Le Ragioni Etiche DellEconomia Di Mercato
Riflessioni sul personalismo economico in Luigi Sturzo
Flavio Felice
Che cos’è il liberalismo? [...] Esso è umanistico.
Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo
è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità,
che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale
e che siamo debitori di rispetto ad ogni singolo, in quanto uomo nella
sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso
è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico.
(Wilhelm Röpke)
La base della giustizia naturale, o diritto di natura, può
fissarsi nella coesistenza dei diritti e reciprocità dei doveri;
e questa trasporta il valore soggettivo dei diritti e doveri della personalità
umana nel suo ordine sociale oggettivo [...]. E’ la personalità
dell’uomo, in quanto razionale, non solo soggetto del diritto
ma sorgente del diritto: non è la società o lo Stato,
come alcuni pensano, la sorgente del diritto.
(Luigi Sturzo)
Introduzione
I brani riportati come introduzione al presente contributo hanno lo scopo
di chiarire in modo immediato il punto di vista, la prospettiva ed il
tipo d’approccio che intendiamo far propri nella riflessione sulle
ragioni etiche del libero mercato. Grazie alle sollecitazioni dei
due autori abbiamo cominciato a pensare alla concreta possibilità
di conciliare alcuni aspetti tipici della Dottrina Sociale della Chiesa
con altrettanti aspetti caratterizzanti la tradizione di quel particolare
filone del liberalismo moderno, rappresentato dal liberalismo della Scuola
austriaca di economia, cosiddetto classico o angloamericano. Procederemo
in questa direzione dedicando particolare attenzione alla riflessione
di un grande pensatore italiano, il sacerdote siciliano, fondatore del
Partito Popolare Italiano, Luigi Sturzo (1871-1959). Sociologo, filosofo,
statista, capace, sul finire del secolo scorso, di inaugurare una nuova
stagione del cattolicesimo politico: il popolarismo[1].
Nel 1924, a causa del suo antifascismo, fu messo nelle condizioni di dover
lasciare l’Italia ed iniziare così un lungo, doloroso, ma
provvidenziale esilio che per vent’anni lo condusse prima in Francia,
poi in Inghilterra ed infine negli Stati Uniti d’America.
È nostra intenzione discutere delle ragioni etiche che sottendono
le istituzioni politiche ed economiche, quali ad esempio il mercato e
la concorrenza, proponendo l’opera di un importante interprete del
pensiero sociale cristiano, facendolo dialogare con alcuni dei più
rilevanti esponenti del liberalismo del novecento.
Una preziosa testimonianza a favore della nostra sfida ci viene offerta
da Friederich August von Hayek. L’economista austriaco, nel ripercorrere
le tappe salienti della lunga marcia del pensiero liberale nella storia
dell’umanità, sulla scia di Lord Acton, definisce l’Aquinate
“il primo Whig” - il fondatore del partito della libertà
– e, in ordine alla predisposizione di un’indagine sulle prime
scuole politiche che formularono il principio del “rule of law”
(governo della legge) e di autogoverno della comunità – ovvero
il progetto della società civile o il civic republicanism,
caro ai Padri fondatori degli Stati Uniti d’America e fonte sostanziale
del principio di sussidiarietà- (civitas sibi princeps),
rimanda allo studio dei pensatori medievali Niccolò da Cusa
e Bartolo da Sassoferrato: «Ma, sotto un certo aspetto la definizione
di Lord Acton secondo cui il primo Whig sarebbe stato Tommaso d’Aquino
non è poi così paradossale [...]. Uno studio più
attento dovrebbe occuparsi soprattutto di Niccolò da Cusa e Bartolo
da Sassoferrato che continuarono la tradizione nel XIII e nel XIV secolo»[2].
Quattro ragioni fondamentali
Una linea di demarcazione tra “liberalismo” e “liberalismo”
Prima di addentrarci nell’analisi di quelli che a nostro avvisto
potrebbero rappresentare alcune ragioni fondamentali a sostegno della
tesi in ordine alla moralità della libera economia di mercato,
soffermiamoci brevemente a riflettere sulla possibilità di avviare
un fecondo dibattito con quella componente del liberalismo che, rinunciando
agli eccessi di razionalismo, utilitarismo e materialismo, ha evidenziato
la contiguità delle proprie posizioni con quelle tipiche del pensiero
occidentale ed in particolar modo con la tradizione ebraico-cristiana.
A tal proposito, è indispensabile sottolineare la profonda linea
di demarcazione fra i due principali filoni del liberalismo moderno. Da
un lato abbiamo la tradizione britannica che chiameremo del liberalismo
classico: empirica, asistematica ed antiutopistica, ricollegabile
alla corrente politica inglese old whig, alla filosofia morale
inglese e scozzese del xviii secolo e a quella americana, nella particolare
versione del Federalist, che attribuisce all’ordine spontaneo
della società civile la difesa e la promozione della libertà:
«L’esperienza deve essere la nostra sola guida. La ragione
potrebbe sviarci. Non fu la ragione a scoprire il singolare e ammirevole
meccanismo della Costituzione inglese. Non fu la ragione a scoprire [...]
l’insolita (e agli occhi di quanti sono governati dalla ragione,
assurda) usanza del processo in presenza di una giuria. Probabilmente
il caso ha favorito queste scoperte, che l’esperienza ha sancito.
Questa dunque sia la nostra guida»[3]. Dall’altro
abbiamo la tradizione continentale, in particolar modo francese: razionalista,
utilitarista e materialista che riconosce una rilevante funzione progettuale
al potere pubblico[4]. Volendo
operare una distinzione abbastanza netta, e necessariamente non comprensiva
di tante eccezioni, dovremmo considerare i due filoni relativamente puri,
così come apparivano nel xviii secolo. Quello cosiddetto “britannico”,
rappresentato in special modo dai filosofi moralisti scozzesi quali David
Hume, Adam Smith e Adam Ferguson, ma anche dai francesi Montesquieu e
Tocqueville, nonché dai loro contemporanei inglesi Josiah Tucker,
Edmund Burke e William Paley, i quali attingevano alla consolidata tradizione
della common law. Sul versante opposto abbiamo la tradizione dell’illuminismo
francese, impregnato di razionalismo cartesiano ed idealmente guidato
dagli enciclopedisti, dai fisiocratici, da Rousseau, da Condorcet. Le
differenze sono state ben individuate dal Talmon, il quale, affrontando
lo studio delle origini della “democrazia totalitaria”, così
riassumeva le due versioni del liberalismo moderno: «Uno trova l’essenza
della libertà nella spontaneità e nell’assenza della
coercizione, l’altro crede che la libertà possa esser realizzata
solo perseguendo e raggiungendo una finalità di collettivismo assoluto
[...] uno sostiene lo sviluppo organico, lento e semicosciente, l’altro
la deliberazione dottrinaria; uno vuole adottare una procedura di esperimenti
e di errori, l’altro esclusivamente un modello valido»[5].
Verso un nuovo incontro
Il punto di partenza dal quale avviare tale discussione ci sembra ben
sintetizzato da un passaggio chiave del discorso inaugurale tenuto dal
Premio Nobel per l’economia Hayek, in occasione del primo meeting
della Mont Pelèrin Society, svoltosi nel 1947. Hayek, contestando
la tendenza a voler perpetuare il contrasto tra chi difende la libertà
su basi secolari e chi invece difende la stessa in ragione di argomenti
religiosi, affermava con forza che «Questo liberalismo intollerante
ed aggressivo è il principale responsabile dell’abisso che,
particolarmente in Europa, ha portato molto spesso le persone religiose
ad allontanarsi dal movimento liberale [...]. Sono convinto che, a meno
che non si riesca ad abbattere questo muro che divide il liberalismo dalla
religione, sia impossibile sperare in una rinascita delle forze liberali.
Molti segnali, molti indizi lasciano pensare che in Europa una simile
riconciliazione sia oggi più vicina rispetto al passato, e che
molti vedano in essa l’unica speranza di sopravvivenza degli ideali
della civiltà occidentale. È per questo motivo che mi sembrava
così importante riservare ai rapporti tra liberalismo e cristianesimo
una sessione specifica dei lavori del nostro incontro»[6].
Il personalismo metodologico
Persona: individuo e comunità
La prima ragione che ci consente di argomentare l’eticità
di un sistema economico basato sul libero mercato è dato dall’individualismo
metodologico, ovvero dal personalismo metodologico[7]. In base a tale interpretazione dei fenomeni
politici, economici e culturali, le istituzioni sociali sono giudicate
come il risultato inintenzionale di azioni intenzionali, poste in essere
da soggetti che si prefiggono lo scopo di migliorare la propria esistenza,
utilizzando gli strumenti a disposizione, nell’umana condizione
di limitatezza e fallibilità[8]. Scrive a tal proposito Carl Menger, uno dei padri della Scuola
austriaca: «tutti questi istituti sociali [il diritto, la religione,
lo Stato, il mercato, le città, il linguaggio] sono, nelle loro
varie forme fenomeniche e nelle loro incessanti mutazioni, in non piccola
parte il prodotto spontaneo dell’evoluzione sociale; i prezzi dei
beni, il saggio dell’interesse, la rendita fondiaria, i salari e
mille fenomeni della vita sociale e dell’economia in particolare
mostrano esattamente la stessa peculiarità»[9]. Con
ciò intendiamo affermare che il mercato, sebbene sia un ordine
spontaneo, non è un dato naturale, bensì un prodotto dell’agire
umano; anche se un prodotto molto complesso. Il libero mercato, dunque,
a partire dall'interpretazione data dell'individualismo metodologico,
si presenta come il frutto non intenzionale di azioni poste in essere
da persone capaci di riflessione e di scelta, la cui autonomia e libertà
consentono loro di agire avendo come obiettivo il perseguimento dei propri
fini (non necessariamente egoistici); in definitiva, il legato più
prezioso che la civiltà occidentale (greca, romana e cristiana)
ci ha lasciato in eredità[10].
In che modo l’antropologia cristiana può stabilire un punto
di contatto con l’individualismo metodologico, almeno nella sua
versione austriaca?[11]
A tal proposito crediamo che la riflessione di Luigi Sturzo ci possa aiutare
a cogliere la sostanza delle questioni che andremo via via elaborando,
offrendoci un’inestimabile fonte di riflessioni e di idee.
Quanto al tema della libertà individuale, che si intreccia inevitabilmente
con il personalismo metodologico, crediamo che essa possa essere meglio
compresa se assumiamo come chiave di lettura il riferimento antropologico:
il carattere centrale, unitario e trascendente della persona umana.
Caratteristica peculiare del personalismo sturziano è il mettere
instancabilmente in evidenzia i rischi ai quali andrebbero incontro le
democrazie moderne qualora perdessero di vista il carattere unitario della
vita personale ed il suo orizzonte etico, descritto dal nostro autore
come «la tendenza di ciascuno a fare se stesso centro della propria
attività interiore ed esterna, ad espandersi, a realizzare sé
e le proprie facoltà, a cercare in sé e fuori quel che risponde
ai suoi bisogni, alle sue aspirazioni, alla vita»[12].
Al centro del personalismo metodologico c’è la profonda
convinzione circa il primato della persona sulla società[13], la quale è sempre mezzo
e mai fine, poiché il fine è l’uomo. Nella prospettiva
sturziana, inoltre, la società appare come una “proiezione
multipla, simultanea e continua di individui considerati nella loro attività”[14]. L’uso del termine “proiezione”
ci appare particolarmente interessante poiché indica un elemento
di continuità e di relazione - e non di separazione - tra
i due soggetti, al punto che riteniamo di poter affermare che la società,
in quanto “proiezione” della libera, responsabile e creativa
azione umana, presenti le stesse caratteristiche dei soggetti che
con le loro azioni contribuiscono alla sua costituzione.
La dialettica di "reciprocità"
Da un punto di vista squisitamente teologico, l’antropologia cristiana
alla quale fa riferimento la dottrina sociale della Chiesa si fonda sul
principio della trascendente dignità della persona umana
e sulla sua piena realizzazione attraverso l’incontro con l’altro,
il vivere con l’altro e non contro l’altro.
Il metodo di conoscenza che qui viene proposto - il personalismo metodologico
- è l’attenta considerazione dell’intersoggettività
- o reciprocità - che ci consente di considerare l’individuo
non nella sua separatezza rispetto agli altri. Al contrario, l’altro
è la chiave attraverso la quale possiamo dischiudere lo scrigno
prezioso e segreto che è in noi e scoprire l’immenso tesoro
di cui Dio ci ha fatto dono: «L’uomo scopre compiutamente
se stesso soltanto nella relazione con l’altro uomo. La scoperta
di sé, l’autocoscienza, non è d’altro canto
un accessorio, bensì un elemento integrante dell’autorealizzazione
umana. La forma della realizzazione con l’altro contribuisce profondamente
a determinare il successo e il fallimento dell’uomo nel compito
di realizzare la propria essenza umana, che è per sua natura dinamica»[15]. In definitiva, tale metodo ci aiuta a comprendere da un lato
l'essenza della persona - data dalla libertà, dalla responsabilità
e dalla creatività - e, dall'altro, la relazione fra gli individui
ed il loro essere l’uno per l’altro, il loro costituirsi ed
acquistare piena coscienza di sé nella relazione con l’altro.
Fra le relazioni umane, il rapporto Padre-Figlio è per eccellenza
quello in cui l’affermazione della propria dignità è
legata alla affermazione e non alla negazione della dignità dell’altro:
il padre è padre nel figlio e attraverso il figlio. È il
figlio che gli rivela quella particolare e decisiva profondità
del suo essere personale che consiste nell’essere padre. Al tempo
stesso il figlio è figlio per il padre e attraverso il padre; questi
non solo gli rivela la profondità ed il significato dell’essere
personale in generale, ma (addirittura) lo fa essere, lo costituisce nell’essere[16].
La dialettica Padre-Figlio (o di "reciprocità") si colloca
agli antipodi di quella antropologia sociale che ha come principio ermeneutico
fondamentale la dialettica hegeliana servo-padrone. La lotta fra i due
soggetti, oltre a costituire l’idea base della nozione di giustizia
sociale, rappresenta un’interpretazione complessiva della situazione
dell’uomo nel cosmo che si contrappone a quella che S.Tommaso, riprendendo
da Aristotele, chiamava un’originale amicitia politica che
sta a fondamento del vivere insieme nella città, e implica un reciproco
aiuto nella realizzazione del bene comune. La dialettica Padre-Figlio,
al contrario, ci consente di guardare l’uomo non solo in generale,
ma anche e soprattutto nel momento della relazione con gli altri uomini:
essa sviluppa la proposizione agire con gli altri, e ci aiuta a
comprendere il momento stesso in cui nasce e si costituisce una società.
Le implicazioni economiche della succinta riflessione antropologico-teologica
sono sotto gli occhi di tutti. Sul versante della scienza economica, quanto
meno sul versante del paradigma dominante, quello neoclassico, il mercato
è un "luogo", uno "spazio" da suddividere,
e i concorrenti dei price-takers ai quali non è attribuita
alcuna reale capacità di agire: essi reagiscono in modo prevedibile,
come automi programmati per massimizzare la propria funzione di utilità.
Lo scarto tra il rigore formalistico della scienza economica e l’esigenza
di pensare a modelli adeguati alla reale capacità umana di agire
e di contraddire le ferree “leggi” dell’homo oeconomicus[17],
ci impone un’attenta riflessione sull’autentico dinamismo
dei processi di mercato e il rigetto di una visione statica, “spaziale”,
del modo in cui gli operatori economici agirebbero in un mondo perfetto,
caratterizzato da quella che Mises definiva "un'economia perfettamente
rotante". Se supponiamo che il mercato sia un luogo, un’entità
spaziale da suddividere, dovremmo ammettere che i più spregiudicati
ricorreranno al darwinismo sociale e penseranno che è naturale
che i più forti si accaparrino porzioni maggiori di spazio competitivo,
mentre i fautori della business ethics sosterranno che per il bene
della comunità è necessario che i più forti non esagerino
e che lascino quote maggiori ai più deboli; altri ancora ricorreranno
all'economia di Robin Hood. Ebbene, chi scrive ritiene che questa sia
una trappola concettuale dalla quale fuggire. Il mercato, secondo il contributo
offerto dagli autori della Scuola austriaca di economia, piuttosto che
essere un “luogo” le cui quote andrebbero equamente suddivise
con senso di giustizia e solidarietà, rappresenta un processo relazionale,
è l'insieme delle relazioni mediante le quali ciascuno cerca di
soddisfare i propri bisogni ricorrendo ai bisogni dell'altro: che il mercato
si esprima mediante il baratto, la pecora, le conchiglie o la moneta,
la logica che governa i processi di mercato non muta di una virgola[18]. In tal senso, l’individualismo
metodologico, nella versione data dalla Scuola austriaca di economia,
partecipa con il personalismo metodologico che sgorga dall’antropologia
cristiana, una particolare visione del mercato inteso come processo relazionale,
i cui attori sono gli "individui cooperanti", e rigettano entrambi
l'interpretazione in base alla quale gli aggregati sociali sarebbero entità
a sé stanti, indipendenti dagli individui. Ecco come Sturzo si
esprime sul metodo in sociologia: «La mia posizione è netta:
contro i "sociologisti" alla Durkheim, che fanno dell'istituzione
un'entità per sé stante, contro gli organicisti di tutti
i tempi, che fanno degli organismi sociali delle entità per sé
stanti, io sostengo che la società in concreto è la coesistenza
degli individui cooperanti coscientemente per un fine comune, e che né
la società né le sue istituzioni o i suoi organi sono un
quid tertium, una ipostasi vivente, una realtà distinta
dalla realtà degli individui associati ed operanti ad un fine comune
[…]. Chi agisce e chi patisce sono gli individui associati»[19].
Tanto il personalismo metodologico sturziano quanto l’individualismo
metodologico austriaco hanno in comune un’idea di prassi al centro
della quale è posta la capacità creativa della persona umana
che presume una particolare riflessione antropologica che non riduce l’individuo
a mero prodotto delle relazioni sociali, una sorta di aoutoma in balia
dell'ambiente nel quale inevitabilmente è chiamato a vivere, ma
evidenzia la sua capacità di autodeterminazione, autodominio e
autopossesso[20].
Libertà integrale e indivisibile
Libertà, rischio competizione
Una seconda ragione che potrebbe collegare il liberalismo classico e
la dottrina dell’economia di mercato alla tradizione cristiana,
è dato dall’interdipendenza tra morale, politica, economia
e cultura, ovvero dalla libertà integrale e indivisibile:
non può esserci libertà politica senza libertà
economica e viceversa[21]. Un ordine sociale coerente con la tradizione
personalista-liberale si distingue da uno dirigista-costruttivista anche
per le risposte pratiche che è in grado di dare ai concreti problemi
politici. Per questa ragione, ribadiamo che il tratto caratteristico,
nel campo della politica, dell’economica e della cultura, tipico
della soluzione personalista-liberale[22] è rappresentato dalla convinzione che,
al processo dirigista, centralista, monopolista dello stato, è
preferibile un corretto sistema competitivo al centro del quale, in sintonia
con il principio di sussidiarietà, ci sia l’opera spontanea
e creativa della società civile, capace d’accrescere le possibilità
di scelta da parte dei singoli individui, al fine di ottenere una più
efficace risposta ai reali bisogni dei cittadini ed un maggior rispetto
della libertà, dignità e responsabilità della persona.
La preferenza per il processo competitivo rispetto a quello dirigista
e monopolista, nasce da una doppia base di constatazioni di carattere
operativo, benché sorrette da una puntuale riflessione teorica.
Da un lato, a nessun ente – né allo stato, né ai partiti
– è dato il diritto di eliminare - anche qualora fossero
in grado di farlo - il rischio, il limite e l’ignoranza dall’esperienza
umana e, d’altro canto, è sotto gli occhi di tutti la realtà
di un’esistenza umana che accresce il proprio bagaglio di conoscenze
passando attraverso un processo di ricerca e di selezione delle informazioni
che falsificano o confermano in via momentanea quelle precedenti, senza
alcuna garanzia preventiva in ordine ai risultati. Da quanto detto si
evince che esisterebbe un ineludibile nesso tra rischio e competizione,
dato, da un lato, dalla limitatezza o ignoranza della natura umana, e,
dall’altro, dall’altrettanto innata tensione dell’uomo
ad allargare i propri confini del sapere.
La competizione, dunque, ed il susseguente rischio, sono quegli straordinari
ingredienti della reale esperienza umana che ci consentono di andare oltre
i nostri naturali limiti, in una continua e coraggiosa ricerca di soluzioni
migliori, avendo di fronte un ventaglio di scelte molto ampio, una conoscenza
limitata ed un irriducibile pluralismo delle intenzioni. Il processo competitivo
che coinvolge le idee, le persone, le associazioni, le imprese, allora,
sia che si tratti della sfera economica sia che si faccia riferimento
alla politica, è dato da quello speciale rapporto umano che s’instaura
tra persone fallibili e limitate, nella comune, ma variegata, ovvero poliarchica,
tensione ad accrescere la propria condizione esistenziale.
“Cum-petere”: un’inalienabile virtù sociale
In tale prospettiva, arrogarsi il diritto di eliminare il rischio, ossia,
l’imprescindibile ignoranza umana, inibendo il processo competitivo,
oltre a rappresentare un inutile spreco di energie, vorrebbe dire arrecare
un gravissimo danno alla società, paralizzare il naturale flusso
dell’attività umana e privare la persona della necessaria
spinta alla relazione interpersonale, alla scoperta ed alla responsabilità
personale e sociale[23]. Un testo classico sulla rilevanza sociale
del rischio individuale è dato dal seguente brano di Luigi Sturzo:
«Vexatio dat intellectum; l’uomo per comprendere, e
quindi operare, ha bisogno di una costrizione, sia spirituale che materiale,
il rischio contribuisce al benessere sia spirituale che materiale; il
rischio contribuisce alla costrizione, all’allenamento delle forze,
alla speculazione intellettiva, alla preparazione dei piani, al superamento
degli ostacoli; favorisce lo spirito di conquista»[24]. Il punto di vista di
Sturzo ci consente di considerare il rischio come un’opportunità
data all’uomo per andare di volta in volta oltre i limiti della
conoscenza ed educare le proprie facoltà alla conquista dell’abilità
necessaria per il perseguimento di quel benessere multidimensionale che
ci consenta di pensare una nozione matura di bene comune che non sia vuota
retorica politica ed utopistica “presunzione fatale” che,
dopotutto, la storia ha mostrato essere il paravento nobile delle più
nefaste alchimie d’ingegneria sociale.
Possiamo dunque concludere che per competizione intendiamo la sana, naturale
e stimolante attitudine di tutti gli uomini a cercare di migliorare la
propria condizione terrena; dopotutto il verbo competere deriva dal latino
cum-petere, ossia, cercare insieme, lavorare in concorrenza per
porre in essere le condizioni che favoriscano la realizzazione di una
società più libera, solidale e responsabile. La dimensione
sociale della competizione e del rischio che educa, delineati dal brano
di Sturzo, è confermata ed evidenziata da un altro brano, questa
volta di Michael Novak[25], il quale afferma che la competizione è tutt’altro
che un vizio, « È, in un certo senso, la forma di ogni virtù
e un fattore indispensabile di crescita umana e spirituale della persona
libera. Il battersi è sempre un misurasi con qualche ideale e un
sottoporsi a qualche giudizio»[26].
Pur con diverse sfumature, dobbiamo rilevare interessanti analogie tra
l’interdipendenza tipica della tradizione del liberalismo classico
e la riflessione che su tale tema ha dedicato Sturzo. La libertà
sturziana è la libertà integrale e indivisibile che,
se da un lato è riconosciuta come dono spirituale, un bene per
se stesso, capace di rendere l’uomo abile alla ricerca del Bene
superiore, dall’altro non può essere studiata senza tenere
in giusta considerazione tutte quelle garanzie che, in un dato momento
storico, la rendono effettiva libertà sociale. Essa, per
tale ragione, coinvolge l’esperienza umana in tutti i suoi aspetti,
poiché, pur essendo connaturata all’uomo, deve essere conquistata
e difesa giorno per giorno. Dunque, per il nostro autore, tra libertà
politica, economica ed etico-culturale non c’è
contrapposizione, bensì una profonda relazione che tende, se ben
gestita, alla creazione di un particolare ordine sociale nel quale democrazia,
mercato e pluralismo rappresentano gli elementi portanti
del vivere sociale: «Se la libertà è violata in campo
economico, è lesa anche, secondo me, in quello culturale, in quello
politico e sociale e viceversa. Non c’è esempio nella storia
di una libertà che stia insieme da sola»[27]. Ci troviamo di fronte
ad una delle più intense ed affascinanti difese della società
libera che la storia delle idee è in grado di offrirci. Nel brano
di Sturzo citato poc’anzi si rileva tutta la passione umana per
l’ideale liberale della libertà integrale, per il quale è
necessario battersi fino al dono della vita, e si coglie in modo cristallino
la consapevolezza intellettuale che il perno dell’agire politico,
economico e culturale è la persona nella sua integrità ed
unicità. Di conseguenza, un sistema è rispettoso della dignità
umana nella misura in cui terrà conto del fatto che il fine di
qualsiasi modello politico, economico e culturale è l’uomo
nella sua unicità ed irriducibilità rispetto a qualsiasi
aggregato o collettivo; nella sua limitatezza e fallibilità, che
può tradursi anche in capacità di trascendere il proprio
egoismo per incontrare l’interesse dell’altro; nella tensione
a competere e partecipare responsabilmente, che origina dal bisogno di
comunicare e di andare oltre i propri limiti, ma che ha come conseguenza
non intenzionale la nascita stessa della civiltà, mediante il gioco
democratico, l’economia di mercato ed il pluralismo culturale.
La natura poliarchica del potere
Antiperfettismo sociale e ordine istituzionale
La terza ragione è quella relativa alla teoria della tripartizione
dei poteri ovvero della separazione dei regni. Poiché
gli studiosi sono abbastanza d’accordo nel sostenere che questa
rappresenti una sorta di minimo comune denominatore della tradizione liberale
in tutte le sue varianti[28],
specifichiamo che associamo tale forma istituzionale ad una più
ampia teoria filosofica sulla fallibilità e limitatezza dell’agire
umano che chiameremo antiperfettismo sociale.
L’ipotesi interpretativa all’interno della quale ci muoviamo
è quella espressa da Hayek nel suo Legge, legislazione e libertà:
«Quando Montesquieu e i padri della Costituzione americana formularono
esplicitamente l’idea di una Costituzione come insieme di limiti
all’esercizio del potere, in base ad una concezione che si era sviluppata
in Inghilterra, fondarono un modello che, da allora in poi, il costituzionalismo
liberale ha sempre seguito. Il loro scopo principale era di provvedere
delle garanzie istituzionali per la libertà individuale, e lo strumento
in cui riposero la loro fiducia fu quello della separazione dei poteri»[29].
Sulla base di tale ipotesi affermiamo che le democrazie non possono funzionare
se incontrollate, non gestite, non disciplinate e, soprattutto, se non
limitate da meccanismi posti a difesa dei diritti individuali. Grazie
a questi limiti e aggiustamenti sia il sistema economico sia il sistema
politico non operano in una sfera priva di freni, e la loro libertà,
è regolata da altre libertà, così come ogni potere
è limitato da un contropotere ed ogni carica bilanciata da una
controparte. La ragione per cui si rende necessario l’uso dei “pesi
e contrappesi” per il controllo dei poteri e delle sfere delle libertà,
è ben sintetizzata dall’aforisma di Lord Acton: il potere
tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto.
Da questa semplice e spontanea osservazione discende il principio politico:
mai fidarsi di chi abbia un potere eccessivo[30]. L’antiperfettismo, così
inteso, nasce dalla constatazione che la democrazia, in quanto metodo
che stabilisce che “cosa sarà legge” in base ad un
determinato assetto politico istituzionale caratterizzato dal ruolo attivo
della gran parte della popolazione nel processo di formazione dell’opinione
politica e di selezione della classe dirigente, è da considerarsi
uno strumento e non un ideale ultimo, poiché non
ha alcuna possibilità di indicare quali debbano essere i fini che
il potere costituito dovrà perseguire; da ciò ne deriva
che la democrazia andrà giudicata non in quanto valore –
poiché mezzo -, bensì per quello che sarà in grado
di realizzare, e limitata alla luce degli scopi che noi vogliamo che essa
realizzi[31].
Un testo classico su cui si fonda la teoria dell’antiperfettismo
sociale ci viene offerto da uno dei padri fondatori degli Stati Uniti
d’America: James Madison. Egli, in occasione della ratifica della
Costituzione americana, insieme ad Alexander Hamilton e John Jay, si rivolse
direttamente al corpo elettorale dello Stato di New York attraverso saggi
pubblicati dal quotidiano “New York City”, raccolti in seguito
con il nome di Federalist Papers, consegnando alla storia uno dei
brani più brillanti circa l’esigenza che la vicenda costituzionale
di una Nazione tenga conto in primo luogo della limitatezza della costituzione
fisica e morale della persona umana[32]. In un passaggio dell’ormai
famoso Federalist N° 51, egli affermava: «Se gli uomini
fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a
governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe
superfluo. Ma nell’organizzare un governo di uomini che dovranno
reggere altri uomini, qui sorge la grande difficoltà; prima si
dovrà mettere il governo in grado di controllare i propri governanti,
e quindi obbligarlo ad autocontrollarsi. Il dipendere direttamente dal
popolo rappresenta indubbiamente il primo e più importante sistema
di controllo sul governo; ma l’esperienza ha dimostrato la necessità
di precauzioni supplementari»[33].
Antiperfettismo sociale a pensiero sociale cattolico
In questo quadro si confrontano in modo chiaro due tradizioni culturali
e teologiche: quella utopistica e quella realistica. I rivoluzionari
utopistici ritengono che la fonte del male sia da ricercare in determinate
strutture sociali ed in determinati sistemi (capitalismo, democrazia,
mercato, competizione, ...), e solo la loro rimozione produrrà
la definitiva estinzione del male. I realisti, al contrario, sostengono
che la radice del male stia nella costituzione fisica e morale dei singoli
uomini, e che nessun sistema sociale, per quanto ingegnosamente pensato,
sia in grado di eliminare definitivamente il peccato o il limite dalla
sfera della libertà umana[34].
Su tale tema la riflessione cattolica è estremamente ricca. Luigi
Sturzo, contestando l’assunto rivoluzionario dell’epoca, in
base al quale ci sarebbe un’impossibilità “dogmatica”
per i cattolici ad essere democratici, confuta l’interpretazione
da molti condivisa, circa la distinzione fra tesi ed ipotesi,
che, in occasione della promulgazione del Sillabo (1864), fece
la Civiltà cattolica. Erano in tanti a sostenere che la
tesi (l’ideale) della Chiesa cattolica fosse la reazione
e l’autoritarismo, mentre l’ipotesi (il caso concreto),
da accettarsi solo come realtà tollerabile, ma non preferibile,
fosse la democrazia e la libertà. Sturzo si oppose a questa interpretazione
e ne propose una diametralmente opposta: «Prendo questa occasione
per cercare di distruggere il mito che si è creato attorno a questa
distinzione di tesi ed ipotesi.Le tesi sono i principi
etici e religiosi della società dei quali il Cristianesimo è
assertore e difensore. Le ipotesi sono le varie realizzazioni storiche
della società, dove in un modo o in un altro tali principi sono
attuati e concretizzati in istituzioni, costumi e leggi di valore diverso.
Sicché la realtà vivente è sempre un’ipotesi,
cioè una data realizzazione (purtroppo incompleta e limitata come
siamo noi uomini nella nostra vita individuale) di quei principi che sono
eterni, poiché basati sulla legge di natura e sulla rivelazione»[35]. In definitiva, per Sturzo,
la società politica può essere autoritaria, patriarcale,
feudale, aristocratica, democratica o mista, ma ognuna di queste storicizzazioni
non potrà mai rappresentare la tesi, l’ideale, bensì
un’ipotesi, a volte buona e a volte cattiva, ma sempre carica
di imperfezioni. In ogni realizzazione pratica di qualsiasi ideale di
società politica riscontreremo deficienze di varia natura che ci
invitano ad una tenace e coraggiosa opera riformatrice che non avrà
mai fine.
In questo solco si inserisce a pieno titolo anche la riflessione di Giovanni
Paolo II sul limite della natura umana. Il Pontefice ricorda che, benché
l’uomo sia creato per la libertà, porta in sé i segni
del peccato originale che lo rendono quotidianamente bisognoso di redenzione.
Tale verità non è solo parte integrante della rivelazione
cristiana, ma presenta nello stesso tempo un grande valore ermeneutico
per comprendere le realtà sociali, politiche ed economiche, in
quanto aiuta a svelare la complessa realtà umana. Dunque, il punto
di partenza nel dibattito sui sistemi politici non può non tener
conto del fatto che non esistono società perfette. La forza e l’equilibrio
di un ordinamento sociale dipenderanno in primo luogo dalla misura in
cui si terrà in debito conto tale principio dell’antiperfettismo,
e nella misura in cui i soggetti che lo costituiscono si mostreranno capaci
di operare la sintesi istituzionale tra l’interesse personale e
l’interesse della società nel suo insieme[36].
«L’uomo [si legge nella Centesimus annus] tende verso
il bene ma è pure capace di male; può trascendere il suo
interesse immediato e, tuttavia, rimanere a esso legato [...] Quando gli
uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale
perfetta che rende impossibile il male, ritengono anche di potenziare
tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica
diventa allora una “religione secolare”, che si illude di
costruire il paradiso in questo mondo»[37].
La capacità creativa
La soggettività creativa della persona umana
La quarta ed ultima ragione, corollario delle tre precedenti, è
data dalla capacità creativa, ovvero dalla soggettività
creativa della persona umana. Sul versante della tradizione del liberalismo
della Scuola austriaca, tale principio è opportunamente sintetizzato
dal seguente brano di Israel Kirzner: «Il capitalismo di mercato
[è] come un processo permanente di scoperta. Ciò cui si
può assistere in un’economia di mercato, in qualunque momento,
altro non sono che tentativi di partecipanti al mercato di trarre vantaggio
da nuove possibilità appena scoperte o appena create [...]. Il
processo di scoperta creativanon giunge mai a compimento, né ha
mai termine»[38]
Una simile attitudine, che sgorga da un’antropologia ispirata alla
cultura e alla tradizione ebraico-cristiana, è capace di evidenziare
la soggettività creativa della persona umana[39]. In base a tale concetto viene
affermato che il diritto all’iniziativa politica ed economica è
un diritto inalienabile, poiché è fondato sulla trascendente
dignità della persona umana, plasmata dal Creatore a Sua immagine
e somiglianza; di conseguenza, sull’esempio del Creatore anche l’uomo
partecipa per vocazione alla creazione nel campo politico, economico e
culturale. Sturzo, in perfetta sintonia con la dottrina sociale elaborata
in seguito da Giovanni Paolo II, afferma la superiorità del capitale
umano (caput), ponendo in primissimo piano il problema della libera
scelta[40]. Un tale aspetto colloca il sacerdote italiano
tra i grandi interpreti del pensiero cristiano di ispirazione liberale
che, in virtù di una tenace opera di ricerca, hanno contribuito
ad instaurare un rinnovato rapporto tra la democrazia, lo spirito
d’imprenditorialità o d’iniziativa, il pluralismo
etico-culturale e la moderna dottrina sociale della Chiesa
cattolica[41]. Una ricca ed antica
tradizione che ha subito una significativa accelerazione grazie alla svolta
impressa dall’attuale papa, attraverso le tre encicliche sociali:
Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus
annus.
L’idea centrale dell’intera riflessione di Giovanni Paolo
II in materia di dottrina sociale è il tema della libertà.
Egli nella Sollicitudo rei socialis si pone questa domanda: «la
limitazione o la negazione dei fondamentali diritti umani, quali ad esempio
il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla
costituzione della società, la libertà di associarsi o di
costituire sindacati o di prendere iniziative in materia economica non
impoveriscono forse la persona umana altrettanto, se non maggiormente
della privazione dei beni materiali?»[42].
Il nucleo centrale dell’intera riflessione di Sturzo sulla libertà,
ed in particolare sulla libertà d’iniziativa economica, è
dato dal concetto di soggettività creativa della persona,
ben espresso dal seguente brano: «tutti, individui e società,
in reciproca azione e reazione, sul piano naturale e su quello soprannaturale
rispondono o cooperano, direttamente o indirettamente, alla vocazione
universale, da realizzarsi per mezzo delle forme sociali e in ciascuno
di noi, al bene e alla cognizione di Dio; tutti, così, divengono,
in modo misterioso, cooperatori di Dio per l’edificazione del suo
regno»[43]. Nella narrazione biblica
la distinzione tra il genere umano e le altre creature dell’universo
è resa evidente dal fatto che solo la creazione dell’uomo
è presentata come il frutto di una speciale decisione da parte
di Dio, di una deliberata scelta di stabilire un legame di somiglianza
e di partecipazione all’opera del Creatore: «La
vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa
qualcosa di sé alla sua creatura»[44]. La capacità di
scegliere e di comprendere, dunque, oltre ad essere in senso teologico
l’attività umana che più si avvicina allo spirito
divino, in senso filosofico rappresenta il punto d’incontro fra
la libertà religiosa, politica ed economica, poiché si fonda
su una radice comune: l’essere un’immagine del Creatore
che si riflette in ogni persona.
Economia di mercato e capitalismo come categorie logiche
Nell'ormai celebre paragrafo 42 della Centesimu annus, Giovanni
Paolo II si chiede se, all'indomani del crollo dei sistemi socialisti,
il modello da proporre ai paesi in via di sviluppo sia il capitalismo.
Premettendo che la risposta è complessa, afferma: «Se con
“capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce
il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà
privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione,
della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta
è certamente positiva». Sin dagli albori della scienza economica,
i professionisti della nova scienza si sono interrogati sulla natura e
le cause della ricchezza economica. È significativo che il padre
di tale disciplina, Adam Smith, abbia intitolato la sua opera principale:
Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni.
Da Smith in avanti gli economisti hanno tentato di dar vita a modelli
sempre più astratti e formali per mostrare il modo in cui dall’umile
lavoro quotidiano possa nascere nuova ricchezza. Sebbene le elaborazioni
siano state molteplice, sono emersi fondamentalmente due grandi indirizzi,
entrambi incentrati sul ruolo del capitale. Ai sostenitori del capitale
come categoria logica-naturale, segnata dal carattere seminale, dalla
quale spiccano gli elementi della conoscenza e dell’innovazione,
oltre alla capacità d’intuire e di soddisfare i bisogni dell’altro,
si opposero i fautori del capitale come categoria storica, fatalmente
emersa e necessariamente condannata e soccombere sotto le spinte della
storia, coadiuvate dalla lotta di classe. La ragione e l’esperienza
ci hanno mostrato l'insostenibilità di quest’ultima impostazione
ed il suo definitivo fallimento.
A distanza di secoli, continuiamo a registrare un vivace dibattito intorno
alla natura ed al ruolo del capitale. In questo dibattito si inserisce
intelligentemente la riflessione dell’economista peruviano Hernando
de Soto[45].
Egli si è prefisso lo scopo di esplorare la sorgente del capitale
ed individuare le vie, o correggere le insufficienze, che caratterizzano
i progetti atti a combattere la povertà, senza cedere alla logica
barricadiera no-global, violenta o folklorisitca che sia. La premessa
concettuale è che i beni vivono vite parallele: da un lato svolgono
una funzione fisica (capitale morto): le case servono come dimora, dall’altro
esprimono un valore seminale (capitale vivo): si può usare la propria
casa come collaterale per prendere in prestito del denaro per finanziare
un’impresa. In tal modo il capitale presenta una doppia dimensione:
una fisica ed una generativa di plusvalore. Dunque, la formalizzazione
del diritto di proprietà, espressione caratterizzante la vicenda
storica occidentale, ci consente di evidenziare non solo l’attività
di un bene, ma anche la possibilità di essere combinato e suddiviso,
sviluppando in tal modo il suo potenziale creativo. In definitiva, ci
fa notare de Soto, il sistema formale dei diritti di proprietà
è assimilabile ad una centrale idroelettrica: è lì
dunque il luogo di nascita del capitale e la ragione per cui il capitalismo
ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo. Risulta molto
interessante il modo in cui il nostro autore descrive il processo di formalizzazione
dei diritti di proprietà posto in essere dalla neonata nazione
degli Stati Uniti d'America, che soltanto 150 anni fa era un paese del
Terzo Mondo, e che evidenzia il nesso esistente tra la legalizzazione
della proprietà e la creazione di capitale vivo. In seguito ad
accurate ricerche sul campo, il nostro autore constata che nelle Filippine,
ma la situazione è ancora più grave in altri paesi del Terzo
Mondo ed ex comunisti, il 57% degli abitanti delle città ed il
67% della popolazione rurale vivono in case alle quali non è collegato
alcun diritto legale di proprietà e, di conseguenza, costituiscono
capitale morto. La tesi di de Soto è che i leader dei paesi del
Terzo Mondo e dei paesi ex comunisti non hanno alcun bisogno di diventare
clientes delle cancellerie occidentali e delle istituzioni finanziarie
internazionali. È sufficiente che essi comprendano che «nel
mezzo dei loro quartieri e baraccopoli ci sono – se non ettari di
diamanti – trilioni di dollari, già pronti per essere usati
purché riusciranno a svelare il mistero di come le attività
si trasformano in capitale vivo»[46]. Così come l’acqua
racchiusa in un lago ha bisogno della centrale idroelettrica per produrre
energia fungibile, anche le attività umane hanno bisogno di un
“sistema formale di diritti di proprietà” per produrre
plusvalore in maniera significativa. Il de Soto individua sei effetti
della proprietà che svelano il mistero del capitale: fissare
il potenziale economico delle attività; integrare informazioni
disperse in un unico sistema; rendere le persone responsabili; rendere
le attività fungibili; collegare gli individui; tutelare le transazioni.
La proposta dell’economista peruviano, allora, consiste nella formulazione
di una concreta agenda di lavoro per avviare un "processo di capitalizzazione"
che si traduca in una moderna legislazione sulla proprietà, facendo
emergere dalla galassia dell'extralegale le attività di coloro
che allo stato attuale, per il diritto, non esistono, in quanto è
la legge che fissa il potenziale economico di un bene come dimensione
autonoma, un "valore separato" dalle attività materiali
e, di conseguenza, consente agli uomini di coglierne il potenziale produttivo:
«Mentre in Occidente i sistemi di tutela della proprietà
crescevano, nello stesso momento impercettibilmente essi sviluppavano
una varietà di meccanismi che gradualmente si combinavano in un
processo che generava capitale con un’abbondanza prima sconosciuta.
[…] Noi li vediamo come parti di un sistema che tutela la proprietà,
non come meccanismi interconnessi per fissare il potenziale economico
di un’attività in modo tale che possa essere convertito in
capitale. Ciò che crea capitale in Occidente, in altre parole,
è un processo implicito sepolto nell’intrico dei sistemi
di formalizzazione della proprietà»[47].
L’analisi di de Soto, oltre a rappresentare un indispensabile strumento
di lavoro, è una preziosa provocazione che scuote il dibattito
sulla globalizzazione e sui modelli di sviluppo. Egli propone un’alternativa
alle classiche teorie che tentano di spiegare la miseria del Terzo Mondo
a partire da un’idea di sviluppo come un gioco a somma zero, in
cui la ricchezza è un dato da distribuire, piuttosto che un processo
dinamico di pura creazione di valore. Una tale concezione dello sviluppo,
piuttosto che promuovere la ricerca di modelli che “sostengano”
uno sviluppo stabile e duraturo, viene limitata da un generico e, sempre
in negativo, principio di “sostenibilità”: quando il
numero degli uomini sulla terra diventa un criterio per misurare la sostenibilità
dello sviluppo, si coniano termini come “sovrappopolazione”
e la barbarie (politica, economica e culturale) è vicina.
Sturzo è consapevole del fatto che nei paesi liberi prevale l’economia
di mercato, come naturale estensione del principio di libertà in
tutte le sfere dell’agire umano, e nei paesi dittatoriali quella
dirigista. Egli è inoltre convinto che entrambe non possono fare
a meno del capitale e, di conseguenza, del capitalismo, inteso come la
storicizzazione - sempre e comunque inadeguata e perfettibile –
di un modello di produzione ad uso intensivo di capitale[48]. Corollario di una tale interpretazione del
capitalismo è che per il sacerdote siciliano, da un punto di vista
squisitamente storico, possiamo solo affermare che l’economia capitalista
coincide con due dati importanti: “la formazione di Stati costituzionalmente
liberi e l’introduzione della tecnica industriale”. Ora, dal
momento che per Sturzo ogni attività autenticamente umana in quanto
razionale è pervasa di eticità, anche nelle leggi dell’economia
capitalistica si deve trovare l’elemento razionale, poiché
tale elemento non può mancare in nessuna struttura umana di carattere
associativo, anche se non mancheranno le infiltrazioni di pseudorazionalità
e di irrazionalità che tendono ad annullare, o comunque ad attenuare,
il carattere razionale ed etico del sistema: «È evidente
che chi agisce e reagisce nel campo morale è lo stesso uomo razionale
e volitivo che agisce nel campo morale e nel campo politico, in quello
religioso e in quello civico, nella cultura e nelle arti. Tutta la vita
è condizionata dall’economia e questa è condizionata
dalla quantità e la qualità è condizionata dall’attività
produttiva dell’uomo, cerchio ferreo e pur animato e vivificato
dalla libertà interiore dell’individuo e associativa o inter-individuale
che è la fonte della responsabilità e quindi della moralità
delle azioni umane, del bene e del male che si trova in questo mondo,
anche nell’economia guardata nella sua interiore eticità
come prodotto degli uomini quali esseri liberi e responsabili»[49]. Per questa ragione,
riferendoci all’opera di Luigi Sturzo, appare difficile sostenere
la tesi in ordine alla necessità d’individuare una terza
via alternativa sia al capitalismo sia al socialismo. Sturzo non fu vittima
di una tale tentazione, al contrario, considerando «il capitalismo
come una forza naturale della storia, cioè come un sistema di economia
libera capace di mobilitare i vizi e le virtù degli uomini»,
non concentrò la sua attenzione alla ricerca di un’alternativa
al capitalismo, bensì «si preoccupò di dare al capitalismo
la giusta ispirazione morale»[50].
Una tale visione dell’agire umano ci consente di ipotizzare una
particolare nozione di ordine sociale, al centro del quale, come abbiamo
avuto modo di sottolineare, troviamo la libertà integrale ed
indivisibile, ossia il problema della democrazia (libertà
politica), del mercato (libertà economica) e del pluralismo
(libertà religiosa); quest’ultima è la prima libertà
in quanto fonte e sintesi delle precedenti. Ciò che caratterizza
tale nuovo ordine è il fatto di essere un sistema in equilibrio
dinamico dove la capacità di comprendere e di scegliere fan sì
che l’azione dell’uomo, in sintonia con la sua natura di “soggetto
creativo”, diventi il motore e la ragione del continuo mutamento
della moderna società civile. Il sacerdote fondatore del Partito
Popolare, in un articolo del 1957, così esprimeva l’urgenza
dei tempi: «È suonata l’ora della riscossa, riprendendo
la battaglia per la libertà. La libertà che è valore
per lo spirito; la libertà che educa all’autodisciplina;
la libertà che fa assumere le responsabilità individuali
e sociali; la libertà che fa correre i rischi, la libertà
che forma il cittadino, fortifica il cristiano e valorizza il lottatore
per i più grandi sacrifici al bene comune»[51].
Dunque, la lezione politica ed economica di Sturzo è tutta racchiusa
nel concetto di libertà integrale ed indivisibile.Essa,
se da un lato riflette la verità intorno all’uomo, che si
manifesta nella realtà teologicadell’imago Dei, dall’altro
solleva una serie di problemi politici collegabili al difficile
rapporto tra la libertà, considerata unicamente dal lato formale,
e la possibilità reale di tradursi in concrete opportunitàper
i singoli appartenenti alla comunità sociale.
Sussidiarietà come nuova dimensione della giustizia sociale
La via d’uscita che, a tal proposito, il nostro autore indicava
alla neonata Repubblica italiana, è ben rappresentata dall’attualissimo
principio di sussidiarietà. In base a questo principio,
espresso in modo autorevole e formale per la prima volta da Pio xi nell’enciclica
Quadragesimo anno, si esorta l’autorità statale ad
astenersi da tutte le questioni in cui i gruppi intermedi, le associazioni
e le famiglie dimostrano di poter badare autonomamente e sufficientemente
alle proprie necessità (scuola libera, impresa privata, istituti
di credito), pena l’arrecare un grave danno ed uno sconvolgimento
del retto ordine della società[52]. Ecco come Sturzo si è espresso per
la difesa e la promozione di tale concetto: «L’errore fondamentale
dello statalismo è quello di affidare allo Stato attività
a scopo produttivo, connesse ad un vincolismo economico che soffoca la
libertà dell’iniziativa privata»[53];
«Trasferire il capitale privato allo Stato, e farlo operare nei
larghi settori dell’industria [...] porta danno al paese, alla sua
economia e alla stessa classe operaia»[54];
ed ancora: «Benedetta l’iniziativa privata che non è
obbligata ad aspettare i benefici che piovono dall’alto quando gli
Dei dell’Olimpo statale, - non importa se democratici o totalitari
-, riescono a trovare un compromesso fra di loro, come ai tempi di Omero,
per poi degnarsi di guardare (non dico osservare) quel che succede nel
piccolo basso mondo della realtà vivente!»[55].
E parlando di libertà scolastica ebbe ad affermare: «Finché
la scuola in Italia non sarà libera, neppure gli italiani saranno
liberi; essi saranno servi, servi dello Stato, del partito, delle organizzazioni
private o pubbliche di ogni genere [...]. La scuola vera, libera, gioiosa,
piena di entusiasmi giovanili, sviluppata in un ambiente adatto, con insegnanti
impegnati nella nobile funzione di educatori, non può germogliare
nell’atmosfera pesante creata dal monopolio burocratico statale»[56].
Il principio di sussidiarietà rappresenta un cardine empirico
della moderna dottrina sociale della Chiesa e, mentre contrasta con il
centralismo tipico dei sistemi che prediligono soluzioni stataliste-monopolistiche
nei campi della scuola, dell’impresa e della previdenza sociale,
ben si concilia con le forme più avanzate della tradizione liberale[57]. Esso si propone di risolvere, attraverso il
ruolo attivo dei soggetti che compongono la società civile, le
difficoltà create nel settore privato da un comportamento prettamente
egoistico e nel settore pubblico dalla centralizzazione illiberale del
potere dello Stato.
Alla base di tale principio vi è la certezza che tra lo stato
impersonale e l’individuo abbandonato a se stesso, si profili una
prima linea di difesa rintracciabile nei corpi intermedi, nei piccoli
plotoni, nei mondi vitali, come ad esempio la famiglia, le
imprese, le scuole, le associazioni, le chiese, e che il loro naturale
agire sia indispensabile per un equilibrato sviluppo della persona umana
ed una più equa organizzazione politica, economica e
culturale, fondata sulla nozione di libertà integrale
e giustizia sociale [58].
Verso un nuovo ordine civile
Il personalismo metodologico, la libertà integrale ed indivisibile,
l’antiperfettismo sociale e la soggettività creativa
sono tutti elementi che qualificano una concreta prassi politica, al centro
della quale spicca il primato della persona umana, inesorabilmente inconciliabile
con qualsiasi forma di centralismo burocratico e monopolistico o di dirigismo
economico. La libera, responsabile, creativa, ma mai perfetta costituzione
fisica e morale della persona umana, disegna un nuovo ordine civile in
cui gli attori principali sono tutte le donne e gli uomini che liberamente,
responsabilmente e creativamente decidono di associarsi per il perseguimento
del bene comune. Possiamo riassumere il carattere politico di una società
ordinata secondo il principio personalista-liberale della sussidiarietà
nell’affermazione che lo stato non deve avocare a sé le competenze
di ambiti che, invece, appartengono ad istituzioni di ordine inferiore,
ma semmai deve sorvegliare che questi livelli adempiano adeguatamente
ai loro compiti, e deve intervenire solo nel caso in cui essi non ce la
facciano, prima per sostenerli, e solo dopo, qualora non riuscissero a
rispondere ai bisogni, per sostituirli. In breve, vale il motto latino:
civitas propter cives, non cives propter civitatem.
Libertà economica e spirito imprenditoriale nel magistero sociale
di Giovanni Paolo II
Verso una nuova interpretazione del capitalismo
Concludiamo questa nostra breve esposizione sulle ragioni etiche dell’economia
di mercato, tentando di innestare nel dialogo tra Sturzo ed alcuni pensatori
liberali la riflessione che su tale tema ha svolto l’attuale papa,
Giovanni Paolo ii. Il iv capitolo della Centesimus annus[59]
è dedicato all’elaborazione di “una nuova interpretazione
dell’iniziativa, dell’imprenditorialità, del profitto
e dello stesso capitalismo”[60]. Giovanni Paolo II fonderebbe tale reinterpretazione
sulla base dei tradizionali principi dell’universale destinazione
dei beni e della proprietà individuale. Rispetto al
primo, il Papa afferma che «Dio ha dato la terra a tutto il genere
umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere
né privilegiare nessuno»[61]; riguardo al secondo, ricorda che è «mediante il
lavoro che l’uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà,
riesce a dominarla (la terra) e ne fa la sua degna dimora. In tal modo
egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata
col lavoro»[62]. Tuttavia, per Wojtyla
esiste un’altra forma di proprietà che, pur non rientrando
nella tradizionale definizione di capitale, non è per questo meno
importante: è la proprietà della conoscenza, della tecnica
e del sapere, è la capacità di organizzare processi produttivi
che coinvolgono più persone, tali da poter durare nel tempo e garantire
il soddisfacimento dei bisogni dell’uomo moderno; è la capacità
di assumersi responsabilmente e realisticamente i rischi necessari. Questa
ulteriore forma di proprietà è definita da Giovanni Paolo
II: capacità d’iniziativa od’imprenditorialità,
ed è nostra profonda convinzione che la sua considerazione rappresenti
uno straordinario balzo in avanti della dottrina sociale cristiana nell’interpretazione
della storia contemporanea, poiché ha il merito di evidenziare
il lato creativo e soggettivo del lavoro umano. Rende lode all’intelligenza
ed alla capacità di scoprire nuove risorse e sperimentare inedite
potenzialità produttive che consentono di dare risposte più
efficienti ai tanti bisogni umani non ancora soddisfatti. La radice etica
e culturale della moderna economia d’impresa è la libertà
integrale della persona, il cui centro è la sua dimensione
etica e religiosa, al servizio della quale è posta la libertà
in materia economica, ancorata ad un solido contesto politico-giuridico
capace di prevenirne le degenerazioni e di ridurre al minimo gli effetti
indesiderati.
La posizione del Pontefice, riguardo a possibili soluzioni da adottare
dopo il 1989, è riportata con estrema lucidità nel 42°
paragrafo della Centesimus annus, in cui egli opera un’importante
distinzione fra un tipo di capitalismo fondato sul ruolo positivo svolto
dalle imprese, dal mercato, dalla proprietà privata e dal libero,
responsabile e creativo agire della persona, ancorato ad un saldo sistema
giuridico e ad un chiaro orizzonte ideale che è dato dalla verità
di Dio sull’uomo, e un altro tipo di capitalismo sul quale il suo
giudizio è estremamente negativo, in quanto non inquadrato in un
solido sistema di regole e la libertà che lo caratterizza, distaccandosi
dalla verità sull’uomo, non è posta al servizio dell’“integrale
libertà umana, il cui centro è etico e religioso”.
“Imago Creatoris” – “Homo creator”
Se considerassimo il termine “capitale” sulla base deell’interpretazione
di Giovanni Paolo ii poc’anzi rilevata, dovremmo ammettere che la
definizione classica di tale concetto risulta del tutto insoddisfacente.
Essa afferma che il “capitale” è dato dal possesso
materiale degli strumenti di produzione. Al contrario, prendendo come
riferimento la riflessione di Giovanni Paolo ii, di Sturzo e degli autori
ai quali abbiamo fatto riferimento in questa sede, il termine capitale
sembrerebbe derivare non tanto dal latino capita (capi di bestiame),
quanto dal latino caput: la mente, ossia il luogo nel quale hanno
sede virtù quali la creatività, l’inventiva, l’iniziativa,
lo spirito di sacrificio. Ecco come Novak afferma tale concetto: «Il
termine “capitale” risale a un’era economicamente primitiva,
nella quale la parola capita si riferiva alle teste del bestiame
e nella quale il capitale economico consisteva essenzialmente nella proprietà
della terra. Eppure la stessa parola richiamava il latino caput
(testa), ossia la sede delle virtù della creatività, dell’inventiva
e dell’iniziativa che il Papa ritrova nella “soggettività
creativa”»[63].
Anche l’economista peruviano de Soto insiste su questo punto: «Secoli
fa, alcuni autori spiegarono l’uso della parola “capitale”
(che deriva dal latino caput, testa) osservando che è nella
testa che custodiamo gli strumenti con i quali si crea il capitale. Ciò
suggerisce che la ragione per cui il capitale è sempre avvolto
nel mistero è che , come l’energia, può essere scoperto
e manipolato solo con la mente»[64]. Inteso in tal modo, il termine capitale è parte integrante
del concetto formulato da Giovanni Paolo ii di soggettività
creativa della persona, dalla quale il Pontefice fa dipendere l’inalienabilità
del diritto all’iniziativa economica[65]. Ciò che rende estremamente interessante
tale interpretazione è il fatto che essa sia del tutto sganciata
dalla mera accumulazione dei beni e dalla dimensione materiale, in quanto
si comprende che il capitale risiede nel potenziale creativo, ovunque
disposto, che consente a colui al quale è demandato il compito
di dar vita ad un’organizzazione del lavoro produttivo (l’imprenditore)
di sviluppare ulteriore produzione. Affinché tale potenziale si
esprima al massimo è necessario che esso si fissi in una determinata
forma tangibile che, tuttavia, come ha ben illustrato il de Soto, non
è il denaro, bensì i diritti di proprietà. Al pari
di un bacino idrico creato allo scopo di produrre energia elettrica, il
capitale di per sé è statico, ovvero “dormiente”.
La decisione di dinamicizzarlo, ovvero di “portarlo in vita”,
dipende dalla possibilità e dalla capacità di cominciare
a pensare i nostri beni non come essi sono, bensì come essi potrebbero
essere. Ne consegue la necessità che si avvii un processo che consenta
di fissare il potenziale economico di un bene patrimoniale in una forma
che possa essere usata per la promozione di una qualsiasi attività
addizionale: l’esperienza occidentale (ebraica-greca-romana-cristiana-umanistica)
ha mostrato che tale forma tangibile è il diritto[66].
Dunque, riteniamo che il passaggio decisivo verso un modello economico
all’altezza della dignità della persona umana non possa prescindere
dal tentativo – basti pensare ai lavori di T.W. Schultz e G. Becker[67]
- di formulare una teoria del capitale la più ampia possibile,
intendendo per capitale il tempo, gli sforzi e le energie orientati
al futuro, nonché i loro risultati concreti che assumono la forma
di attrezzature materiali, di perfezionamento professionale, intellettuale
e spirituale. Crediamo che proprio a Giovanni Paolo II vada il merito
di aver contribuito al recupero della nozione di capitale, intesa come
categoria logico-naturale - segnata dal carattere seminale - e non meramente
storica, al centro della quale siano poste la conoscenza, l’innovazione
e la capacità d’intuire e di soddisfare i bisogni dell’altro,
piuttosto che la semplice quantità di beni materiali di una nazione
impiegati nel processo produttivo, abili a rendere efficace il lavoro
che finisce per essere interpretato unicamente sotto il profilo “oggettivo”,
negligendone il “valore soggettivo”[68]. Scrive a tal proposito Giovanni
Paolo II: «Se un tempo il fattore decisivo della produzione era
la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari
e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più
l’uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza
che viene in luce mediante lo spirito di sacrificio, la sua capacità
di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare
il bisogno dell’altro […] Così diventa sempre più
evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato
e creativo e della capacità d’iniziativa e d’imprenditorialità
»[69].
Nel rispetto del principio di sussidiarietà, spetta alla complessa
rete della società civile il ruolo di scopritore ed educatore del
più affascinante, produttivo e raffinato tra i fattori di produzione,
il capitale umano, un complesso di virtù che Giovanni Paolo ii
nella Centesimus annus, sulla scia della Laborem exercens
- si pensi al “valore soggettivo” del lavoro e più
in generale dell’azione - e della Sollicitudo rei socialis
– nella quale viene formulato il “diritto inalienabile all’iniziativa
economica” -, ha chiamato capacità d’imprenditorialità,
una sorta di fattore Don Chisciotte che presenta qualche similitudine
con la nozione di “prontezza”, cara all’economista Israel
Kirzner. Potremmo dire, parafrasando un’immagine suggestiva offertaci
dallo stesso Kirzner, che la capacità d’imprenditorialità
ci consente di vedere in mezzo all’oceano, sulla linea dell’orizzonte,
il profilo tracciato dalle terre emerse, lì dove altri, per secoli,
avevano visto sempre e soltanto le nuvole.
Nella Centesimus annus il papa afferma l’importanza del
fatto che l’uomo lavori insieme con altri uomini, partecipando,
in tal modo, al “lavoro sociale”; il carattere sociale del
lavoro conduce Giovanni Paolo II ad esprimersi favorevolmente nei confronti
della capacità d’iniziativa e d’imprenditorialità,
e per questo afferma: «Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare
la sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo positivo
ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è,
anche questo, una fonte di ricchezza nell’odierna società»[70]. L’importanza che la dottrina sociale
attribuisce al principio di iniziativa e di imprenditorialità nasce
dal fatto che essa vi riconosce la capacità di mettere in luce
la verità sull’uomo da sempre affermata dal Cristianesimo,
coinvolgendo, inoltre, importantissime virtù «come la diligenza,
la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi,
l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti internazionali,
la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma
necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli
eventuali rovesci di fortuna»[71].
È per tale ragione che, secondo Giovanni Paolo II, l’economia
moderna merita di essere osservata con attenzione e favore da parte di
tutti i cristiani, poiché il fondamento della moderna economia
d’impresa è individuato nella libertà della persona,
che si esprime anche nel campo economico, oltre che in quello politico
e religioso.
Considerazioni conclusive
“Scambio degli equivalenti” e “scambio gratuito”
Lo scambio sociale è organizzato essenzialmente secondo un duplice
livello: accanto alla regola dello scambio degli equivalenti, che prevede
l’osservanza del principio in base al quale viene premiato chi e
ciò che vale, esiste un altro livello che si conforma alla regola
del dono, cioè lo scambio gratuito. Gli esempi che potremmo portare
sarebbero tantissimi, basti pensare che categorie come i bambini, gli
anziani, gli handicappati, non hanno nulla da dare come corrispettivo
di ciò che ricevono, eppure essi, in forza della loro eminente
dignità, hanno il diritto di essere destinatari di beni e servizi
necessari al loro sostegno ed allo sviluppo delle loro naturali capacità.
In forza di ciò risulta evidente che scambio degli equivalenti
e gratuità rappresentano i poli del naturale agire umano, così
che ogni azione o scelta, rettamente ponderate, non potranno non essere
informate ad entrambi i principi. Una tale affermazione trova conferma
se riflettiamo sulla natura di determinate sfere umane; ve ne sono alcune,
infatti, che sfuggono totalmente a qualsiasi controllo operato mediante
lo scambio degli equivalenti: la persona, l’amore, il corpo, il
lavoro umano; in quanto in queste sfere predomina, o meglio, dovrebbe
prevalere, la logica del puro dono.
L’assunto di partenza è che l’economia di mercato,
per poter accrescere la produzione e meglio distribuire le ricchezze,
non può prescindere dal valore della libertà, né
tanto meno dalla dimensione etica dei suoi operatori, dal momento che
regole etiche e libertà precedono il mercato stesso e lo rendono
possibile. Dunque, è compito di ciascuna persona sviluppare tutte
le virtù umane, racchiuse nel concetto di soggettività creativa,
che difendono la libertà e la dimensione etica della persona, ma
spetta particolarmente ai politici l’elaborazione e la costruzione
di presupposti giuridici che sorreggano i presupposti etici come la gratuità
e la laboriosità, senza i quali il mercato non potrebbe che produrre
situazioni di forte squilibrio economico[72].
La nostra proposta è incentrata sul ruolo guida che il nuovo corso
della dottrina sociale della Chiesa, inaugurata da Giovanni Paolo II,
potrebbe assumere all’interno delle complesse organizzazioni della
società contemporanea. Essa permette di pensare criticamente la
possibilità reale di una rinnovata alleanza fra libertà
di mercato e solidarietà, valorizzando al massimo la libertà
economica all’interno del rispetto e della centralità della
persona umana. I cardini empirici di tale alleanza vengono individuati
nel principio di solidarietà[73]
e sussidiarietà[74].
La nostra sommessa opinione è che la moderna dottrina sociale
della Chiesa possa offrire un indispensabile orientamento ideale, ossia
un insieme di principi fondamentali, di criteri di giudizio e direttive
d’azione che, se da un lato riconoscono la positività del
mercato e dell’“economia d’impresa”, dall’altro
avvertono la necessità di ancorare il sistema economico al rispetto
per la “libertà integrale dell’uomo”, per orientarlo
verso il bene comune.
"Economia
di Comunione" ed economia di mercato
Giunti al termine del nostro itinerario, avendo esposto una serie di
argomenti a sostegno della moralità della libera economia imprenditoriale,
chi scrive ritiene che la teoria del libero mercato - così come
è stata interpretata da Luigi Sturzo e Giovanni Paolo II, in stretta
relazione con il liberalismo anglosassone ed in particolar modo con la
sua versione austriaca - possa offrire uno sfondo naturale ed un prezioso
insieme di idee per comprendere pienamente ed in modo autentico, anche
dal punto di vista dottrinale, una delle tante esperienze delle cosiddette
"economie alternative" che negli ultimi anni stanno fiorendo
nel mondo cattolico. Nella fattispecie ci riferiamo all'esperienza sorta
nel 1991 all'interno del Movimento dei Focolari, chiamata "Economia
di Comunione".
Una tale esperienza, che ormai interessa più di 700 imprese in
tutto il mondo, fotografa un particolare stile economico che sul piano
dell'organizzazione produttiva si esprime nel tentativo di coniugare il
rispetto delle regole e dei valori d'impresa con altri valori, motivazioni
ed obiettivi, sintetizzabili con l'espressione "cultura della comunione
nella libertà"[75].
Il riferimento alla libertà è emblematico; invero, non è
un caso che la fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, nella
sua lezione, in occasione del conferimento della Laurea Honoris
Causa in Economia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza,
ha sostenuto con decisione che «L'Economia di Comunione non si presenta
tanto come una nuova forma di impresa, alternativa a quelle già
esistenti; piuttosto essa intende trasformare dal di dentro le usuali
strutture d'impresa […], impostando tutti i rapporti intra ed extra
aziendali alla luce di uno stile di vita di comunione; il tutto nel pieno
rispetto degli autentici valori d'impresa e del mercato (quelli evidenziati
dalla dottrina della Chiesa, e in particolare da Giovanni Paolo II nella
Centesimus annus)»[76]. Il richiamo della Lubich al
rispetto degli autentici valori d’impresa e del mercato rappresenta
un invito rivolto agli operatori economici ed agli studiosi di economia
che si ispirano ai principi della dottrina sociale della Chiesa ad approfondire
le nozioni di impresa e di mercato, evidenziando l’elemento personalistico
della prima – l’impresa come “comunità di uomini”
liberi e responsabili - e quello dinamico del secondo: il mercato in quanto
processo relazionale, piuttosto che luogo sociologico. Le
implicazioni di queste considerazioni sulle questioni di etica economica
sono sotto gli occhi di tutti. Il fine, la natura e la funzione dell’impresa
assumono una particolare fisionomia che si comprende meglio se consideriamo
tale ente in un contesto nel quale la dimensione etica non è disgiunta
da quella produttiva, in quanto entrambe si esplicano nelle aree: motivazionale
(autorealizzazione, soddisfazione del cliente, soddisfazione dei collaboratori,
soddisfazione delle attese sociali), qualitativa (competenze, comportamenti,
capacità) ed economica (redditività - reddito residuo -,
risultati competitivi, crescita aziendale). Il fine orientato alla soddisfazione
del cliente, la natura dinamica-evolutiva e la funzione di creazione del
valore, oltre a quella di ente intermedio, delineano una nozione d’impresa
il cui habitat naturale è costituito dalla libera economia di mercato.
Ovvero, da un processo di relazione e di conoscenza reciproca (catallassi)
la cui caratteristica fondamentale è il riconoscimento del proprio
e dell’altrui limite. È proprio in virtù di tale riconoscimento
che rileviamo l’esistenza di un’inevitabile dispersione delle
conoscenze e, di conseguenza, la consapevolezza che in una società
libera nessuno può fare a meno del contributo – frammento
di conoscenza - degli altri.
L’identificazione dell'economia di mercato con l’economia
civile - ovvero l’accettazione dell’economia di mercato come
eredità morale della civiltà occidentale -, il riconoscimento
dell'elemento spontaneo-evolutivo nella genesi e nello sviluppo della
libera economia d'impresa, nonché di quello etico-razionale (pacta
servanda sunt) insito nel capitalismo rettamente inteso, rappresentano
tre possibili percorsi di dialogo e di collaborazione interdisciplinare
tra la riflessione intorno alla moderna dottrina sociale della Chiesa
e le correnti più avanzate dell’epistemologia contemporanea.
Ecco perché non dovrebbe apparire eccessivamente bizzarro iniziare
a pensare a tutte le possibili relazioni tra alcune rilevanti acquisizioni
del pensiero liberale classico, che in questa sede abbiamo tentato di
sintetizzare nelle quattro ragioni fondamentali, e tutte quelle esperienze
di libera economia imprenditoriale - di cui l'economia di comunione rappresenta
una delle espressioni più interessanti - che stanno germogliando
dal solco tracciato sul terreno fertile della tradizione del pensiero
sociale cristiano.
[1] Per popolarismo intendiamo l’ideale
politico ed economico elaborato e sperimentato da Sturzo nell’Italia
pre-fascista ed in seguito, durante il suo ventennale esilio, in Francia,
Inghilterra e Stati Uniti d’America, attraverso quel particolare
esperimento associativo che fu il People and Freedom Group, fondato
a Londra nel 1936 da un gruppo di giovani, d’accordo con l’esule
di Caltagirone: «Popolo e libertà è il motto
di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice
ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della
libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche
democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia,
proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà
soltanto per alcune classi privilegiate, mai dell’intero popolo»;
Luigi Sturzo, Nazionalismo e internazionalismo, Zanichelli, Bologna
1971, p. 108.
[2] Friederich August von Hayek, La
società libera, Seam; Roma 1998, p. 559, n. 4. Nel proseguo
del saggio useremo la definizione “liberalismo classico” come
sinonimo di “Old Whighs”, nell’accezione data
a tale espressione dal premio Nobel per l’economia Hayek:«In
contrasto con altri pensatori molto diversi, che si trovano più
spesso in Europa, che sono anch’essi chiamati liberali, ma che dovrebbero
essere chiamati “Old Whigs”, e tra cui spiccano pensatori
come Alexis de Tocqueville e Lord Acton»; F. A.v. Hayek, La presunzione
fatale. Gli errori del socialismo, Rusconi, Milano 1988, p. 99. Su
Lord Acton cfr. Rocco Pezzimenti, Il pensiero politico di Lord Acton.
I cattolici inglesi nell’ottocento, Studium, Roma 1992, p. 130.
Sullo stesso argomento rimandiamo ai seguenti saggi di Michael Novak:
The Judeo-Christian Concept of the Person, in “Markets &
Morality”, 2/1998, pp. 107-121; The Catholic Whig Revisited,
in “First Things”, Marzo 1990, pp. 39-42.; ed ancora di Robert
Sirico, The Economics of the Late Scholastics, in “Markets
& Morality”, 2/1998, pp. 122-129; Rocco Buttiglione, The
Moral Mandate for Freedom. Reflections on Centesimus annus, Occasional
Papers, Acton Institute, Grand Rapids, 1997. Su Bartolo da Sassoferrato
rimandiamo alle indicazioni bibliografiche presenti nel saggio di Antonio
M. Baggio, Riflessione su alcune categorie politiche alla luce della
rivelazione trinitaria, in AAVV, Abitare la trinità. Per
un rinnovamento dell’ontologia, a cura di Piero Coda e Lubomir
Zak, Città Nuova, Roma 1998, pp. 173-236.
[3] John Dickinson, The Records
of the Federal Convention of 1787, a cura di M. Farrand, Yale University
Press, New Haven 1937, p. 278, citato in F.A.von Hayek, La società
libera, cit., p. 579 n. 33.
[4] Cfr. F.A.v. Hayek, La socieà
libera, cit., p. 91; ed anche Cfr. Valerio Zanone, Il liberalismo
moderno, in Storia delle idee politiche economiche sociali,
a cura di L. Firpo, VI, UTET, Torino, 1989, p. 215; Sulla distinzione
tra i due filoni del liberalismo cfr. F.A.v. Hayek, Liberalismo,
Ideazione, Roma 1996, pp. 33-38. Dall’introduzione di Lorenzo Infantino
riportiamo il seguente brano: «Hayek giunse così ad assumere
una posizione critica anche nei confronti di ciò che egli chiama
“liberalismo classico”, una posizione che si è sovente
espressa tramite un duro atteggiamento “anticlericale, antireligioso
e generalmente antitradizionalista”», p.20.
[5] J. S. Talmon, The Origine of
Philosophic Radicalism, citato in F.A.v. Hayek, La società
libera, cit., p. 93.
[6] Tale brano è citato in Michael
Novak, Seven Whig Emendaments to the Liberal Theory of Liberty,
in M. Novak, On Cultivating Liberty. Reflections on Moral Ecology,
a cura di Brian Anderson, Rowman & Littlefield, Lanham 1999, p. 36-37;
in italiano è disponibile in M. Novak, Spezzare le catene della
povertà. Saggi sul personalismo liberale, a cura di Flavio
Felice, Liberilibri, Macerata 2000.
[7] Per personalismo metodologico intendiamo
l’approccio con il quale giudichiamo le multiformi istituzioni sociali
a partire dalla ferma convinzione in ordine all’unicità e
all’intersoggettività - o reciprocità - della persona
umana che ci consentono di considerare l’individuo nel momento in
cui agisce con gli altri. Su tale tema rimandiamo a F. Felice, Introduzione
a Aa.Vv., Cattolicesimo, liberalismo, globalizzazione, a cura di
F. Felice, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2002.
[8] «Ebbene, qual è la
via che ci conduce alla schiavitù e come evitare questa via? Per
evitare la schiavitù – risponde Hayek – occorre abbattere
la presunzione della nostra ragione. Dobbiamo ammettere subito che la
massima socratica, secondo la quale “il riconoscimento della nostra
ignoranza è il principio della saggezza, ha un significato profondo
per capire la nostra società”»; D. Antiseri, Liberi
perché fallibili, Rubettino, Messina, 1995, p. 56.
[9] Carl Menger, Principi di economia
politica, UTET, Torino, 1936, p. 112.
[10] «L’idea […]
del mercato come un ordine spontaneo, può essere illuminante dal
momento che genera la consapevolezza del modo in cui gli scambi tipici
di un mercato non pianificato possono coordinare le attività umane
meglio di qualsiasi piano; ma è profondamente fuorviante se suggerisse
che la struttura istituzionale del processo di mercato ci è offerto
come un dato naturale»; John Gray, The Moral Mandate of Market
Institution, IEA, Health and Welfare Unit, Choise in Welfare Series
No. 10, London 1992, p. 29. (mia traduzione)
[11] «L’individualismo
metodologico delle correnti più avanzate del pensiero economico
contemporaneo le spinge a ricondurre ogni fenomeno economico all’agente
che in esso è impegnato, cioè all’uomo che sceglie
e decide con questo gesto di se stesso e della realtà attorno a
sé. […] In questo è indubbia una somiglianza con l’approccio
di K. Wojtyla in Persona e atto. Molto interessante sarebbe, per
esempio, una lettura in parallelo di Human Action L. von Mises
(o almeno della sua prima parte) e di Persona e atto»; R.
Buttiglione, Il pensiero dell’uomo che divenne Giovanni Paolo
II, Mondadori, Milano 1998, pp. 384-385. Su tale tema rimandiamo alla
trilogia sul personalismo economico elaborata dal “Center for Economic
Personalism” dell’Acton Institute del Michigan: Aa.Vv., Beyond
Self-Interest: A Personalist Approach to Human Action, a cura di Gregory
R. Beabout, Lexington Books, Lanham 2001; Aa.Vv., Human Nature and
the Discipline of Economics: Personalist Anthropology & Economic Methodology,
a cura di Patricia Donohue-White, Lexington Books, Lanham 2002; Aa.Vv.,
The Free Person & The Free Economy: A personalist Examination of
Market Economics, a cura di Antony J. Santelli Jr., Lexington Books,
Lanham 2002; ed anche: Gregory M.A. Gronbacher, Economic Personalism:
a New Paradigm for a Humane Economy, Occasional Paper NO. 10, Acton
Institute, Grand Rapids 1998.
[12] L. Sturzo, La società,
sua natura e leggi, Zanichelli, Bologna 1960, p. 35.
[13] «Per un verso essa è
un soggetto irriducibile, che non può essere compreso solo come
una somma di stati emozionali causati dal condizionamento interno ed esterno.
L’esperienza vissuta della operatività e della responsabilità
costringe ad ammettere una sostanza della persona, che si attiva in quegli
stati emozionali ma anche li trascende per organizzarli in relazione alla
verità. In tal senso la persona è prima di tutto non relazione
bensì sostanza»; R. Buttiglione, Il pensiero …,
cit., p. 365.
[14] Cfr. Aa.Vv., Il popolarismo
sturziano pietra d’angolo per l’Italia del 2000, CISS, Roma
1995, pp. 5-15.
[15] R. Buttiglione, Il pensiero
…, cit., pp. 365-366.
[16]Cfr. Giovanni Paolo II, Dives
in misericordia, 30 novembre 1980, IV, 5-6; cfr. Stanislaw Grygiel,
L’uomo visto dalla Vistola, CSEO, Bologna 1978; cfr. R. Buttiglione,
L’uomo e il lavoro. Riflessioni sull’enciclica “Laborem
exercens”, CSEO, Bologna 1982, cap.1.
[17] «La moderna economia soggettiva
comincia con la soluzione dell'apparente paradosso del valore. Essa non
limita i suoi teoremi alle azioni dei commercianti, né tratta solo
di un fittizio homo oeconomicus. Tratta delle categorie inesorabili
dell'azione di ciascuno. I suoi teoremi concernenti i prezzi delle merci,
i saggi salariali e d'interesse si riferiscono a tutti gli altri fenomeni
senza riguardo ai motivi che spingono la gente a comprare o a vendere
o ad estenersi dal comprare o dal vendere. È tempo di scartare
qualsiasi riferimento al fallito tentativo di giustificare le lacune dei
vecchi economisti richiamandosi al fantoccio dell'homo oeconomicus»,
Ludwig von Mises, L’azione umana. Trattato di economia, UTET,
Torino 1959, p. 61-62.
[18] Opportunamente ci fa notare
Hernando de Soto che “Il capitale […] è stato creato
da persone che i sistemi proprietari spingono a cooperare tra loro e che
si sforzano di generare produzione addizionale dalle attività che
accumulano. Il considerevole aumento del capitale in Occidente nel corso
degli ultimi due secoli è la conseguenza di sistemi proprietari
sempre più efficienti, che consentono agli agenti economici di
scoprire e realizzare il potenziale delle loro attività e in tal
modo essere in grado di produrre la moneta non inflazionistica con cui
finanziare e generare produzione addizionale”; Hernando de Soto,
Il mistero del capitale. Perché il capitalismo ha trionfato
in Occidente e ha fallito nel resto del mondo, Garzanti, Milano 2001,
p. 73.
[19] L. Sturzo, Del metodo sociologico
(1950), in Opera Omnia, vol. xii, Zanichelli, Bologna 1970, p.
58.
[20] Dopo quanto detto sulle possibili
convergenze tra l’individualismo metodologico degli austriaci ed
il personalismo economico di matrice cristiana, è necessario sottolineare
che un autore rappresentativo di quella scuola come Mises oltre a non
aver mai esplicitamente formulato un’antropologia, si mostrò
ancor più refrattario ad ogni assiologia, rifiutandosi di esprimere
qualsiasi affermazione in ordine all’origine dei valori: «La
prasseologia è indifferente agli scopi ultimi dell’azione.
Le sue conclusioni sono valide per ogni specie di azione indipendentemente
dai fino perseguiti. Essa è una scienza dei mezzi, non dei fini.
Applica il termine felicità in un senso puramente formale»;
L. v. Mises, L’azione umana, cit., p. 15.
[21] Raimondo Cubeddu, Atlante
del liberalismo, Ideazione, Roma 1997, p. 10.
[22] Quanto al personalismo liberale,
ci appare interessante il contributo di Stefano Zamagni: «Ebbene,
sono dell’avviso che la concezione liberal-individualista dei diritti
difficilmente possa costituire lo sfondo adeguato sul quale tentare di
rendere compatibile quella concezione [la nozione di diritto] con i principi
fondativi della Dottrina Sociale della Chiesa. Ritengo, invece, che una
tale operazione possa essere condotta in porto con riferimento al liberal-personalismo,
alla posizione, cioè, che considera come base oggettiva per l’attribuzione
dei diritti l’intrinseco valore della persona umana»; Stafano
Zamagni, requisiti morali di un nuovo ordine sociale e economia civile,
in Aa.Vv., Economia, democrazia, istituzioni in una società
in trasformazione. Per una rilettura della Dottrina Sociale della Chiesa,
a cura di S. Zamagni, Il Mulino, Bologna 1997, p. 126.
[23] «Allora, non c’è
alcun dubbio che il catastrofico fallimento della pianificazione sovietica
è in gran parte attribuibile all’assenza di validi incentivi
tipici del mercato competitivo e alla presenza di incentivi per la cattiva
direzione ed il mal investimento. La spiegazione più profonda per
capire il fallimento della pianificazione sovietica è, ad ogni
modo, non tanto una che rimanda alla distorsione artificiale degli incentivi,
quanto una legata all’insuperabile limitazione della conoscenza
umana»; J. Gray, Op. Cit, p. 6. (mia traduzione)
[24] L. Sturzo, Le profezie verità,
a cura di Francesco Pasquariello, Edizioni Centro Sturzo, Torino, p. 39.
[25] Sull’opera del teologo
americano mi permetto di rinviare al mio: Capitalismo e cristianesimo.
Il personalismo economico di Michael Novak, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 2002.
[26] M. Novak, Lo spirito del capitalismo
democratico e il cristianesimo, Studium, Roma 1987, p. 470.
[27] Luigi Sturzo, Il Giornale
d’Italia, 16 ottobre 1957.
[28] In relazione alla rilevanza
storica della separazione dei poteri nell’esperienza anglosassone,
riportiamo un brano di W.S. Holdsworth, A History of English Law,
London, 1938, X , p.713, citato in F. A. von Hayek, The Constitution
of Liberty, p. 571 n. 80: «Se a un giurista, uno statista, o
un filosofo politico del XVIII secolo fosse stato chiesto d’indicare
la caratteristica più tipica, a suo parere, della costituzione
britannica, la risposta sarebbe stata: la separazione dei poteri nei diversi
organi dello Stato».
[29] F.A.v. Hayek, Legge, legislazione
e libertà. Una nuova enunciazione dei principi liberali della giustizia
e dell’economia politica, Il Saggiatore, Milano 1986, p.5.
[30] «Perché non si
possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose,
il potere arresti il potere. Una costituzione può esser tale che
nessuno sia costretto a fare le cose alle quali la legge non lo obbliga.
E a non fare quelle che la legge permette»; Luis Ch. de Secondat,
Barone di Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Vol. I (1747-48),
Classici Politici, collezione diretta da L. Firpo, UTET, Torino 1965,
estratto Lib.XI.; sul tema mi permetto di rimandare al mio: Il pensiero
di Michael Novak. Tra dottrina sociale e spirito imprenditoriale,
“Working Paper”, LUISS, Roma 1998.
[31] Cfr. F.A.v. Hayek, La società
libera, cit., p. 149-163; Joseph Schumpeter, Capitalismo, socialismo
e democrazia, Etaslibri, Milano 1994, p. 231: «La democrazia
è un metodo politico, vale a dire, un certo tipo di assetto
istituzionale avente lo scopo di arrivare a delle decisioni politiche
(amministrative e legislative). Non può quindi costituire un fine
per se stessa, indipendentemente dalle decisioni cui dà origine
in determinate condizioni storiche».
[32] «...la Costituzione che
la nuova nazione americana stava per darsi fu definitivamente intesa non
solo come regolamentazione della fonte del potere ma come una Costituzione
di libertà, una Costituzione che avrebbe protetto l’individuo
dalla coercizione arbitraria»; F.A.v. Hayek, La società
libera, cit., p. 243.
[33] James Madison, The Federalist
Papers, A Mantor Book, New York, 1961, n. 51, p. 322; trad it., Il
federalista, Il Mulino, Bologna 1997, p. 458.
[34] Cfr. M. Novak, Lo spirito del
capitalismo democratico e il Cristianesimo, Studium, Roma 1987, p.110.
[35] L. Sturzo, Nazionalismo e
..., cit., p.61.
[36] Cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus
annus, 15 maggio 1991, n.25.
[37] Ibidem.
[38] Israel Kirzner, Discovery
and the Market Process, University of Chicago Press, Chicago 1985,
pp. ix-x.
[39] Su tale argomento rimando all’opera
del teologo americano Michael Novak presente in bibliografia.
[40] Buchanam afferma che l’economia
politica è un manufatto, plasmato dalla scelta degli uomini, cfr.
James M. Buchanam, Economics in the post-Socialist Century, in
“The Economic Journal”, gennaio 1991, p.15; ed anche: Il
dibattito attuale su etica ed economia: orientamenti e prospettive,
in “Etica degli affari e delle professioni”, supplemento del
N° 4, 1991, pp.13-19. Atti della conferenza di NEMETRIA su: Economia,
società postindustriale, dottrina sociale della Chiesa, Foligno
-21 ottobre 1991.
[41] Cfr. D. Antiseri (a cura di),
Cattolici a ..., cit.. Riportiamo di seguito un brano del grande
economista tedesco Wilhelm Röpke, «il liberalismo non è
[...] nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo
legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle
prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con
il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale
quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero
occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la
cultura della persona e il senso dell’universalità»;
Natura del liberalismo e suoi rapporti con il Cristianesimo, in
D. Antiseri, Cattolici a..., cit., p. 118.
[42] Giovanni Paolo II, Sollicitudo
rei socialis, 30 dicembre 1987, n.15.
[43] L. Sturzo, La vera vita.
Sociologia del soprannaturale, Zanichelli, Bologna, p. 51. Il testo
classico su cui si fonda la teologia della creazione è rappresentato
dal seguente brano di Tommaso d’Aquino: «In ogni creatura
si trova una qualche somiglianza con Dio, ma soltanto nelle creature ragionevoli
essa si trova come immagine, mentre nelle altre si trova come vestigio.
Ora la creatura ragionevole supera le altre creature per l’intelletto
o la mente. Quindi è chiaro che nella stessa creatura ragionevole
si trova l’immagine di Dio, soltanto in rapporto alla mente. In
rapporto invece alle altre sue parti, vi sarà soltanto la somiglianza
di vestigio, come avviene per tutti gli altri esseri ai quali somiglia
con le parti suddette»; S.Tommaso, Summa Teologiae, I q.
93, a.6, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1985.
[44] Giovanni Paolo II, Evangelium
vitae, 25 marzo 1995, n.34.
[45] Cfr. H. de Soto, op. cit..
[46] Ibid., p. 42.
[47] Ibid., p. 52.
[48] Cfr. Giuseppe Palladino, Il
capitalismo vincerà?, Il Sole 24 Ore Libri, Milano 1986, p.
55: «Per Don Luigi Sturzo il “popolarismo” non era un’ideologia
bensì una dottrina economico-sociale, in base alla quale storicizzare
un corretto capitalismo e quindi un generalizzato e stabile sviluppo economico
intensivo ed era una dottrina dello Stato moderno».
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