Acton Institute for the Study of Religion & Liberty

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Metodi di scelt Negli Investimenti Etici

Caterina Galluccio

Premessa

Questo saggio si propone di esaminare alcuni degli aspetti problematici e contraddittori connessi alla finanza etica - in particolare agli investimenti etici - e di individuarne alcune possibili ipotesi di spiegazione, senza tuttavia avere la pretesa di essere conclusivo in un dibattito più che mai complesso, soprattutto nel momento storico attuale, laddove le stime delle disparità tra i popoli hanno raggiunto valori prima mai sfiorati e laddove l’unico modello economico possibile sembra essere quello dell’economia di mercato visto che tanto l’economia pianificata quanto l’economia mista non hanno fornito alternative efficaci.

Se l’unico modello economico possibile è quello dell’economia di mercato, la cosiddetta spinta ad “umanizzare l’economia” si traduce in una spinta ad “umanizzare il mercato”, e in tal senso sembra proporsi la “finanza alternativa”. Ebbene, considereremo più avanti le contraddizioni contenute nelle due espressioni “umanizzare l’economia” ed “umanizzare il mercato”; nostro scopo in questo lavoro è quello di capovolgere l’ottica d’esame, guardando al problema non dal punto di vista dell’offerta di strumenti finanziari alternativi, ma dal punto di vista della loro domanda, ossia a partire dall’individuo e dalle sue decisioni di investimento che presuppongono processi quali la ricerca, la selezione e infine la scelta tra le diverse alternative.

Carl Menger ci ha insegnato che il mercato è un ordine spontaneo in altre parole non intenzionalmente voluto dagli individui [1] , quel tipo di ordine che Friedrich von Hayek indica come Cosmos [2] . Anche la Borsa è un Cosmos, in altre parole una creazione spontanea che consente lo scambio di azioni. Alla Borsa vengono mosse le stesse critiche indirizzate al mercato: la si considera un immenso casinò ovvero una lotteria dove gli uni guadagnano ciò che gli altri perdono, suggerendo che comprando e vendendo titoli in Borsa gli uomini praticano un gioco a somma zero [3] . Tali critiche, analogamente a quelle indirizzate al mercato in generale che vedremo più avanti, sembrano dimenticare che la Borsa “è creatrice di ricchezze, accresce la prosperità e permette ai dipendenti di ottenere salari più elevati, ai proprietari di ottenere profitti maggiori, ai consumatori di ottenere prodotti meno cari. E questo innanzi tutto perché la Borsa consente una migliore utilizzazione del risparmio. (...).Se la Borsa non esistesse, le imprese si finanzierebbero ricorrendo di più al credito invece che all’emissione di azioni. Eppure, tra queste due fonti di finanziamento esiste una differenza essenziale, in quanto solo l’emissione di azioni fa nascere dei diritti di proprietà che sono il fondamento della responsabilità (c. n.)” [4] . Il tema della responsabilità sarà più volte richiamato in questa sede tanto a proposito dell’agire individuale quanto in merito ai gradi di libertà di cui un individuo gode.

E a proposito dell’agire, la prasseologia di Ludwig von Mises ci insegna che l’uomo agisce per rimuovere un’insoddisfazione e che l’azione umana è sempre aprioristicamente razionale - nel senso di una congruità tra mezzi e fini - ed economica - perché la scelta di un’alternativa presuppone la rinuncia alle altre [5] . Quindi l’uomo è homo agens le cui azioni – secondo l’individualismo metodologico – hanno conseguenze intenzionali e inintenzionali e soprattutto azione non è soltanto il fare, ma anche l’omettere di fare ciò che potrebbe essere fatto; “il parlare o il tacere (...) possono essere azione. (...) Anche l’uomo che si astiene dall’influenzare l’azione dei fattori psicologici e istintivi che potrebbe influenzare agisce” [6] . Queste considerazioni assumono particolare importanza nella riflessione sul carattere attivo o passivo dell’agire individuale in materia di investimenti finanziari.

Fatte queste premesse, quando si parla di “finanza alternativa”- intendendo per finanza l’insieme delle attività volte al reperimento e all’utilizzo di capitali in imprese economiche - sembra ci si riferisca ad essa come ad una res, ossia una realtà sui generis che impone le sue regole all’individuo, offrendogli strumenti finanziari dell’uno o dell’altro tipo. Pertanto in quest’immagine da un lato c’è la Finanza dall’altro lato l’Individuo. Ebbene, se non è scorretta come schema euristico, questa rappresentazione in realtà è senza dubbio parziale poiché riteniamo che debba provenire dall’investitore una domanda di “alternative” tra gli strumenti finanziari, e, solo conseguentemente, l’offerta diversificherà le opzioni di scelta all’interno delle preferenze espresse dall’investitore. Ciò a dire che il primato è dell’individuo, è l’uomo che pensa, sceglie e agisce. Pertanto non si può addossare alla Finanza o alla Borsa la responsabilità di non offrire quanto l’individuo stesso non domanda.

Queste precisazioni ci sembrano opportune perché si comprenda il ruolo dell’investitore e la responsabilità dietro le sue azioni (sia che faccia qualcosa, sia che ometta di fare quanto potrebbe essere fatto) e allo stesso tempo, perché si comprenda che il mercato inteso come catallassi non è “né buono né cattivo”, ma un ordine nato spontaneamente dagli scambi di materie prime, di merci, di denaro o di azioni, scambi dai quali gli individui traggono soddisfazione, ossia quel valore soggettivo di cui parleremo più avanti.

Con questo lavoro, pertanto, si esamineranno alcuni aspetti degli investimenti etici dal punto di vista dell’attore economico, proponendo, da un lato, uno studio empirico sulla rappresentazione sociale degli investimenti etici condotto su un campione italiano e, dall’altro lato, provando a chiarire alcuni dei pregiudizi più ricorrenti a proposito del mercato e del profitto, nella consapevolezza che l’investimento etico costituisce una forma di etica nel profitto e che risponde a criteri di solidarietà e non di beneficenza e sappiamo che in tal senso, molte esperienze di ispirazione religiosa, un esempio tra tutte quello dell’economia di comunione dei Focolarini di Chiara Lubich, hanno compreso come le attuali necessità mondiali non possano essere soddisfatte attraverso le donazioni, ma richiedono un processo di produzione di tipo capitalistico.

1. Investimenti etici: significato ed esperienze

Per investimenti etici (o Socially Responsible Investment) si intendono gli investimenti selezionati e gestiti in base a 'criteri etici e di natura sociale'; in altre parole, si tratta di utilizzare strumenti della finanza tradizionale – fondi azionari e obbligazionari - che però utilizzano regole etiche nella scelta dei titoli. I criteri etici di scelta possono essere “negativi” o di esclusione – no alle armi, al nucleare, ad imprese che inquinano, agli alcolici, al tabacco, e così via ecc. – e “positivi”, di inclusione – si alla salvaguardia dell’ambiente, alla difesa dei diritti umani, alla solidarietà, all’assistenza agli anziani, ad iniziative per il tempo libero, all’educazione professionale, alle politiche occupazionali più progressive, eccetera [7] .

La storia degli investimenti etici è piuttosto recente: sono nati grazie alle richieste di alcune minoranze religiose allarmate che i propri capitali finanziassero iniziative in contrasto con la propria etica e sulla spinta delle contestazioni di alcuni studenti universitari americani che, durante la guerra in Vietnam, si opposero al sostegno delle società coinvolte nel conflitto attraverso i fondi delle Università [8] .

In Italia, fino a poco tempo fa, gli investimenti etici erano sconosciuti alla maggior parte della popolazione; più di recente, grazie anche alla nascita nel 1999 della prima banca etica, si riscontra una maggiore familiarità con l’argomento, non volendo tuttavia con ciò intendere una proporzionale diffusione della pratica di investire eticamente [9] .

A ben guardare, all’inizio, parte della finanza etica italiana si configurava più come beneficenza che come investimento etico. Ciò perché la scelta etica si effettuava prevalentemente nel momento della distribuzione dei rendimenti e non nel momento dell’allocazione dell’investimento; pertanto, poteva accadere di destinare parte dei rendimenti di un investimento in iniziative di solidarietà senza sapere però come fosse avvenuta la capitalizzazione, che poteva essere stata realizzata anche in modo non etico. Per esempio, si poteva devolvere parte dei propri rendimenti per sostenere le associazioni che tutelano i diritti dell'infanzia, ignorando che magari il proprio capitale era stato investito in organizzazioni produttive nelle quali è di prassi il lavoro minorile.

Oggi i fondi “socially responsible” soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti tengono conto delle istanze religiose non solo di matrice cattolica, ma anche di quella ebraica, islamica, eccetera, testimoniando pertanto di rispettare un pluralismo di valori e mostrandosi come esperienza matura di società aperta anche nel mondo finanziario [10] .

L’eticità negli investimenti etici è garantita da commissioni di giudici che controllano che le società siano in possesso dei requisiti etici da esse dichiarati. Negli Stati Uniti, nel caso di condotte non etiche da parte delle imprese, i gestori dei Fondi non soltanto ritirano la propria partecipazione azionaria, ma aprono un canale di comunicazione con gli azionisti per poter discutere ed affermare il proprio dissenso sulle scelte operate. Si tratta del cosiddetto azionariato attivo che consente non solo di evitare di investire in imprese la cui condotta risulta incoerente con i principi etici, ma favorisce i collocamenti in imprese meritevoli e cerca di influire, attraverso il voto, cui dà diritto l’acquisto di quote azionarie, sulle scelte strategiche e sul comportamento delle imprese. Inteso in questo modo il risparmio è uno strumento forte per veicolare i propri valori.

2. Rappresentazione sociale degli investimenti etici: un’indagine su un campione italiano

Negli ultimi anni è stata avvertita l’esigenza di sviluppare modelli psicosociali del comportamento economico e dell’uso dei beni finanziari che collochino tali attività in un sistema più ampio di credenze, valori, atteggiamenti, conoscenze condivise [11] , dato che gli individui sembrano ‘negoziare’ parte del proprio senso di identità, di benessere e le relazioni interpersonali anche tramite scambi di risorse materiali e monetarie. Recentemente, questa esigenza è stata avvertita anche per il comportamento economico di beni finanziari eticamente considerati.

Si è detto sin dal principio che focalizzeremo l’attenzione sulla domanda di investimenti etici, ma, a tal fine, occorrono alcune precisazioni. Innanzitutto, è noto che gli investimenti etici possono comportare un rendimento leggermente inferiore rispetto ad altri tipi di investimento; in realtà, la selezione etica degli investimenti non necessariamente penalizza il rendimento economico, tuttavia i costi della selezione potrebbero produrre tale effetto [12] , ma per l’investitore tale onere dovrebbe essere previsto e addirittura ricompensato dal fatto di sostenere la causa in cui crede. Studi precedenti [13] tuttavia si sono soffermati sulle contraddizioni psicologiche presenti negli individui i quali, essenzialmente, vogliono essere buoni, ma a costi bassi; gli esempi potrebbero essere molteplici: vogliono difendere l’ambiente, ma senza rinunciare all’automobile, esprimono solidarietà al prossimo, ma evadono le tasse e così via.

2.1 Motivi della ricerca

Poiché in quest’ultimo periodo anche in Italia si sta diffondendo la finanza etica, si è voluto indagare sulle “rappresentazioni sociali” degli investimenti etici, per conoscere quanto la gente comune ne sa, che cosa ne pensa, se è interessata a saperne di più, ecc., al fine di tentare di formulare una previsione sulle probabilità di futuri sviluppi degli investimenti etici nel nostro Paese.

La scelta di studiare questo argomento risponde ad almeno due ordini di motivi.

In primo luogo, il tema della finanza socialmente responsabile sta suscitando un crescente interesse sia nei singoli e nelle agenzie culturali, politiche ed ecologiche, sia nell’opinione pubblica. Nessuno mette più in dubbio che presso la maggior parte della gente sia cresciuta la preoccupazione per la salvaguardia dell’ambiente, la difesa dei diritti umani, la solidarietà, ecc., e che per ottenere buoni risultati in questo campo si possa influire sulla gestione della finanza.

In secondo luogo, il tema degli investimenti etici ci permette di confrontare le rappresentazioni sociali che differiscono tra loro sia sulla base di una variabile esperienziale («l’avere o meno avuto a che fare con gli investimenti etici»), sia su una variabile di ruolo («l’essere o meno esperto in tale settore economico»).

Il problema da cui aveva preso avvio la ricerca era il perché in Italia gli investimenti etici stentassero a decollare?

Ebbene, nel tentativo di rispondere a tale quesito, la nostra ricerca è stata impostata e condotta in tre momenti successivi. Il primo è consistito in un’indagine pilota; il secondo nella rilevazione delle rappresentazioni sociali in un vasto campione; il terzo nel confronto tra le rappresentazioni sociali di un gruppo di persone comuni con quelle di un gruppo di esperti nel settore. Durante tutte le tre fasi, è stato utilizzato lo schema teorico delle rappresentazioni sociali di Moscovici [14] ed Herzlich e di Fischer [15] e quello delle credenze comportamentali, normative e di controllo di Ajzen e Fishbein [16] e di Ajzen e Madden [17] .

2.2 Indagine pilota

In accordo con i suggerimenti di Ajzen e Fishbein, Ajzen e Madden, l’indagine pilota è stata condotta essenzialmente per rilevare, in via preliminare, le credenze comportamentali, le credenze normative e quelle di controllo comportamentale previste dal modello dell’Azione Ragionata (TRA) e dal modello del Comportamento Pianificato (TPB) [18] . Per far questo, è stato effettuato un monitoraggio delle iniziative di economia sociale ed etica presenti in Italia, comprese le esperienze legate alle associazioni ambientaliste, il commercio equo e solidale, le attività delle Ong, il non profit, la banca etica e i fondi etici. Tale attività ha comportato sia la raccolta delle informazioni e del materiale in circolazione sul tema dell'economia sociale in generale e in particolare sugli investimenti etici, sia lo studio della letteratura sull’argomento allo scopo di realizzare delle precisazioni concettuali. In un secondo momento sono state poi rilevate le credenze (comportamentali, normative e di controllo) riferite agli investimenti etici, attraverso l’indagine pilota appunto, in un campione di soggetti con caratteristiche analoghe a quelle della popolazione che si intendeva esaminare.

Alla fase della ricerca pilota hanno partecipato 120 persone residenti a Roma, di cui il 55% uomini e il 45% donne, età media di 36 anni. Il 10% possiede un diploma di scuola media inferiore, il 51% un diploma di scuola media superiore, il 31% un diploma universitario, il 8% non ha risposto alla domanda.

Ai soggetti è stato somministrato un questionario con 10 domande volte a rilevare credenze comportamentali, normative e di controllo.

Credenze comportamentali. Al fine di tracciare le credenze comportamentali, ai soggetti si è richiesto di indicare: 1) il tipo di disponibilità ad aiutare chi si trova nel bisogno [19] ; 2) quali campagne ambientalistiche bisognerebbe sostenere [20] .

Dall’analisi delle frequenze delle risposte relative alla prima domanda è risultato che è maggiore la disponibilità di aiutare gli altri dedicando del tempo (65%) piuttosto che del denaro. Per quanto riguarda la seconda domanda, la risposta con maggiore frequenza è stata data alla rivalutazione dell’attività agricola nelle nostre regioni (68,6%).

Credenze normative. Per la rilevazione delle credenze normative, ai soggetti è stato chiesto di indicare: 1) In uno Stato che impone ai cittadini un oneroso carico fiscale, è lecito evadere le tasse? (Possibili risposte: sempre, quasi sempre, qualche volta, quasi mai e mai); 2) In uno Stato equo e parsimonioso è lecito evadere le tasse? (Possibili risposte: sempre, quasi sempre, qualche volta, quasi mai, mai).

Dall’analisi delle frequenze delle risposte alla prima domanda è emerso che la scelta prevalente è caduta sulla casella della valutazione «qualche volta». Per quanto riguarda la seconda domanda invece, il 79% degli intervistati ha indicato che non si deve mai evadere le tasse in uno Stato equo e parsimonioso.

Credenze di controllo. Per la rilevazione delle credenze di controllo, ai soggetti è stato chiesto: Tra i grandi problemi dell’umanità, quello ambientale va risolto prima degli altri? [21] Su una scala a 5 punti, i soggetti hanno dato la prevalenza alla risposta “qualche volta”.

Partendo dai dati così raccolti e da quelli di una serie di colloqui liberi sul tema degli investimenti etici, abbiamo costruito il questionario definitivo utilizzato nella fase estensiva e in quella di confronto della ricerca.

2.3 Lo strumento di ricerca: il questionario

Prima di passare a descrivere l’indagine estensiva e quella di confronto, è opportuno presentare brevemente lo strumento adoperato nella ricerca. Si tratta, come si è detto, di un questionario, la cui costruzione è stata condotta in più fasi. Sulla base dei dati emersi nella ricerca pilota, si è costruito un alto numero di affermazioni contenenti opinioni più o meno positive sugli investimenti etici. La valutazione della correttezza tecnica dei contenuti di questi item è stata sottoposta ad esperti nel settore. Successivamente, si è proceduto alla riduzione del numero delle affermazioni scegliendo gli item che – sottoposti al giudizio di un certo numero di giudici – sono stati ritenuti chiari, facilmente comprensibili e pertinenti. Nella scelta delle affermazioni considerate idonee si è cercato di coprire adeguatamente i vari aspetti della tematica che si voleva studiare.

Nella seconda fase, sì è verificato se le dimensioni ipotizzate nei confronti degli investimenti etici fossero o meno indipendenti tra loro. A questo scopo, si è ricorsi all’analisi fattoriale che porta a rilevare l’esistenza o meno dell’indipendenza fra le dimensioni analizzate. Sulla base dei dati ricavati dal campione di 120 soggetti è emerso che i nessi fra le dimensioni non risultavano forzati in termini di ortogonalità. Inoltre, si è verificata l’affidabilità dei fattori estratti tramite il calcolo del coefficiente alpha di Cronbach [22] . I valori elevati ottenuti con questo test per tutte le quattro aree indagate sono risultati soddisfacenti, infatti sono: 0.8285; 0.7981; 0.8492; 0.7648.

Le quattro aree oggetto di indagine riguardano:

a) il parere degli intervistati sull’evasione delle tasse e sulla opportunità di devolvere parte del proprio denaro in eccesso per finalità altruistiche. A questo scopo, si sono adoperati cinque item, tutti su una scala a 5 gradi, ed un item su una scala a 10 gradi;

b) il grado di conoscenza sugli investimenti etici è stato raccolto mediante 2 item, il primo su una scala a 5 gradi, il secondo invece su una scala a 2 gradi;

c) i pareri sugli investimenti etici sono stati rilevati mediante una serie di sette aggettivi, su una scala a 5 gradi;

d) ed infine, per rilevare la rappresentazione sociale degli intervistati nei confronti degli investimenti etici, si è adoperato un differenziale semantico con 16 coppie di aggettivi bipolari su una scala a 7 gradi e altri due item su una scala a 3 gradi.

Il questionario terminava chiedendo agli intervistati alcune informazioni riguardanti l’età, il sesso, il titolo di studio, lo stato civile, la professione, il numero dei membri del nucleo familiare, se l’abitazione è di proprietà o meno, il tipo di educazione fornito ai figli, l’eventuale percentuale del reddito devoluto annualmente in beneficenza, l’attribuzione o meno dell’8 per mille alla Chiesa Cattolica, l’identificazione politica, la pratica o meno di attività di volontariato.

2.4 Indagine estesa

Una volta in possesso dello strumento definitivo, si è passati all’indagine estensiva della ricerca.

2.4.1 Campione

Sono stati intervistati 400 soggetti adulti, di cui poco più del 50% uomini, tutti residenti in Roma o nella provincia romana; l’età va dai 21 ai 90 anni, con una media di 37 anni; relativamente all’istruzione, il 2% possiede un diploma di scuola elementare, il 12% un diploma di scuola media, il 59% un diploma di scuola media superiore e il 27% un diploma di laurea. Per quanto riguarda il reddito, il 28% del campione si colloca in un reddito al di sotto dei 30 milioni, il 22% tra i 30 e i 50 milioni, il 26% al di sopra dei 50 milioni, la parte restante non risponde. Lo stato civile del campione è così composto: il 48% si dichiara single e il 42% è coniugato. Il 62% utilizza l’automobile per recarsi al lavoro, il 16% il motociclo, il 12% i mezzi pubblici, l’1% la bicicletta, il 9% si reca a piedi. Relativamente al credo religioso, il 79% dichiara di essere cattolico, il 41% di versare sempre l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, il 16% qualche volta, il 37% mai e il 6% destina l’8 per mille ad altro. Per quanto riguarda il volontariato e le opere di beneficenza il 56% dice di aver fatto del volontariato e il 44% di no, il 46% di devolvere il 5% del proprio reddito in beneficenza, il 14% devolve solo il 10% e il 30% afferma di non fare mai beneficenza.

2.4.2 Analisi dei dati

Prima di sottoporre i soggetti alla compilazione dello strumento, è stata fornita loro una definizione ed una sintetica spiegazione di ciò che si intende per investimento etico; inoltre, è stato chiesto loro con quale frequenza ne avessero mai sentito parlare e infine di specificare, tra 16 coppie di aggettivi di significato opposto, i loro pareri sull’argomento scegliendo quelli che meglio rappresentavano l’investimento etico, graduando il proprio giudizio sulla scala a 7 punti interposta tra i due aggettivi opposti.

La tecnica del differenziale semantico e le metodologie statistiche ad essa collegate, quali l’analisi fattoriale da noi utilizzata, ci permettono una valutazione quantitativa degli investimenti etici, sia rilevando i fattori o le categorie che stanno alla base di tale valutazione quando è espressa in forma di qualificazione verbale, sia raggruppando dei punti nello spazio fattoriale capaci di individuare le somiglianze della rappresentazione, la sua articolazione e compattezza.

È opportuno ricordare che gli opposti qualificatori del differenziale semantico, quando sono usati nel loro significato letterale, definiscono attributi particolari dei «concetti». Il significato dei qualificatori comprende una «componente descrittiva» che permette di esprimere l’opinione nei confronti del concetto qualificato, ed una «componente valutativa» che esprime l’atteggiamento degli intervistati, dato che gli attributi denominati raramente sono neutri. Così l’aggettivo «opportuno», associato al concetto di «investimento etico», ne descrive sia la disponibilità ad adottarlo nella vita, sia la disposizione positiva nei confronti di esso. Il legame fra la componente descrittiva e quella valutativa viene espresso dagli aggettivi ad un tempo designativi ed estimativi del differenziale semantico ed i fattori che ne risultano formano dimensioni ad un tempo valutative e descrittive, oppure dimensioni in cui è presente o solo la componente valutativa o solo quella descrittiva.

Per arrivare alle strutture fattoriali è necessario passare attraverso il calcolo delle correlazioni. Questo viene fatto sui punteggi medi dei concetti al fine di eliminare dall’analisi la sorgente di variabilità costituita dalle valutazioni individuali. La matrice delle correlazioni fra le varie scale nel nostro caso è stata analizzata con il metodo delle componenti principali. Successivamente, tali componenti sono state sottoposte a rotazione ortogonale in base al criterio varimax [23] .

Dalle 16 coppie di aggettivi sono state estratte 4 componenti capaci di spiegare il 61% della varianza totale [24] (tab. 1). Nell’interpretazione dei fattori, sono state considerate significative le saturazioni degli item pari o superiori a .40. I fattori estratti sono stati ulteriormente testati mediante un’analisi dell’affidabilità con il calcolo del coefficiente alpha di Cronbach. I valori di questo coefficiente sono nell’ordine: .8161; .7676; .7433; .7799. Come, si vede, tali valori sono soddisfacenti.

Componente

1

2

3

4

Bello-brutto

Incerto-certo

Stabile-instabile

Generoso-egoista

Sconsigliabile-raccomandabile

Astratto-concreto

Forte-debole

Problematico-semplice

Pericoloso-sicuro

Strano-normale

Innovativo-retrogrado

Utile-inutile

Opportuno-inopportuno

Produttivo-improduttivo

Utopico-fattibile

Sereno-teso

-.142

.569

.174

-.172

.764

.781

8,615E-02

.419

.713

.785

.101

-7,722E-02

-6,201E-02

7,252E-02

.626

-5,256E-02

.375

2,061E-02

.180

.432

-.124

-1,257E-02

4,850E-02

1,635E-02

.111

9,536E-02

.774

.870

.791

.475

-.123

.311

.303

-.112

.779

7,959E-02

5,865E-02

9,624E-02

.743

3,270E-02

-1,589E-02

6,729E-02

.102

7,289E-02

.149

.267

.101

.652

.560

.499

-.175

.663

4,945E-02

-1,775E-02

.180

.628

-2,314E-02

-.133

-2,257E-03

.124

.165

.118

.269

.139

Tabella 1. Matrice dei componenti ruotata. Metodo estrazione: analisi delle componenti principali. Metodi di rotazione: Varimax con normalizzazione di Kaiser.

I quattro fattori estratti sono stati denominati come segue:

  1. Incertezza sulla concretezza dell’investimento etico (23,437% di varianza totale spiegata);
  2. Innovatività dell'investimento etico (21,678% di varianza);
  3. Sicurezza dell'investimento etico (8, 547% di varianza);
  4. Immagine ideale di investimento etico (6,744% di varianza).

Il primo fattore riguarda essenzialmente l’incertezza sulla concretezza degli investimenti etici. Le coppie di aggettivi che hanno una saturazione superiore a .40 sono le seguenti:

strano-normale (.785) (punteggio medio ottenuto: 4,03);
astratto-concreto (.781) (punteggio medio ottenuto: 4,05);
sconsigliabile-raccomandabile (.764) (punteggio medio ottenuto: 4,51);
pericoloso-sicuro (.713) (punteggio medio ottenuto: 3,39);
utopico-fattibile (.626) (punteggio medio ottenuto: 4,00);
incerto-certo (.569) (punteggio medio ottenuto: 3,51).

Osservando i punteggi medi di ogni item (tab. 2), si rileva che essi si collocano tutti all’incirca sulla media della scala. Questo dato ci fa supporre che i soggetti, nell’esprimere la preferenza sugli aggettivi bipolari, si trovano nella situazione di chi non sa se l’investimento etico sia una cosa strana o normale, astratta o concreta, fattibile od utopica, incerta o certa. Si può dire che l’investimento etico appare loro quasi indefinibile. La prima dimensione, nel suo complesso, denota che gli intervistati si trovano di fronte a qualcosa di nuovo, di cui non sanno vedere il lato normale, concreto e fattibile. Sembra che le informazioni date prima della compilazione del questionario non siano stati sufficienti a produrre negli intervistati un’idea sugli investimenti etici, sebbene gli intervistatori dichiarino che il feedback sia stato positivo. Si può tuttavia rilevare che, nonostante questa situazione di incertezza, dai dati trapela un aspetto di dissonanza cognitiva: da una parte troviamo che la bilancia delle medie pende più verso il concetto di incerto e pericoloso, dall’altra che l’investimento etico è raccomandabile.

Aggettivi

Medie

Deviazione standard

Errore standard

Media

Bello-brutto

Incerto-certo

Stabile-instabile

Generoso-egoista

Sconsigliabile-raccomandabile

Astratto-concreto

Forte-debole

Problematico-semplice

Pericoloso-sicuro

Strano-normale

Innovativo-retrogrado

Utile-inutile

Opportuno-inopportuno

Produttivo-improduttivo

Utopico-fattibile

Sereno-teso

2,33

3,51

3,49

2,31

4,51

4,05

3,11

3,63

3,39

4,03

2,30

2,13

2,42

2,82

4,00

2,93

1,42

1,67

1,61

1,50

1,88

1,88

1,61

1,80

1,74

1,85

1,50

1,47

1,52

1,60

1,95

1,59

7,12E-02

8,35E-02

8,03E-02

7,50E-02

9,39E-02

9,42E-02

8,05E-02

8,99E-02

8,71E-02

9,25E-02

7,51E-02

7,34E-02

7,61E-02

8,02E-02

9,76E-02

7,93E-02

Tabella 2. Punteggi medi e deviazioni standard delle 16 coppie di aggettivi bipolari.

Il secondo fattore riguarda l’utilità e l'innovatività dell'investimento etico. Le coppie di aggettivi con una correlazione superiore a .40 sono le seguenti:

utile-inutile (.87) (punteggio medio ottenuto: 2,13);
opportuno-inopportuno (.79) (punteggio medio ottenuto: 2,42);
innovativo-retrogrado (.77) (punteggio medio ottenuto: 2,30);
produttivo-improduttivo (.47) (punteggio medio ottenuto: 2,82).

Le medie ottenute in questi item si collocano tutte verso l’aggettivo che denota positività. A differenza della precedente dimensione, in questo fattore gli intervistati dimostrano di considerare l'investimento etico come qualcosa di utile, opportuno, innovativo e produttivo. Viene a mancare la nota di incertezza rilevata precedentemente. Spiegare questa presa di posizione non è facile. Si può pensare che tali scelte siano una conseguenza della risonanza attribuita negli ultimi tempi al tema della finanza etica, ma anche al fatto che gli intervistati esprimono solo valutazioni e non credenze comportamentali.

Il terzo fattore riguarda la sicurezza e stabilità. Le coppie di aggettivi che sono risultate sature in questo fattore sono:

stabile-instabile (.77) (punteggio medio ottenuto: 3,49);
forte-debole (.74) (punteggio medio ottenuto: 3,11);
sereno-teso (.65) (punteggio medio ottenuto: 2,93).

La valutazione positiva riscontrata nella seconda dimensione sugli investimenti etici, in questo fattore si attenua un po’, ma continua a persistere. Una maggiore titubanza è presente nelle denotazioni di stabile/instabile e forte/debole; mentre più positiva è la valutazione relativa all’item sereno/teso, per il fatto che la media pende di più verso il lato della valutazione di serenità.

Anche i risultati di questo terzo fattore ci dicono che negli intervistati è presente un’opinione più positiva che negativa, ma si tratta di un aspetto che non irrompe con forza e chiarezza. Ancora una volta si può dire che probabilmente gli intervistati si trovano in difficoltà ad esprimersi su un tema che forse per la maggior parte è del tutto nuovo.

Il quarto fattore dà un’immagine ideale dell’investimento etico. Esso aggrega 2 coppie di aggettivi:

generoso-egoista (.66) (punteggio medio ottenuto: 2,31);
bello-brutto (.56 ) (punteggio medio ottenuto: 2,33);

Le preferenze del gruppo intervistato in questo fattore sono orientate decisamente verso gli aggettivi di significato positivo da cui scaturisce la seguente descrizione dell’investimento etico: bello e generoso.

2.4.3 Considerazioni sui risultati dell’indagine estesa

I risultati dell’analisi fattoriale evidenziano che dal primo al quarto fattore la rappresentazione degli intervistati parte da una situazione di grande incertezza e va sempre più spostandosi verso connotazioni positive. Questo fatto fa pensare che i soggetti, pur considerando l’investimento etico come qualcosa di positivo, generoso, bello, nutrono dei dubbi in merito alla sua realizzabilità e sicurezza.

Tali risultati potrebbero lasciar supporre che le scarse e incomplete informazioni sull'argomento e l’esiguo numero di esperienze attivate, non abbiano ancora dato modo alla gente di crearsi delle «certezze» in proposito; pertanto la perplessità sulla concreta realizzazione degli investimenti etici e la resistenza ad attuarli potrebbe essere attribuita ad una ridotta conoscenza e ad una scarsa familiarità con questo tema.

Partendo dalle suddette riflessioni, abbiamo dato vita ad una nuova ricerca, che si è definita «indagine di confronto», perché realizza una comparazione tra due gruppi di soggetti: esperti e non esperti.

2.5 Indagine di confronto

Come si è detto, dai risultati della ricerca estesa sono scaturite alcune riflessioni che hanno condotto ad indagare le rappresentazioni sociali degli investimenti etici in un gruppo di 40 bancari allo scopo di confrontarle con quelle di 40 soggetti, scelti casualmente dai 400 dell'indagine precedente, per controllare alcune ipotesi maturate nel corso della ricerca.

2.5.1 Ipotesi

L’ipotesi di partenza è che la categoria professionale dei bancari, essendo dotata di expertise nel settore degli investimenti economici, dovrebbe avere rappresentazioni sociali differenti, probabilmente più sicure e concrete, sugli investimenti etici da quelle di persone non esperte.

Il gruppo di esperti da noi intervistato è formato da 40 bancari della città di Padova, proprio la città in cui è sorta la prima banca etica; si è pensato di ricorrere a bancari di Padova perché ritenuti più sensibilizzati al tema degli investimenti etici, data la loro vicinanza con la banca etica. Come si è detto, il gruppo di confronto è stato scelto casualmente tra i 400 soggetti intervistati durante la ricerca estesa.

Prima di dare avvio all’indagine, si è ritenuto opportuno contattare i direttori di 8 istituti bancari al fine di sottoporre il questionario alla loro attenzione, spiegare gli obiettivi della ricerca e verificarne la disponibilità a collaborare.

I questionari sono stati somministrati solo ai dipendenti addetti alla vendita di titoli azionari e di fondi di investimento a clienti privati e imprese.

  • 5.2 Campione

    Le caratteristiche del gruppo dei bancari sono le seguenti: età media di 36 anni, con un minimo di 26 e un massimo di 53 anni. Il 53% è costituito da uomini e il 47% da donne. Il 65% è coniugato. Il 95% ha conseguito un diploma di scuola media superiore e il 5% un diploma di laurea. Il 20% ha un reddito che non supera i 30 milioni annui, il 28% compreso tra i 30 e i 50 milioni, il 52% ha un reddito superiore ai 50 milioni. Il 58% degli intervistati utilizza l’automobile per i propri spostamenti, il 27% i mezzi pubblici, il 10% il motociclo e il 5% la bicicletta.

    Le caratteristiche del gruppo di controllo sono: età media di 36 anni, con un minimo di 24 ed un massimo di 57 anni. Il 54% è costituito da uomini mentre il 46% da donne. Il 63% è coniugato. Il 92% ha conseguito un diploma di scuola media superiore, un 3% di scuola media inferiore, e il restante un diploma di laurea. Il 19% ha un reddito che non supera i 30 milioni annui, il 28% compreso tra i 30 e i 50 milioni, il 53% ha un reddito superiore ai 50 milioni. Il 53% degli intervistati utilizza l’automobile per i propri spostamenti, il 30% i mezzi pubblici, il 11% il motociclo, il 6% la bicicletta.

    2.5.3 Analisi dei dati

    Dato il ridotto numero dei bancari non è stata effettuata, come nella ricerca estesa, l'analisi fattoriale, ma si sono poste a confronto le frequenze di risposta e le medie dei due gruppi (tab. 3).

    Differenziale semantico

    Gruppo di controllo

    Bancari

    Significatività

    p < .05

    Media

    Media

    Bello/Brutto

  • 90

  • 73

  • .006

    Incerto/Certo

  • 85

  • 65

  • .016

    Stabile/Instabile

  • 40

  • 70

  • ns

    Generoso/Egoista

  • 75

  • 52

  • .013

    Sconsigliabile/Raccomandabile

  • 28

  • 55

  • ns

    Astratto/Concreto

  • 98

  • 75

  • .044

    Forte/Debole

  • 55

  • 30

  • .033

    Problematico/Semplice

  • 98

  • 92

  • .008

    Pericoloso/Sicuro

  • 45

  • 65

  • ns

    Strano/Normale

  • 33

  • 50

  • ns

    Innovativo/Retrogrado

  • 53

  • 40

  • .003

    Utile/Inutile

  • 60

  • 25

  • .031

    Opportuno/Inopportuno

  • 00

  • 85

  • .005

    Produttivo/Improduttivo

  • 53

  • 10

  • ns

    Utopico/Fattibile

  • 70

  • 05

  • ns

    Sereno/Teso

  • 68

  • 85

  • ns

    Tabella 3. Medie e significatività tra la differenza delle medie ottenuta con il t di Student dei due gruppi: bancari e non bancari.

    2.5.4 Considerazioni sui risultati dell’indagine di confronto

    Innanzitutto, va detto che alla domanda: «Con che frequenza avete sentito parlare di investimenti etici?», dei bancari di Padova, il 38% afferma di averlo sentito qualche volta, il 27,% quasi mai, il 22% mai; solo il 12% afferma di averne sentito parlare spesso. Alla domanda: «Conoscete delle persone che ne abbiamo già effettuati?», i bancari di Padova rispondono «sì» per il 35% e «no» per il 65%. Le risposte dei due gruppi ad entrambe le domande si posizionano su medesimi valori medi.

    Questi dati ci hanno stupito, in quanto ci si aspettava che i bancari manifestassero sull’argomento una maggiore ricchezza di conoscenze. Anche ai bancari, così come si era fatto per il gruppo di controllo, si è chiesto diesprimere il proprio parere scegliendo, lungo la scala a sette punti del differenziale semantico, l’aggettivo più adeguato al proprio sentire.

    Le medie dei singoli item dei due gruppi sono state analizzate con il test t di Student per verificare se tra di esse esiste una differenza significativa, ossia se i due gruppi possono o meno essere considerati appartenenti a due popolazioni differenti. I risultati di queste elaborazioni sono presentati in tabella 3.

    Il primo elemento che emerge dal confronto è dato dal fatto che su quasi la metà degli item (7 su 16) il gruppo dei bancari non si differenzia da quello dei non bancari. L’attesa era che il numero delle differenze significative fosse più alto. Questo dato conferma una forte somiglianza delle rappresentazioni sociali degli investimenti etici dei due gruppi; la cosa denota una scarsa conoscenza sul tema anche da parte del nostro gruppo di bancari. Del resto, il 22% di essi aveva detto di non averne “mai” sentito parlare ed il 27% di non averne sentito parlare “quasi mai”.

    Un secondo elemento da considerare riguarda le coppie di aggettivi in cui non sono emerse differenze: si tratta di aggettivi che denotano soprattutto la «componente descrittiva» dell’oggetto d’indagine, come stabile/instabile, sconsigliabile/raccomandabile, pericoloso/sicuro, strano/normale, produttivo/improduttivo, utopico/fattibile e sereno/teso.

    La significatività tra i due gruppi, invece, si riscontra negli aggettivi che possiamo considerare legati alla «componente valutativa». Gli aggettivi sono: bello/brutto, incerto/certo, astratto/concreto, forte/debole, problematico/semplice, innovativo/retrogrado, utile/inutile, opportuno/inopportuno. È importante rilevare che su questi aggettivi, le medie del gruppo di controllo (ossia dei non esperti) sono significativamente più orientate verso il senso positivo della coppia; risulta pertanto che il gruppo di controllo dimostra di avere una rappresentazione assai più favorevole ed ottimista del gruppo dei bancari nei confronti degli investimenti etici.

    Richiamando le dimensioni emerse nell’analisi fattoriale nella prima parte della ricerca, si nota che i fattori in cui i due gruppi si differenziano in maniera netta sono il secondo, che abbiamo chiamato della “innovatività ed utilità”, ed il quarto, che abbiamo etichettato come “concetto ideale dell’investimento etico”. In ambedue i fattori, il gruppo dei non esperti si posiziona maggiormente verso gli aggettivi positivi. Ciò fa pensare che la rappresentazione sociale degli investimenti etici, dal punto di vista del suo concetto ideale, è più positiva nel gruppo di controllo che in quello dei bancari. È interessante notare, inoltre, che l’assenza di differenze significative nelle altre dimensioni manifesta nei soggetti medesime perplessità sulla attuazione pratica degli investimenti etici.

    2.6 Considerazioni conclusive

    Come abbiamo già sottolineato, dai risultati della ricerca è emerso, nei soggetti intervistati, un contrasto tra una valutazione positiva del fenomeno investimenti etici e un atteggiamento di evidente scetticismo nei confronti della loro concreta realizzazione.

    In un’analoga indagine condotta in Gran Bretagna alcuni ricercatori [25] hanno mostrato che le ragioni per cui si investe eticamente sono le più diverse e, pertanto, sarebbe pericoloso trattare gli investitori etici come se fossero un gruppo omogeneo. Per alcuni di loro, l’investimento etico rappresenta una forma di integrazione sociale che segna l’appartenenza ad un gruppo, senza comportare tuttavia grossi sacrifici personali. Altri invece considerano la pratica dell’investimento etico coerente ad uno stile di vita fondato sul senso di responsabilità civica e sociale. Alcuni investitori etici credono davvero di contribuire a migliorare il mondo, vogliono pertanto che i propri investimenti abbiano un effetto e se pur subissero alcune perdite economiche, non trasferirebbero o venderebbero le proprie azioni etiche. Non così altri, altrettanto disposti ad investire eticamente a condizione però che ciò non abbia un impatto negativo sul proprio patrimonio. Forse, sostiene sempre Webley nella sua ricerca, se si riflettesse sulle conseguenze delle proprie azioni, in altre parole se il prezzo pagato dagli altri, a seguito delle proprie scelte, venisse evidenziato, la gente sarebbe più propensa a riflettere sul proprio comportamento, e questo tipo di riflessione tenderebbe a produrre un incremento di azioni socialmente responsabili. “Quindi, più persone diventano consapevoli che quasi ogni situazione implica decisioni etiche (cosa che una moltitudine di religioni tenta di insegnarci da secoli), e più probabilità ci sono che le motivazioni diventino comportamenti coerenti (e più etici)” [26] .

    Tornando ai risultati della nostra ricerca, emerge chiaramente una sensibilità verso il fenomeno della finanza etica e forse una certa curiosità ed apertura nei confronti di questi nuovi orizzonti finanziari; tuttavia, in più parti si sono evidenziati i dubbi e le perplessità in merito alla concreta possibilità di realizzare investimenti etici.

    Tali risultati sono senz’altro in linea con il fenomeno del rovesciamento delle preferenze di Slovic e Lichtenstein [27] che mette in evidenza una discordanza tra “valutazione” e “scelta” dovuta alle diverse “strategie di elaborazione dell’informazione indotte dalle diverse modalità con cui viene richiesta la risposta ai soggetti” [28] . Pertanto, nel compito di valutazione i soggetti si concentrerebbero sull’aspetto ‘bontà’, secondo cui l’investimento etico si sostanzia in una ‘buona azione’; nel compito della scelta, invece, l’attenzione si sposterebbe ‘sull’incertezza’ di un congruo rendimento e sulla componente rischio.

    A quest’ultimo aspetto si collega l’approccio all’euristica che ha avuto impulso grazie a Simon [29] . “L’euristica è uno stratagemma particolare che consente all’individuo di risolvere un problema compatibilmente con la complessità del compito e la limitatezza del suo sistema di immagazzinamento e di elaborazione delle informazioni” [30] . Le scarse conoscenze sul fenomeno non avrebbero dato modo ai soggetti di crearsi delle euristiche di giudizio tali da far preferire gli investimenti etici a quelli tradizionali.

    Come si è detto, il problema più generale, da cui aveva preso avvio la ricerca, era il perché gli investimenti etici in Italia stentassero a decollare, questione che, in termini psicologici, è stata tradotta nell’esplorazione della percezione e degli atteggiamenti degli individui nei confronti degli investimenti etici e nell’indagine sulle conoscenze in merito. I risultati ottenuti, sia pur in linea con il richiamato fenomeno del ‘rovesciamento delle preferenze’ e dell’’approccio alle euristiche’, non hanno tuttavia esaurito completamente la suddetta questione.

    La dissonanza tra “valutazione” e “scelta” emersa nell’indagine potrebbe essere spiegata se situata nel contesto economico-sociale degli intervistati. Essi vivono in un ambiente in cui lo Stato è l’organizzatore e l’erogatore dei servizi sociali, della sicurezza dell’ambiente, ecc.; è quindi evidente che sia lo Stato a continuare ad occuparsi di questi interventi, liberando il cittadino da impegni che non gli spettano e per i quali, oltretutto, devolve il proprio contributo attraverso il versamento delle tasse. Questo aspetto ci richiama il pensiero hayekiano sul rapporto stretto tra libertà e responsabilità, di cui si parlerà più avanti.

    Lewis e Webley [31] chiaramente sostengono che la diffusione degli investimenti etici dipende dalla “domanda” da parte degli investitori etici. È innegabile d’altronde che gli italiani conoscono la beneficenza, ma la cultura del dono dovrebbe lasciare il posto a quella dell’investimento. E’ tuttavia anche vero che il nostro risparmiatore si trova impreparato rispetto a quello statunitense, perché il vero fondo etico è di tipo azionario e gli italiani in borsa ci sono da meno tempo, ma tale giustificazione non è sufficiente a spiegare la scarsità della domanda.

    3. La responsabilità dell’investitore etico

    Le motivazioni che spingono al risparmio etico possono essere diverse e in ciascuna di esse si celano alcune opportunità per l’investitore. L’investimento etico, infatti, come si è detto, non soddisfa solo un bisogno economico, ma anche un bisogno sociale, poiché cerca di incanalare il risparmio verso finalità umanitarie. Ma non solo, esso concretizza per certi aspetti anche un bisogno di autorealizzazione poiché dà al risparmiatore la possibilità di superare la ‘pura delega’ del passato e di farsi protagonista, soggetto attivo nella destinazione dei propri risparmi, acquisendo dunque una responsabilità. Quale responsabilità?

    Innanzi tutto, cominciamo a considerare il concetto di responsabilità come consapevolezza che il proprio agire o non agire ha sempre delle conseguenze, prevedibili o imprevedibili.

    “La dottrina cristiana concepisce la persona umana come creatura - in virtù di un atto misterioso e gratuito di Dio - alla quale lo stesso Creatore consegna e affida l’universo. Da ciò scaturisce la responsabilità per la persona di gestire i beni e l’ambiente (in quanto non proprietario ma custode) e, conseguente - quale valore e dimensione specificamente umana - la libertà, ossia la facoltà di progettare e costruire la propria vita in ordine a questo compito” [32] .

    Da ciò consegue che l’individuo è libero di accettare o ignorare tale responsabilità, ma deve essere tuttavia consapevole che ogni sua azione avrà infinite conseguenze, intenzionali e inintenzionali. “Ogni scelta e decisione nell’uso del denaro o dei propri beni non si esaurisce nell’effetto immediato e visibile. Piccole e infinite conseguenze sono prodotte, per esempio, dal preferire un bene piuttosto che un altro. Ciò vale certamente, e in misura più indicativa, per gli investimenti” [33] . E ancora “depositare o investire denaro non è mai privo di conseguenze socioculturali ed ecologiche. Un investimento non è dunque mai neutro, ma esercita un influsso positivo o negativo sull’evoluzione del mondo. Chi intende impiegare il proprio denaro in maniera responsabile deve tenere conto di questo fatto e cercare la migliore soluzione” [34] .

    Per comprendere cosa si intenda per responsabilità individuale nelle scelte economiche a proposito della domanda di investimenti etici, sembra opportuno richiamare il dibattito su etica delle intenzioni ed etica delle responsabilità. “Dobbiamo renderci chiaramente conto - osserva Weber - che ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente opposte: può esser cioè orientato secondo l’etica della convinzione oppure secondo l’etica della responsabilità. Non che l’etica della convinzione coincida con la mancanza di responsabilità e l’etica della responsabilità con la mancanza di convinzione. (...) Ma v’è una differenza incolmabile tra l’agire secondo la massima dell’etica della convinzione, la quale – in termini religiosi – suona: ‘Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio’, e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) (c. n.) delle proprie azioni” [35] .

    L’etica delle intenzioni, nell’indagine sulla domanda di investimenti etici realizzata attraverso l’esame delle rappresentazioni sociali, è senz’altro contenuta nelle valutazioni positive espresse proprio in merito agli investimenti etici, giudicati strumenti di solidarietà: è giusto perché è giusto; ma l’etica della responsabilità fa riferimento alle conseguenze delle azioni ed è qui che l’investitore deve comprendere come il suo agire, o anche il suo non agire - come ci insegna la prasseologia di Mises - in altre parole, domandare o meno di investire il proprio denaro in fondi etici, ha delle conseguenze. Di tali conseguenze egli deve essere consapevole per non cadere nelle inevitabili trappole di una beneficenza ingiusta o nelle contraddizioni di chi, per esempio, partecipa a manifestazioni di protesta contro le organizzazioni multinazionali e poi non si interroga se il proprio denaro non sia destinato proprio all’acquisto di azioni delle stesse, o di chi mira a ridistribuire la ricchezza fra tutti rischiando di provocare inevitabilmente una più diffusa povertà. Dunque, a ciascun individuo è richiesto di fare un uso consapevole delle risorse economiche, in altre parole di essere conscio della responsabilità - ovvero della conseguenza - insita nel proprio agire o non agire.

    Ancora, sul rapporto tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità, è interessante quanto Stiglitz sostiene: “L’etica riguarda i rapporti tra individui, con la comunità e con la società in genere. Nelle comunità funzionanti, essa comprende regole morali di convivenza riconosciute: è sbagliato uccidere, aggredire o danneggiare gli altri in qualsiasi modo. Invece, nelle società moderne, è possibile farlo in molti modi diversi: disseminando rifiuti, per esempio, si compromette l’equilibrio ambientale e, quindi, il benessere della collettività. Semplici massime come ‘fai al tuo prossimo ciò che vorresti fosse fatto a te’ oppure ‘non fare al tuo prossimo ciò che non vorresti fosse fatto a te’ e principi come l’imperativo categorico di Kant, forniscono direttive ampiamente accettate, anche se, sicuramente, il mondo è talmente complesso che la loro applicazione, in particolari circostanze, può risultare non avvia o, perfino, ambigua” [36] . Più volte Stiglitz, nell’articolo citato, torna sull’attenzione alle conseguenze dell’agire economico, osserva infatti che “spesso si adottano politiche economiche prestando insufficiente attenzione alle conseguenze (...) e ciò rappresenta una violazione dei principi etici fondamentali”.

    Ma non ci può essere responsabilità se non c’è liberta sostiene Hayek, la responsabilità infatti è proporzionale al grado di libertà di cui un individuo gode. “Libertà non significa solo che l’individuo ha sia la possibilità sia l’onere della scelta; significa anche che deve subire le conseguenze delle proprie azioni e che per esse incontrerà biasimo o lode. Libertà e responsabilità sono inseparabili” [37] .

    “I deterministi - egli osserva - in genere argomentano così: poiché le azioni umane sono determinate completamente da cause naturali, è assolutamente ingiustificato considerare gli uomini responsabili e lodarli o biasimarli per le loro azioni. I volontaristi, dal canto loro, proclamano che l’uomo è un agente estraneo alla catena causa-effetto e quindi questo agente è responsabile e giustamente è oggetto di lode o di biasimo” [38] . L’uomo dunque non è soggetto ad un ordine deterministico, ma, se agisce in una società libera, può scegliere e dunque avere successo o sbagliare. “La società libera esige dall’uomo un senso di responsabilità nelle proprie azioni che va oltre i doveri richiesti dalla legge ed esige anche un generale consenso sul punto che gl’individui debbano essere ritenuti responsabili sia del successo sia del fallimento delle loro azioni. Quando gli uomini sono messi in condizione di agire come vogliono, devono anche esser ritenuti responsabili dei risultati dei loro sforzi” [39] .

    “La complementarietà di libertà e responsabilità - dice ancora Hayek - significa che gli argomenti a favore della libertà valgono solo per chi può essere considerato responsabile; non per i minori, i deficienti, gli alienati. Il presupposto è la capacità della persona di imparare dall’esperienza e di guidare le proprie azioni con le cognizioni così acquisite (...). Una persona, le cui azioni sono totalmente determinate dagli stessi impulsi, non controllati dalla consapevolezza (c. n.) delle conseguenze, (...), non si potrebbe ritenere responsabile (...)” [40] .

    Per Hayek, dunque, non c’è responsabilità senza libertà. Ma allora si potrebbe ipotizzare che un’eccessiva interferenza dello Stato nella vita dei cittadini possa costituire una limitazione della loro libertà, e dunque sia causa di un minor senso di responsabilità ossia ancora di una limitata consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni e dell’impatto che ogni scelta individuale può avere sulla vita sociale.

    Dunque, uno Stato tendenzialmente onnivoro nelle questioni sociali tende ad offuscare la consapevolezza individuale, eppure spesso lo si ritiene l’unico in grado di provvedere al benessere sociale. A questa idea riteniamo si possa replicare con le parole di Pascal Salin secondo cui “possono esistere solo due tipi di azione individuale in una società: o la cooperazione sociale, che implica lo scambio di volontà libere tra individui liberi, o la coercizione, sia essa fisica o legale. Ebbene, uno dei successi più grandi e spaventosi dello Stato moderno consiste nel fatto che è esso riuscito a far credere che la “cooperazione sociale” implicasse necessariamente il suo intervento” [41] .

    4. Cooperazione contro competizione: un contenzioso ancora irrisolto

    Un pregiudizio ricorrente a proposito della finanza etica è quello secondo cui 'la collaborazione e la cooperazione dovrebbero sostituire la concorrenza e la competizione' nell’idea sottintesa che cooperazione e concorrenza siano su posizioni antitetiche. E' l'antico attacco al mercato di quanti lo considerano macchinosa causa di sperequazioni sociali. Ebbene, vorremmo opporre a tale pregiudizio la tesi che sia proprio la competizione la più alta forma di cooperazione e che “bisogna abbandonare l’idea che competizione leale e collaborazione reciproca siano obiettivi antitetici e condannati ad escludersi a vicenda” [42] . La concorrenza è un procedimento di scoperta sostiene Hayek, “considerare la concorrenza come l’opposto della cooperazione (...) sarebbe capirne male la natura” [43] .

    L'idea che la cooperazione dovrebbe sostituire la concorrenza si fonda su diversi falsi principi: in primo luogo presuppone un ampio accordo sui fini; in secondo luogo presuppone che l'uomo, 'lasciato libero', persegua solo fini egoistici; in terzo luogo considera il mercato un luogo di sottrazione di risorse dei più forti dai più deboli; infine, ignora le caratteristiche degli ordini spontanei.

    “La cooperazione, come la solidarietà - osserva ancora Hayek - presuppone un ampio accordo sui fini, così come sui metodi impiegati per il loro perseguimento. Essa ha senso in un piccolo gruppo i cui membri condividono particolari abitudini, conoscenze e credenze su ciò che è possibile fare, ma ha poco senso quando il problema è quello di adattarsi a circostanze sconosciute; tuttavia è proprio questo adattamento all’ignoto la base su cui si fonda il coordinamento degli sforzi in un ordine esteso. La concorrenza è una procedura di scoperta, una procedura coinvolta in tutta l’evoluzione, che ha portato l’uomo a rispondere involontariamente a nuove situazioni; ed è con più concorrenza, non attraverso accordi che noi aumentiamo gradualmente la nostra efficienza” [44] .

    L’idea di sostituire la cooperazione alla concorrenza pertanto è semplicemente una questione mal posta che non tiene conto dell’impossibilità nella Grande società di conoscere i fini di tutti gli individui. Dice Hayek in proposito che “la richiesta di restringere l’azione degli individui al perseguimento deliberato di fini benefici conosciuti e osservabili (...) è in parte un residuo della microetica istintiva e cauta del piccolo gruppo, dove gli scopi percepiti congiuntamente erano diretti ai bisogni visibili di compagni personalmente conosciuti (ciò significa: solidarietà e altruismo)” [45] .

    E ancora più nettamente Hayek segna la differenza tra la moralità delle piccole comunità e la moralità dell’ordine esteso. “C’è in primo luogo (...) la moralità cosiddetta innata dei nostri istinti (solidarietà, altruismo, decisioni di gruppo e simili) e le pratiche che ne scaturiscono, le quali non sono però sufficienti a sostenere il nostro attuale ordine esteso e la sua popolazione. In secondo luogo, c’è la moralità evoluta (risparmio, proprietà privata, onestà e così via) che ha creato e sostiene l’ordine esteso. L’ordine esteso dipende da questa moralità, nel senso che esso è sorto dal fatto che i gruppi che seguivano le regole fondamentali di questa morale sono aumentati di numero e in benessere rispetto agli altri gruppi. Il paradosso del nostro ordine esteso e del mercato – e lo scoglio per i socialisti e i costruttivisti – è che, attraverso siffatto processo, noi siamo in grado di provvedere, con le risorse disponibili (e invero, in quello stesso processo, di scoprire più risorse) a un maggior numero di persone di quanto sarebbe possibile attraverso un processo diretto intenzionalmente” [46] . Ma per far ciò è necessario che ci sia libertà. “La libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come abbiamo imparato, da essa nascono le occasioni per raggiunger molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti di molti, per propiziare la nascita di quel che desideriamo quando lo vedremo” [47] .

    E' in errore chi crede che solo lo Stato possa garantire il benessere sociale e che l’individuo lasciato libero seguirebbe solo fini egoistici. Hayek chiarisce questo punto proprio dicendo che “c’è un grande equivoco a proposito dell’ideale che una persona dovrebbe perseguire: si crede che lasciato libero di se stesso, egli perseguirà o dovrebbe perseguire unicamente scopi egoistici. La libertà di perseguire i propri obiettivi, tuttavia, è altrettanto importante per una persona molto altruista (...), quanto per tutti gli egoisti. Fa parte dell’ordinaria natura umana, negli uomini e forse ancor più nelle donne, ed è una delle più importanti condizioni per la loro felicità, poter fare del bene altrui il loro scopo principale. (...) Tuttavia l’altruismo, in generale, è un concetto senza significato (c. n.). Nessuno può avere a cuore gli altri come tali: le responsabilità che dobbiamo assumere devono sempre essere particolari, possono interessare solo quelli di cui conosciamo fatti concreti e verso cui sia per la scelta, sia per speciali condizioni, siamo attratti. E’ uno dei diritti e dei doveri fondamentali di un uomo decidere cosa e quali necessità di un altro sono per lui le più importanti” [48] .

    Questo richiama il pluralismo di valori di cui anche gli investimenti etici si fanno interpreti, rispondendo alle istanze etiche di gruppi differenti.

    Dunque non è possibile un accordo sui fini, conseguentemente, diventa necessario il rispetto delle regole. “Per operare in modo benefico, la concorrenza richiede che coloro che sono i competitori osservino le regole piuttosto che ricorrere alla forza fisica. Solo le regole possono unificare un ordine esteso. I fini comuni lo possono fare soltanto durante un’emergenza temporanea che crei un pericolo comune per tutti; ‘l’equivalente morale della guerra’, offerto per evocare la solidarietà è soltanto una ricaduta in principi sociali più primitivi” [49] . E ancora “ciò che in questa società rende possibile l’accordo e la pace, è che viene chiesto agli individui di essere d’accordo sui mezzi, non sui fini; mezzi che sono in grado di servire a una grande varietà di scopi, e dai quali ognuno spera di essere assistito nel perseguimento dei suoi propri scopi” [50] .

    “Il mercato non è altro che uno spazio astratto con il quale si designa l’insieme delle transazioni tra gli individui” [51] . La cooperazione sociale si fonda sul libero scambio grazie al quale ognuno ottiene qualcosa in cambio di qualcos’altro. “Ma ciò che ottiene ha per lui più valore di quello che cede – osserva Salin – infatti, nella misura in cui lo scambio avviene tra individui liberi, nessuno è obbligato ad accettarlo e, se questo ha luogo, è necessariamente perché accresce le soddisfazioni di entrambe le parti. Così, si può dire in tutta certezza, senza bisogno di verifiche, che lo scambio crea necessariamente valore e che è necessariamente vantaggioso per le due parti. Ma il valore creato è di ordine puramente soggettivo, ossia rientra nella sfera della percezione dei due attori dello scambio: ciascuno guadagna dallo scambio, altrimenti, essendo razionale, non effettuerebbe la transazione” [52] .

    Se il prezzo di mercato ossia il valore delle cose può essere misurato, non altrettanto si può fare con il valore soggettivo ossia quello che produce soddisfazione in entrambi i soggetti della transazione, pertanto il prezzo non quantifica la soddisfazione.

    Il mercato è scambio e “la catallassi è un ordine globale superiore ad ogni forma voluta di organizzazione proprio perché gli uomini, perseguendo i loro interessi, sia in modo completamente egoistico che altruistico, assecondano gli scopi di molti altri individui che rimarranno in gran parte sconosciuti” [53] .

    “La morale del mercato ci porta ad avvantaggiare gli altri, non attraverso le nostre intenzioni, ma facendoci agire in un modo tale che, in ogni caso avrà proprio tale effetto. L’ordine esteso ha la meglio sull’ignoranza individuale (...) in un modo che le buone intenzioni non possono fare, e perciò rende altruistici i nostri sforzi nei loro effetti” [54] .

    5. Contro la demonizzazione del ‘profitto’

    Un secondo pregiudizio ricorrente è quello secondo cui grazie alla finanza etica si potrà 'sostituire la massimizzazione dell’utilità sociale alla massimizzazione dei profitti individuali'.

    Vorremmo prendere le distanze da quanti credono, erroneamente a nostro avviso, che “perseguire l’interesse personale sia moralmente sbagliato”. L’investimento etico non è un investimento in perdita e d’altronde ricordiamo con Adam Smith che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione che questi hanno per il proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo ed ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità”.

    “Gli uomini scambiano oggetti, servizi, ma anche segni di affetto o di amicizia. Tutto questo costituisce l’attività umana, senza che sia possibile separare in ciascun uomo una parte che sarebbe ‘economica’ e un’altra che non lo sarebbe, una parte che dipenderebbe dalla scienza economica e un’altra che dipenderebbe dalla sociologia, dalla psicologia o anche dalla poesia e dalla teologia. In un certo senso, la scienza economica non esiste, esiste solo la scienza dell’attività umana. Ci si renderà conto che l’accusa mossa sovente agli economisti liberali di essere ‘materialisti’, di prestare attenzione solo all’aspetto ‘economico’ delle cose, al profitto (c.n.) e al denaro è assurda. Infatti, solo i veri liberali hanno compreso che gli oggetti materiali – detti economici – non sono che mezzi come altri per raggiungere i fini specifici di ciascuno, siano questi di ordine materiale, etico, religioso o filosofico” [55] .

    E riprendendo Hayek: “Il disprezzo del profitto è dovuto all’ignoranza, o a un atteggiamento ammirabile, se vogliamo, nell’asceta, il quale ha scelto di accontentarsi di una piccola parte delle ricchezze di questo mondo, ma se questo disprezzo si concretizzasse in forme di restrizioni al profitto degli altri, esso non sarebbe altro che un sentimento di egoismo, in quanto imporrebbe ascetismo, vale a dire privazioni di ogni tipo, agli altri” [56] .

    E ancora “i prezzi e i profitti sono tutto ciò di cui i produttori hanno bisogno per poter perseguire con maggiore efficacia i fini di uomini che non conoscono. Essi sono strumenti di ricerca – esattamente come il cannocchiale è lo strumento che estende il campo visuale per il soldato o il cacciatore, il marinaio o il pilota. Il processo di mercato dà alla maggior parte delle persone le risorse materiali e informative per ottenere ciò che vogliono [57] .

    Quindi il profitto e la redditività costituiscono i parametri per giudicare la validità dell’agire imprenditoriale.

    Michael Novak [58] evidenzia come uno degli errori che si compie a proposito della moralità del mercato è di ritenere che il desiderio di migliorare le proprie condizioni materiali sia avidità perché ciò di cui si ha bisogno ai fini del miglioramento appartiene già agli altri. Ebbene, l’errore di tale pensiero risiede per Novak nel considerare la ricchezza “come una somma fissa, già internamente distribuita, e ignorare la dimensione dell’invenzione, della scoperta e della creazione di ricchezza nuova: significa, in breve, immaginare che qualunque forma di accrescimento della ricchezza implichi il “togliere” qualcosa a qualcuno” [59] . E ciò che si diceva anche a proposito della Borsa, ossia che non è un gioco a somma zero, ma a somma positiva nel senso che crea nuova ricchezza.


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    Caterina Galluccio: insegna Sociologia dell’organizzazione presso l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti ed è membro del Centro di Metodologia delle Scienze Sociali della LUISS Guido Carli, diretto da Dario Antiseri. Tra le sue pubblicazioni: La valutazione delle risorse umane (Rubbettino, 2000); (in coll.) Investimenti etici. Ricerche di psicologia economica (Rubbettino 2000); (in coll.) Handbook for the Teaching of Economic and Consumer psychology, (Exeter – Washington Singer Press 1999); La scelta economica tra epistemologia e psicologia sociale (Luiss University Press 2003).



    [1] “Il problema forse più stupefacente delle scienze sociali: Come possono mai sorgere istituzioni che servono il bene comune e che hanno un’importanza fondamentale per il suo sviluppo senza una VOLONTA’ COMUNE orientata alla loro fondazione? (...) Il linguaggio, la religione, il diritto, persino lo Stato e, per menzionare alcuni fenomeni economici specifici, i mercati, la concorrenza, il denaro e numerose altre formazioni sociali, li incontriamo già in epoche storiche nelle quali non si può ragionevolmente parlare di un’attività della comunità o dei suoi capi consapevolmente orientata alla loro fondazione. (...) Il diritto, il linguaggio, lo Stato, il denaro, i mercati sono in gran parte formazioni sociali risultato irriflesso dello sviluppo sociale, pur nella differenza delle loro forme fenomenologiche e nel loro continuo mutamento. I prezzi dei beni, gl’interessi, le rendite fondiarie, i salari e migliaia di altri fenomeni della vita associata, e dell’economia in particolare, mostrano precisamente la stessa particolarità”. C. Menger, Sul metodo delle scienze sociali, Macerata, Liberilibri, 1997, pp. 150-152.

    [2] “I Greci del periodo classico erano più fortunati, perchè possedevano due parole distinte per i due diversi tipi di ordine, cioé taxis per un ordine costruito, come per esempio l’ordine di uno schieramento di battaglia, e cosmos per un ordine formatosi spontaneamente, e che significava in origine ‘un ordine giusto all’interno di uno stato o di una comunità’. (...) L’ordine costruito, cui ci siamo riferiti come ad un ordine ‘esogeno’, o una sistemazione, può ancora essere descritto come una costruzione, un ordine artificiale, o, specialmente quando abbiamo a che fare con un ordine sociale diretto dall’alto, come un’organizzazione. L’ordine che si è formato per evoluzione, d’altro lato, cui ci siamo riferiti come ad un ordine che si autogenera o ‘endogeno’, può meglio essere descritto (...) come ordine spontaneo”. F. A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, il Saggiatore, 1994, p. 51.

    [3] Cfr. P. Salin, Liberalismo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 252-253.

    [4] P. Salin, op. cit., p. 253.

    [5] “Azione significa impiego di mezzi per il raggiungimento di fini. (...) L’incentivo che costringe l’uomo ad agire è sempre una certa inquietudine. Un uomo perfettamente soddisfatto del suo stato di cose non avrebbe incentivo a cambiarle. Egli non avrebbe né voglie né desideri; sarebbe perfettamente felice. (...) Tutta l’azione umana consiste nell’economizzare mezzi disponibili per la realizzazione di fini prescelti. (...) L’insoddisfazione e l’immagine di uno stato più soddisfacente non sono da soli sufficienti per far agire un uomo. Una terza condizione è richiesta: l’attesa che il comportamento intenzionale rimuova o almeno allevii la sentita insoddisfazione. In assenza di questa condizione nessuna azione è fattibile. Bisogna cedere all’inevitabile. Sottomettersi al destino”. L. von Mises, L’azione umana,Torino, UTET, 1959, pp. 11-16 e 31.

    [6] L. von Mises,op. cit., pp. 11-14.

    [7] “I criteri di selezione etici utilizzati dai fondi sono stati raggruppati nelle seguenti categorie: - criteri negativi, criteri che escludono società impegnate in determinate attività/settori o che producono/distribuiscono determinati prodotti; - criteri positivi, tutti i criteri che analizzano l’impatto dell’attività svolta dalle società nei confronti degli stakeholders, delle comunità locali e delle minoranze; - criteri ambientali, tutti i criteri che analizzano l’impatto della società e delle sue produzioni sull’ambiente; - fattori di shareholders advocacy, insieme di attività (pressioni sul management, presentazione di shareholders resolutions e, eventualmente, boicottaggi) svolte da azionisti e portatori di interessi al fine di orientare e influenzare l’atteggiameto del management verso comporatmenti socially responsible; - fattori di community investment, criteri che evidenziano le azioni di sostegno alle comunità locali e azioni di intervento in particolari situazioni di emergenza anche all’estero (terremoti, alluvioni, carestie)”. M. Calcaterra e F. Perrini, “Socially Responsible Investing: stato dell’arte e tendenze evolutive del mercato mondiale”, in AA. VV. Responsabilità sociale dell’impresa e finanza etica, EGEA, Milano, 2002, p. 121.

    [8] Cfr., A. Miller, Socially responsible investing, Nyif, New York, 1991.

    [9] Per una descrizione dettagliata delle caratteristiche dei fondi etici italiani e stranieri già disponibili, si veda tra gli altri, AA.VV., Responsabilità sociale dell’impresa e finanza etica, EGEA, Milano, 2002.

    [10] Cfr. M. Calcaterra e F. Perrini, op. cit., p. 120.

    [11] H. Dittimar, “The social psychology of economic and consumer behaviour”, in G.R. Semin, K. Fiedler (a cura di), Applied social psychology, Sage, London, 1996, pp. 145-147; L. Ferrari e D. Romano, Mente e denaro. Introduzione alla psicologia economica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999; G. Katona, The relationship between psychology and economics, McGraw-Hill, New York, 1963; G. Katona, Psychological economics, Elsevier, New York, 1975; G. Katona, “Pscyhology and consumer economics”, in Journal of Consumer Research, 1, 1974, pp. 1-8; G. Katona e E. Mueller, Consumer response to income increases, Brookings Institution, Washington, DC, 1968; P. Albou, La psychologie economique, Presses Universitaires de France, Paris, 1984; H. Simon, “Rationality in psychology and economics”, in Rational choice, The University of Chicago Press, Chicago, 1986; W.F. Van Raaij, “Economic Psychology”, in Journal of Economic Psychology, 1, 1981, pp. 1-24; W.F. Raaij, G.M. Van Veldhoven e K.E. Wärneryd, Handbook of economic psychology, Kluwer Academic, Dordrecht, 1988; P. Webley e S.E.G. Lea, “Towards a more realistic psychology of economic socialization”, in Journal of Economic Psychology, 14, 1993, pp. 461-472; A. Pedon e C. Galluccio, Appunti di psicologia del lavoro, Edizioni Libreria Cortina, Padova, 1997.

    [12] “L’analisi combinata di costi, performance e caratteristiche qualitative dei fondi socially responsible italiani ed esteri ha evidenziato i seguenti fattori che possono incidere sulla performance di un fondo etico: un fondo etico a parità di altri fattori può costare di più rispetto ad un fondo tradizionale perché l’aalisi etica, che precede quella finanziaria, ha un suo costo diretto di produzione o acquisizione – effetto costo; ogni restrizione fatta sulla base di criteri non finanziari riduce la diversificazione – effetto richio; i processi di selezione etica attuati tendono a evitare l’investimento in grandi imprese a vantaggio di realtà più piccole o di società ad alta crescita nel lungo periodo - effetto Small Cap/Growth; l’esclusione di certe imprese sulla base di criteri sociali o ambientali anticipa successive azioni legali o problemi finanziari – effetto anticipazione; grazie alla ricerca effettuata a monte, un investimento etico comporta maggiore informazione qualitativa/quantitativa – effetto informazione; criteri di selezione qualitativi individuano le imprese meglio posizionate anche da un punto di vista finanziario/reddituale – effetto selezione”. M. Calcaterra e F. Perrini, op. cit., p. 160.

    [13] A. Lewis e P. Webley, "Social and ethical investing: beliefs, preferences and the willingness to sacrifice financial return", in Ethics and Economic Affairs, Routledge, London, 1994, pp. 171-182.

    [14] S. Moscovici, Prefacé à C. Herzlich, Santé et Maladie. Analyse d'une représentation sociale, Mouton, Paris, 1967.

    [15] G. N. Fischer, I concetti fondamentali della psicologia sociale, Roma, Borla, 1994.

    [16] I. Ajzen e M. Fishbein, Understanding attitudes and predicting social behavior, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ, 1980.

    [17] I. Ajzen e T. J. Madden, "Prediction in goal-directed behavior: Attitudes, intentions and perceived behavioral control", in Journal of Experimental Social Psychology, 22, 1986, pp. 453-474.

    [18] La Teoria del Comportamento Pianificato (Theory of Planned Behavior, TPB) aggiunge alla Teoria dell’Azione Ragionata il concetto di controllo comportamentale percepito, che si riferisce ad azioni non totalmente sotto il controllo volitivo, ma ad azioni soggette ad inferenze da parte di forze interne ed esterne. Il controllo comportamentale percepito viene definito come «credenza di una persona di quanto facile o difficile sia l’esecuzione del comportamento».

    [19] La domanda era formulata come segue: «Immagini che il rettangolo disegnato qui sotto rappresenti da una parte il suo denaro e dall’altra il suo tempo disponibile. Tracci una linea dividendo il rettangolo in due parti in modo che esse rappresentino come lei preferirebbe aiutare chi si trova nel bisogno».

    [20] L’item era il seguente: «Tra le seguenti campagne ambientalistiche, quale bisognerebbe sostenere: a) Il rimboschimento delle foreste amazzoniche; b) la protezione dei delfini; c) la rivalutazione agricola nelle nostre regioni; d) la protezione degli animali domestici. Il soggetto poteva esprimere il grado della propria adesione su una scala a 5 punti.

    [21] L’item era formulato nel modo seguente: «Tra i grandi problemi dell’umanità, quello ambientale va risolto prima degli altri (ricerca scientifica, fame nel mondo, istruzione, eccetera)?: sempre, quasi sempre, qualche volta, quasi mai, mai».

    [22] Tale coefficiente descrive la consistenza interna dei raggruppamenti degli item.

    [23] Il metodo varimax di Kaiser massimizza la varianza delle saturazioni. Per ogni dato fattore, è ricercata la configurazione tale che ci siano alcune saturazioni elevate, molte saturazioni basse e poche saturazioni di grandezza intermedia. Questo tipo di soluzione è facilmente interpretabile perché le variabili con saturazioni elevate hanno caratteristiche simili ai fattori.

    [24] Nell’analisi delle componenti principali, la soluzione estrae come prima componente quella che spiega più varianza possibile, la seconda spiega il massimo delle varianza residua. Le prime componenti spiegheranno una varianza superiore ad 1, le ultime inferiore ad 1. Tale analisi è alla base del metodo più comune di determinazione del numero dei fattori chiamato eigenvalue criterion, che assume come numero di fattori quelle componenti con varianza maggiore di 1.

    [25] P. Webley, “Gli investimenti etici nel Regno Unito”, in A. Pedon e C. Galluccio (a cura di), Investimenti etici. Ricerche di psicologia economica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000, pp. 123-135.

    [26] Ibidem

    [27] P. Slovic e S. Lichtenstein, "Preference reversal: A broader perspective", in American Economic Review, 73, 1983, pp. 596-605.

    [28] R. Rumiati, Giudizio e decisione, Bologna, il Mulino, 1990, p. 140.

    [29] H. Simon, "A behavioral model of rational choice", in Quaterly Journal of Economics, 68, 1955, pp. 99-118.

    [30] R. Rumiati, op. cit., p. 78.

    [31] A. Lewis e P. Webley, op. cit., pp. 171-182.

    [32] G. Bedogni, “Per un profilo etico dei prodotti finanziari”, in Responsabilità sociale dell’impresa e finanza etica, Milano, EGEA, 2002, p. 103.

    [33] G. Bedogni, op. cit., p. 104.

    [34] Commissione “Giustizia e Pace” elevetica, Investire in modo responsabile, Berna, 2000, pp. 9-10.

    [35] M. Weber, “La politica come professione”, in Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi, 1999, p. 109.

    [36] J. E. Stiglitz, “I Paesi poveri e l’etica dei potenti”, in Vita e Pensiero, 2, 2003, pp. 69-78, estratto dalla relazione tenuta all’American Development Bank di Washington nel novembre 2002.

    [37] F. A. von Hayek, La società libera, Edizioni Seam, 1999, p. 111.

    [38] F. A. von Hayek, op. cit., p. 113.

    [39] F. A. von Hayek, op. cit., p. 116.

    [40] F. A. von Hayek, op. cit., p. 117.

    [41] P. Salin, Liberalismo, cit., p. 105.

    [42] S. Tagliagambe, "Economia ed etica nei sistemi", in AA.VV., Etica della solidarietà ed economia di mercato, Roma, Borla, 1994, p. 106.

    [43] F. A. von Hayek, La società libera, cit., p. 67.

    [44] F. A. von Hayek, La presunzione fatale, Rusconi, Milano, 1997, p. 52.

    [45] F. A. von Hayek, op. cit., p. 140.

    [46] F. A. von Hayek, op. cit., pp. 125-126.

    [47] F. A. von Hayek, La società libera, cit., p. 60.

    [48] F. A. von Hayek, op. cit., p. 119.

    [49] Ibidem