Metodi di scelt Negli Investimenti Etici
Caterina Galluccio
Premessa
Questo saggio si propone di esaminare alcuni degli aspetti problematici
e contraddittori connessi alla finanza etica - in particolare agli investimenti
etici - e di individuarne alcune possibili ipotesi di spiegazione, senza
tuttavia avere la pretesa di essere conclusivo in un dibattito più
che mai complesso, soprattutto nel momento storico attuale, laddove le
stime delle disparità tra i popoli hanno raggiunto valori prima
mai sfiorati e laddove l’unico modello economico possibile sembra
essere quello dell’economia di mercato visto che tanto l’economia
pianificata quanto l’economia mista non hanno fornito alternative
efficaci.
Se l’unico modello economico possibile è quello dell’economia
di mercato, la cosiddetta spinta ad “umanizzare l’economia”
si traduce in una spinta ad “umanizzare il mercato”, e in
tal senso sembra proporsi la “finanza alternativa”. Ebbene,
considereremo più avanti le contraddizioni contenute nelle due
espressioni “umanizzare l’economia” ed “umanizzare
il mercato”; nostro scopo in questo lavoro è quello di capovolgere
l’ottica d’esame, guardando al problema non dal punto di vista
dell’offerta di strumenti finanziari alternativi, ma dal punto di
vista della loro domanda, ossia a partire dall’individuo
e dalle sue decisioni di investimento che presuppongono processi quali
la ricerca, la selezione e infine la scelta tra le diverse alternative.
Carl Menger ci ha insegnato che il mercato è un ordine spontaneo
in altre parole non intenzionalmente voluto dagli individui [1] , quel tipo di ordine che Friedrich
von Hayek indica come Cosmos
[2] . Anche la Borsa è un Cosmos, in altre
parole una creazione spontanea che consente lo scambio di azioni. Alla
Borsa vengono mosse le stesse critiche indirizzate al mercato: la si considera
un immenso casinò ovvero una lotteria dove gli uni guadagnano ciò
che gli altri perdono, suggerendo che comprando e vendendo titoli in Borsa
gli uomini praticano un gioco a somma zero
[3] . Tali critiche, analogamente a quelle indirizzate al mercato
in generale che vedremo più avanti, sembrano dimenticare che la
Borsa “è creatrice di ricchezze, accresce la prosperità
e permette ai dipendenti di ottenere salari più elevati, ai proprietari
di ottenere profitti maggiori, ai consumatori di ottenere prodotti meno
cari. E questo innanzi tutto perché la Borsa consente una migliore
utilizzazione del risparmio. (...).Se la Borsa non esistesse, le imprese
si finanzierebbero ricorrendo di più al credito invece che all’emissione
di azioni. Eppure, tra queste due fonti di finanziamento esiste una differenza
essenziale, in quanto solo l’emissione di azioni fa nascere dei
diritti di proprietà che sono il fondamento della responsabilità
(c. n.)” [4] .
Il tema della responsabilità sarà più volte richiamato
in questa sede tanto a proposito dell’agire individuale quanto in
merito ai gradi di libertà di cui un individuo gode.
E a proposito dell’agire, la prasseologia di Ludwig von
Mises ci insegna che l’uomo agisce per rimuovere un’insoddisfazione
e che l’azione umana è sempre aprioristicamente razionale
- nel senso di una congruità tra mezzi e fini - ed economica -
perché la scelta di un’alternativa presuppone la rinuncia
alle altre [5] . Quindi l’uomo è homo agens
le cui azioni – secondo l’individualismo metodologico –
hanno conseguenze intenzionali e inintenzionali e soprattutto azione
non è soltanto il fare, ma anche l’omettere di fare ciò
che potrebbe essere fatto; “il parlare o il tacere (...) possono
essere azione. (...) Anche l’uomo che si astiene dall’influenzare
l’azione dei fattori psicologici e istintivi che potrebbe influenzare
agisce” [6] . Queste considerazioni assumono
particolare importanza nella riflessione sul carattere attivo o passivo
dell’agire individuale in materia di investimenti finanziari.
Fatte queste premesse, quando si parla di “finanza alternativa”-
intendendo per finanza l’insieme delle attività volte al
reperimento e all’utilizzo di capitali in imprese economiche - sembra
ci si riferisca ad essa come ad una res, ossia una realtà
sui generis che impone le sue regole all’individuo, offrendogli
strumenti finanziari dell’uno o dell’altro tipo. Pertanto
in quest’immagine da un lato c’è la Finanza
dall’altro lato l’Individuo. Ebbene, se non è
scorretta come schema euristico, questa rappresentazione in realtà
è senza dubbio parziale poiché riteniamo che debba provenire
dall’investitore una domanda di “alternative” tra gli
strumenti finanziari, e, solo conseguentemente, l’offerta diversificherà
le opzioni di scelta all’interno delle preferenze espresse dall’investitore.
Ciò a dire che il primato è dell’individuo, è
l’uomo che pensa, sceglie e agisce. Pertanto non si può addossare
alla Finanza o alla Borsa la responsabilità di non offrire quanto
l’individuo stesso non domanda.
Queste precisazioni ci sembrano opportune perché si comprenda
il ruolo dell’investitore e la responsabilità dietro le sue
azioni (sia che faccia qualcosa, sia che ometta di fare quanto potrebbe
essere fatto) e allo stesso tempo, perché si comprenda che il mercato
inteso come catallassi non è “né buono né cattivo”,
ma un ordine nato spontaneamente dagli scambi di materie prime, di merci,
di denaro o di azioni, scambi dai quali gli individui traggono soddisfazione,
ossia quel valore soggettivo di cui parleremo più avanti.
Con questo lavoro, pertanto, si esamineranno alcuni aspetti degli investimenti
etici dal punto di vista dell’attore economico, proponendo, da un
lato, uno studio empirico sulla rappresentazione sociale degli investimenti
etici condotto su un campione italiano e, dall’altro lato, provando
a chiarire alcuni dei pregiudizi più ricorrenti a proposito del
mercato e del profitto, nella consapevolezza che l’investimento
etico costituisce una forma di etica nel profitto e che risponde
a criteri di solidarietà e non di beneficenza e sappiamo che in
tal senso, molte esperienze di ispirazione religiosa, un esempio tra tutte
quello dell’economia di comunione dei Focolarini di Chiara Lubich,
hanno compreso come le attuali necessità mondiali non possano essere
soddisfatte attraverso le donazioni, ma richiedono un processo di produzione
di tipo capitalistico.
1. Investimenti etici: significato ed esperienze
Per investimenti etici (o Socially Responsible Investment) si
intendono gli investimenti selezionati e gestiti in base a 'criteri etici
e di natura sociale'; in altre parole, si tratta di utilizzare strumenti
della finanza tradizionale – fondi azionari e obbligazionari - che
però utilizzano regole etiche nella scelta dei titoli. I criteri
etici di scelta possono essere “negativi” o di esclusione
– no alle armi, al nucleare, ad imprese che inquinano, agli alcolici,
al tabacco, e così via ecc. – e “positivi”, di
inclusione – si alla salvaguardia dell’ambiente, alla difesa
dei diritti umani, alla solidarietà, all’assistenza agli
anziani, ad iniziative per il tempo libero, all’educazione professionale,
alle politiche occupazionali più progressive, eccetera [7] .
La storia degli investimenti etici è piuttosto recente: sono nati
grazie alle richieste di alcune minoranze religiose allarmate che i propri
capitali finanziassero iniziative in contrasto con la propria etica e
sulla spinta delle contestazioni di alcuni studenti universitari americani
che, durante la guerra in Vietnam, si opposero al sostegno delle società
coinvolte nel conflitto attraverso i fondi delle Università [8] .
In Italia, fino a poco tempo fa, gli investimenti etici erano sconosciuti
alla maggior parte della popolazione; più di recente, grazie anche
alla nascita nel 1999 della prima banca etica, si riscontra una maggiore
familiarità con l’argomento, non volendo tuttavia con ciò
intendere una proporzionale diffusione della pratica di investire eticamente [9] .
A ben guardare, all’inizio, parte della finanza etica italiana
si configurava più come beneficenza che come investimento etico.
Ciò perché la scelta etica si effettuava prevalentemente
nel momento della distribuzione dei rendimenti e non nel momento dell’allocazione
dell’investimento; pertanto, poteva accadere di destinare parte
dei rendimenti di un investimento in iniziative di solidarietà
senza sapere però come fosse avvenuta la capitalizzazione, che
poteva essere stata realizzata anche in modo non etico. Per esempio, si
poteva devolvere parte dei propri rendimenti per sostenere le associazioni
che tutelano i diritti dell'infanzia, ignorando che magari il proprio
capitale era stato investito in organizzazioni produttive nelle quali
è di prassi il lavoro minorile.
Oggi i fondi “socially responsible” soprattutto in Gran Bretagna
e negli Stati Uniti tengono conto delle istanze religiose non solo di
matrice cattolica, ma anche di quella ebraica, islamica, eccetera, testimoniando
pertanto di rispettare un pluralismo di valori e mostrandosi come esperienza
matura di società aperta anche nel mondo finanziario
[10] .
L’eticità negli investimenti
etici è garantita da commissioni di giudici che controllano che
le società siano in possesso dei requisiti etici da esse dichiarati.
Negli Stati Uniti, nel caso di condotte non etiche da parte delle imprese,
i gestori dei Fondi non soltanto ritirano la propria partecipazione azionaria,
ma aprono un canale di comunicazione con gli azionisti per poter discutere
ed affermare il proprio dissenso sulle scelte operate. Si tratta del cosiddetto
azionariato attivo che consente non solo di evitare di investire in imprese
la cui condotta risulta incoerente con i principi etici, ma favorisce
i collocamenti in imprese meritevoli e cerca di influire, attraverso il
voto, cui dà diritto l’acquisto di quote azionarie, sulle
scelte strategiche e sul comportamento delle imprese. Inteso in questo
modo il risparmio è uno strumento forte per veicolare i propri
valori.
2. Rappresentazione sociale degli investimenti
etici: un’indagine su un campione italiano
Negli ultimi anni è stata avvertita l’esigenza di sviluppare
modelli psicosociali del comportamento economico e dell’uso dei
beni finanziari che collochino tali attività in un sistema più
ampio di credenze, valori, atteggiamenti, conoscenze condivise [11] , dato che gli individui sembrano
‘negoziare’ parte del proprio senso di identità, di
benessere e le relazioni interpersonali anche tramite scambi di risorse
materiali e monetarie. Recentemente, questa esigenza è stata avvertita
anche per il comportamento economico di beni finanziari eticamente considerati.
Si è detto sin dal principio che focalizzeremo l’attenzione
sulla domanda di investimenti etici, ma, a tal fine, occorrono alcune
precisazioni. Innanzitutto, è noto che gli investimenti etici possono
comportare un rendimento leggermente inferiore rispetto ad altri tipi
di investimento; in realtà, la selezione etica degli investimenti
non necessariamente penalizza il rendimento economico, tuttavia i costi
della selezione potrebbero produrre tale effetto [12] , ma per l’investitore tale onere dovrebbe
essere previsto e addirittura ricompensato dal fatto di sostenere la causa
in cui crede. Studi precedenti
[13] tuttavia si sono soffermati sulle contraddizioni psicologiche
presenti negli individui i quali, essenzialmente, vogliono essere buoni,
ma a costi bassi; gli esempi potrebbero essere molteplici: vogliono difendere
l’ambiente, ma senza rinunciare all’automobile, esprimono
solidarietà al prossimo, ma evadono le tasse e così via.
2.1 Motivi della ricerca
Poiché in quest’ultimo periodo anche in Italia si sta diffondendo
la finanza etica, si è voluto indagare sulle “rappresentazioni
sociali” degli investimenti etici, per conoscere quanto la gente
comune ne sa, che cosa ne pensa, se è interessata a saperne di
più, ecc., al fine di tentare di formulare una previsione sulle
probabilità di futuri sviluppi degli investimenti etici nel nostro
Paese.
La scelta di studiare questo argomento risponde ad almeno due ordini
di motivi.
In primo luogo, il tema della finanza socialmente responsabile sta suscitando
un crescente interesse sia nei singoli e nelle agenzie culturali, politiche
ed ecologiche, sia nell’opinione pubblica. Nessuno mette più
in dubbio che presso la maggior parte della gente sia cresciuta la preoccupazione
per la salvaguardia dell’ambiente, la difesa dei diritti umani,
la solidarietà, ecc., e che per ottenere buoni risultati in questo
campo si possa influire sulla gestione della finanza.
In secondo luogo, il tema degli investimenti etici ci permette di confrontare
le rappresentazioni sociali che differiscono tra loro sia sulla base di
una variabile esperienziale («l’avere o meno avuto a che fare
con gli investimenti etici»), sia su una variabile di ruolo («l’essere
o meno esperto in tale settore economico»).
Il problema da cui aveva preso avvio la ricerca era il perché
in Italia gli investimenti etici stentassero a decollare?
Ebbene, nel tentativo di rispondere a tale quesito, la nostra ricerca
è stata impostata e condotta in tre momenti successivi. Il primo
è consistito in un’indagine pilota; il secondo nella rilevazione
delle rappresentazioni sociali in un vasto campione; il terzo nel confronto
tra le rappresentazioni sociali di un gruppo di persone comuni con quelle
di un gruppo di esperti nel settore. Durante tutte le tre fasi, è
stato utilizzato lo schema teorico delle rappresentazioni sociali di Moscovici [14] ed Herzlich e di Fischer [15] e quello delle credenze comportamentali,
normative e di controllo di Ajzen e Fishbein [16] e di Ajzen e Madden
[17] .
2.2 Indagine pilota
In accordo con i suggerimenti di Ajzen e Fishbein, Ajzen e Madden, l’indagine
pilota è stata condotta essenzialmente per rilevare, in via preliminare,
le credenze comportamentali, le credenze normative e quelle di controllo
comportamentale previste dal modello dell’Azione Ragionata (TRA)
e dal modello del Comportamento Pianificato (TPB)
[18] . Per far questo, è stato effettuato un monitoraggio delle
iniziative di economia sociale ed etica presenti in Italia, comprese le
esperienze legate alle associazioni ambientaliste, il commercio equo e
solidale, le attività delle Ong, il non profit, la banca
etica e i fondi etici. Tale attività ha comportato sia la raccolta
delle informazioni e del materiale in circolazione sul tema dell'economia
sociale in generale e in particolare sugli investimenti etici, sia lo
studio della letteratura sull’argomento allo scopo di realizzare
delle precisazioni concettuali. In un secondo momento sono state poi rilevate
le credenze (comportamentali, normative e di controllo) riferite agli
investimenti etici, attraverso l’indagine pilota appunto, in un
campione di soggetti con caratteristiche analoghe a quelle della popolazione
che si intendeva esaminare.
Alla fase della ricerca pilota hanno partecipato 120 persone residenti
a Roma, di cui il 55% uomini e il 45% donne, età media di 36 anni.
Il 10% possiede un diploma di scuola media inferiore, il 51% un diploma
di scuola media superiore, il 31% un diploma universitario, il 8% non
ha risposto alla domanda.
Ai soggetti è stato somministrato un questionario con 10 domande
volte a rilevare credenze comportamentali, normative e di controllo.
Credenze comportamentali. Al fine di tracciare le credenze comportamentali,
ai soggetti si è richiesto di indicare: 1) il tipo di disponibilità
ad aiutare chi si trova nel bisogno [19] ; 2) quali campagne ambientalistiche
bisognerebbe sostenere [20]
.
Dall’analisi delle frequenze delle risposte relative alla prima
domanda è risultato che è maggiore la disponibilità
di aiutare gli altri dedicando del tempo (65%) piuttosto che del denaro.
Per quanto riguarda la seconda domanda, la risposta con maggiore frequenza
è stata data alla rivalutazione dell’attività agricola
nelle nostre regioni (68,6%).
Credenze normative. Per la rilevazione delle credenze normative,
ai soggetti è stato chiesto di indicare: 1) In uno Stato che impone
ai cittadini un oneroso carico fiscale, è lecito evadere le tasse?
(Possibili risposte: sempre, quasi sempre, qualche volta, quasi mai e
mai); 2) In uno Stato equo e parsimonioso è lecito evadere le tasse?
(Possibili risposte: sempre, quasi sempre, qualche volta, quasi mai, mai).
Dall’analisi delle frequenze delle risposte alla prima domanda
è emerso che la scelta prevalente è caduta sulla casella
della valutazione «qualche volta». Per quanto riguarda la
seconda domanda invece, il 79% degli intervistati ha indicato che non
si deve mai evadere le tasse in uno Stato equo e parsimonioso.
Credenze di controllo. Per la rilevazione delle credenze di controllo,
ai soggetti è stato chiesto: Tra i grandi problemi dell’umanità,
quello ambientale va risolto prima degli altri? [21] Su una scala a 5 punti, i soggetti hanno
dato la prevalenza alla risposta “qualche volta”.
Partendo dai dati così raccolti e da quelli di una serie di colloqui
liberi sul tema degli investimenti etici, abbiamo costruito il questionario
definitivo utilizzato nella fase estensiva e in quella di confronto della
ricerca.
2.3 Lo strumento di ricerca: il questionario
Prima di passare a descrivere l’indagine estensiva e quella di
confronto, è opportuno presentare brevemente lo strumento adoperato
nella ricerca. Si tratta, come si è detto, di un questionario,
la cui costruzione è stata condotta in più fasi. Sulla base
dei dati emersi nella ricerca pilota, si è costruito un alto numero
di affermazioni contenenti opinioni più o meno positive sugli investimenti
etici. La valutazione della correttezza tecnica dei contenuti di questi
item è stata sottoposta ad esperti nel settore. Successivamente,
si è proceduto alla riduzione del numero delle affermazioni scegliendo
gli item che – sottoposti al giudizio di un certo numero di giudici
– sono stati ritenuti chiari, facilmente comprensibili e pertinenti.
Nella scelta delle affermazioni considerate idonee si è cercato
di coprire adeguatamente i vari aspetti della tematica che si voleva studiare.
Nella seconda fase, sì è verificato se le dimensioni ipotizzate
nei confronti degli investimenti etici fossero o meno indipendenti tra
loro. A questo scopo, si è ricorsi all’analisi fattoriale
che porta a rilevare l’esistenza o meno dell’indipendenza
fra le dimensioni analizzate. Sulla base dei dati ricavati dal campione
di 120 soggetti è emerso che i nessi fra le dimensioni non risultavano
forzati in termini di ortogonalità. Inoltre, si è verificata
l’affidabilità dei fattori estratti tramite il calcolo del
coefficiente alpha di Cronbach [22] . I valori elevati ottenuti
con questo test per tutte le quattro aree indagate sono risultati soddisfacenti,
infatti sono: 0.8285; 0.7981; 0.8492; 0.7648.
Le quattro aree oggetto di indagine riguardano:
a) il parere degli intervistati sull’evasione delle tasse e sulla
opportunità di devolvere parte del proprio denaro in eccesso per
finalità altruistiche. A questo scopo, si sono adoperati cinque
item, tutti su una scala a 5 gradi, ed un item su una scala a 10 gradi;
b) il grado di conoscenza sugli investimenti etici è stato raccolto
mediante 2 item, il primo su una scala a 5 gradi, il secondo invece su
una scala a 2 gradi;
c) i pareri sugli investimenti etici sono stati rilevati mediante una
serie di sette aggettivi, su una scala a 5 gradi;
d) ed infine, per rilevare la rappresentazione sociale degli intervistati
nei confronti degli investimenti etici, si è adoperato un differenziale
semantico con 16 coppie di aggettivi bipolari su una scala a 7 gradi e
altri due item su una scala a 3 gradi.
Il questionario terminava chiedendo agli intervistati alcune informazioni
riguardanti l’età, il sesso, il titolo di studio, lo stato
civile, la professione, il numero dei membri del nucleo familiare, se
l’abitazione è di proprietà o meno, il tipo di educazione
fornito ai figli, l’eventuale percentuale del reddito devoluto annualmente
in beneficenza, l’attribuzione o meno dell’8 per mille alla
Chiesa Cattolica, l’identificazione politica, la pratica o meno
di attività di volontariato.
2.4 Indagine estesa
Una volta in possesso dello strumento definitivo, si è passati
all’indagine estensiva della ricerca.
2.4.1 Campione
Sono stati intervistati 400 soggetti adulti, di cui poco più del
50% uomini, tutti residenti in Roma o nella provincia romana; l’età
va dai 21 ai 90 anni, con una media di 37 anni; relativamente all’istruzione,
il 2% possiede un diploma di scuola elementare, il 12% un diploma di scuola
media, il 59% un diploma di scuola media superiore e il 27% un diploma
di laurea. Per quanto riguarda il reddito, il 28% del campione si colloca
in un reddito al di sotto dei 30 milioni, il 22% tra i 30 e i 50 milioni,
il 26% al di sopra dei 50 milioni, la parte restante non risponde. Lo
stato civile del campione è così composto: il 48% si dichiara
single e il 42% è coniugato. Il 62% utilizza l’automobile
per recarsi al lavoro, il 16% il motociclo, il 12% i mezzi pubblici, l’1%
la bicicletta, il 9% si reca a piedi. Relativamente al credo religioso,
il 79% dichiara di essere cattolico, il 41% di versare sempre l’8
per mille alla Chiesa Cattolica, il 16% qualche volta, il 37% mai e il
6% destina l’8 per mille ad altro. Per quanto riguarda il volontariato
e le opere di beneficenza il 56% dice di aver fatto del volontariato e
il 44% di no, il 46% di devolvere il 5% del proprio reddito in beneficenza,
il 14% devolve solo il 10% e il 30% afferma di non fare mai beneficenza.
2.4.2 Analisi dei dati
Prima di sottoporre i soggetti alla compilazione dello strumento, è
stata fornita loro una definizione ed una sintetica spiegazione di ciò
che si intende per investimento etico; inoltre, è stato chiesto
loro con quale frequenza ne avessero mai sentito parlare e infine di specificare,
tra 16 coppie di aggettivi di significato opposto, i loro pareri sull’argomento
scegliendo quelli che meglio rappresentavano l’investimento etico,
graduando il proprio giudizio sulla scala a 7 punti interposta tra i due
aggettivi opposti.
La tecnica del differenziale semantico e le metodologie statistiche ad
essa collegate, quali l’analisi fattoriale da noi utilizzata, ci
permettono una valutazione quantitativa degli investimenti etici, sia
rilevando i fattori o le categorie che stanno alla base di tale valutazione
quando è espressa in forma di qualificazione verbale, sia raggruppando
dei punti nello spazio fattoriale capaci di individuare le somiglianze
della rappresentazione, la sua articolazione e compattezza.
È opportuno ricordare che gli opposti qualificatori del differenziale
semantico, quando sono usati nel loro significato letterale, definiscono
attributi particolari dei «concetti». Il significato dei qualificatori
comprende una «componente descrittiva» che permette di esprimere
l’opinione nei confronti del concetto qualificato, ed una «componente
valutativa» che esprime l’atteggiamento degli intervistati,
dato che gli attributi denominati raramente sono neutri. Così l’aggettivo
«opportuno», associato al concetto di «investimento
etico», ne descrive sia la disponibilità ad adottarlo nella
vita, sia la disposizione positiva nei confronti di esso. Il legame fra
la componente descrittiva e quella valutativa viene espresso dagli aggettivi
ad un tempo designativi ed estimativi del differenziale semantico ed i
fattori che ne risultano formano dimensioni ad un tempo valutative e descrittive,
oppure dimensioni in cui è presente o solo la componente valutativa
o solo quella descrittiva.
Per arrivare alle strutture fattoriali è necessario passare attraverso
il calcolo delle correlazioni. Questo viene fatto sui punteggi medi dei
concetti al fine di eliminare dall’analisi la sorgente di variabilità
costituita dalle valutazioni individuali. La matrice delle correlazioni
fra le varie scale nel nostro caso è stata analizzata con il metodo
delle componenti principali. Successivamente, tali componenti sono state
sottoposte a rotazione ortogonale in base al criterio varimax [23] .
Dalle 16 coppie di aggettivi sono state estratte 4 componenti capaci
di spiegare il 61% della varianza totale
[24] (tab. 1). Nell’interpretazione dei fattori, sono state
considerate significative le saturazioni degli item pari o superiori a
.40. I fattori estratti sono stati ulteriormente testati mediante un’analisi
dell’affidabilità con il calcolo del coefficiente alpha
di Cronbach. I valori di questo coefficiente sono nell’ordine: .8161;
.7676; .7433; .7799. Come, si vede, tali valori sono soddisfacenti.
| Componente |
| 1 |
2 |
3 |
4 |
| Bello-brutto
Incerto-certo
Stabile-instabile
Generoso-egoista
Sconsigliabile-raccomandabile
Astratto-concreto
Forte-debole
Problematico-semplice
Pericoloso-sicuro
Strano-normale
Innovativo-retrogrado
Utile-inutile
Opportuno-inopportuno
Produttivo-improduttivo
Utopico-fattibile
Sereno-teso |
-.142
.569
.174
-.172
.764
.781
8,615E-02
.419
.713
.785
.101
-7,722E-02
-6,201E-02
7,252E-02
.626
-5,256E-02 |
.375
2,061E-02
.180
.432
-.124
-1,257E-02
4,850E-02
1,635E-02
.111
9,536E-02
.774
.870
.791
.475
-.123
.311 |
.303
-.112
.779
7,959E-02
5,865E-02
9,624E-02
.743
3,270E-02
-1,589E-02
6,729E-02
.102
7,289E-02
.149
.267
.101
.652 |
.560
.499
-.175
.663
4,945E-02
-1,775E-02
.180
.628
-2,314E-02
-.133
-2,257E-03
.124
.165
.118
.269
.139 |
Tabella 1. Matrice dei componenti ruotata. Metodo estrazione:
analisi delle componenti principali. Metodi di rotazione: Varimax con
normalizzazione di Kaiser.
I quattro fattori estratti sono stati denominati come segue:
- Incertezza sulla concretezza dell’investimento etico
(23,437% di varianza totale spiegata);
- Innovatività dell'investimento etico (21,678% di varianza);
- Sicurezza dell'investimento etico (8, 547% di varianza);
- Immagine ideale di investimento etico (6,744% di varianza).
Il primo fattore riguarda essenzialmente l’incertezza sulla
concretezza degli investimenti etici. Le coppie di aggettivi che hanno
una saturazione superiore a .40 sono le seguenti:
strano-normale (.785) (punteggio medio ottenuto: 4,03);
astratto-concreto (.781) (punteggio medio ottenuto: 4,05);
sconsigliabile-raccomandabile (.764) (punteggio medio ottenuto: 4,51);
pericoloso-sicuro (.713) (punteggio medio ottenuto: 3,39);
utopico-fattibile (.626) (punteggio medio ottenuto: 4,00);
incerto-certo (.569) (punteggio medio ottenuto: 3,51).
Osservando i punteggi medi di ogni item (tab. 2), si rileva che essi
si collocano tutti all’incirca sulla media della scala. Questo dato
ci fa supporre che i soggetti, nell’esprimere la preferenza sugli
aggettivi bipolari, si trovano nella situazione di chi non sa se l’investimento
etico sia una cosa strana o normale, astratta o concreta, fattibile od
utopica, incerta o certa. Si può dire che l’investimento
etico appare loro quasi indefinibile. La prima dimensione, nel suo complesso,
denota che gli intervistati si trovano di fronte a qualcosa di nuovo,
di cui non sanno vedere il lato normale, concreto e fattibile. Sembra
che le informazioni date prima della compilazione del questionario non
siano stati sufficienti a produrre negli intervistati un’idea sugli
investimenti etici, sebbene gli intervistatori dichiarino che il feedback
sia stato positivo. Si può tuttavia rilevare che, nonostante questa
situazione di incertezza, dai dati trapela un aspetto di dissonanza cognitiva:
da una parte troviamo che la bilancia delle medie pende più verso
il concetto di incerto e pericoloso, dall’altra che l’investimento
etico è raccomandabile.
| Aggettivi |
Medie |
Deviazione standard |
Errore standard
Media |
| Bello-brutto
Incerto-certo
Stabile-instabile
Generoso-egoista
Sconsigliabile-raccomandabile
Astratto-concreto
Forte-debole
Problematico-semplice
Pericoloso-sicuro
Strano-normale
Innovativo-retrogrado
Utile-inutile
Opportuno-inopportuno
Produttivo-improduttivo
Utopico-fattibile
Sereno-teso |
2,33
3,51
3,49
2,31
4,51
4,05
3,11
3,63
3,39
4,03
2,30
2,13
2,42
2,82
4,00
2,93 |
1,42
1,67
1,61
1,50
1,88
1,88
1,61
1,80
1,74
1,85
1,50
1,47
1,52
1,60
1,95
1,59 |
7,12E-02
8,35E-02
8,03E-02
7,50E-02
9,39E-02
9,42E-02
8,05E-02
8,99E-02
8,71E-02
9,25E-02
7,51E-02
7,34E-02
7,61E-02
8,02E-02
9,76E-02
7,93E-02 |
Tabella 2. Punteggi medi e deviazioni standard delle 16 coppie
di aggettivi bipolari.
Il secondo fattore riguarda l’utilità e l'innovatività
dell'investimento etico. Le coppie di aggettivi con una correlazione superiore
a .40 sono le seguenti:
utile-inutile (.87) (punteggio medio ottenuto: 2,13);
opportuno-inopportuno (.79) (punteggio medio ottenuto: 2,42);
innovativo-retrogrado (.77) (punteggio medio ottenuto: 2,30);
produttivo-improduttivo (.47) (punteggio medio ottenuto: 2,82).
Le medie ottenute in questi item si collocano tutte verso l’aggettivo
che denota positività. A differenza della precedente dimensione,
in questo fattore gli intervistati dimostrano di considerare l'investimento
etico come qualcosa di utile, opportuno, innovativo e produttivo. Viene
a mancare la nota di incertezza rilevata precedentemente. Spiegare questa
presa di posizione non è facile. Si può pensare che tali
scelte siano una conseguenza della risonanza attribuita negli ultimi tempi
al tema della finanza etica, ma anche al fatto che gli intervistati esprimono
solo valutazioni e non credenze comportamentali.
Il terzo fattore riguarda la sicurezza e stabilità. Le
coppie di aggettivi che sono risultate sature in questo fattore sono:
stabile-instabile (.77) (punteggio medio ottenuto: 3,49);
forte-debole (.74) (punteggio medio ottenuto: 3,11);
sereno-teso (.65) (punteggio medio ottenuto: 2,93).
La valutazione positiva riscontrata nella seconda dimensione sugli investimenti
etici, in questo fattore si attenua un po’, ma continua a persistere.
Una maggiore titubanza è presente nelle denotazioni di stabile/instabile
e forte/debole; mentre più positiva è la valutazione relativa
all’item sereno/teso, per il fatto che la media pende di più
verso il lato della valutazione di serenità.
Anche i risultati di questo terzo fattore ci dicono che negli intervistati
è presente un’opinione più positiva che negativa,
ma si tratta di un aspetto che non irrompe con forza e chiarezza. Ancora
una volta si può dire che probabilmente gli intervistati si trovano
in difficoltà ad esprimersi su un tema che forse per la maggior
parte è del tutto nuovo.
Il quarto fattore dà un’immagine ideale dell’investimento
etico. Esso aggrega 2 coppie di aggettivi:
generoso-egoista (.66) (punteggio medio ottenuto: 2,31);
bello-brutto (.56 ) (punteggio medio ottenuto: 2,33);
Le preferenze del gruppo intervistato in questo fattore sono orientate
decisamente verso gli aggettivi di significato positivo da cui scaturisce
la seguente descrizione dell’investimento etico: bello e generoso.
2.4.3 Considerazioni sui risultati dell’indagine estesa
I risultati dell’analisi fattoriale evidenziano che dal primo al
quarto fattore la rappresentazione degli intervistati parte da una situazione
di grande incertezza e va sempre più spostandosi verso connotazioni
positive. Questo fatto fa pensare che i soggetti, pur considerando l’investimento
etico come qualcosa di positivo, generoso, bello, nutrono dei dubbi in
merito alla sua realizzabilità e sicurezza.
Tali risultati potrebbero lasciar supporre che le scarse e incomplete
informazioni sull'argomento e l’esiguo numero di esperienze attivate,
non abbiano ancora dato modo alla gente di crearsi delle «certezze»
in proposito; pertanto la perplessità sulla concreta realizzazione
degli investimenti etici e la resistenza ad attuarli potrebbe essere attribuita
ad una ridotta conoscenza e ad una scarsa familiarità con questo
tema.
Partendo dalle suddette riflessioni, abbiamo dato vita ad una nuova ricerca,
che si è definita «indagine di confronto», perché
realizza una comparazione tra due gruppi di soggetti: esperti e non esperti.
2.5 Indagine di confronto
Come si è detto, dai risultati della ricerca estesa sono scaturite
alcune riflessioni che hanno condotto ad indagare le rappresentazioni
sociali degli investimenti etici in un gruppo di 40 bancari allo scopo
di confrontarle con quelle di 40 soggetti, scelti casualmente dai 400
dell'indagine precedente, per controllare alcune ipotesi maturate nel
corso della ricerca.
2.5.1 Ipotesi
L’ipotesi di partenza è che la categoria professionale dei
bancari, essendo dotata di expertise nel settore degli investimenti
economici, dovrebbe avere rappresentazioni sociali differenti, probabilmente
più sicure e concrete, sugli investimenti etici da quelle di persone
non esperte.
Il gruppo di esperti da noi intervistato è formato da 40 bancari
della città di Padova, proprio la città in cui è
sorta la prima banca etica; si è pensato di ricorrere a bancari
di Padova perché ritenuti più sensibilizzati al tema degli
investimenti etici, data la loro vicinanza con la banca etica. Come si
è detto, il gruppo di confronto è stato scelto casualmente
tra i 400 soggetti intervistati durante la ricerca estesa.
Prima di dare avvio all’indagine, si è ritenuto opportuno
contattare i direttori di 8 istituti bancari al fine di sottoporre il
questionario alla loro attenzione, spiegare gli obiettivi della ricerca
e verificarne la disponibilità a collaborare.
I questionari sono stati somministrati solo ai dipendenti addetti alla
vendita di titoli azionari e di fondi di investimento a clienti privati
e imprese.
5.2 Campione
Le caratteristiche del gruppo dei bancari sono le seguenti: età
media di 36 anni, con un minimo di 26 e un massimo di 53 anni. Il 53%
è costituito da uomini e il 47% da donne. Il 65% è coniugato.
Il 95% ha conseguito un diploma di scuola media superiore e il 5% un
diploma di laurea. Il 20% ha un reddito che non supera i 30 milioni
annui, il 28% compreso tra i 30 e i 50 milioni, il 52% ha un reddito
superiore ai 50 milioni. Il 58% degli intervistati utilizza l’automobile
per i propri spostamenti, il 27% i mezzi pubblici, il 10% il motociclo
e il 5% la bicicletta.
Le caratteristiche del gruppo di controllo sono: età media di
36 anni, con un minimo di 24 ed un massimo di 57 anni. Il 54% è
costituito da uomini mentre il 46% da donne. Il 63% è coniugato.
Il 92% ha conseguito un diploma di scuola media superiore, un 3% di
scuola media inferiore, e il restante un diploma di laurea. Il 19% ha
un reddito che non supera i 30 milioni annui, il 28% compreso tra i
30 e i 50 milioni, il 53% ha un reddito superiore ai 50 milioni. Il
53% degli intervistati utilizza l’automobile per i propri spostamenti,
il 30% i mezzi pubblici, il 11% il motociclo, il 6% la bicicletta.
2.5.3 Analisi dei dati
Dato il ridotto numero dei bancari non è stata effettuata, come
nella ricerca estesa, l'analisi fattoriale, ma si sono poste a confronto
le frequenze di risposta e le medie dei due gruppi (tab. 3).
|
Differenziale semantico |
Gruppo di controllo |
Bancari |
Significatività
p < .05 |
|
Media |
Media |
|
Bello/Brutto |
90 |
73 |
.006 |
|
Incerto/Certo |
85 |
65 |
.016 |
|
Stabile/Instabile |
40 |
70 |
ns |
|
Generoso/Egoista |
75 |
52 |
.013 |
|
Sconsigliabile/Raccomandabile |
28 |
55 |
ns |
|
Astratto/Concreto |
98 |
75 |
.044 |
|
Forte/Debole |
55 |
30 |
.033 |
|
Problematico/Semplice |
98 |
92 |
.008 |
|
Pericoloso/Sicuro |
45 |
65 |
ns |
|
Strano/Normale |
33 |
50 |
ns |
|
Innovativo/Retrogrado |
53 |
40 |
.003 |
|
Utile/Inutile |
60 |
25 |
.031 |
|
Opportuno/Inopportuno |
00 |
85 |
.005 |
|
Produttivo/Improduttivo |
53 |
10 |
ns |
|
Utopico/Fattibile |
70 |
05 |
ns |
|
Sereno/Teso |
68 |
85 |
ns |
Tabella 3. Medie e significatività tra la differenza
delle medie ottenuta con il t di Student dei due gruppi: bancari e non
bancari.
2.5.4 Considerazioni sui risultati dell’indagine di confronto
Innanzitutto, va detto che alla domanda: «Con che frequenza avete
sentito parlare di investimenti etici?», dei bancari di Padova,
il 38% afferma di averlo sentito qualche volta, il 27,% quasi mai, il
22% mai; solo il 12% afferma di averne sentito parlare spesso. Alla
domanda: «Conoscete delle persone che ne abbiamo già effettuati?»,
i bancari di Padova rispondono «sì» per il 35% e
«no» per il 65%. Le risposte dei due gruppi ad entrambe
le domande si posizionano su medesimi valori medi.
Questi dati ci hanno stupito, in quanto ci si aspettava che i bancari
manifestassero sull’argomento una maggiore ricchezza di conoscenze.
Anche ai bancari, così come si era fatto per il gruppo di controllo,
si è chiesto diesprimere il proprio parere scegliendo, lungo
la scala a sette punti del differenziale semantico, l’aggettivo
più adeguato al proprio sentire.
Le medie dei singoli item dei due gruppi sono state analizzate con
il test t di Student per verificare se tra di esse esiste una
differenza significativa, ossia se i due gruppi possono o meno essere
considerati appartenenti a due popolazioni differenti. I risultati di
queste elaborazioni sono presentati in tabella 3.
Il primo elemento che emerge dal confronto è dato dal fatto
che su quasi la metà degli item (7 su 16) il gruppo dei bancari
non si differenzia da quello dei non bancari. L’attesa era che
il numero delle differenze significative fosse più alto. Questo
dato conferma una forte somiglianza delle rappresentazioni sociali degli
investimenti etici dei due gruppi; la cosa denota una scarsa conoscenza
sul tema anche da parte del nostro gruppo di bancari. Del resto, il
22% di essi aveva detto di non averne “mai” sentito parlare
ed il 27% di non averne sentito parlare “quasi mai”.
Un secondo elemento da considerare riguarda le coppie di aggettivi
in cui non sono emerse differenze: si tratta di aggettivi che denotano
soprattutto la «componente descrittiva» dell’oggetto
d’indagine, come stabile/instabile, sconsigliabile/raccomandabile,
pericoloso/sicuro, strano/normale, produttivo/improduttivo, utopico/fattibile
e sereno/teso.
La significatività tra i due gruppi, invece, si riscontra negli
aggettivi che possiamo considerare legati alla «componente valutativa».
Gli aggettivi sono: bello/brutto, incerto/certo, astratto/concreto,
forte/debole, problematico/semplice, innovativo/retrogrado, utile/inutile,
opportuno/inopportuno. È importante rilevare che su questi aggettivi,
le medie del gruppo di controllo (ossia dei non esperti) sono significativamente
più orientate verso il senso positivo della coppia; risulta pertanto
che il gruppo di controllo dimostra di avere una rappresentazione assai
più favorevole ed ottimista del gruppo dei bancari nei confronti
degli investimenti etici.
Richiamando le dimensioni emerse nell’analisi fattoriale nella
prima parte della ricerca, si nota che i fattori in cui i due gruppi
si differenziano in maniera netta sono il secondo, che abbiamo chiamato
della “innovatività ed utilità”, ed il quarto,
che abbiamo etichettato come “concetto ideale dell’investimento
etico”. In ambedue i fattori, il gruppo dei non esperti si posiziona
maggiormente verso gli aggettivi positivi. Ciò fa pensare che
la rappresentazione sociale degli investimenti etici, dal punto di vista
del suo concetto ideale, è più positiva nel gruppo di
controllo che in quello dei bancari. È interessante notare, inoltre,
che l’assenza di differenze significative nelle altre dimensioni
manifesta nei soggetti medesime perplessità sulla attuazione
pratica degli investimenti etici.
2.6 Considerazioni conclusive
Come abbiamo già sottolineato, dai risultati della ricerca è
emerso, nei soggetti intervistati, un contrasto tra una valutazione
positiva del fenomeno investimenti etici e un atteggiamento di evidente
scetticismo nei confronti della loro concreta realizzazione.
In un’analoga indagine condotta in Gran Bretagna alcuni ricercatori
[25] hanno mostrato che le ragioni per cui si investe eticamente
sono le più diverse e, pertanto, sarebbe pericoloso trattare
gli investitori etici come se fossero un gruppo omogeneo. Per alcuni
di loro, l’investimento etico rappresenta una forma di integrazione
sociale che segna l’appartenenza ad un gruppo, senza comportare
tuttavia grossi sacrifici personali. Altri invece considerano la pratica
dell’investimento etico coerente ad uno stile di vita fondato
sul senso di responsabilità civica e sociale. Alcuni investitori
etici credono davvero di contribuire a migliorare il mondo, vogliono
pertanto che i propri investimenti abbiano un effetto e se pur subissero
alcune perdite economiche, non trasferirebbero o venderebbero le proprie
azioni etiche. Non così altri, altrettanto disposti ad investire
eticamente a condizione però che ciò non abbia un impatto
negativo sul proprio patrimonio. Forse, sostiene sempre Webley nella
sua ricerca, se si riflettesse sulle conseguenze delle proprie azioni,
in altre parole se il prezzo pagato dagli altri, a seguito delle proprie
scelte, venisse evidenziato, la gente sarebbe più propensa a
riflettere sul proprio comportamento, e questo tipo di riflessione tenderebbe
a produrre un incremento di azioni socialmente responsabili. “Quindi,
più persone diventano consapevoli che quasi ogni situazione implica
decisioni etiche (cosa che una moltitudine di religioni tenta di insegnarci
da secoli), e più probabilità ci sono che le motivazioni
diventino comportamenti coerenti (e più etici)” [26] .
Tornando ai risultati della nostra ricerca, emerge chiaramente una
sensibilità verso il fenomeno della finanza etica e forse una
certa curiosità ed apertura nei confronti di questi nuovi orizzonti
finanziari; tuttavia, in più parti si sono evidenziati i dubbi
e le perplessità in merito alla concreta possibilità di
realizzare investimenti etici.
Tali risultati sono senz’altro in linea con il fenomeno del rovesciamento
delle preferenze di Slovic e Lichtenstein [27] che mette in evidenza una discordanza tra
“valutazione” e “scelta” dovuta alle diverse
“strategie di elaborazione dell’informazione indotte dalle
diverse modalità con cui viene richiesta la risposta ai soggetti” [28] . Pertanto, nel compito di
valutazione i soggetti si concentrerebbero sull’aspetto ‘bontà’,
secondo cui l’investimento etico si sostanzia in una ‘buona
azione’; nel compito della scelta, invece, l’attenzione
si sposterebbe ‘sull’incertezza’ di un congruo rendimento
e sulla componente rischio.
A quest’ultimo aspetto si collega l’approccio all’euristica
che ha avuto impulso grazie a Simon [29] . “L’euristica è uno stratagemma
particolare che consente all’individuo di risolvere un problema
compatibilmente con la complessità del compito e la limitatezza
del suo sistema di immagazzinamento e di elaborazione delle informazioni”
[30] . Le scarse conoscenze sul fenomeno non avrebbero dato modo
ai soggetti di crearsi delle euristiche di giudizio tali da far preferire
gli investimenti etici a quelli tradizionali.
Come si è detto, il problema più generale, da cui aveva
preso avvio la ricerca, era il perché gli investimenti etici
in Italia stentassero a decollare, questione che, in termini psicologici,
è stata tradotta nell’esplorazione della percezione e degli
atteggiamenti degli individui nei confronti degli investimenti etici
e nell’indagine sulle conoscenze in merito. I risultati ottenuti,
sia pur in linea con il richiamato fenomeno del ‘rovesciamento
delle preferenze’ e dell’’approccio alle euristiche’,
non hanno tuttavia esaurito completamente la suddetta questione.
La dissonanza tra “valutazione” e “scelta”
emersa nell’indagine potrebbe essere spiegata se situata nel contesto
economico-sociale degli intervistati. Essi vivono in un ambiente in
cui lo Stato è l’organizzatore e l’erogatore dei
servizi sociali, della sicurezza dell’ambiente, ecc.; è
quindi evidente che sia lo Stato a continuare ad occuparsi di questi
interventi, liberando il cittadino da impegni che non gli spettano e
per i quali, oltretutto, devolve il proprio contributo attraverso il
versamento delle tasse. Questo aspetto ci richiama il pensiero hayekiano
sul rapporto stretto tra libertà e responsabilità, di
cui si parlerà più avanti.
Lewis e Webley [31]
chiaramente sostengono che la diffusione degli investimenti etici dipende
dalla “domanda” da parte degli investitori etici. È
innegabile d’altronde che gli italiani conoscono la beneficenza,
ma la cultura del dono dovrebbe lasciare il posto a quella dell’investimento.
E’ tuttavia anche vero che il nostro risparmiatore si trova impreparato
rispetto a quello statunitense, perché il vero fondo etico è
di tipo azionario e gli italiani in borsa ci sono da meno tempo, ma
tale giustificazione non è sufficiente a spiegare la scarsità
della domanda.
3. La responsabilità dell’investitore
etico
Le motivazioni che spingono al risparmio etico possono essere diverse
e in ciascuna di esse si celano alcune opportunità per l’investitore.
L’investimento etico, infatti, come si è detto, non soddisfa
solo un bisogno economico, ma anche un bisogno sociale, poiché
cerca di incanalare il risparmio verso finalità umanitarie. Ma
non solo, esso concretizza per certi aspetti anche un bisogno di autorealizzazione
poiché dà al risparmiatore la possibilità di superare
la ‘pura delega’ del passato e di farsi protagonista, soggetto
attivo nella destinazione dei propri risparmi, acquisendo dunque una
responsabilità. Quale responsabilità?
Innanzi tutto, cominciamo a considerare il concetto di responsabilità
come consapevolezza che il proprio agire o non agire ha sempre delle
conseguenze, prevedibili o imprevedibili.
“La dottrina cristiana concepisce la persona umana come creatura
- in virtù di un atto misterioso e gratuito di Dio - alla quale
lo stesso Creatore consegna e affida l’universo. Da ciò
scaturisce la responsabilità per la persona di gestire
i beni e l’ambiente (in quanto non proprietario ma custode) e,
conseguente - quale valore e dimensione specificamente umana - la libertà,
ossia la facoltà di progettare e costruire la propria vita in
ordine a questo compito” [32] .
Da ciò consegue che l’individuo è libero di accettare
o ignorare tale responsabilità, ma deve essere tuttavia consapevole
che ogni sua azione avrà infinite conseguenze, intenzionali e
inintenzionali. “Ogni scelta e decisione nell’uso del denaro
o dei propri beni non si esaurisce nell’effetto immediato e visibile.
Piccole e infinite conseguenze sono prodotte, per esempio, dal preferire
un bene piuttosto che un altro. Ciò vale certamente, e in misura
più indicativa, per gli investimenti”
[33] . E ancora “depositare o investire denaro non è
mai privo di conseguenze socioculturali ed ecologiche. Un investimento
non è dunque mai neutro, ma esercita un influsso positivo o negativo
sull’evoluzione del mondo. Chi intende impiegare il proprio denaro
in maniera responsabile deve tenere conto di questo fatto e cercare
la migliore soluzione”
[34] .
Per comprendere cosa si intenda per responsabilità individuale
nelle scelte economiche a proposito della domanda di investimenti
etici, sembra opportuno richiamare il dibattito su etica delle intenzioni
ed etica delle responsabilità. “Dobbiamo renderci
chiaramente conto - osserva Weber - che ogni agire orientato in senso
etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente
opposte: può esser cioè orientato secondo l’etica
della convinzione oppure secondo l’etica della responsabilità.
Non che l’etica della convinzione coincida con la mancanza di
responsabilità e l’etica della responsabilità con
la mancanza di convinzione. (...) Ma v’è una differenza
incolmabile tra l’agire secondo la massima dell’etica della
convinzione, la quale – in termini religiosi – suona: ‘Il
cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio’,
e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità,
secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili)
(c. n.) delle proprie azioni” [35] .
L’etica delle intenzioni, nell’indagine sulla domanda di
investimenti etici realizzata attraverso l’esame delle rappresentazioni
sociali, è senz’altro contenuta nelle valutazioni positive
espresse proprio in merito agli investimenti etici, giudicati strumenti
di solidarietà: è giusto perché è giusto;
ma l’etica della responsabilità fa riferimento alle conseguenze
delle azioni ed è qui che l’investitore deve comprendere
come il suo agire, o anche il suo non agire - come ci insegna la prasseologia
di Mises - in altre parole, domandare o meno di investire il proprio
denaro in fondi etici, ha delle conseguenze. Di tali conseguenze egli
deve essere consapevole per non cadere nelle inevitabili trappole di
una beneficenza ingiusta o nelle contraddizioni di chi, per esempio,
partecipa a manifestazioni di protesta contro le organizzazioni multinazionali
e poi non si interroga se il proprio denaro non sia destinato proprio
all’acquisto di azioni delle stesse, o di chi mira a ridistribuire
la ricchezza fra tutti rischiando di provocare inevitabilmente una più
diffusa povertà. Dunque, a ciascun individuo è richiesto
di fare un uso consapevole delle risorse economiche, in altre parole
di essere conscio della responsabilità - ovvero della conseguenza
- insita nel proprio agire o non agire.
Ancora, sul rapporto tra etica dell’intenzione ed etica della
responsabilità, è interessante quanto Stiglitz sostiene:
“L’etica riguarda i rapporti tra individui, con la comunità
e con la società in genere. Nelle comunità funzionanti,
essa comprende regole morali di convivenza riconosciute: è sbagliato
uccidere, aggredire o danneggiare gli altri in qualsiasi modo. Invece,
nelle società moderne, è possibile farlo in molti modi
diversi: disseminando rifiuti, per esempio, si compromette l’equilibrio
ambientale e, quindi, il benessere della collettività. Semplici
massime come ‘fai al tuo prossimo ciò che vorresti fosse
fatto a te’ oppure ‘non fare al tuo prossimo ciò
che non vorresti fosse fatto a te’ e principi come l’imperativo
categorico di Kant, forniscono direttive ampiamente accettate, anche
se, sicuramente, il mondo è talmente complesso che la loro applicazione,
in particolari circostanze, può risultare non avvia o, perfino,
ambigua” [36] . Più volte Stiglitz,
nell’articolo citato, torna sull’attenzione alle conseguenze
dell’agire economico, osserva infatti che “spesso si adottano
politiche economiche prestando insufficiente attenzione alle conseguenze
(...) e ciò rappresenta una violazione dei principi etici fondamentali”.
Ma non ci può essere responsabilità se non c’è
liberta sostiene Hayek, la responsabilità infatti è proporzionale
al grado di libertà di cui un individuo gode. “Libertà
non significa solo che l’individuo ha sia la possibilità
sia l’onere della scelta; significa anche che deve subire le conseguenze
delle proprie azioni e che per esse incontrerà biasimo o lode.
Libertà e responsabilità sono inseparabili” [37] .
“I deterministi - egli osserva - in genere argomentano così:
poiché le azioni umane sono determinate completamente da cause
naturali, è assolutamente ingiustificato considerare gli uomini
responsabili e lodarli o biasimarli per le loro azioni. I volontaristi,
dal canto loro, proclamano che l’uomo è un agente estraneo
alla catena causa-effetto e quindi questo agente è responsabile
e giustamente è oggetto di lode o di biasimo” [38] . L’uomo dunque non è soggetto ad un ordine deterministico,
ma, se agisce in una società libera, può scegliere e dunque
avere successo o sbagliare. “La società libera esige dall’uomo
un senso di responsabilità nelle proprie azioni che va oltre
i doveri richiesti dalla legge ed esige anche un generale consenso sul
punto che gl’individui debbano essere ritenuti responsabili sia
del successo sia del fallimento delle loro azioni. Quando gli uomini
sono messi in condizione di agire come vogliono, devono anche esser
ritenuti responsabili dei risultati dei loro sforzi”
[39] .
“La complementarietà di libertà e responsabilità
- dice ancora Hayek - significa che gli argomenti a favore della libertà
valgono solo per chi può essere considerato responsabile; non
per i minori, i deficienti, gli alienati. Il presupposto è la
capacità della persona di imparare dall’esperienza e di
guidare le proprie azioni con le cognizioni così acquisite (...).
Una persona, le cui azioni sono totalmente determinate dagli stessi
impulsi, non controllati dalla consapevolezza (c. n.) delle conseguenze,
(...), non si potrebbe ritenere responsabile (...)”
[40] .
Per Hayek, dunque, non c’è responsabilità senza
libertà. Ma allora si potrebbe ipotizzare che un’eccessiva
interferenza dello Stato nella vita dei cittadini possa costituire una
limitazione della loro libertà, e dunque sia causa di un minor
senso di responsabilità ossia ancora di una limitata consapevolezza
delle conseguenze delle proprie azioni e dell’impatto che ogni
scelta individuale può avere sulla vita sociale.
Dunque, uno Stato tendenzialmente onnivoro nelle questioni sociali
tende ad offuscare la consapevolezza individuale, eppure spesso lo si
ritiene l’unico in grado di provvedere al benessere sociale. A
questa idea riteniamo si possa replicare con le parole di Pascal Salin
secondo cui “possono esistere solo due tipi di azione individuale
in una società: o la cooperazione sociale, che implica lo scambio
di volontà libere tra individui liberi, o la coercizione, sia
essa fisica o legale. Ebbene, uno dei successi più grandi e spaventosi
dello Stato moderno consiste nel fatto che è esso riuscito a
far credere che la “cooperazione sociale” implicasse necessariamente
il suo intervento” [41] .
4. Cooperazione contro competizione: un contenzioso ancora irrisolto
Un pregiudizio ricorrente a proposito della finanza etica è
quello secondo cui 'la collaborazione e la cooperazione dovrebbero sostituire
la concorrenza e la competizione' nell’idea sottintesa che cooperazione
e concorrenza siano su posizioni antitetiche. E' l'antico attacco al
mercato di quanti lo considerano macchinosa causa di sperequazioni sociali.
Ebbene, vorremmo opporre a tale pregiudizio la tesi che sia proprio
la competizione la più alta forma di cooperazione e che “bisogna
abbandonare l’idea che competizione leale e collaborazione reciproca
siano obiettivi antitetici e condannati ad escludersi a vicenda” [42] . La concorrenza è un
procedimento di scoperta sostiene Hayek, “considerare la concorrenza
come l’opposto della cooperazione (...) sarebbe capirne male la
natura” [43] .
L'idea che la cooperazione dovrebbe sostituire la concorrenza si fonda
su diversi falsi principi: in primo luogo presuppone un ampio accordo
sui fini; in secondo luogo presuppone che l'uomo, 'lasciato libero',
persegua solo fini egoistici; in terzo luogo considera il mercato un
luogo di sottrazione di risorse dei più forti dai più
deboli; infine, ignora le caratteristiche degli ordini spontanei.
“La cooperazione, come la solidarietà - osserva ancora
Hayek - presuppone un ampio accordo sui fini, così come sui metodi
impiegati per il loro perseguimento. Essa ha senso in un piccolo gruppo
i cui membri condividono particolari abitudini, conoscenze e credenze
su ciò che è possibile fare, ma ha poco senso quando il
problema è quello di adattarsi a circostanze sconosciute; tuttavia
è proprio questo adattamento all’ignoto la base su cui
si fonda il coordinamento degli sforzi in un ordine esteso. La concorrenza
è una procedura di scoperta, una procedura coinvolta in tutta
l’evoluzione, che ha portato l’uomo a rispondere involontariamente
a nuove situazioni; ed è con più concorrenza, non attraverso
accordi che noi aumentiamo gradualmente la nostra efficienza” [44] .
L’idea di sostituire la cooperazione alla concorrenza pertanto
è semplicemente una questione mal posta che non tiene conto dell’impossibilità
nella Grande società di conoscere i fini di tutti gli individui.
Dice Hayek in proposito che “la richiesta di restringere l’azione
degli individui al perseguimento deliberato di fini benefici conosciuti
e osservabili (...) è in parte un residuo della microetica istintiva
e cauta del piccolo gruppo, dove gli scopi percepiti congiuntamente
erano diretti ai bisogni visibili di compagni personalmente conosciuti
(ciò significa: solidarietà e altruismo)” [45] .
E ancora più nettamente Hayek segna la differenza tra la moralità
delle piccole comunità e la moralità dell’ordine
esteso. “C’è in primo luogo (...) la moralità
cosiddetta innata dei nostri istinti (solidarietà, altruismo,
decisioni di gruppo e simili) e le pratiche che ne scaturiscono, le
quali non sono però sufficienti a sostenere il nostro attuale
ordine esteso e la sua popolazione. In secondo luogo, c’è
la moralità evoluta (risparmio, proprietà privata, onestà
e così via) che ha creato e sostiene l’ordine esteso. L’ordine
esteso dipende da questa moralità, nel senso che esso è
sorto dal fatto che i gruppi che seguivano le regole fondamentali di
questa morale sono aumentati di numero e in benessere rispetto agli
altri gruppi. Il paradosso del nostro ordine esteso e del mercato –
e lo scoglio per i socialisti e i costruttivisti – è che,
attraverso siffatto processo, noi siamo in grado di provvedere, con
le risorse disponibili (e invero, in quello stesso processo, di scoprire
più risorse) a un maggior numero di persone di quanto sarebbe
possibile attraverso un processo diretto intenzionalmente”
[46] . Ma per far ciò è necessario che ci sia libertà.
“La libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile
e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come abbiamo
imparato, da essa nascono le occasioni per raggiunger molti dei nostri
obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e, in particolare, raramente
sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti
e concorrenti di molti, per propiziare la nascita di quel che
desideriamo quando lo vedremo”
[47] .
E' in errore chi crede che solo lo Stato possa garantire il benessere
sociale e che l’individuo lasciato libero seguirebbe solo fini
egoistici. Hayek chiarisce questo punto proprio dicendo che “c’è
un grande equivoco a proposito dell’ideale che una persona dovrebbe
perseguire: si crede che lasciato libero di se stesso, egli perseguirà
o dovrebbe perseguire unicamente scopi egoistici. La libertà
di perseguire i propri obiettivi, tuttavia, è altrettanto importante
per una persona molto altruista (...), quanto per tutti gli egoisti.
Fa parte dell’ordinaria natura umana, negli uomini e forse ancor
più nelle donne, ed è una delle più importanti
condizioni per la loro felicità, poter fare del bene altrui il
loro scopo principale. (...) Tuttavia l’altruismo, in generale,
è un concetto senza significato (c. n.). Nessuno può
avere a cuore gli altri come tali: le responsabilità che dobbiamo
assumere devono sempre essere particolari, possono interessare solo
quelli di cui conosciamo fatti concreti e verso cui sia per la scelta,
sia per speciali condizioni, siamo attratti. E’ uno dei diritti
e dei doveri fondamentali di un uomo decidere cosa e quali necessità
di un altro sono per lui le più importanti”
[48] .
Questo richiama il pluralismo di valori di cui anche gli investimenti
etici si fanno interpreti, rispondendo alle istanze etiche di gruppi
differenti.
Dunque non è possibile un accordo sui fini, conseguentemente,
diventa necessario il rispetto delle regole. “Per operare in modo
benefico, la concorrenza richiede che coloro che sono i competitori
osservino le regole piuttosto che ricorrere alla forza fisica. Solo
le regole possono unificare un ordine esteso. I fini comuni lo possono
fare soltanto durante un’emergenza temporanea che crei un pericolo
comune per tutti; ‘l’equivalente morale della guerra’,
offerto per evocare la solidarietà è soltanto una ricaduta
in principi sociali più primitivi”
[49] . E ancora “ciò che in questa società rende
possibile l’accordo e la pace, è che viene chiesto agli
individui di essere d’accordo sui mezzi, non sui fini; mezzi che
sono in grado di servire a una grande varietà di scopi, e dai
quali ognuno spera di essere assistito nel perseguimento dei suoi propri
scopi” [50] .
“Il mercato non è altro che uno spazio astratto con il
quale si designa l’insieme delle transazioni tra gli individui”
[51] . La cooperazione sociale si fonda sul libero scambio grazie
al quale ognuno ottiene qualcosa in cambio di qualcos’altro. “Ma
ciò che ottiene ha per lui più valore di quello che cede
– osserva Salin – infatti, nella misura in cui lo scambio
avviene tra individui liberi, nessuno è obbligato ad accettarlo
e, se questo ha luogo, è necessariamente perché accresce
le soddisfazioni di entrambe le parti. Così, si può dire
in tutta certezza, senza bisogno di verifiche, che lo scambio crea necessariamente
valore e che è necessariamente vantaggioso per le due parti.
Ma il valore creato è di ordine puramente soggettivo, ossia rientra
nella sfera della percezione dei due attori dello scambio: ciascuno
guadagna dallo scambio, altrimenti, essendo razionale, non effettuerebbe
la transazione” [52] .
Se il prezzo di mercato ossia il valore delle cose può essere
misurato, non altrettanto si può fare con il valore soggettivo
ossia quello che produce soddisfazione in entrambi i soggetti della
transazione, pertanto il prezzo non quantifica la soddisfazione.
Il mercato è scambio e “la catallassi è un ordine
globale superiore ad ogni forma voluta di organizzazione proprio perché
gli uomini, perseguendo i loro interessi, sia in modo completamente
egoistico che altruistico, assecondano gli scopi di molti altri individui
che rimarranno in gran parte sconosciuti” [53] .
“La morale del mercato ci porta ad avvantaggiare gli altri, non
attraverso le nostre intenzioni, ma facendoci agire in un modo tale
che, in ogni caso avrà proprio tale effetto. L’ordine esteso
ha la meglio sull’ignoranza individuale (...) in un modo che le
buone intenzioni non possono fare, e perciò rende altruistici
i nostri sforzi nei loro effetti”
[54] .
5. Contro la demonizzazione del ‘profitto’
Un secondo pregiudizio ricorrente è quello secondo cui grazie
alla finanza etica si potrà 'sostituire la massimizzazione dell’utilità
sociale alla massimizzazione dei profitti individuali'.
Vorremmo prendere le distanze da quanti credono, erroneamente a nostro
avviso, che “perseguire l’interesse personale sia moralmente
sbagliato”. L’investimento etico non è un investimento
in perdita e d’altronde ricordiamo con Adam Smith che “non
è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio
che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione che questi
hanno per il proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro
umanità, ma al loro egoismo ed ad essi parliamo dei loro vantaggi
e non delle nostre necessità”.
“Gli uomini scambiano oggetti, servizi, ma anche segni di affetto
o di amicizia. Tutto questo costituisce l’attività umana,
senza che sia possibile separare in ciascun uomo una parte che sarebbe
‘economica’ e un’altra che non lo sarebbe, una parte
che dipenderebbe dalla scienza economica e un’altra che dipenderebbe
dalla sociologia, dalla psicologia o anche dalla poesia e dalla teologia.
In un certo senso, la scienza economica non esiste, esiste solo la scienza
dell’attività umana. Ci si renderà conto che l’accusa
mossa sovente agli economisti liberali di essere ‘materialisti’,
di prestare attenzione solo all’aspetto ‘economico’
delle cose, al profitto (c.n.) e al denaro è assurda.
Infatti, solo i veri liberali hanno compreso che gli oggetti materiali
– detti economici – non sono che mezzi come altri per raggiungere
i fini specifici di ciascuno, siano questi di ordine materiale, etico,
religioso o filosofico” [55] .
E riprendendo Hayek: “Il disprezzo del profitto è dovuto
all’ignoranza, o a un atteggiamento ammirabile, se vogliamo, nell’asceta,
il quale ha scelto di accontentarsi di una piccola parte delle ricchezze
di questo mondo, ma se questo disprezzo si concretizzasse in forme di
restrizioni al profitto degli altri, esso non sarebbe altro che un sentimento
di egoismo, in quanto imporrebbe ascetismo, vale a dire privazioni di
ogni tipo, agli altri”
[56] .
E ancora “i prezzi e i profitti sono tutto ciò di cui
i produttori hanno bisogno per poter perseguire con maggiore efficacia
i fini di uomini che non conoscono. Essi sono strumenti di ricerca –
esattamente come il cannocchiale è lo strumento che estende il
campo visuale per il soldato o il cacciatore, il marinaio o il pilota.
Il processo di mercato dà alla maggior parte delle persone le
risorse materiali e informative per ottenere ciò che vogliono”
[57] .
Quindi il profitto e la redditività costituiscono i parametri
per giudicare la validità dell’agire imprenditoriale.
Michael Novak [58]
evidenzia come uno degli errori che si compie a proposito della moralità
del mercato è di ritenere che il desiderio di migliorare le proprie
condizioni materiali sia avidità perché ciò di
cui si ha bisogno ai fini del miglioramento appartiene già agli
altri. Ebbene, l’errore di tale pensiero risiede per Novak nel
considerare la ricchezza “come una somma fissa, già internamente
distribuita, e ignorare la dimensione dell’invenzione, della scoperta
e della creazione di ricchezza nuova: significa, in breve, immaginare
che qualunque forma di accrescimento della ricchezza implichi il “togliere”
qualcosa a qualcuno”
[59] . E ciò che si diceva anche a proposito della Borsa,
ossia che non è un gioco a somma zero, ma a somma positiva nel
senso che crea nuova ricchezza.
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Caterina Galluccio: insegna Sociologia dell’organizzazione presso
l’Università degli Studi “G. d’Annunzio”
di Chieti ed è membro del Centro di Metodologia delle Scienze
Sociali della LUISS Guido Carli, diretto da Dario Antiseri. Tra le sue
pubblicazioni: La valutazione delle risorse umane (Rubbettino,
2000); (in coll.) Investimenti etici. Ricerche di psicologia economica
(Rubbettino 2000); (in coll.) Handbook for the Teaching of Economic
and Consumer psychology, (Exeter – Washington Singer Press
1999); La scelta economica tra epistemologia e psicologia sociale
(Luiss University Press 2003).
[1] “Il problema
forse più stupefacente delle scienze sociali: Come possono
mai sorgere istituzioni che servono il bene comune e che hanno un’importanza
fondamentale per il suo sviluppo senza una VOLONTA’ COMUNE orientata
alla loro fondazione? (...) Il linguaggio, la religione, il diritto,
persino lo Stato e, per menzionare alcuni fenomeni economici specifici,
i mercati, la concorrenza, il denaro e numerose altre formazioni sociali,
li incontriamo già in epoche storiche nelle quali non si può
ragionevolmente parlare di un’attività della comunità
o dei suoi capi consapevolmente orientata alla loro fondazione. (...)
Il diritto, il linguaggio, lo Stato, il denaro, i mercati sono in gran
parte formazioni sociali risultato irriflesso dello sviluppo
sociale, pur nella differenza delle loro forme fenomenologiche e nel
loro continuo mutamento. I prezzi dei beni, gl’interessi, le rendite
fondiarie, i salari e migliaia di altri fenomeni della vita associata,
e dell’economia in particolare, mostrano precisamente la stessa
particolarità”. C. Menger, Sul metodo delle scienze
sociali, Macerata, Liberilibri, 1997, pp. 150-152.
[2] “I Greci
del periodo classico erano più fortunati, perchè possedevano
due parole distinte per i due diversi tipi di ordine, cioé taxis
per un ordine costruito, come per esempio l’ordine di uno schieramento
di battaglia, e cosmos per un ordine formatosi spontaneamente,
e che significava in origine ‘un ordine giusto all’interno
di uno stato o di una comunità’. (...) L’ordine costruito,
cui ci siamo riferiti come ad un ordine ‘esogeno’, o una
sistemazione, può ancora essere descritto come una costruzione,
un ordine artificiale, o, specialmente quando abbiamo a che fare con
un ordine sociale diretto dall’alto, come un’organizzazione.
L’ordine che si è formato per evoluzione, d’altro
lato, cui ci siamo riferiti come ad un ordine che si autogenera o ‘endogeno’,
può meglio essere descritto (...) come ordine spontaneo”.
F. A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, il Saggiatore,
1994, p. 51.
[3] Cfr. P. Salin,
Liberalismo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 252-253.
[4] P. Salin, op. cit.,
p. 253.
[5] “Azione significa
impiego di mezzi per il raggiungimento di fini. (...) L’incentivo
che costringe l’uomo ad agire è sempre una certa inquietudine.
Un uomo perfettamente soddisfatto del suo stato di cose non avrebbe
incentivo a cambiarle. Egli non avrebbe né voglie né desideri;
sarebbe perfettamente felice. (...) Tutta l’azione umana consiste
nell’economizzare mezzi disponibili per la realizzazione di fini
prescelti. (...) L’insoddisfazione e l’immagine di uno stato
più soddisfacente non sono da soli sufficienti per far agire
un uomo. Una terza condizione è richiesta: l’attesa che
il comportamento intenzionale rimuova o almeno allevii la sentita insoddisfazione.
In assenza di questa condizione nessuna azione è fattibile. Bisogna
cedere all’inevitabile. Sottomettersi al destino”. L. von
Mises, L’azione umana,Torino, UTET, 1959, pp. 11-16 e 31.
[6] L. von Mises,op.
cit., pp. 11-14.
[7] “I criteri
di selezione etici utilizzati dai fondi sono stati raggruppati nelle
seguenti categorie: - criteri negativi, criteri che escludono
società impegnate in determinate attività/settori o che
producono/distribuiscono determinati prodotti; - criteri positivi,
tutti i criteri che analizzano l’impatto dell’attività
svolta dalle società nei confronti degli stakeholders,
delle comunità locali e delle minoranze; - criteri ambientali,
tutti i criteri che analizzano l’impatto della società
e delle sue produzioni sull’ambiente; - fattori di shareholders
advocacy, insieme di attività (pressioni sul management,
presentazione di shareholders resolutions e, eventualmente, boicottaggi)
svolte da azionisti e portatori di interessi al fine di orientare e
influenzare l’atteggiameto del management verso comporatmenti
socially responsible; - fattori di community investment, criteri
che evidenziano le azioni di sostegno alle comunità locali e
azioni di intervento in particolari situazioni di emergenza anche all’estero
(terremoti, alluvioni, carestie)”. M. Calcaterra e F. Perrini,
“Socially Responsible Investing: stato dell’arte e tendenze
evolutive del mercato mondiale”, in AA. VV. Responsabilità
sociale dell’impresa e finanza etica, EGEA, Milano, 2002,
p. 121.
[8] Cfr., A. Miller,
Socially responsible investing, Nyif, New York, 1991.
[9] Per una descrizione
dettagliata delle caratteristiche dei fondi etici italiani e stranieri
già disponibili, si veda tra gli altri, AA.VV., Responsabilità
sociale dell’impresa e finanza etica, EGEA, Milano, 2002.
[10] Cfr. M. Calcaterra
e F. Perrini, op. cit., p. 120.
[11] H. Dittimar,
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Appunti di psicologia del lavoro, Edizioni Libreria Cortina,
Padova, 1997.
[12] “L’analisi
combinata di costi, performance e caratteristiche qualitative dei fondi
socially responsible italiani ed esteri ha evidenziato i seguenti fattori
che possono incidere sulla performance di un fondo etico: un fondo etico
a parità di altri fattori può costare di più rispetto
ad un fondo tradizionale perché l’aalisi etica, che precede
quella finanziaria, ha un suo costo diretto di produzione o acquisizione
– effetto costo; ogni restrizione fatta sulla base di criteri
non finanziari riduce la diversificazione – effetto richio;
i processi di selezione etica attuati tendono a evitare l’investimento
in grandi imprese a vantaggio di realtà più piccole o
di società ad alta crescita nel lungo periodo - effetto Small
Cap/Growth; l’esclusione di certe imprese sulla base di criteri
sociali o ambientali anticipa successive azioni legali o problemi finanziari
– effetto anticipazione; grazie alla ricerca effettuata
a monte, un investimento etico comporta maggiore informazione qualitativa/quantitativa
– effetto informazione; criteri di selezione qualitativi
individuano le imprese meglio posizionate anche da un punto di vista
finanziario/reddituale – effetto selezione”. M. Calcaterra
e F. Perrini, op. cit., p. 160.
[13] A. Lewis e P.
Webley, "Social and ethical investing: beliefs, preferences and
the willingness to sacrifice financial return", in Ethics and
Economic Affairs, Routledge, London, 1994, pp. 171-182.
[14] S. Moscovici,
Prefacé à C. Herzlich, Santé et Maladie.
Analyse d'une représentation sociale, Mouton, Paris, 1967.
[15] G. N. Fischer,
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1994.
[16] I. Ajzen e M.
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[17] I. Ajzen e T.
J. Madden, "Prediction in goal-directed behavior: Attitudes, intentions
and perceived behavioral control", in Journal of Experimental
Social Psychology, 22, 1986, pp. 453-474.
[18] La Teoria del
Comportamento Pianificato (Theory of Planned Behavior, TPB) aggiunge
alla Teoria dell’Azione Ragionata il concetto di controllo comportamentale
percepito, che si riferisce ad azioni non totalmente sotto il controllo
volitivo, ma ad azioni soggette ad inferenze da parte di forze interne
ed esterne. Il controllo comportamentale percepito viene definito come
«credenza di una persona di quanto facile o difficile sia l’esecuzione
del comportamento».
[19] La domanda era
formulata come segue: «Immagini che il rettangolo disegnato qui
sotto rappresenti da una parte il suo denaro e dall’altra il suo
tempo disponibile. Tracci una linea dividendo il rettangolo in due parti
in modo che esse rappresentino come lei preferirebbe aiutare chi si
trova nel bisogno».
[20] L’item
era il seguente: «Tra le seguenti campagne ambientalistiche, quale
bisognerebbe sostenere: a) Il rimboschimento delle foreste amazzoniche;
b) la protezione dei delfini; c) la rivalutazione agricola nelle nostre
regioni; d) la protezione degli animali domestici. Il soggetto poteva
esprimere il grado della propria adesione su una scala a 5 punti.
[21] L’item
era formulato nel modo seguente: «Tra i grandi problemi dell’umanità,
quello ambientale va risolto prima degli altri (ricerca scientifica,
fame nel mondo, istruzione, eccetera)?: sempre, quasi sempre, qualche
volta, quasi mai, mai».
[22] Tale coefficiente
descrive la consistenza interna dei raggruppamenti degli item.
[23] Il metodo varimax
di Kaiser massimizza la varianza delle saturazioni. Per ogni dato fattore,
è ricercata la configurazione tale che ci siano alcune saturazioni
elevate, molte saturazioni basse e poche saturazioni di grandezza intermedia.
Questo tipo di soluzione è facilmente interpretabile perché
le variabili con saturazioni elevate hanno caratteristiche simili ai
fattori.
[24] Nell’analisi
delle componenti principali, la soluzione estrae come prima componente
quella che spiega più varianza possibile, la seconda spiega il
massimo delle varianza residua. Le prime componenti spiegheranno una
varianza superiore ad 1, le ultime inferiore ad 1. Tale analisi è
alla base del metodo più comune di determinazione del numero
dei fattori chiamato eigenvalue criterion, che assume come numero
di fattori quelle componenti con varianza maggiore di 1.
[25] P. Webley, “Gli
investimenti etici nel Regno Unito”, in A. Pedon e C. Galluccio
(a cura di), Investimenti etici. Ricerche di psicologia economica,
Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000, pp. 123-135.
[26] Ibidem
[27] P. Slovic e
S. Lichtenstein, "Preference reversal: A broader perspective",
in American Economic Review, 73, 1983, pp. 596-605.
[28] R. Rumiati,
Giudizio e decisione, Bologna, il Mulino, 1990, p. 140.
[29] H. Simon, "A
behavioral model of rational choice", in Quaterly Journal of
Economics, 68, 1955, pp. 99-118.
[30] R. Rumiati,
op. cit., p. 78.
[31] A. Lewis e P.
Webley, op. cit., pp. 171-182.
[32] G. Bedogni,
“Per un profilo etico dei prodotti finanziari”, in Responsabilità
sociale dell’impresa e finanza etica, Milano, EGEA, 2002,
p. 103.
[33] G. Bedogni,
op. cit., p. 104.
[34] Commissione
“Giustizia e Pace” elevetica, Investire in modo responsabile,
Berna, 2000, pp. 9-10.
[35] M. Weber,
“La politica come professione”, in Il lavoro intellettuale
come professione, Torino, Einaudi, 1999, p. 109.
[36] J. E. Stiglitz,
“I Paesi poveri e l’etica dei potenti”, in Vita
e Pensiero, 2, 2003, pp. 69-78, estratto dalla relazione tenuta
all’American Development Bank di Washington nel novembre 2002.
[37] F. A. von Hayek,
La società libera, Edizioni Seam, 1999, p. 111.
[38] F. A. von Hayek,
op. cit., p. 113.
[39] F. A. von Hayek,
op. cit., p. 116.
[40] F. A. von Hayek,
op. cit., p. 117.
[41] P. Salin, Liberalismo,
cit., p. 105.
[42] S. Tagliagambe,
"Economia ed etica nei sistemi", in AA.VV., Etica della
solidarietà ed economia di mercato, Roma, Borla, 1994, p.
106.
[43] F. A. von Hayek,
La società libera, cit., p. 67.
[44] F. A. von Hayek,
La presunzione fatale, Rusconi, Milano, 1997, p. 52.
[45] F. A. von Hayek,
op. cit., p. 140.
[46] F. A. von Hayek,
op. cit., pp. 125-126.
[47] F. A. von Hayek,
La società libera, cit., p. 60.
[48] F. A. von Hayek,
op. cit., p. 119.
[49] Ibidem
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