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La Globalizzazione e la Risposta dei Cristiani

Piero Gheddo, nato a Tronzano Vercellese (nella campagna piemontese, in Italia) nel 1929, è missionario del Pontifio Istituto Missioni Estere (PIME) dal 1953. Per anni ha diretto riviste sul mondo missionario, quali Mondo e missione, Asia News, Italia Missionaria e Missionari del Pime. Oggi dirige l’Ufficio Storico del PIME, a Roma. E’ autore di numerosi volumi, l’ultimo dei quali Davide e Golia. I cattolici e la sfida della globalizzazione (scritto in collaborazione con Roberto Beretta, giornalista di Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana) ha avuto ampia eco nel dibattito sulla globalizzazione in Italia, seguito al meeting del G 8 tenutosi a Genova nel luglio 2001.

Religion & Liberty: In Italia c’è stato un assai acceso dibattito sulla globalizzazione, e le prese di posizione di molti esponenti religiosi contro il libero mercato potrebbero essere un segnale preoccupante. Padre Gheddo, crede ci sia un’ignoranza diffusa, tra i leader religiosi, riguardo le ragioni dell’economia?

Gheddo: No, io non che la maggioranza dei leader religiosi (cioè: dei vescovi, della Santa Sede) abbia grossi pregiudizi contro il liberalismo, o più precisamente contro il capitalismo. Tant’è vero che abbiamo visto una certa evoluzione nella dottrina sociale della Chiesa: se nel secolo scorso - dalla Rerum Novarum alla Quadragesimo Anno, agli stessi discorsi di Pio XII e ad alcune delle prese di posizione di Giovanni XXIII – si respirava un certo orientamento, la condanna di un “capitalismo selvaggio” che era più selvaggio che capitalismo, con Papa Giovanni Paolo II siamo arrivati a un giudizio più equilibrato. La Centesimus Annus così come la Solicitudo Rei Socialis riconoscono chiaramente la legittimità del libero mercato. Riconoscono che solo il mercato crea ricchezza.

E ravvisano nel libero mercato il valore fondamentale della libertà: la cosiddetta “libertà politica” non può bastare all’uomo – né tantomeno può bastargli la possibilità di votare chi lo governa. No: l’uomo ha bisogno di esprimersi anche in campo economico, di dare sfogo alla propria creatività, di dare spazio alla sua necessità di costruire qualcosa.

Tutto questo Papa Wojtyla l’ha espresso benissimo, proprio in questo momento storico in cui lo statalismo sta cominciando a collassare.

R&L: Nel suo libro, lei si dimostra non poco critico verso quelle forme di “tutela” che sono tipiche welfare state all’europea. “Le garanzie assolute dello Stato”, scrive, “hanno portato alla passività del popolo, alla non crescita economica e alla miseria”. Lei non crede che l’esistenza del welfare state abbia avuto come effetto una generale de-responsabilizzazione degli individui, soprattutto sul fronte della solidarietà?

Gheddo: Tutte le cose umane sono ambigue: e se da un lato bisogna parlare di solidarietà, bisogna darsi regole che aiutino chi sta peggio di noi, dall’altro non si può prescindere da due valori. Responsabilità e libertà. Pensare, come si fa sempre più spesso, che “io pago le tasse, poi ci pensi lo Stato”, è sbagliatissimo. Non è lo Stato che deve occuparsi del nostro prossimo: siamo tutti noi a doverlo fare. E’ una cosa che, negli incontri pubblici cui mi capita di partecipare un po’ dappertutto in Italia, non mi stanco mai di ripetere: dei nostri fratelli che stanno male siamo noi a doverci fare carico. Siamo noi, persone, singoli individui, a doverci sentire responsabili: mica l’Onu, il governo, le multinazionali...

E’ ben vero che tutto questo discorso si scontra con l’egoismo umano...

R&L: Insomma, secondo lei è molto più egoisticamente “comodo” pagare le tasse, candeggiandosi la coscienza al pensiero che tanto esiste il welfare state, anziché impegnarsi concrentamente, guardarsi intorno, fare davvero qualcosa per gli altri.

Certo. Così come è vero che è tanto comodo protestare, andare in piazza, “prendersela” con le multinazionali... La colpa è sempre di qualcun altro: eccola qui l’ideologia dei “no global”, che io condanno radicalmente.

I “no global” devono la loro fortuna a tutta una serie di menzogne. In primo luogo, all’idea che i Paesi poveri siano poveri perché i Paesi ricchi sono ricchi. Che è una bugia colossale.

I Paesi poveri sono poveri a causa di un loro ritardo storico: si sono “svegliati” molto dopo di noi, per tanti motivi. Non ultimo il fatto che non hanno avuto la fortuna dei Paesi del Mediterraneo, che da sempre si sono scambiati informazioni e idee, attraverso le rotte degli scambi che fin dall’alba dei tempi portavano i fenici a commerciare con i greci e i greci con i romani e così via.

Certo, le diseguaglianze esistono – ed è nostro dovere di persone, è nostra responsabilità di individui aiutare chi ha bisogno. E qui arriviamo al vero problema: come?

R&L: Lo chiediamo a lei: come?

Gheddo: La mia esperienza mi ha insegnato che i soldi, gli aiuti “in moneta”, insomma il foreign aid non sono necessariamente il modo migliore. Il foreign aid finisce per “drenare” soldi dai Paesi più ricchi verso le élite politiche dei Paesi poveri. Il che, ad esempio in Africa, è veramente pericoloso: i governanti africani non lavorano “per il popolo”, ma piuttosto hanno sequestrato il potere per i loro interessi.

E siccome queste situazioni, in cui le élite politiche non sono che parassiti della popolazione, sono così comuni in tutto il Terzo mondo, secondo meè necessario porsi la domanda fatidica: perché?

R&L: Perché?

Gheddo: Tutta la mia analisi del sottosviluppo è incentrata sulla testimonianza dei miei amici e colleghi missionari, e la nostra esperienza dice questo: che il popolo (in quei Paesi) non è istruito. E’ povero prima ancora che economicamente, culturalmente. E le due cose vanno assieme: quando parlo della necessità di educare questi i popoli non parlo solo dell’importanza dell’alfabetizzazione. Che manca, e di cui uomini e donne hanno disperato bisogno.

Ma parlo soprattutto dell’importanza di insegnare loro a produrre: i Paesi del Terzo mondo sono poveri perché non sanno creare ricchezza. La ricchezza è una torta da produrre, non una torta da distribuire: questo bisogna dirlo forte e chiaro!

R&L: Quindi lei non crede che la soluzione ai problemi del Terzo mondo possa passare per il foreign aid?

Gheddo: No. Quello che dico sempre è che gli aiuti non devono essere dati “da Stato a Stato”, ma “da popolo a popolo”. Perché se gli aiuti sono “da Stato a Stato”, finisce che i quattrini arrivano nelle tasche dei primi ministri, dei capi di Stato: e questi di fatto li sequestrano (in parte o del tutto). Se gli aiuti sono “da popolo a popolo”, questo non succede.

Sono stato recentemente a Potenza (una cittadina del Meridione italiano), dove una parrocchia si è “gemellata” con un paesino in Albania. E’ impressionante vedere quanto riescano a fare: non hanno soltanto spedito dei soldi, ma soprattutto sono andati, personalmente, ad aiutare. Ci hanno mandato i loro giovani: hanno costruito e hanno insegnato a costruire. Hanno aperto una scuola e un ospedale.

Ecco quel che intendo quando parlo di aiuti “da popolo a popolo”: che servono in primo luogo ad educare, a gettare ponti di comprensione.

Mentre gli aiuti “da Stato a Stato”, producono poco, o nulla. O peggio, inutili cattedrali nel deserto. Mi viene in mente un esempio: nella capitale della Guinea Bissau, a Bissau appunto, lo Stato italiano ha fatto costruire un mulino per il riso, enorme, modernissimo. Costruito vent’anni fa e donato all’epoca, non ha mai funzionato, non ha mai prodotto un grammo di riso: perché al contadino non viene neanche in mente di utilizzarlo. Perché dovrebbe macinarlo? Porta a casa il riso e lo fa pestare e lavorare da sua moglie. A che serve un mulino per quanto avveniristico, se non c’è la cultura per usarlo?

Non mi stanco mai di ricordare una cosa. A Vercelli, da dove vengo io, produciamo 75 quintali di riso “all’ettare”. In Africa, ne producono quattro appena. L’abisso tra 4 e 75 è l’abisso fra poveri e ricchi.

Se noi siamo ricchi, è perché sappiamo produrre, sappiamo creare ricchezza. Ce l’ha insegnato la nostra storia.

La chiave di volta degli aiuti ai Paesi poveri è l’educazione: è condividere con loro la nostra storia. Ma educazione vuol dire soprattutto gente, uomini e donne: persone, che vadano ad educare.

L’appello al mondo ricco non dev’essere quello di spedire al Terzo mondo più “soldi”: dev’essere un appello diretto non agli Stati, ma a ciascuno di noi, di impegnarsi, di mettersi in gioco, di sentirsi responsabile del futuro dei nostri fratelli più poveri. Di farsi “educatore”: senza dimenticare che quella che si sperimenta in quei luoghi è un’educazione vicendevole, non unilaterale. Anche loro hanno qualcosa da insegnarci. Il problema è che per realizzare questo progetto bisogna mettere in discussione la nostra way of life. Insegnare ai giovani la rinuncia, l’abnegazione.

R&L: Mi sembra che oltre ad un problema di “coltivazione delle coscienze”, ci sia qui anche un problema legato alla “struttura di incentivi”. In Italia, e più in generale in Europa, ormai i giovani fanno il loro ingresso sul mercato del lavoro a trent’anni – e fino ad allora hanno vita facile in seno alla famiglia. C’è tutto un sistema (che è l’asse portante del welfare state) che scoraggia i ragazzi dall’assumersi nuove responsabilità.

Gheddo: Da questo punto di vista, credo che sia giusto guardare all’America – che è un Paese che ho conosciuto, che ho viaggiato, che stimo. Lì le famiglie, anche quelle ricche, mantengono i ragazzi agli studi e per quel che attiene il vitto e alloggio: ma il resto i ragazzi se lo guadagnano. Vanno a lavorare nei McDonald’s, vanno a falciare il prato dei vicini, lavorano come baby-sitter.

Queste sono buone abitudini, che preservano intatto quello “spirito della frontiera” che ha fatto la fortuna degli Stati Uniti: è la ricchezza che crea le condizioni perché si crei altra ricchezza. Certe abitudini italiani, ed europee, rappresentano invece un pessimo modello

R&L: Quali sono gli ostacoli maggiori che i missionari incontrano nella loro opera di educazione?

Gheddo: Direi che sono due. In primo luogo, alcuni governi sono così terrorizzati dalla possibilità che i missionari smascherino e raccontino le loro nefandezze, da inventarsi controlli su controlli, e regole di stampo totalitario, per ostacolare il nostro lavoro. Gli Stati possono essere nemici mortali delle dimissioni.

E poi, certo, la cultura tradizionale spesso non aiuta. Soprattutto nell’Africa nera, dove la cultura “da economia di sussistenza” impedisce l’innovazione, sbarra la strada allo sviluppo.

Spesso nei villaggi nasce addirittura una specie di odio nei confronti di chi osa fare di più, di chi cerca di inventarsi imprenditore. Siccome sono tutti cugini o parenti, c’è l’idea che quanto uno produce vada necessariamente redistribuito.

Pessima idea: non è così che si può generare sviluppo. Lo sviluppo ha bisogno di accumulazione, di creazione di ricchezza e lavoro, insomma ha bisogno di imprenditori.

Direi quindi che la mentalità comune, quella sì, può essere un formidabile ostacolo al lavoro dei missionari. Che, d’altro canto, sono importanti e preziosi anche a causa della proverbiale “chiusura” di quelle società: un missionario non è un turista, va sul posto, impara la lingua, ci vive per venti o trent’anni, o magari ci trascorrerà tutta la vita. Così facendo, riesce insomma a conquistarsi la fiducia della gente: che è condicio sine qua non per potergli proporre di cambiare.

R&L: L’economista peruviano Hernando de Soto nel suo libro The Mistery of Capital sottolinea come, secondo lui, ai Paesi poveri tutto manca fuorché uno spirito “capitalista”. Anzi, dice lui, spesso e volentieri hanno una autentica “vocazione al mercato”. Il problema è, secondo de Soto, che non si riesce a formare il capitale. Questo anche perché si è importato il modello occidentale “a valle” anziché “a monte”. Cioè si sono importate le strutture di regolamentazione tipiche degli Stati occidentali, ma non si è capito che bisogna guardare a come lì si sono sviluppati e sono stati assegnati dei diritti di proprietà – non inventarseli a priori. Condivide l’analisi di de Soto?

Gheddo: E’ senz’altro una radiografia interessante del sottosviluppo. Che secondo me si può riassumere ponendo l’accento sul ritardo storico di molti popoli. Che sono “in ritardo” per un ovvio motivo: lo sviluppo è nato in Occidente. Il progresso è nato in Occidente.

Ammetterlo non significa essere “razzisti”, né predicare una “superiorità” della nostra cultura: vuol dire ammettere un dato storico. E perché lo sviluppo è nato in Occidente? Perché l’Occidente, grazie centinaia di anni di Vangelo, di cristianesimo, di predicazione dell’importanza del concetto di “persona”, ha partorito la libertà – e con la libertà l’industrializzazione, le scoperte scientifiche, che senza libertà non si sarebbero potute verificare.

Poi il progresso è stato importato in tutto il mondo. La tecnologia è stata seminata nei territori più disparati: ma alcuni dei popoli che l’hanno ricevuta la prendono “a valle”, senza avere “a monte” quei principi, quelle idee, che del progresso in Occidente sono stati causa.

Non basta importare il modello occidentale attraverso le leggi e i pezzi di carta: bisogna creare una mentalità che sia fertile per lo sviluppo.

R&L: E’ successo però che in tanti casi abbiamo esportato cultura – ma quella sbagliata. Pol Pot aveva studiato alla Sorbona.

Gheddo: E’ vero: il problema è che anche “noi”, noi nel senso di occidentali, ogni tanto ci dimentichiamo che tutto il nostro sviluppo, tutto il nostro progresso, viene da stimoli biblico-evangelici.

R&L: Mi ha colpito molto una sua affermazione, verso la fine del suo libro. Lei scrive: “sono stato in Cile nel 1972, mentre nascevano i ‘Cristiani per il socialismo’. E mi chiedevo: ‘perché noi cristiani dobbiamo ricorrere al socialismo e al marxismo, più volte condannati dai Papi? Non abbiamo già il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa?’”. Perché, secondo lei, il marxismo ha avuto tanto successo?

Gheddo: Perché il marxismo rappresenta una scorciatoia alla giustizia. Poi non ha prodotto né giustizia né sviluppo: c’erano nel mondo 31 Paesi a regime marxista, si sono rivelati tutti un fallimento. Hanno prodotto solo morte e corruzione. Però il marxismo era una tentazione potente: aboliamo la proprietà privata, diceva, e tutti i nostri problemi si risolveranno. Un miraggio seducente.

R&L: Anche oggi esportiamo “miraggi seducenti”: per esempio, l’idea che basti “controllare le nascite” perché i Paesi poveri diventino ricchi.

Se queste idee sono prevalse in alcuni Paesi del Terzo mondo – che via via le stanno abbandonando, essendosi accorti che non hanno ragion d’essere – è interamente colpa delle Nazioni Unite: che spesso hanno imposto il controllo delle nascite come improbabile panacea.

R&L: Un problema che i nemici della globalizzazione spesso pongono è quello del lavoro minorile...

E’ un falso problema: pensare che ci siano alternative al lavoro minorile è non solo ingenui, è assurdo. Non è che l’alternativa è fra lavorare e andare a scuola: l’alternativa è fra lavorare e morir di fame, o vivere per strada.

Possiamo giustamente dire che mancano certe garanzie necessarie, che i bambini dovrebbero avere un’assistenza sanitaria. Ma è stupido protestare perché i bambini lavorano: noi abbiamo già vissuto quella fase dello sviluppo, e ci ha portato a una ricchezza prima inimmaginabile. Perché proibire ai nostro fratelli più poveri di percorrere la stessa strada?

Mia nonna aveva cominciato a lavorare a nove anni, ed era una donna eccezionale, con grinta e voglia di fare da vendere. Tirò sù tutta una nidiata di nipoti. Certo, leggeva il giornale a fatica – ma non le interessava neppure, e questo non faceva di lei né una persona peggiore né una persona più ignorante. Aveva, semplicemente, una cultura diversa.

R&L: Un’ultima domanda: fra i nemici più accaniti della globalizzazione c’è senz’altro il movimento ambientalista. Non crede che alcune delle radici dei “verdi” affondino in una sorta di neo-paganesimo?

Senz’altro. E qui ci troviamo di fronte al vero problema del mondo moderno: che ha perso di vista Dio. Siccome l’uomo non può “credere” a nulla, quando si cerca di fare a meno di Dio ci si rifugia in altre cose, ci si inventano degli idoli, dei vitelli d’oro – che, come in questo caso, possono prendere le sembianze della Dea Natura, della Madre Gea. Perdendo Dio, abbiamo anche perso di vista il senso della realtà, l’idea che il mondo “esiste”, la consapevolezza importante che la vita ha un senso. Ecco perché è dall’esperienza di Dio che bisogna ricominciare, per costruire un futuro migliore.

(intervista a cura di Alberto Mingardi)

 

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