Coraggio
Flavio Felice
Poche parole in punta di piedi per rappresentare il dolore e lo sgomento
che oggi accomunano tutto il popolo italiano. Poche parole perché
tante ed autorevoli già sono state e saranno dette, ed in punta
di piedi perché questo è lo stile di coloro che fanno pubblica
ammissione di ignoranza e di fallibilità, non pretendendo di conoscere
le risposte a tutte le domande e non potendo neppure garantire che le
poche che riusciranno a dare siano le più adatte alla situazione.
Poi ci sono la decenza ed il sacrosanto rispetto delle vittime che impongono
quantomeno di limitare al massimo la retorica.
Tutto questo immane dolore che ha colpito i cari dei poveri italiani
ed iracheni uccisi in Iraq mi spinge a riflettere se abbia ancora un senso
parlare di “battaglia per la libertà” nella
nostra epoca. L’uso dell’espressione battaglia non
si giustifica retoricamente in forza della contingenza - la guerra al
terrorismo internazionale - quanto in virtù della risposta –
sempre contingente e congetturale – che ci proponiamo di dare alla
domanda di libertà in ambito politico, economico e culturale. L’espressione
“battaglia per la libertà” è il titolo di un
articolo di Luigi Sturzo del 1957, nel quale affermava che era “suonata
l’ora della riscossa, riprendendo la battaglia per la libertà”.
Una libertà che in Sturzo è in primo luogo un valore dello
spirito che educa all’autodisciplina; una libertà che si
traduce in responsabilità individuale e sociale; una libertà
che invita ad assumere rischi; una libertà che forma il carattere
della persona e che definisce la cittadinanza; una libertà –
ancora - che fortifica il cristiano e rende ragione delle operazioni più
ardite e di sacrifici immani.
La libertà, allora, come principio integrale e indivisibile.
Al contrario, si è soliti distinguere tra libertà positiva
(libertà di) e libertà negativa (libertà
da). In generale, il procedere analiticamente, individuando tutte le possibili
distinzione, mi trova d’accordo. Tuttavia, in questo caso mi chiedo
quale sia l’effettiva utilità e se non sia invece un’operazione
epistemologicamente sterile e politicamente compromessa. Epistemologicamente
sterile in quanto da qualsiasi lato si osservi il concetto di libertà
ci si accorge che la libertà di rimanderà sempre
necessariamente ad una libertà da e quest’ultima,
a sua volta, ad una libertà di. La circolarità
delle nozioni di libertà positiva / libertà negativa è
praticamente perfetta e non ci consente di fare alcun passo in avanti
nella rappresentazione e nella spiegazione dei fenomeni politici, economici
e culturali. Politicamente compromessa in quanto, se consideriamo la libertà
“un dono dello spirito” – per usare l’espressione
sturziana – oppure “il regno della coscienza” –
ricorrendo alla terminologia di Lord Acton -, inevitabilmente dobbiamo
riconoscere un nucleo originale ed intimo nel quale è posta l’istanza
della libertà. Tanto in Acton quanto in Sturzo tale istanza è
collocata nel profondo della coscienza di ogni singola persona umana,
al punto che non possiamo non convenire con Acton che tutte le libertà
consistono nella preservazione di una sfera interiore esente dal potere
coercitivo. Alla politica spetta il compito di impedire che tale
sfera interiore sia violata, manipolata o negata. Una sfera nella quale
è custodito uno scrigno colmo di quanto di più prezioso
ciascuna persona ritenga doveroso conservare. Una simile violazione, manipolazione
o negazione costituirebbe un oltraggio alla dignità della persona
umana. La violazione, la manipolazione e la negazione possono avvenire
in tanti modi e riguardare anche singole dimensioni dell’agire storico
dell’uomo. Il che non toglie che, sistematicamente, la negazione
- ad esempio - della libertà economica porterà presto o
tardi alla soppressione anche di quegli istituti che tutelano e promuovono
la libertà in campo politico e religioso.
Non entro nel merito della vexata questio se sia lecito o meno
esportare concetti quali democrazia e libertà, mi limito
a dire che possiamo anche evitare di usare un’espressione come “esportare”
che può apparire legittimamente bollata dall’infamia economicista,
tuttavia resta il fatto che i processi storici sono sempre stati un pullulare
di contaminazioni: Atene-Roma-Gerusalemme. Non si danno conquista, progresso
o regresso sociale che non siano stati l’esito di vincoli esterni
o interni che hanno prodotto le condizioni propizie affinché un
determinato nuovo fatto emergesse nella storia. Ebbene, questo fenomeno
di mutua contaminazione è un processo che non avrà mai fine
e la battaglia per la libertà è una condizione necessaria
affinché l’inevitabile contaminazione possa avvenire nel
rispetto della libertà e della dignità altrui, esaltando
i caratteri di ciascun individuo e di ciascuna cultura, tenendo desta
la responsabilità individuale.
Credo si possa dire con estrema dolorosa serenità che i nostri
hanno tentato di contaminare quella terra lontana, sventurata e martoriata
con un po’ di sana cultura della libertà, lo hanno fatto
in modo ovviamente pacifico, solidale ed efficiente.
Pace, solidarietà ed efficienza sono
altrettante categorie che definiscono la nozione di libertà così
come l’abbiamo conosciuta in occidente, pur passando per Gulag,
Lager e Campi di Concentramento. Ad ogni modo, il fatto che siamo sempre
riusciti a risollevarci e a rimboccarci le maniche è il segno che
l’albero aveva buone radici, e se saremo ancora convinti con coraggio
che la libertà è un ideale per il quale valga la pena combattere
vorrà dire che tali radici non sono ancora state recise.
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