovesimo secolo e rielaborati
in una nuova sintesi che andrà nella direzione opposta rispetto
alla sintesi neoclassica. Mentre nel caso dei neoclassici gli strumenti
analitici di Smith, ma soprattutto di Ricardo, servirono a dimostrare
l’inconsistenza della teoria del valore-lavoro – riscoprendo
in un certo senso la riflessione sul giusto prezzo di una parte della
scolastica e tardascolastica -, nel caso di Marx gli stessi strumenti
analitici, fusi con un impianto filosofico ispirato al materialismo storico
e alla dialettica egheliana, servirono a porre l’accento sull’inevitabile
ed inarrestabile processo di distruzione del capitalismo a causa delle
proprie contraddizioni interne[16].
Il passaggio decisivo dalla riflessione antica, pensiamo a Senofonte[17], all’elaborazione analitica
classica è contraddistinto dal carattere “politico”
che la nuova scienza viene ad assumere: non si tratta più dell’“economia
domestica”, ovvero delle leggi che regolano il governo della vita
familiare, bensì delle leggi che sottendono l’organizzazione
della vita nazionale e che ne consentono lo sviluppo. In questo caso la
genesi della scienza economica, come scienza autonoma dalla filosofia,
incontra l’istanza dello sviluppo economico sul terreno dell’universalismo,
piuttosto che su quello del protezionismo statale: l’economia senza
frontiere che oggi sperimentiamo è il frutto di un lungo processo
storico le cui origini sono rintracciabili nella notte dei tempi, ma le
sue tappe sono individuabili nel progressivo aprirsi dei mercati, complice
anche una comune identità religiosa e culturale, ispirata dal cristianesimo,
dunque, votata ad essere universale, globale. Una consapevolezza che nasce
dalla tradizione cristiana maturata lungo tutto il Medioevo e che esalta
le dimensioni della libertà, della dignità della persona
umana e della pace come condizioni essenziali per la crescita economica
ed individua nello scambio delle merci lo strumento mediante il quale
tale sviluppo si storicizza ed assume le forme della civiltà occidentale:
“pace e commercio” era il motto del porto di Amsterdam.
Se l’indagine sulla ricchezza delle nazioni ha rappresentato
il filo d’oro che ha unito i vari esponenti della prima generazione
di economisti, non v’è dubbio che l’elaborazione dello
strumento più adatto alla sua misurazione ha rappresentato l’elemento
di maggiore divisione rispetto alla generazione successiva. Tuttavia,
benché in termini non del tutto coerenti, tale strumento evidenzia
in modo lampante il carattere umanistico della nascente scienza. Ci riferiamo
alla “teoria del valore”, nella sua particolare versione della
“teoria del valore-lavoro”. Tale teoria, già presente
in Smith, il quale l’associa ad un modello di produzione primitivo[18]
– precedente alla fase di accumulazione del capitale -, e particolarmente
utilizzata da Ricardo[19], diventa dogma e fonte di un complesso sistema
dottrinale che assumerà un carattere ideologico nel pensiero di
Karl Marx[20].
2.3. La svolta nella teoria del valore
Abbiamo detto poc'anzi che per il Passerin d’Entrèves la
scienza economica non si occupa di valore in termini sostanziali ed assoluti,
bensì formali e relativi e a tal proposito considera preferibile
l’uso della nozione prezzo, in quanto più adeguata
a rappresentare una relazione funzionale tra variabili indipendenti e
dipendenti, rispetto a quella più impegnativa di valore.
In tema di valore, generalmente, gli economisti per dar vita a modelli
il più possibile astratti, fanno uso delle preferenze soggettive
e tendono a trascurare qualsiasi valutazione delle stesse in termini oggettivi.
Potremmo affermare che la scienza economica è interessata, in ultima
analisi, esclusivamente alla manifestazione astratta, in termini formali,
delle preferenze soggettive che emergono dal processo di mercato. In termini
storici tale posizione, all'interno della scienza economica, è
emersa nella seconda metà del XIX secolo ed è nota come
la “rivoluzione marginalista”.
Alla base di tale rivoluzione che ha consentito il definitivo passaggio
dalla teoria del valore-lavoro, che caratterizzò gli anni
della sintesi classica, alla teoria dei valori soggettivi, troviamo
una svolta gnoseologica che riguarda non solo la scienza economica, ma
tutto l'insieme delle scienze sociali[21].
Il problema gnoseologico sollevato dai marginalisti è espresso
dal seguente brano di Carl Menger: «Quanto più cooperano,
nel processo di produzione dei beni, elementi a noi ignoti, o dei quali,
dato che li conosciamo non possiamo disporre, cioè, quanto più
numerosi sono fra questi elementi quelli che non posseggono la qualità
di beni, tanto maggiore è la nostra incertezza intorno alla quantità
e qualità del prodotto di tutto il processo […] Questa incertezza
è uno dei momenti più essenziali dell'incertezza economica
degli uomini»[22]. Ne consegue che il problema della valutazione dei beni è
in stretta relazione con l'importanza che tali beni acquistano per noi:
«Il valore non è quindi nulla di insito nei beni, non è
una loro proprietà, ma unicamente quella importanza che noi annettiamo
anzitutto alla soddisfazione dei nostri bisogni, cioè alla nostra
esistenza e al nostro benessere, e che poi trasferiamo sui beni economici,
quali cause esclusive di quella importanza»[23]. Pertanto, il valore, piuttosto che essere
ricercato nel bene stesso (valore intrinseco), è qualcosa di indipendente
che non può sussistere "indipendentemente dalla coscienza
degli uomini" (valore estrinseco). In tal senso, da Menger in poi,
la scienza economica ha smesso di identificare il valore economico dei
beni con le mere parti fisiche che li compongono, ma con il fatto che
qualcuno attribuisca a quei beni un certo significato; scriveva a tal
proposito Hayek: «I soldi sono soldi, una parola è una parola,
un cosmetico è un cosmetico, se e nella misura in cui qualcuno
ritenga che essi lo siano»[24].
Non c'è dubbio che il definitivo passaggio dalla teoria del valore-lavoro
alla teoria dei valori soggettivi stia alla base di una rivoluzione paradigmatica
e che quest’ultima abbia rappresentato un mutamento decisivo nel
modo di procedere della teoria economica: «con maggiore approssimazione
[…] riprendendo un filone analitico, quello che considera il valore
in termini soggettivi, fecero riemergere la teoria del valore-utilità,
che […] verrà più tardi perfezionata dagli esponenti
della scuola marginalista»[25]. A partire dall'affermazione
in ordine al problema gnoseologico, intorno al quale si assiste alla ripresa
del tema del valore associato all’utilità soggettiva, piuttosto
che al valore-lavoro o all’equivoca espressione relativa al costo
di produzione, si è frantumato anche il dogma dell'utilità
totale e si è cominciato a riflettere in termini di utilità
marginale decrescente, in base alla quale all'aumentare del consumo di
un bene, benché l'utilità totale aumenti, l'utilità
marginale del bene diminuisce, il che ha consentito la predisposizione
di modelli più adeguati a raffigurare in modo formale i processi
di mercato (curva di domanda e di offerta), inaugurando una nuova fase
della storia del pensiero economico conosciuta come la sintesi neoclassica.
2.4. Il mainstream
Un altro autore che ebbe modo di criticare la pretesa edonistica, in
quanto ipotesi fondante la scienza economica è stato Rothbard.
Per l’economista neoaustriaco l’innegabile convergenza tra
scienza economica ed etica utilitarista, piuttosto che essere dettata
da ragioni di ordine teoretico, è il risultato di una “disgraziata”
coincidenza storica. Scrive il Rothbard: «L’economia si è
imposta solo nel diciannovesimo secolo e, pertanto, questo sviluppo ha
disgraziatamente coinciso con l’affermarsi dell’utilitarismo
nella filosofia. La filosofia degli economisti, di conseguenza, che fosse
il laissez-faire del diciannovesimo secolo o lo statalismo del
ventesimo, si è quasi invariabilmente fondata sulla filosofia sociale
utilitaristica. Ancora oggi, l’economia politica abbonda di discussioni
su come equilibrare i “costi sociali” e i “benefici
sociali” nel corso delle decisioni di politica pubblica»[26].
La riflessione del Rothbard appare particolarmente interessante, in quanto
ci aiuta a comprendere il modo in cui sia emersa in dottrina la sintesi
neoclassica ed il modo in cui essa abbia assunto il carattere egemone.
È opinione diffusa presso i critici del cosiddetto mainstream
che l’analisi neoclassica dei mercati abbia rappresentato sostanzialmente
la base per la teoria socialista, in forza della quale attraverso la pianificazione
centrale è possibile simulare i vantaggi dei mercati in termini
di efficienza. Intorno a tale questione, nel corso degli anni Venti, si
sviluppò un vivace dibattito che coinvolse da un lato i sostenitori
della tesi secondo la quale sarebbe possibile una pianificazione razionale
in assenza della guida rappresentata dai prezzi di mercato delle risorse[27]
e dall'altro coloro che, negando la possibilità di elaborare una
coerente teoria dei prezzi in assenza di libero scambio, ritenevano che
nel socialismo non si potesse adottare il metodo del calcolo economico:
è possibile intraprendere una produzione di tipo socialista, ma
i pianificatori non possono garantire che la quantità e la qualità
dei beni e servizi prodotti rappresentino quelle più desiderate[28]. Nel commentare tale
controversia, Kirzner fa notare come, sebbene possa apparire paradossale,
tanto i sostenitori del mercato sul versante del mainstream quanto
i suoi detrattori e fautori della pianificazione centrale identificano
la teoria economica neoclassica con “il baluardo intellettuale del
sistema capitalistico”. A titolo esplicativo, citiamo l'aforisma
di Abba P. Lerner per il quale: “il marxismo è l’economia
del sistema capitalistico; la teoria dei prezzi neoclassica è l’economia
del sistema socialista”[29].
La dottrina neoclassica, il cosiddetto mainstream,che emergerà
come pensiero ortodosso nelle prime decadi del XX secolo è caratterizzata
da un approccio estremamente formale ed astratto, dominato da un'idea
di razionalità che chiameremo self-rationality. In tal senso,
per razionalità in economia s'intende l’inclinazione degli
uomini ad agire in modo da ottimizzare la propria funzione di utilità,
espressa dalla capacità che ha un bene di soddisfare i bisogni.
Ciò, naturalmente, implica che la nozione di razionalità
economica non potrà prescindere dalla considerazione che viviamo
in un mondo di risorse scarse e, di conseguenza, dalla conoscenza dei
mezzi a nostra disposizione. Ottimizzare l'allocazione delle risorse scarse
fra usi alternativi diventa, allora, la principale attività della
scienza economica. L'interpretazione neoclassica della nozione di razionalità
ha inteso offrire un principio la cui validità presenta caratteristiche
di universalità. Ecco come il Robbins esprime tale universalità:
«Sul lato analitico l'economia dimostra di essere una serie di deduzioni
del concetto fondamentale di scarsità di tempo e di materiali.
[…]. Qui, allora, è l'unità dell'oggetto della scienza
economica, le forme assunte dal comportamento umano nel disporre di mezzi
scarsi»[30].
L'impostazione di Robbins, più volte richiamata dal Passerin d’Entrèves,
nel tempo si è rafforzata e si è estesa fino a culminare
con l'affermazione del Samuelson, secondo il quale il fulcro di ogni problema
economico è riducibile ad “una funzione matematica da massimizzare
sotto vincoli”. In questa prospettiva, la Scuola marginalista, ed
in particolar modo la componente ortodossa neoclassica, elaborò
una speciale versione della filosofia utilitaristica, quella per cui il
comportamento umano si riduce esclusivamente al calcolo razionale teso
alla massimizzazione dell'utilità[31]. In definitiva, ciò significa
per il produttore produrre nel modo meno costoso, per il venditore vendere
nel modo più redditizio, per l'acquirente acquistare al minor prezzo
possibile. In economia le preferenze personali rappresentano il parametro
in base al quale ciascun individuo opera le proprie scelte: un'azione
sarà tanto razionale quanto gli obiettivi individuali saranno raggiunti
col minor dispiego di energie: agisco così, perché ho
ragione di credere che tale azione produrrà un risultato positivo
(o meno svantaggioso) per me.
Tale sorta di self-rationality, che caratterizza in modo sostanziale
il "fantoccio" che abbiamo chiamato homo oeconomicus,
e che lo stesso Passerin d'Entrèves individua come fondamento dell'ipotesi
edonistica sulla quale si reggerebbe l'intera scienza economica, appare
più una caricatura che una realistica raffigurazione di come agisce
la persona. Tuttavia, è necessario rilevare che quando sosteniamo
che l'archetipo dell'homo oeconomicus non sembra fotografare al
meglio la realtà personale e alla lunga si mostra incapace di comprendere
anche quelle dinamiche per le quali si suppone esso sia il più
adatto[32],
non intendiamo negare la sua valenza di schema logico cui confrontare
gli squilibri e le incongruenze del mondo reale, e, in particolare, riconosciamo
al suddetto archetipo un non indifferente valore euristico.
Dunque, il limite dell'analisi neoclassica, per quanto concerne l'indagine
sulle relazioni tra etica ed economia, risiede nell'adozione di un archetipo
antropologico nei confronti del quale la riflessione etica finisce o per
ammette la propria inconciliabile distanza rispetto alla riflessione economica,
rinunciando di conseguenza a dialogare non solo con l’economia,
ma con tutte le forme di sapere che adottino uno statuto epistemologico
incentrato sulla prova reiterata e l’osservazione delle conseguenze
che confermano o falsificano gli enunciati iniziali, oppure rischia di
piegare concetti ritenuti generalmente patrimonio dell'etica, quali la
fiducia, la felicità e la correttezza, convertendoli,
in termini utilitaristici, nelle nozioni care alla business ethics.
Soggetto dell’azione nel modello neoclassico non è la persona
“agente”: colui che agisce, bensì colui che sceglie
tra opzioni alternative date che non ha contribuito a porre in essere.
Una simile scelta, afferma l’economista spagnolo Rubio de Urquía,
non è un’azione, bensì una parte del processo di un’azione,
giacché agire significa ordinare l’uso dei mezzi in vista
di un futuro soggettivo[33]. La ragione di ciò è
che il modello neoclassico non prevede l’esistenza di un soggetto
che presenti un carattere progettuale, dunque è incapace di porre
in essere piani. Inoltre, per risolvere il problema di ottimizzazione
distributiva sono necessarie tre condizioni. In primo luogo, il valore
dei mezzi e dei fini deve essere espresso in termini di generale equivalenza,
escludendo di conseguenza tutti quei rapporti tra mezzi e fini irriducibili
al calcolo delle equivalenze, come ad esempio le dimensioni del puro dono
e della reciprocità per le quali la componente simbolica-affettiva
riveste una particolare rilevanza; in secondo luogo, l’ottimizzazione
del processo distributivo richiede una conoscenza perfetta delle condizioni
del mercato, e la perfezione non è mai data all’uomo; in
terzo luogo, la struttura dei fini e dei mezzi consente la costruzione
di piani alternativi soltanto nel caso in cui quest’ultimi siano
totalmente flessibili sia da un punto di vista esterno – esiste
una perfetta comprensione delle condizioni di mercato – sia da un
punto di vista interno: coerenza e prevedibilità della soggettività
dell’agente economico[34]. Giunti a questo punto possiamo sintetizzare tale posizione
con le parole di Garcia-Brazales, secondo il quale la concezione antropologica
neoclassica, a differenza di quella austriaca, di seguito esposta, è
estremamente angusta e del tutto estranea alla natura umana: «l’agente
neoclassico non consente di pensare ai modelli del comportamento umano
come a processi di autoconoscenza o schemi di conoscenza prevedibile,
essenziali ai fini del perseguimento di un orizzonte progettuale. Infatti,
gli esseri umani progettano il proprio futuro e non reagiscono meramente
a degli stimoli. Gli esseri umani non sono meri esseri che optano»[35].
2.5. La Scuola austriaca
Un’aspra critica alla pretesa edonistica di cui ci parla il Passerin
d'Entrèves, e più in generale al carattere deontologico,
ovvero normativo, della scienza economica, viene dagli autori della cosiddetta
Scuola austriaca di economia, della quale il già citato Rothbard
è stato un eminente epigono. Su tale versante, noto anche come
quello della prasseologia che ebbe in Ludwig von Mises un padre indiscusso,
rileviamo che l’opera del professionista della scienza economica
è tesa a fondare una scienza pura dell’economia a partire
da una prasseologia rigidamente aprioristica: gli enunciati fondamentali
della scienza economica non sono il prodotto dell’osservazione empirica,
bensì indicano delle necessità essenziali inerenti alle
cose stesse ed indipendenti dagli sviluppi empirici. Scrive Mises: «La
prasseologia è una scienza teoretica e sistematica e non una scienza
storica. Suo ambito è l'azione umana come tale, indipendentemente
da ogni circostanza individuale, accidentale e d'ambiente degli atti concreti.
La sua conoscenza è puramente formale e generale senza riferimento
al contenuto materiale e alle configurazioni particolari del caso concreto.
Essa tende a una conoscenza valida per tutti i casi in cui le condizioni
corrispondono esattamente a quelle indicate nelle sue assunzioni e inferenze.
I suoi enunciati e le sue proposizioni non sono derivati dall'esperienza.
Sono degli a priori come quelli della logica e della matematica»[36].
In tal senso, i pensatori della scuola austriaca, e Mises in particolare,
sostengono che le leggi della scienza economica sono regole generali dell'agire
razionale e del tutto indifferenti ai comportamenti umani. In tal modo,
essi hanno contribuito alla elaborazione di una scienza pura dell'economia,
il cui unico compito è di formulare a priori le regole dell'azione
umana che l'uomo egoista adotterà per perseguire fini egoistici
e l'altruista per perseguire fini altruistici. Scrive ancora Mises: «La
prasseologia è indifferente agli scopi ultimi dell'azione. Le sue
conclusioni sono valide per ogni specie di azione indipendentemente dai
fini perseguiti. Essa è una scienza dei mezzi, non dei fini»[37].
In termini economici ciò significa che, ceteris paribus,
ove esistesse un prezzo diverso per merci della stessa qualità,
esisterebbe una evidenza a priori che quella a minor prezzo conquisterà
il mercato. Resta vero, tuttavia, che, qualora non si verificasse la parità
di quelle che abbiamo chiamato altre condizioni, il risultato empirico
potrebbe non verificarsi del tutto o non verificarsi affatto. In tal caso,
non dobbiamo pensare che la legge economica sia falsa, bensì che
quest'ultima, pur mantenendo intatta la sua validità, non produce
effetti, in quanto rimangono latenti finché gli elementi che ne
impediscono la manifestazione non verranno eliminati. Nell'ambito delle
scienze umane, tale approccio metodologico a priori, fortemente influenzato
dall'apriorismo aristotelico, ci consente di tornare al soggetto umano
come centro dinamico e luogo d'incontro della sua esteriorità ed
interiorità, consentendo la conoscenza delle strutture dell'azione.
Un ulteriore pilastro teorico sul quale poggia tale scuola è dato
dall’individualismo metodologico. In base a tale interpretazione
dei fenomeni politici, economici e culturali, le istituzioni sociali sono
giudicate come il risultato inintenzionale di azioni intenzionali, poste
in essere da soggetti - individui - che si prefiggono lo scopo di fuoriuscire
da uno stato d’insoddisfazione, utilizzando gli strumenti a disposizione,
nell’umana condizione di limitatezza e fallibilità[38].
Scrive a tal proposito Carl Menger: «tutti questi istituti sociali
[il diritto, lo Stato, il mercato, le città, il linguaggio, la
religione] sono, nelle loro varie forme fenomeniche e nelle loro incessanti
mutazioni, in non piccola parte il prodotto spontaneo dell’evoluzione
sociale; i prezzi dei beni, il saggio dell’interesse, la rendita
fondiaria, i salari e mille fenomeni della vita sociale e dell’economia
in particolare mostrano esattamente la stessa peculiarità»[39].
Ed ancora Mises: «È il significato che gli individui agenti
e tutti coloro che sono toccati dalla loro azione attribuiscono a un'azione
che ne determina il carattere. È il significato che caratterizza
un'azione come azione individuale e un'altra azione come azione dello
stato o della municipalità. Il boia, e non lo stato, giustizia
il criminale. È la riflessione degli interessati che discerne nell'azione
del boia un'azione dello stato»[40]. Con ciò gli interpreti
dell'individualismo metodologico di matrice austriaca intendono affermare
che il mercato, sebbene sia un ordine spontaneo, non è un dato
naturale, bensì un prodotto dell’agire umano; anche se un
prodotto molto complesso. Il mercato, dunque, a partire dall’approccio
adottato dai sostenitori dell'individualismo metodologico di matrice austriaca,
che lo interpretano essenzialmente come un processo nel quale gli interlocutori
si scambiano le informazioni affinché nel tempo si possano effettuare
intenzionalmente le opportune transazioni, si presenta come il frutto
non intenzionale di azioni poste in essere da persone capaci di riflessione
e di scelta, che in forza della loro autonomia e libertà, possono
agire avendo come obiettivo la soluzione di uno stato d’insoddisfazione.
In definitiva, il mercato, in ambito economico, al pari della democrazia
in ambito politico, appare come il legato più prezioso che la civiltà
occidentale (greca, romana e cristiana) ci ha lasciato in eredità[41].
L’aver posto il problema dell’azione umana a fondamento del
processo economico e della conoscenza delle sue strutture, ci consente
di riconoscere i meriti di un metodo d’indagine che spesso è
stato relegato nella sfera del bieco utilitarismo ed egoismo politico-sociale[42], negligendo che il contrario di individualismo, in ambito
metodologico, non è altruismo, bensì olismo,
e che l’individualismo metodologico non nega l’esistenza di
gruppi sociali, quanto piuttosto ritiene che affinché essi e le
loro attività siano coerentemente conoscibili, il metodo più
adatto dovrebbe tener conto delle intenzioni e dei piani individuali,
anziché rifugiarsi nella reificazione di concetti collettivi la
cui manifestazione è l’esito di un processo mai del tutto
intelligibile alla mente umana[43]. In definitiva, l'individualismo
metodologico, a differenza del metodo marxista, ed in una certa misura
anche di quello keynesiano, dove l'oggetto dell'attività economica
è l'aggregato[44], ha avuto il merito e
l'originalità di porre il soggetto dell'azione al centro dell'indagine;
potremmo dire, riducendo l'azione stessa al suo soggetto, ossia la persona
agente, un soggetto libero, creativo, responsabile e relazionale.
3. L’economia civile
Simili considerazioni sulla riflessione del Passerin d’Entrèves
in ordine alla pretesa edonistica che caratterizzerebbe la scienza economica,
ci spingono a riflettere su una dimensione centrale dell’odierno
dibattito tra etica ed economia. Ovvero, per essere più precisi,
evitando ciò che potrebbe apparire come un improprio dualismo o
una reciproca pretesa subordinazione, intendiamo approfondire i contenuti
che emergono dalla riflessione sulla scienza economica, in quanto scienza
umana, ed il modo in cui essa si relaziona con il naturale dinamismo della
persona umana nel dar vita a forme di società civile. Innanzitutto,
è bene precisare che tale dinamismo si esprime mediante una sfera
di raggruppamenti sociali – l’impresa economica rappresenta
uno di questi raggruppamenti - all’interno della quale opera una
ben distinta “cultura civica” che la pone in posizione di
critica nei confronti dell’esercizio del potere politico[45].
D’altronde, la stessa posizione del Passerin d’Entrèves
ci ammonisce dall’accontentarci del rapporto di subordinazione dell’economia
all’etica e ci invita ad una cristallina opera di “chiarificazione
metodologica” e – per usare le sue parole – “restaurazione
morale” nel rapporto tra etica ed economia. Ecco come si esprime
il filosofo valdostano: «[…] la tesi della subordinazione
dell’economia all’etica, così come l’abbiamo
vista pur di recente riaffermata con grande calore e convinzione, provi
ad un tempo troppo e troppo poco. Troppo, perché di una subordinazione
della scienza economica come scienza alle esigenze della morale, non mi
sembra si possa parlare senza equivoco […]. Troppo poco, perché
nessun dubbio può sussistere circa l’assoluto primato dei
valori morali, e il problema essenziale, che è determinare il come
e il perché della valutazione economica rispetto alla valutazione
morale […] è lasciato d’altra parte insoluto»[46].
Il problema di fronte al quale ci troviamo è enorme; la soluzione
non è a portata di mano, o comunque non lo è nelle mani
di scrive. Per cogliere il senso di simile approccio, proponiamo la riflessione
sul modo in cui alcuni autori del passato hanno tentato di presentare
il problema in questione, a partire dall’osservazione della pratica
economica. Consapevoli, nondimeno, di operare un non indifferente salto
logico, passando dall’economia come scienza all’arte dell’economia.
Tale salto logico, ad ogni modo, non pretende di fondare la derivabilità
logica delle asserzioni prescrittive (imperative) da asserzioni
descrittive (indicative), contravvenendo alla già citata
legge di Hume[47]. Al contrario, ricorriamo
all’arte dell’economia, in quanto riteniamo che ci possa aiutare
a riconsiderare alcune categorie classiche della scienza economica e riconciliarle
con l’agire umano, strappandole – rispettivamente - ad una
prospettiva meccanicistica nella quale l’uomo è ridotto a
mero automa che reagisce in modo prevedibile agli impulsi esterni e alla
concezione moralistica in forza della quale categorie quali l’impresa,
il mercato ed il profitto sarebbero irrimediabilmente inconciliabili con
l’etica. Chiameremo il complesso di esperienze, abilità e
principi che caratterizzarono gli albori dell’economia moderna con
l’espressione economia civile.
3.1. Profilo storico
Di grande interesse ai fini di una più acuta comprensione di ciò
che intendiamo per economia civile, risulta il riferimento al filone storiografico
rappresentato da autori quali Oscar Nuccio[48], Oreste Bazzichi[49] ed Alejandro Chafuen[50] (ma come non ricordare a tal proposito l’opera
dello Schumpeter e del De Roover[51])
che hanno sottolineato il nesso tra società civile e sistema economico,
evidenziando come il collegamento tra competizione e società civile
non sia stata una degenerazione della cultura occidentale post-fordista,
quanto un elemento imprescindibile della tradizione e della cultura romano-cristiana[52].
Tale cultura affonda le proprie radici nel pensiero medioevale, basti
pensare a Matteo Palmieri al quale dobbiamo il saggio Della vita civile
(1430-1440); Leonardo Bruni (Cancelliere della Repubblica fiorentina),
San Antonino da Firenze (Vescovo di Firenze); San Bernardino da Siena,
predicatore francescano al quale dobbiamo una ponderosa opera omiletica
nella quale troviamo numerosi spunti di natura economica[53]. Proprio San Bernardino,
nelle sue Prediche volgari, sviluppò, nell’ambito
della legge morale, la distinzione tra regole morali reputazionali
– in virtù delle quali chi compie un’azione è
consapevole che se trasgredisce certe regole incorrerà a sanzioni
personali – e regole morali interne che non rispondono ad
un criterio di opportunità; ovvero alla pretesa edonistica dalla
quale eravamo partiti commentando il Passerin d’Entrèves.
Il soggetto che agisce in questo caso è consapevole del fatto che
non otterrà alcun vantaggio diretto dall’osservanza di quelle
regole, ma si comporta così perché è mosso da un
vincolo di natura interiore. Tali due categorie fotografano in modo inequivocabile
la realtà nella quale operano le società fondate sulla libera
economia di mercato. Quest’ultima per svolgere in modo autentico
la funzione di creazione e distribuzione delle risorse, contribuendo in
tal modo al processo di civilizzazione e di crescita culturale, è
necessario che da un lato si doti di un chiaro, certo e giusto sistema
di leggi, affiancato da un’organizzazione della giustizia e degli
incentivi informati al principio della norma reputazionale. Dall’altro,
è necessario che essa operi nell’ambito della struttura motivazionale,
ovvero, promovendo una base di valori condivisi il cui rispetto consente
di minimizzare i rischi derivanti da comportamenti puramente opportunistici
ed egoistici: free-riding, shirking. Secondo la nostra prospettiva,
allora, sulla scia degli autori poc’anzi citati, la libera economia
di mercato sarà un’autentica forza di civilizzazione nella
misura si mostrerà capace di sostenere e promuovere i due pilastri
dell’economia di mercato che potremmo sintetizzare con le espressioni
“scambio degli equivalenti” e “scambio gratuito”.
Tali pilastri non rappresentano i due poli di due distinti modi di far
economia, bensì la sintesi dell’autentico agire economico,
in assenza del quale sarebbe a rischio l’esistenza stessa di un
libero sistema imprenditoriale.
Altri autori che rappresentano un indispensabile punto di riferimento
per l’elaborazione di un’economia civile sono gli interpreti
dell’illuminismo italiano, e ci riferiamo in particolar modo al
Romagnosi e al Genovesi. Benché non si possa parlare di illuminismo
italiano come un fenomeno compatto ed unitario, poiché ciascun
autore presenta elementi di originalità ed autonomia del tutto
propri, ai fini della nostra discussione, tanto gli autori della Scuola
lombarda (Cesare Beccarla, Pietro Verri, Gian Domenico Romagnosi), quanto
quelli della scuola napoletana (Paolo Doria, Ferdinando Galiani, Antonio
Genovesi) sottolinearono la dimensione essenzialmente relazionale della
persona umana, dalla quale emerge un archetipo antropologico la cui dinamica
economica, piuttosto che essere segnata esclusivamente dalla scarsità
delle risorse naturali, appare caratterizzata da un altro tipo di scarsità:
quella dei rapporti interpersonali. Come ci fa notare lo Zamagni, sulla
scia del Palmieri, il quale nel sua Della vita civile affermava
che “fra tutti gli esseri l’uomo è il più utile
all’uomo”, e del Vico, il quale, formulando la prima legge
sull’evoluzione della società, dichiarava che l’inizio
della decadenza coincide con la perdita da parte dell’uomo della
motivazione di legare la propria vita a quella degli altri, il Romagnosi
scriveva: «L’economia politica in generale significar dovrebbe
l’ordine delle civili società […] l’indefinita
brama individuale di arricchire viene ottemperata, senza essere affievolita,
dall’azione incessante della società civile ben costruita;
di modo che se da una parte vediamo l’egoismo e l’intemperanza
individuale indefiniti, dall’altra vediamo pure la partecipazione
e l’equità sociale»[54].
Accanto al Romagnosi, troviamo un altro interprete dell’illuminismo
italiano, il napoletano Genovesi. Proprio a lui riconosciamo il merito
di aver evidenziato che il comportamento economico è mosso simultaneamente
da disposizioni d’animo, rappresentate da motivazioni ideali, e
da incentivi materiali. Una società che voglia dirsi autenticamente
civile non dovrebbe istituzionalmente favorire i comportamenti basati
sui secondi, deprimendo le prime: «proprio perché quelle
ideali sono motivazioni la cui gratificazione è altrettanto legittima
di quella delle motivazioni materiali, una società che vuol dirsi
civile non deve a priori scoraggiare la crescita delle prime a
esclusivo vantaggio delle seconde»[55].
3.2. Il mercato
Il mercato, nella prospettiva dell’economia civile, lungi
dallo scomparire o dall’essere demonizzato, è interpretato
come processo dinamico di reciproca conoscenza, un processo catallatico[56]
– ossia il processo mediante il quale da nemico si diventa amico
e da estraneo si diventa parte di una comunità – rappresentato
dall’insieme delle relazioni tra soggetti liberi e responsabili,
e non uno spazio da occupare, un luogo da conquistare. In definitiva,
un gioco a somma zero, in virtù del quale al successo economico
di a corrisponderebbe il fallimento di b, una sorta di spartizione della
torta in fette, ove se qualcuno possiede è perché qualcun
altro ha rinunciato oppure gli è stato estorto. Sulla base di tale
analisi, apparirebbe legittimo il giudizio di condanna morale nei confronti
del mercato, inteso come una giungla nella quale vincono sempre i più
forti, i più furbi e i più spregiudicati. La tendenza a
pensare il mercato come uno spazio fisico, nel contesto di una dimensione
temporale astratta, nasce dalla volontà dei teorici dell'ortodossia
economica neoclassica di seguire i successi avuti nel campo della fisica
newtoniana, trasferendoli nell’ambito delle scienze sociali e trasformando
il discorso economico in una scienza che studia automi, piuttosto che
reali esseri umani. Il mercato, secondo quanto detto in ordine alla società
civile, è il processo di civilizzazione mediante il quale ciascuna
persona è consapevole di poter soddisfare i propri bisogni e desideri
solo a partire dal riconoscimento dei bisogni e dei desideri degli altri.
La dinamica tipica dei processi di mercato è lo scambio in condizione
di concorrenza. Invero, dobbiamo sottolineare che per impresa, in relazione
alla definizione che daremo in seguito, intendiamo un'unità produttiva
complessa che opera in un contesto di libera economia di mercato. Il senso
civile dell'"economia libera" o imprenditoriale, al centro della
quale opera l'impresa, affonda, innanzitutto, nella natura relazionale,
unica ed irriducibile dell’uomo e trova la sua prima giustificazione
nella sfera antropologica (libertà, creatività, responsabilità
e reciprocità) della persona umana[57].
La seconda motivazione riguarda la funzione epistemologica svolta dal
processo concorrenziale di mercato: il sistema dei prezzi rappresenta
il miglior strumento per l’allocazione di beni disponibili, guidando
le scelte individuali nella direzione più efficiente[58]. L'economista neo-austriaco
Israel Kirzner ha offerto un sostanziale contributo al chiarimento delle
nozioni di concorrenza ed imprenditorialità. Egli sostiene che
«La concorrenza tra i vari imprenditori li spingerà a offrirsi
di acquistare, da chi generalmente vende a basso prezzo, a un prezzo maggiore
di quanto questi venditori avessero ritenuto possibile; inoltre, gli imprenditori
tra di loro in concorrenza venderanno, a quegli acquirenti che in genere
acquistano a prezzo alto, a prezzi più bassi di quanto questi acquirenti
avessero ritenuto possibile»[59]. Il modello concorrenziale all’interno
del quale ci stiamo muovendo colloca l’azione imprenditoriale non
nell’equilibrio statico dei neoclassici - la misesiana “economia
perfettamente rotante” -, bensì nel processo di scoperta:
un equilibrio dinamico e mai raggiunto definitivamente[60],
il risultato di un continuo processo di approssimazione a nuovi bisogni,
mediante nuove possibilità per soddisfarli.
Un testo classico sulla rilevanza civile della concorrenza e del relativo
rischio individuale è dato dal seguente brano di Luigi Sturzo:
“Vexatio dat intellectum; l’uomo per comprendere, e
quindi operare, ha bisogno di una costrizione, sia spirituale che materiale,
il rischio contribuisce al benessere sia spirituale che materiale; il
rischio contribuisce alla costrizione, all’allenamento delle forze,
alla speculazione intellettiva, alla preparazione dei piani, al superamento
degli ostacoli; favorisce lo spirito di conquista”[61].
In un mondo complesso, segnato inevitabilmente dall'ignoranza, dalla
fallibilità e dal pluralismo delle intenzioni, il processo di mercato,
regolato da norme certe che tutelino i diritti di proprietà e la
trasparenza dei contratti[62], è, nello stesso
tempo, lo strumento più umile - giacché non contano il censo
o la casta - e più efficace - poiché fa leva sul limite
umano e, di conseguenza, sul bisogno reciproco - che ci consente di procedere
per tentativi ed errori nella direzione di un prudente e realistico processo
di sviluppo stabile, diffuso e duraturo. Per di più, il processo
di mercato ci mette in guardia contro un’insensata, utopistica ed
irresponsabile idea di progresso, incapace di tener conto dell'oggettiva
limitatezza della natura umana e, di conseguenza, ci pone al riparo dai
rischi derivanti dalla “presunzione fatale” del costruttivismo
e dell’ingegneria sociale[63]. La rilevanza etica e razionale della concorrenza
per l'attività imprenditoriale è ben sintetizzata dal seguente
brano di Marco Vitale: «Credo che l’uomo d’impresa,
in quanto tale, sia per definizione, per la natura del suo “mandato”
di uomo d’azione, alla guida di un organismo collettivo difettoso,
fragile, conflittuale e perfettibile, un organismo che può vivere
solo in una società pluralista ed aperta, un organismo che ha come
ragion d’essere, la necessità di coniugare continuamente
fermezza ed umiltà, in un eterno e rischioso processo di try
and correct»[64].
Sicché, se il processo di mercato ("[l'economia libera] inquadrata
in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà
umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa
libertà"[65]) nel quale opera l'impresa
è tutto ciò, esso diventa una dimensione nella quale gli
imprenditori (in un certo senso la comunità degli azionisti), i
dirigenti, i lavoratori, i consumatori, i fornitori, i sindacati, le istituzioni
bancarie, i funzionari pubblici e tutti i soggetti che interagiscono con
l'ente impresa possono esercitare in modo civilmente responsabile le virtù
indispensabili all’edificazione della società civile.
3.3. L’impresa economica
Intendiamo avviare la riflessione sul valore civile dell’impresa
economica, dalla constatazione che, se escludiamo la Scuola austriaca
di economia[66], Schumpeter[67] e nel passato alcuni grandi economisti italiani del XVIII e
del XIX secolo, oltre ad una ricca tradizione medioevale che tuttavia
non si espresse mai in termini rigorosamente scientifici, la teoria economica
ortodossa ha in gran parte trascurato il soggetto impresa. Tale complesso
dottrinale ha di fatto taciuto sullo scopo più immediato
dell’impresa che consiste nella soddisfazione del cliente, attraverso
il miglioramento continuo dei prodotti e dei processi produttivi, avendo
cura dell’edificazione di rapporti favorevoli, stabili e duraturi
con tutte le parti che la compongono: “È il cliente a determinare
cosa sia un’impresa. È il cliente da solo che, con la sua
disponibilità a pagare, per un bene o per un servizio, converte
le risorse economiche in ricchezza, le cose in beni”[68]. Non ha riflettuto a
sufficienza sulla natura dinamico-evolutiva dell’impresa
che consiste nel sottoporre a sistematica prova un'idea imprenditoriale[69],
sulla sua funzione di produttore di valore multidimensionale[70]. In definitiva, la stessa
dottrina economica ufficiale, sul versante dell'impresa, ha mostrato notevoli
limiti nel comprendere non solo i suoi problemi ed i suoi risultati in
termini di crescita del benessere materiale, ma ha ignorato anche l'insieme
di virtù necessarie affinché si sviluppasse una coerente
cultura d’impresa[71]. Al contrario, la teoria economica
tradizionale ha cercato di inserire l’impresa all’interno
di uno schema concettuale statico e meccanico, un luogo asettico, rigorosamente
privo di valori, illudendosi di poter misurare le relazioni economico-sociali,
prescindendo dall’elemento centrale: la persona[72],
riducendo il campo di ricerca ad un esame di laboratorio, e l’impresa
ad un semplice algoritmo che associa imput e output[73].
Le premesse concettuali di un simile approccio possono essere individuate
nel dogma della concorrenza perfetta[74], nel considerare il lungo periodo una somma
di tanti brevi periodi[75] ed infine nel ritenere
l’impresa una specie di “scatola nera tecnologica”[76] che combina in modo razionale
gli input acquistati sul mercato per dar vita ad un output
che verrà venduto sul mercato. Sulla base di tali premesse, afferma
l’economista Zamagni, la dottrina neoclassica ortodossa ha dato
vita ad un modello di concorrenza perfetta che esclude qualsiasi considerazione
sulle dinamiche e sulla vita dell’impresa[77].
A partire dal nostro approccio, invece, le imprese, giacché formate
da uomini, vivono e cadono a causa dei valori. È bene ricordare
che l’uomo d’impresa giunge al crocevia dello sviluppo
(rischio, sofferenza, incomprensione), portando con sé una
serie di doni (capitali): virtù, abilità, fantasia, intelligenza,
conoscenze tecnologiche e scientifiche e, non ultimo, il capitale finanziario.
Così, ad esempio, capire il modo in cui dalla fatica e dal sacrificio
quotidiano possiamo produrre maggior sviluppo, oltre ad essere il compito
principale dell’imprenditore e del dirigente, rappresenta un’attività
razionale il cui fondamento è di natura etica[78].
Concordiamo con l’opinione di chi, come Vitale, sostiene che sebbene
l’economia planetaria stia divenendo sempre più libera "economia
imprenditoriale", tutto ciò non porterà a risultati
positivi finché la cultura umanistica - soprattutto quella di ispirazione
cristiana - non darà una mano. A tal proposito, intendiamo offrire
una nozione d’impresa ed una d’imprenditorialità
che ci permettano di inquadrare l’agire economico nel più
generale dinamismo dell’agire umano, evitando di oscillare tra un
moralismo ottuso ed un razionalismo dogmatico, avendo assunto come archetipo
antropologico l’homo agens, piuttosto che l’idealtipo
dell’homo oeconomicus. Di conseguenza, l’imprenditorialitàci
appare come la capacità (virtù) - esercitata in un qualsiasi
intervallo di tempo - che rivela la soggettività creativa della
persona - che le consente di accrescere la propria umanità e che
le permette di porre in essere nel tempo presente un’organizzazione
del lavoro produttivo, in considerazione delle condizioni incerte di un
futuro ignoto; ovvero l’attitudine, sottoposta a vincoli, a gestire
(oggi) i flussi produttivi presenti sul territorio, facendoli interagire
con il principale fattore di produzione: il capitale umano[79],
per la realizzazione di beni e servizi da destinare al mercato (domani)[80]. Accanto a questa definizione
d’imprenditorialità, per non sfuggire alla responsabilità
di rappresentare anche l’organizzazione aziendale che comunemente
chiamiamo impresa, proponiamo la seguente nozione: in quanto “comunità
di uomini”, l’impresa è costituita da tutti coloro
che ne hanno intenzionalmente sottoscritto i contratti costitutivi, un
luogo di cooperazione sociale il cui fine primario e fondamentale, ovvero
immediato, è la soddisfazione del cliente[81],
attraverso il miglioramento continuo dei prodotti e dei processi produttivi,
avendo cura dei rapporti tra le parti che la compongono. Una misura
della soddisfazione del cliente è rintracciabile nella presenza
di un “reddito residuale” (profitto), dopo che siano stati
onorati tutti i contratti preventivamente stipulati. Considerando
l’impresa un nodo di cooperazione sociale il cui fine (soddisfazione
del cliente) trascende gli interessi delle parti (remunerazione per i
servizi resi), il prodotto di un’evoluzione storica spontanea in
cui i singoli attori, perseguendo fini differenti, coordinano le loro
attività e svolgono l’attività produttiva, riteniamo
che la funzione dell’impresa, piuttosto che la ripartizione della
ricchezza esistente, sia la creazione di valore[82]. In tale logica è possibile comprendere
le ragioni autentiche per cui tanti studiosi di management ed economisti
sostengono che dietro la nozione di impresa ci sia il concetto di gestione
fiduciaria che, se da un lato racchiude in sé l'idea di proprietà,
dall’altro non ne esaurisce il significato, in quanto sottolinea
la “sovranità del consumatore” rispetto alle scelte
manageriali.
Dopo aver individuato lo scopo dell’impresa, sottolineiamo la sua
natura dinamico-evolutiva che, sottoponendo a sistematica e reiterata
prova un'idea imprenditoriale, sviluppa la propria propensione di istituto
produttore di ricchezza. Il carattere sperimentale è di fondamentale
importanza qualora si pensi all’impresa come ente complesso, al
cui centro è posta l’opera dell’imprenditore e del
dirigente ai quali spetta la guida di un organismo difettoso, fragile,
conflittuale e perfettibile, un organismo che, parafrasando le parole
dell’economista d’impresa Vitale, può vivere solo in
una società pluralista ed aperta, i cui soggetti siano responsabili,
un organismo che necessariamente è tenuto a coniugare continuamente
fermezza ed umiltà, in un incessante e rischioso processo di tentativi
ed errori.
In terzo luogo, la funzione civile di produttore di ricchezza.
Quanto a quest’ultima, trascurare la funzione di creazione del valore,
evidenziando quella distributiva, presuppone l'assunto che la ricchezza
sia un dato e che quindi sia da considerare un elemento stabile nell'ambito
di un'economia stazionaria. In questo quadro l'impresa assume la funzione
di agenzia di allocazione delle risorse date, in pratica, un intermediario.
Ciò detto, alcuni ritengono che, nello svolgimento delle funzioni
d’intermediazione, l'impresa rappresenti un costo per la società,
misurato in termini di profitto accumulato dall'imprenditore. La risposta
che la teoria degli stakeholders propone a questo dilemma è
la ridefinizione del fine e della funzione imprenditoriale, spostando
l'accento dall'elemento produttivo a quello sociologico. Il fine dell'impresa
in un mondo di ricchezza data, dunque, non dovrebbe essere più
la massimizzazione del profitto, bensì la costruzione di rapporti
favorevoli, stabili e duraturi con gli stakeholders. A parte la
genericità dell'affermazione, l'impresa smetterebbe di essere in
primo luogo un'unità produttiva di ricchezza. La critica a questa
impostazione è tutta di natura economica. In primo luogo, la ricchezza
non è un dato; l'impresa non svolge primariamente la funzione di
distribuzione, bensì di creazione della ricchezza. Il profitto
dell'imprenditore non è una quota sottratta alla ricchezza data,
non è, in pratica, una fetta della torta consegnataci definitivamente.
L'autentico profitto imprenditoriale è quanto di nuovo (di inesistente)
l'imprenditore ha saputo creare attraverso la sua abilità di porre
in essere un'organizzazione del lavoro produttivo, dopo aver onorato tutti
i contratti stipulati con le parti che costituiscono l’impresa.
3.3.1. La comunità dei colleghi
La prima forma di cooperazione che emerge dalla riflessione intorno alla
moderna economia imprenditoriale è la comunità che costantemente
imprenditori e dirigenti cercano di edificare all’interno della
propria azienda, coinvolgendo i lavoratori in un virtuoso spirito di partecipazione
ed infondendo un’elevata tensione morale, volta al rispetto della
dignità di ciascuna persona coinvolta nel ciclo produttivo aziendale.
L’ipotesi si fonda sul presupposto che sia il lavoro stesso
a creare la comunità, e la solidarietà che è possibile
sperimentare in essa può rappresentare per i lavoratori un’occasione
di autorealizzazione personale. Il lavoro, d'altro canto, è anche
il mezzo che consente l'edificazione di un'altra comunità: la famiglia,
il gruppo umano, la nazione.
L’organizzazione aziendale poggia sul presupposto che il fine dell'azione
economica sia fondamentalmente di natura sociale[83], pertanto essa richiede un organismo
che possieda una forza maggiore e una vita più lunga rispetto alla
esistenza del singolo. Inoltre, il carattere sociale dell'attività
imprenditoriale si evince anche dal ruolo di un qualsiasi direttore generale
di una grande azienda. Egli trascorrerà gran parte del suo tempo
a prendere decisioni sul personale, ad infondere uno spirito di unità,
di collaborazione e di slancio in tutta l'organizzazione. Tuttavia, la
maggior parte delle decisioni che assumerà implicano tipi di conoscenza
che egli non ha. Queste diventano necessariamente decisioni di gruppo.
Un tale manager difficilmente può agire da autocrate; egli dovrà
essere tanto abile da ottenere la fiducia e la collaborazione di molti.
Dunque, lo spirito associativo è essenziale alla vita di un'azienda,
la mancanza di coordinazione fra i vari livelli, supponiamo fra i manager
e gli impiegati, provocherebbe una diminuzione dei controlli sulla qualità
del lavoro ed una netta frattura tra i bisogni che il mercato esprime
e la possibilità che l’azienda ha di soddisfarli, con evidenti
risultati disastrosi nel campo della produzione, della necessaria innovazione
e della qualità del prodotto (la virtuositas scolastica).
3.3.2. Le relazioni tra gli stakeholders
In secondo luogo, in virtù delle sue esigenze funzionali, l’azienda
necessita di una serie di operazioni pratiche che evidenziano un’ulteriore
forma di cooperazione costituita da tutti i soggetti con i quali l’ente
azienda entra in contatto, i cosiddetti stakeholders: i fornitori,
i clienti, i sindacati, le banche, i funzionari pubblici, il sistema di
trasporti, in definitiva, tutti gli organismi sociali con i quali l’azienda
si relaziona.
Durante gli anni Sessanta lo “Stanford Research Institute”
ha coniato l’espressione “Stakeholders” per indicare
i vari gruppi che forniscono il supporto essenziale ed interagiscono con
l’ente impresa; scriveva Edward Freeman, il padre di tale teoria:
“quei gruppi in assenza dei quali l’impresa cesserebbe di
esistere”[84]. Le cosiddette teorie
degli stakeholders si presentano come un’alternativa alle
teorie tradizionali in base alle quale i dirigenti e i quadri sarebbero
tenuti a gestire l’azienda avendo come unico fine l’interesse
degli azionisti. I sostenitori delle teorie degli stakeholders
sostengono che, a partire da un’articolata impostazione etica di
matrice kantiana, ogni essere umano dovrebbe essere considerato come fine
e mai come mezzo. Ora, sebbene le teorie degli stakeholders non
abbiano sostituito i principi fondamentali che regolano il diritto societario,
i concetti basilari di queste teorie hanno influenzato notevolmente i
manager, portandoli a riflettere sulla responsabilità sociale dell’ente
azienda ed in generale su questioni di natura etica che coinvolgono inesorabilmente
la loro professione. Dagli anni sessanta ad oggi abbiamo assistito all’emergere
di una fitta rete di teorie degli stakeholders. Tali teorie hanno
ottenuto un qualche riconoscimento in Gran Bretagna nel 1973 da parte
del CBICA (Confederation of British Industry Company Affaire Committee)[85] e negli Stati Uniti attraverso
il riconoscimento legislativo in ben 38 Stati[86].
I presupposti teorici delle teorie tradizionali dell’impresa possono
essere così sintetizzati. In primo luogo, poiché gli azionisti
posseggono quote dell’azienda, essi sono titolari di alcuni diritti
e di certi privilegi. In secondo luogo, per il bene dell’azienda,
che coincide con il perseguimento della massimizzazione del profitto,
i manager devono poter rispondere tempestivamente agli impulsi che giungono
dal mercato. Le eventuali sanzioni, colpendo gli azionisti, sia che provengano
dal diritto societario sia che muovano dalla riprovazione sociale, ovvero,
le perdite economiche che manifestano l’incapacità di rispondere
opportunamente alle opportunità che il mercato offre, rendono ancor
più solido l’assunto fondamentale in ordine al primato degli
azionisti rispetto alle altre parti che compongono l’azienda.
La tesi dei sostenitori delle stakeholder theories intende contribuire
alla critica del concetto di capitalismo manageriale, sostituendo
l’idea che i dirigenti hanno un dovere nei confronti degli azionisti
con la nozione che gli stessi sono portatori di un rapporto fiduciario
con gli stakeholders, intendendo per questi ultimi tutti coloro
che hanno un diritto sull’azienda. In particolare consideriamo stakeholders,
oltre ai dirigenti e agli azionisti, anche i fornitori, i clienti, i lavoratori
e la comunità locale. Affermano a tal riguardo Evan e Freeman:
“noi sosteniamo che le sfide legali, economiche e morali dell’attuale
teoria dell’impresa, come nesso di contratti tra i proprietari dei
fattori di produzione e i clienti, richiedano una revisione in prospettiva
essenzialmente kantiana. Il che significa che ciascun gruppo di stakeholder
ha diritto a non essere trattato come un mezzo orientato a qualche fine,
ma che deve partecipare nel determinare l’indirizzo futuro dell’azienda
nella quale possiede una quota”[87].
Secondo le teorie degli stakeholders, essendo gli azionisti titolari
di alcune quote dell’impresa di natura finanziaria, evidentemente
si attendono un certo ritorno della stessa natura.
La quota di cui sono titolari i lavoratori può essere definita
a partire dal loro stesso lavoro. In cambio del lavoro, i dipendenti si
attendono la sicurezza, lo stipendio, i contributi ed un trattamento non
alienante. L’utilizzo della forza lavoro come mezzo, rende i lavoratori
titolari del diritto di partecipare alle decisioni che riguardano un simile
uso. In cambio della loro lealtà l’azienda si impegna a non
abbandonarli nei momenti di difficoltà. I lavoratori, dal conto
loro, s’impegnano a seguire le direttive e le strategie poste in
essere dal management, nonché ad agire da cittadini responsabili
all’interno della comunità nella quale opera l’azienda.
I fornitori, nell’interpretazione data dalle teorie degli stakeholders,
rappresentano un gruppo fondamentale, giacché offrono le materie
prime dalle quali dipenderanno la qualità e il prezzo del prodotto
finale. Possiamo dire che l’azienda rappresenta il cliente del fornitore,
dunque, essa è essenziale ai fini del successo di quest’ultimo.
Di conseguenza, i fornitori risponderanno con maggiore efficacia ai bisogni
dell’azienda se essa considererà i primi parte della rete
che la costituisce e non semplicemente coloro che gli forniscono la materia
prima.
I clienti sono coloro che scambiano la propria disponibilità finanziaria
con i prodotti dell’azienda, acquistando l’utilità
(complacibilitas) oggettivata nei prodotti; è evidente che
i clienti forniscono la linfa vitale alle aziende, le quali l’assumono
sotto forma di ricavi. Attraverso l’acquisto dei prodotti, i clienti
finanziano il reinvestimento e lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi,
nonché indirizzano le scelte del management, dei fornitori e degli
azionisti, oltre al fatto che le deliberate scelte dei consumatori producono
effetti sull’intera comunità sociale.
La comunità locale riconosce all’azienda il diritto di usufruire,
e dunque di avvantaggiarsi, delle opere che la comunità stessa
edifica grazie alla contribuzione fiscale alla quale partecipa l’intero
corpo sociale. A fronte di tali quote di utilità godute dall’azienda,
quest’ultima si impegna a comportarsi come un buon cittadino, ad
esempio, non esponendo la comunità al rischio dell’inquinamento,
ovvero, se per qualsiasi ragione un’impresa dovesse abbandonare
la comunità nella quale è inserita, dovrebbe operare con
i leader di quella comunità affinché la dismissione dell’attività
aziendale sia la meno traumatica possibile.
In un certo senso la responsabilità del management non è
poi così differente da quella degli altri gruppi che abbiamo appena
individuato. In realtà, per le teorie degli stakeholders,
i manager, ed in particolare il top management, hanno una responsabilità
diretta nei confronti di quella “entità astratta chiamata
impresa”, e tale specifica responsabilità impone ai dirigenti
di operare una continua sintesi tra gli interessi della comunità
degli stakeholders. Sarà compito dei dirigenti equilibrare
gli interessi in campo: per gli azionisti ottenere un profitto maggiore,
per i clienti una maggiore qualità a minor prezzo, per i dipendenti
uno stipendio maggiore e per la comunità una qualità della
vita più a misura d’uomo. Scrivono Evan e Freeman: “Il
compito del management nelle aziende di oggi è simile a quello
di Re Salomone. La stakeholder theory non afferma la prevalenza
di alcun gruppo di stakeholder sull’altro, sebbene non siano
mancate le volte in cui un gruppo ha prevalso sull’altro. Ad ogni
modo, in generale, il management deve mantenere l’equilibrio tra
gli stakeholders. L’azienda è in pericolo ogni qualvolta
si squilibrano queste relazioni”[88].
Le teorie degli stakeholders intendono ridefinire teoricamente
“il fine dell’impresa”, sostituendo la tradizionale
stockholder theory, in base alla quale il fine dell’impresa
è la massimizzazione del profitto degli azionisti, con una teoria
coerente con l’idea che “l’autentico fine dell’impresa
è, dal nostro punto di vista, operare come veicolo per coordinare
gli interessi degli stakeholders. È mediante l’azienda
e lo scambio volontario che ciascun stakeholder migliora la propria
condizione; l’impresa è in funzione dei suoi stakeholders
e nessuno può essere utilizzato come mezzo per il raggiungimento
del fine di qualcun altro senza il pieno diritto di poter partecipare
a quella decisione”[89].
Concludiamo questa parte relativa alla presentazione delle teorie degli
stakeholders, enunciandone i due principi fondamentali, attraverso
le parole di Evan e Freeman:
- l’impresa dovrebbe essere gestita a vantaggio dei suoi stakeholders:
i suoi clienti, fornitori, azionisti, impiegati e comunità locale.
Devono essere garantiti i diritti di questi gruppi, e, inoltre, tali
gruppi devono partecipare alle decisioni che coinvolgono il loro benessere.
- il management è portatore di una relazione fiduciaria che
lo lega tanto agli stakeholders quanto all’impresa come
entità astratta. Esso è tenuto ad agire nell’interesse
degli stakeholders come se fosse un loro agente, e deve agire
nell’interesse dell’azienda per garantirne la sua sopravvivenza,
salvaguardando le quote di lungo periodo di ciascun gruppo[90].
3.3.2.1. Le critiche alla teoria degli stakeholders
A questo punto appare necessario dar conto anche di alcune critiche che
generalmente vengono rivolte alle Stakeholders Theories. Negli
ultimi anni è cresciuta una certa tendenza a risolvere le problematiche
relative alla realtà produttiva ed imprenditoriale attraverso una
definizione d’impresa che finisce per ridurre la stessa ai rapporti
con gli stakeholders. Ribadiamo che gli stakeholders sono
tutti quei soggetti che interagiscono con il management aziendale e, in
quanto tali, sono portatori di un qualche interesse. In tal modo, si rischia
di sacrificare la dimensione fondamentale e primaria dell’azienda
- la quale è un’unità produttiva -, posta in essere
per soddisfare il cliente, mediante l’esercizio delle virtù
imprenditoriali e l’azione coordinata di tutte le parti che la compongono.
In primo luogo, credo si imponga un chiarimento di tipo terminologico.
Il termine “impresa” è spesso utilizzato in modo equivoco.
Ora, nel presente contributo, abbiamo ritenuto indispensabile individuare
almeno due significati relativi alla nozione in questione. Accanto al
termine impresa, con il quale intendiamo quel complesso di rapporti, contratti
ed equilibri intra ed extra aziendali, troviamo la nozione d’imprenditorialità,
con la quale evidenziamo un’attitudine, un insieme di virtù.
Le teorie degli stakeholders, al massimo, sarebbero applicabili
all’organizzazione aziendale: in questo caso comprendiamo, sebbene
non ne condividiamo la metodologia e gli esiti, l’accento posto
da Freeman e da altri sul rapporto tra gli stakeholders; ad ogni
modo, la disciplina ed il controllo di tale rapporto dovrebbero interessare
la sfera legislativa e manifestarsi mediante l’azione del governo,
con tutti i rischi e i limiti che una simile invadenza burocratica comporta
per l’ordinato processo produttivo[91]. Inoltre, le teorie degli stakeholders,
istituzionalizzando e reificando l’ente impresa, sono estremamente
insufficienti a rappresentare il dinamismo tipico della nozione di “imprenditorialità”,
per la quale intendiamo un’attitudine, una capacità, una
virtù. Le nozioni d’imprenditorialità e d’impresa
da noi assunte sono state approfondite particolarmente dagli economisti
austriaci, i quali le hanno messe in relazione con la dimensione antropologica
dell’homo agens, evidenziandone il carattere dinamico[92],
piuttosto che con l’istantanea su un aggregato-istituzione che finisce
per raffigurare unicamente il momento statico di un’organizzazione.
Trascurando le specificità delle due nozioni si corre il rischio
di confondere i due momenti - quello genuinamente imprenditoriale: la
“capacità d’imprenditorialità” (entrepreurship),
e quello organizzativo aziendale: la “comunità di uomini”
(firm) - che invece presentano elementi epistemologici chiaramente
distinti. Mentre il primo rimanda ad un approccio sostanzialmente dinamico
e soggettivo, incentrato sull’attitudine o prontezza imprenditoriale
a soddisfare il cliente e ad afferrare le condizioni necessarie per ottenere
un profitto imprenditoriale all’interno di un intervallo di tempo,
il secondo, almeno nell’interpretazione offerta dalle teorie degli
stakeholders, rinvia ad uno strategico, dove per strategico intendiamo
la presunta conoscenza del modo in cui le singole parti danno vita al
tutto e, conseguentemente, la mira di coloro che intendono condizionare
gli esiti delle relazioni che intercorrono tra i soggetti che costituiscono,
influenzano e sono influenzati dall’organizzazione aziendale. Alla
base di questo modo d’intendere l’organizzazione aziendale,
troviamo la convinzione che il fine dell’impresa non sia la soddisfazione
dei clienti da perseguire mediante la spontanea articolazione degli interessi,
regolata dai contratti liberamente stipulati tra le parti, bensì
il “servizio” a coloro che la costituiscono, e che la funzione
imprenditoriale non sia tanto la creazione di valore quanto la distribuzione
della ricchezza data.
Per quanto riguarda la riflessione sulle teorie degli stakeholders
in ambito aziendale, è evidente che la responsabilità vada
sempre ricercata in capo ai soggetti che razionalmente agiscono. La versione
per così dire ingenua della teoria degli stakeholders
è espressa in modo paradigmatico dal seguente brano: “Si
potrebbe dire che l’azienda deve per un momento “dimenticare”
se stessa e mettersi nella pelle di tutti i suoi “stakeholders”,
di tutti i gruppi, cioè, con i quali sostiene uno scambio vitale”[93].
La tesi principale contro le stakeholders theories, e che in un
certo senso tutte le comprende, si basa sullo scetticismo nei confronti
di un'ipotesi di responsabilità in senso lato che finisce per coinvolgere
tutti coloro che subiscono in modo indiretto i riflessi delle decisioni
delle aziende: “chi in teoria è responsabile di tutto nei
confronti di tutti, in pratica, rischia di non essere responsabile di
niente nei confronti di alcuno”[94]. Ecco come Freeman, nel
1984, ridefinisce ed amplia la nozione di stakeholders: “Uno
stakeholder in un’organizzazione è (per definizione) qualsiasi
gruppo o individuo che può influenzare o può essere influenzato
dal perseguimento degli obiettivi dell’organizzazione”[95].
Il vizio di tale versione risiede nella reificazione di un concetto collettivo,
nel fare dell’azienda un “attore morale” che “agisce”
al “servizio” di coloro che vi operano e non un ente di “cooperazione
sociale” tra persone il cui fine è la soddisfazione dei clienti
e la cui funzione sarà di aumentare la ricchezza prodotta. Il che
presuppone una concezione dell’organizzazione produttiva di tipo
dinamico, nella quale non ha cittadinanza l’ipotesi secondo la quale
il valore prodotto da un’azienda è un dato da distribuire
– un gioco a somma zero -, bensì un’opportunità
da cogliere sotto vincoli il cui esito positivo rappresenta il valore
aggiunto all’ammontare complessivo della ricchezza.
In particolare, una prima critica è rivolta da Michael Novak il
quale sottolinea che esistono due interpretazioni del termine stakeholder,
la prima relativa all'esperienza storica americana, ed in particolare
all'Homestead Act, con il quale gli americani dell'Ovest si videro riconosciuto
il diritto di proprietà da parte dello stato, presupponendo che
il bene comune fosse meglio tutelato da un sistema basato sulla proprietà
privata, piuttosto che dalla proprietà in comune; in questo senso
stakeholder significa proprietario, colui che si assume ragionevolmente
un rischio d'impresa, rispetto al quale è responsabile di fronte
alla sua famiglia e alla società nel suo complesso. Ora, per Novak,
un sistema che tutela un tale diritto è un sistema che promuove
la diffusione del capitale in molte mani piuttosto che l'accumulazione
in capo a pochi, e ciò rappresenta la via più sicura per
garantire il perseguimento del bene comune: la nozione di proprietà
si salda, allora, con quella di assunzione di responsabilità e
del ragionevole rischio. La seconda interpretazione, invece, fa retrocedere
gli stakeholders a meri shareholders, presupponendo che
questi ultimi siano esseri gretti e avidi, portatori di un'idea di società
basata sull'egoismo[96].
Una seconda critica è rivolta da Samuel Gregg, il quale sostiene
che la teoria degli stakeholders è portatrice di alcuni
significativi problemi di natura logica; il che appare evidente se si
tiene conto di come sono costituite le aziende. Per esempio, mentre è
possibile per una società, un gruppo o anche un individuo manifestare
tutta la premura possibile ed immaginabile nei confronti dell'attività
imprenditoriale nel suo complesso, è estremamente difficile estrapolare
un interesse sociale generale e convertirlo in un interesse specifico
all'interno di una particolare azienda. Tale oggettiva difficoltà,
a parere di Gregg, è dovuta al fatto che, “dal punto di vista
filosofico, le premesse stesse della teoria degli stakeholders
poggiano su ciò che generalmente è conosciuto come consequenzialismo”[97].
In realtà, afferma l'autore della critica, si suppone che soltanto
una mente perfetta sia in grado di discernere perfettamente il modo in
cui il futuro si manifesterà. Ad ogni modo, le persone agenti sono
dotate soltanto di una conoscenza imperfetta, che non le consente di conoscere
il tutto. Scrive a tal proposito Goodpaster: “Noi tutti ricordiamo
la storia del ben intenzionato Dottor Frankenstein. Egli voleva sinceramente
migliorare la condizione umana, progettando uno strumento potente e intelligente
per il bene della comunità. Purtroppo quando premette l'interruttore,
la sua creatura si rivelò un mostro, piuttosto che una meraviglia!”[98]. Ciò introduce un inevitabile
elemento di incertezza nel processo di deliberazione e scelta che precede
e accompagna ogni azione umana[99]. Di contro Gregg propone una versione "limitata" della
teoria in questione: “Se tener conto degli stakeholders significa
semplicemente che le imprese devono considerare una vasta gamma d'interessi
nel perseguire i propri obiettivi, allora la teoria degli stakeholders
non fa altro che descrivere qualcosa che conosciamo da tempo”[100].
Infine, riportiamo la critica di Kenneth Goodpaster, per il quale è
necessario operare un'attenta distinzione tra stakeholder analysis
e stakeholder synthesis. Le due principali forme di stakeholder
synthesis possono essere di tipo “strategico” e “multi-fiduciario”.
Entrambi, tuttavia, sono portatrici di un approccio che determina un netto
dualismo tra etica ed affari; ora, mentre il primo rischia di mostrare
una realtà imprenditoriale che non ha bisogno dell'etica, il secondo
un'etica del tutto sganciata dagli affari. Questo fenomeno, chiamato da
Goodpaster Stakeholder Paradox, se da un lato evidenzia la necessità
di andare oltre le considerazioni di natura strategica a favore di quelle
di tipo multi-fiduciarie, dall'altro sottolinea l'ambiguità di
un metodo che rischia di non tenere in giusta considerazione il dovere
fiduciario che lega il management alla proprietà, che è
essenzialmente una promessa di “massimizzazione del profitto”[101]. Il paradosso risiede nel
fatto che, poiché il dirigente dovrebbe “dimenticarsi”
dell’azienda per la quale lavora, sebbene “momentaneamente”,
l’apprezzamento etico nei confronti della gestione manageriale potrebbe
entrare in conflitto con il compito per il quale il manager è stipendiato
dal suo datore di lavoro: gli stockholders. Per questo motivo,
Goodpaster suggerisce un terzo approccio che scaturisce dalla consapevolezza
che le responsabilità dei manager nei confronti degli azionisti
sono solo una parte delle obbligazioni che ci attendiamo che gli stessi
azionisti onorino nell'esercizio dei loro diritti – bisogna ampliare
contemporaneamente la domanda di eticità tanto della comunità
quanto degli stockholders. Vale il proverbio latino nemo dat
quod non habet, sulla base del quale Goodpaster fonda il suo "Nemo
dat principle" (NDP), formulandolo nel modo seguente: “Gli
investitori non possono aspettarsi dai managers un comportamento
che sia incoerente con la ragionevole aspettativa etica della comunità”[102].
Dal nostro punto di vista concordiamo con la posizione di chi, pur sostenendo
la necessità di una elaborazione teorica che tenga conto di una
nozione d’impresa ampia e pluridimensionale - aperta alla dimensione
partecipativa - non trascuri la realtà che l’impresa, in
ultima analisi, è un’unità produttiva assimilabile
alla capacità degli imprenditori e dei dirigenti di porre in essere
un’organizzazione del lavoro produttivo. È interessante notare
come Pio XII cogliesse con chiarezza tale esigenza:
“in una comunità di persone tutte le relazioni sono governate
dalla giustizia distributiva […] mentre nella società economica
in quanto tale, le relazioni sono in primo luogo quelle di scambio e,
di conseguenza, sono soggette alla giustizia commutativa”
“Sbaglierebbe chi affermasse che ogni singola impresa, per sua
stessa natura, è una società, cosicché le relazioni
tra coloro che hanno a che fare con essa dovrebbero essere regolate
dalla giustizia distributiva e tutti, senza alcuna distinzione –
che si tratti dei proprietari dei mezzi di produzione o meno –,
avrebbero diritto alla propria parte di proprietà o, almeno,
del profitto dell’impresa”.
“Nei limiti della legge, i proprietari dei mezzi di produzione,
tanto che siano persone private, cooperative di produttori, o fondazioni,
dovrebbero sempre poter prendere le proprie decisioni economiche”[103].
Dunque, l’imprenditorialità è l’attitudine
– per alcuni la virtù - di gestire i flussi produttivi presenti
sul territorio e provenienti da tutti i soggetti che si relazionano con
l’azienda, facendoli interagire con il principale fattore di produzione:
il capitale umano. A tal proposito, con particolare riferimento alla definizione
del ruolo della virtù imprenditoriale e della relativa responsabilità
in campo sociale di colui che la esercita, con riferimento all’intenso
dibattito intorno alla dimensione etica dell’agire economico, risulta
di particolare interesse il modo in cui è intervenuta l’enciclica
Centesimus annus. Il documento pontificio ha individuato nella
conoscenza, nella capacità di organizzazione solidale e d’intuire
i bisogni dell’altro e di soddisfarli, i fattori decisivi che definiscono
una nozione d’impresa che potremmo definire personalista
ed equilibrata rispetto ai compiti, che partecipa con l'approccio
anticostruttivista la convinzione che la responsabilità vada sempre
ricercata in capo ai soggetti che razionalmente agiscono. D’altra
parte, per le stesse ragioni, differisce dalla versione per così
dire “ingenua” della teoria degli stakeholders, mentre
condivide con una versione più raffinata della stessa l’esigenza
di ripensare la natura, la funzione e lo scopo dell’ente impresa
nella prospettiva di una chiara esplicazione delle responsabilità
interne ed esterne degli imprenditori e dei dirigenti[104]. Scrive Giovanni Paolo II: “Se un tempo il fattore decisivo
della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso
come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo
è sempre più l’uomo stesso, e cioè la sua capacità
di conoscenza che viene in luce mediante lo spirito di sacrificio, la
sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità
di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro […] Così
diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro
umano disciplinato e creativo e della capacità d’iniziativa
e d’imprenditorialità […] In questo processo sono
coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità,
la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità
e la fedeltà nei rapporti personali, la fortezza nell’esecuzione
di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune
dell’azienda e per far fronte agli eventuali rischi di fortuna”[105].
3.3.3. Le relazioni internazionali
Un'ulteriore forma di cooperazione è quella scaturita negli ultimi
decenni dall'internazionalizzazione dell'economia[106]. La famigerata, lodata, contestata, rifiutata, ma sempre e
comunque citata globalizzazione è un fenomeno tutt'altro che recente.
Tuttavia, non possiamo negare che essa ha assunto nelle ultime decadi
delle caratteristiche del tutto particolari. È stimato che sui
mercati valutari mondiali vengano scambiati quotidianamente più
di 1.500 miliardi di dollari. Ciononostante, dobbiamo riconoscere che
la globalizzazione non si esaurisce nel flusso di moneta e merci; essa
interessa soprattutto la crescente interdipendenza della popolazione mondiale.
La globalizzazione del terzo millennio appare sempre più come un
fenomeno che integra la dimensione economica con quella politica ed entrambe
con quella culturale[107].
La globalizzazione, infatti, offre l’opportunità di dislocare
efficacemente il processo produttivo nei luoghi più distanti del
pianeta, al punto che persino la fabbricazione di una semplice penna è
il frutto di una complessa interdipendenza tra nazioni e culture diverse.
Inoltre, l'ampliamento dei mercati comporta un'ulteriore forma di integrazione
relativa ai sistemi di proprietà legali. Tale integrazione, come
sostiene l'economista de Soto, ha contribuito alla distruzione delle forme
tradizionali di sistemi legali chiusi, favorendo nel contempo la formazione
di una vasta rete, all'interno della quale è cresciuto sensibilmente
il potenziale per creare valore. È interessante il modo in cui
il De Soto colleghi il tema della integrazione economica, che contraddistingue
il fenomeno della globalizzazione, al modello in rete che caratterizza
i sistemi di network informatici. A tal proposito riporta l'enunciato
della cosiddetta "Legge di Metcalfe", l'inventore di Ethernet,
lo standard di collegamento in rete dei personal computer: “il valore
di una rete - definito in termini di utilità per una popolazione
- è all'incirca proporzionale al quadrato del numero degli utenti.
Ne è un esempio la rete telefonica. Un telefono è inutile:
chi si potrebbe chiamare? Una rete di due telefoni è meglio, ma
non di molto. È solo quando la maggior parte della popolazione
ha un telefono che la rete raggiunge il suo pieno potenziale di cambiamento
della società”[108]. Al pari dei telefoni e dei
computer, anche le realtà imprenditoriali, fondate su sistemi formali
di proprietà, aumentano il loro potenziale creativo allorché
sono inserite in una rete che le interconnetta. L’abilità
di dar vita ad una comunità transnazionale e, di conseguenza, transculturale
e transreligiosa, favorendo, peraltro, lo sviluppo pacifico delle relazioni
politiche ed economiche tra paesi poveri e paesi ricchi, è la terza
forma di coopereazione che l’economia d’impresa è in
grado di costruire: "Se su di un confine non passano le merci, attraverso
di esso passeranno i cannoni", affermava l’economista francese
Frederic Bastiat.
La comunità che scaturisce dall’esercizio quotidiano delle
ordinarie virtù tipiche dell’economia imprenditoriale, tra
le quali ricordiamo la diligenza, la laboriosità, l’assunzione
dei ragionevoli rischi, la lealtà, lo spirito di sacrificio, rappresenta
il fattore di maggiore importanza ed un motivo di reale speranza per sollevare
le condizioni materiali, ma non solo, delle popolazioni più povere
della terra. Le tre forme di comunità appena evidenziate sottolineano
una realtà il più delle volte ignorata soprattutto da coloro
che guardano all’impresa con sospetto, come la fucina dell’egoismo
e, comunque, il luogo nel quale si sarebbe prodotto e diffuso il veleno
dell’individualismo. Al contrario, le imprese sono in primo luogo
un insieme di flussi materiali e culturali orientati al futuro, non sono
fine a se stesse, la loro esistenza è legata allo svolgimento di
determinate funzioni per il perseguimento di fini che le trascendono[109], e le persone che vi operano hanno il primario
obiettivo di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti coloro che le
compongono e con i quali si relazionano, nonché di rappresentare
una realtà sociale contraddistinta dal ruolo svolto dai corpi intermedi,
posti tra l'individuo isolato e lo stato accentratore, operanti al servizio
dell’intera società.
La rilevanza politica di una simile concezione dell’attività
imprenditoriale è sotto gli occhi di tutti. Le virtù dell’impegno
pubblico e la responsabilità civica derivano anch’esse
dal fatto che i cittadini non sono dei meri sudditi, pertanto, sono chiamati
a promuovere non solo la felicità propria e quella dei propri cari,
bensì, come si conviene ad un sovrano, essi sono responsabili anche
della tensione al bene comune.
3.4. Il profitto imprenditoriale
La riflessione sulla natura, la funzione e lo scopo dell’impresa,
alla luce dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa, impone una
prudente indagine in ordine alla funzione, allo scopo e alla natura del
profitto imprenditoriale. L’esigenza di operare un’attenta
analisi dell’indispensabile parametro che chiamiamo profitto emerge
dalla constatazione che esso è stato spesso accostato agli aspetti
più deleteri dell’agire umano, a tal punto che il suo perseguimento
è divenuto spesso sinonimo di egoismo, avidità ed individualismo.
Come per ogni luogo comune che si rispetti, anche in questo caso l’indagine
storica ci mostra la superficialità di quel giudizio. Esiste una
ricca letteratura che testimonia come sin dal Medioevo l’arte della
mercatura fosse formalmente connessa alla ricerca del profitto e di come
ci fosse la consapevolezza che quest’ultimo potesse essere ricercato
anche one |