Acton Institute for the Study of Religion & Liberty

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Il Papa e L'Economia di Mercato

Robert A. Sirico

I Introduzione

Per la salvezza personale il Vangelo di Gesù Cristo richiede più che un semplice impegno: esige in primo luogo che le questioni morali offrano una prospettiva ai problemi sociali dei nostri giorni, un giudizio sul modo in cui la società è condizionata dall'azione politica ed infine che l'economia sia ispirata dalla tradizione cristiana.

La prova della moralità di qualsiasi azione politica è constatarne la coerenza o meno con un rigoroso impegno a favore della vita, della libertà e della dignità della persona umana. Dio, insieme alla libertà, ha dato a ciascuna persona anche la legittima aspettativa che sarà rispettata e che la giustizia sarà perseguita per mezzo della libertà, affinché operi per la realizzazione personale e familiare di ciascuno come strumento in vista del bene comune e della salvezza spirituale. Declinare questa visione morale della società libera e virtuosa è il fine della dottrina sociale della Chiesa, specialmente nell'elaborazione del Magistero di Giovanni Paolo II.

Un'economia di mercato vivace e intraprendente è essenziale al conseguimento della libertà, della giustizia, della dignità e dell'innalzamento della vita umana. Anche istituzioni necessarie come la proprietà, lo scambio, l'imprenditorialità e il governo della legge hanno bisogno di essere protette; la tendenza secolare di non prendersi cura di queste fondamentali istituzioni, specialmente durante il ventesimo secolo, il più secolarizzato dai tempi di Cristo, si è risolta con un impoverimento materiale e umano.

Il solo sentimento non è sufficiente, è necessaria anche l'attenta analisi, affinché le intuizioni politiche, sociologiche ed economiche possano essere interpretate e messe alla prova nei contesti del mondo reale. Lungi dall'essere argomenti a séstanti, le questioni religiose occupano un posto centrale nell'analisi sociale. Similmente, trascurando le intuizioni della scienza e della storia economica, saremo costretti a pagare un alto costo. Le buone intenzioni degli ideali politici devono sempre fare i conti con la ragionevole consapevolezza dei costi che quegli ideali comportano.

Promuovere un sistema di libero mercato non significa credere che le operazioni al suo interno siano necessariamente moralmente buone. Ogni sistema, incluso quello che stiamo analizzando, serve gli obiettivi di individui o gruppi che al suo interno possono operare per il bene o per il male. Inoltre, l'economia di libero mercato si fonda su un forte standard morale che il mercato non è in grado di produrre da sé. Per esempio, è stato notato che il funzionamento del mercato dipende dall'accettazione della responsabilità individuale e dal riconoscimento che il valore e la dignità degli individui non devono essere subordinati al loro successo o, comunque, espressi in termini di risultati economici. È alla luce di tale consapevolezza che avvieremo una riflessione su alcune questioni relative al campo dell'economia e sulle conseguenze di diverse applicazioni di politica economica, nel quadro di un più vasto contesto morale.

Nella sue encicliche, almeno nelle sezioni dedicate al sistema economico, il papa ha offerto un notevole contributo al pensiero religioso in materia di sistemi di libera economia e di politica economica. Nel saggio che segue, non intendo presentare la grandezza del suo pensiero -- complessissimo, sottile e sempre in evoluzione -- su questi argomenti: piuttosto, è mia intenzione offrire una breve panoramica intorno ad una particolare dimensione dell'insegnamento sociale del papa, specifica e decisamente importante, ossia la sua interconnessione con un filone del pensiero economico liberale che chiameremo del liberalismo classico. Tenterò di ragionare sulle implicazioni che la tradizione liberale avrebbe sull'ordine sociale e delineerò le connessioni tra l'insegnamento sociale del papa e, in generale, l'economia di mercato. Il mio ragionamento non potrà essere ristretto alle questioni economiche, poiché, nelle intenzione del papa, l'economia ha a che fare con l'intera gamma delle problematiche umane che riguardano la più vasta questione della dignità della persona umana.

I sistemi economici

Sarebbe un errore identificare il pensiero di Giovanni Paolo II riferendoci esclusivamente al sistema economico operante ai giorni nostri. Invero, il papa rivendica un approccio del tutto diverso che sia in grado di andare oltre il materialismo del capitalismo occidentale, il burocratismo dello stato assistenziale europeo e la tendenza mercantilistica delle economie latino americane. Sarebbe un errore altrettanto grave associare il pensiero del papa con la richiesta di una "terza via", tra il lassez-faire e lo stato pianificato. Scrive il papa: «La dottrina sociale della Chiesa non è una "terza via" tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma l'accurata formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse realtà dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale»[1].

E continua: «La Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra loro»[2].

Nondimeno, resta vero che i contributi più rilevanti del papa al pensiero sociale sono ispirati dal riconoscimento del profondo fallimento del socialismo, la dottrina socio-politica chiave per comprendere il XX secolo, che è andata in rovina con la caduta dell'Unione Sovietica e i suoi satelliti dell'Europa orientale. Scrive il papa che l'errore fondamentale del socialismo è di natura antropologica: «Il socialismo considera la persona semplicemente come un elemento, una molecola all'interno dell'organismo sociale, così che il bene individuale è completamente subordinato alla funzionalità del meccanismo sociale. Allo stesso modo, il socialismo sostiene che il bene individuale può essere realizzato senza riguardo alla libera scelta, all'unica ed esclusiva responsabilità di cui la persona è titolare confrontandosi con il bene e con il male. La persona è così ridotta ad una serie di relazioni sociali, e lo stesso concetto di persona, come soggetto autonomo che decide nel campo della morale, scompare. Da questo erronea concezione della persona emerge tanto una distorsione nel diritto, che definisce la sfera dell'uso della libertà, quanto l'opposizione alla proprietà privata. Una persona che è privata di qualcosa che le è "propria" e della possibilità di guadagnare attraverso la propria iniziativa finisce per dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano. Ciò pregiudica la sua capacità di riconoscere la propria dignità in quanto persona e ostacola il progresso verso l'edificazione di una autentica comunità umana»[3].

Il papa giustamente rigetta l'abusato termine "capitalismo"; come Rocco Buttiglione ha opportunamente evidenziato, la parola ha assunto troppi significati a seconda dei paesi. Invece, e con una certa riluttanza, fa proprie le espressioni "libera economia" ed "economia d'impresa". Scrive che la moderna economia d'impresa presenta aspetti positivi, «la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi. L'economia, infatti, è un settore della multiforme attività umana, ed in essa, come in ogni altro campo, vale il diritto alla libertà, come il dovere di fare un uso responsabile di essa. Ma è importante notare che ci sono differenze specifiche tra queste tendenze della moderna società e quelle del passato anche recente. Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro»[4].

Ed ancora: «Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni»[5].

Ad ogni modo, se parliamo di libera economia di mercato, non possiamo non considerare anche una cornice giuridico per la tutela degli istituti necessari, come ad esempio la proprietà, lo scambio, l'intrapresa e lo stato di diritto. I tentativi laicisti di non badare a questi fondamentali istituti, soprattutto nel corso del XX secolo, probabilmente il più secolare dell'era cristiana, si sono risolti in privazioni materiali e impoverimento umano, ma le preoccupazioni religiose e spirituali, nell'analisi del pontefice, vengono prima.

Scambio, associazione e impresa

Lo scopo della politica economica dovrebbe essere l'aumento della produzione e della disponibilità dei beni e servizi, l'accrescimento della qualità della vita degli individui e della comunità e la realizzazione di ciò in ossequio ai diritti individuali e coerentemente con il perseguimento del bene comune. Questi fini non sono in contraddizione: il rispetto della dignità umana e l'accrescimento della qualità della vita sono entrambe caratteristiche dell'economia di mercato; in tale forma di economia, le persone sono libere di migliorare il proprio destino mediante attività cooperative.

La teoria economica ci insegna che l'istituzione dell'economia di mercato è il principale strumento per accrescere la ricchezza complessiva. Quando viene alla luce un'economia di mercato, ciascuno scambia qualcosa che soggettivamente considera di valore inferiore per qualcos'altro che sempre soggettivamente valuta di valore superiore; se, per esempio, due persone scambiano uova e latte, ciascuna sarà più ricca di prima che lo scambio avesse luogo. Se in economia ciascuno è libero di porre in essere tale sorta di scambi, e di programmare gli scambi futuri, ben presto si forma una vasta rete di cooperazione umana e prende vita ciò che comunemente viene chiamato mercato. Per avere un mercato è necessario che ci siano libere persone che si vengono incontro; esso è un processo in continuo mutamento e sviluppo, poiché i valori delle persone cambiano costantemente, così come la disponibilità delle risorse.

La comparsa della moneta all'interno di tale processo di scambio non muta la natura essenzialmente cooperativa del mercato: la moneta consente che le parti abbiano una comune unità di misura del valore, favorendo, inoltre, l'efficienza e le opportunità del commercio. In un'economia monetaria, l'unità di scambio diventa la misura comune attraverso la quale le persone possono comunicare i loro rispettivi talenti e bisogni.

Il significato della moneta, in quanto prodotto economico massimamente desiderabile, sta nella sua natura di mezzo di scambio. La creazione di una rete di cooperazione umana che consenta l'incremento della ricchezza sarebbe impossibile senza una libera economia di mercato. Per questa ragione, anche in un'economia di scambio, l'interferenza di un terzo all'interno del mercato innalzerebbe delle barriere alla cooperazione che finirebbero per limitare di fatto la sua attitudine a migliorare la condizione umana.

Per quanto è possibile, allora, libertà e "diritto di associazione"[6] dovrebbero essere consentiti affinchè le persone possano trovare altri che desiderano dar vita ad un rapporto di scambio e di cooperazione volontari. Mediante questo tipo di contatto, il processo di mercato consente alle persone di sfruttare le opportunità di realizzazione materiale e, trovando i modi per giungere ad un accordo nello scambio, il processo di mercato aumenta le relazioni e la conoscenza tra le persone e, di conseguenza, il senso di comunità, anche a livello internazionale. Le diversità culturali dei popoli e la maggiore libertà delle associazioni diventano, mediante lo scambio, gli strumenti essenziali per unire le persone e far sì che il benessere dell'uno dipenda dai talenti e dalla disponibilità di comunicare dell'altro.

È il motivo per cui il papa, durante la sua visita nel 1987, ha dedicato una speciale attenzione alle istituzioni politiche ed economiche degli Stati Uniti d'America, dove tali libertà sono un elemento originario della cultura politica e la forza motrice che spinge la vita economica: «Tra i tanti ammirevoli valori di questa nazione ce n'è uno in particolare che emerge: la libertà. Il concetto di libertà è parte dell'autentico tessuto di questa nazione in quanto comunità politica di un popolo libero. La libertà è un grande dono, una grande benedizione di Dio»[7]. Sin dall'inizio, in America la libertà fu orientata verso la costituzione di una società ben ordinata e alla promozione di una vita pacifica. Il fine della libertà era la realizzazione della vita umana, la difesa della dignità e la salvaguardia dei diritti umani. L'esperienza della libertà ordinata è autenticamente parte della ricca storia della nostra terra. Questa è la libertà che l'America è chiamata a vivere, difendere e trasmettere. È chiamata a praticare tale libertà in modo da promuovere la causa della libertà anche in altre nazioni e in altri popoli.

L'economia di mercato e i suoi requisiti istituzionali non sono soltanto altamente desiderabili per la loro alta capacità di produrre beni e servizi. Nel campo del lavoro, quando le persone offrono i loro talenti in cambio dello stipendio e del salario, il libero scambio e la libera associazione sono componenti cruciali per il benessere della comunità. Tutti siamo chiamati ad operare per il benessere nostro e dell'intera società. Come scrive il papa: «L'insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l'economia, ma coinvolge anche, e soprattutto, i valori personali. Il sistema economico stesso e il processo di produzione traggono vantaggio proprio quando questi valori personali sono pienamente rispettati. Secondo il pensiero di San Tommaso d'Aquino, è soprattutto questa ragione che depone in favore della proprietà privata dei mezzi stessi di produzione»[8].

Quest'opera può assumere numerose forme, e il suo massimo valore si ottiene quando è offerto per la gloria di Dio in ossequio al Suo sistema di valori, senza alcun riguardo alla nostra utilità. Ad ogni modo, in una economia libera gli stipendi e i salari riflettono da un lato il contributo che un singolo lavoratore offre alla comunità dei lavoratori all'interno di un'impresa e, dall'altro, alla ricchezza complessiva della società. La libertà dei lavoratori di cambiare posto di lavoro e quella dei datori di rendere vincolanti e di far osservare i contratti stipulati con i lavoratori assicura che ciascun individuo possa trovare opportunità di lavoro. Scrive il papa: «Come persona, l'uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità»[9].

La competizione nel mercato del lavoro assicura che ai lavoratori sia pagato un salario corrispondente ai loro talenti e al loro contributo. Nel mondo del lavoro, un'economia di mercato in espansione necessita di qualcosa in più che un mero impegno per l'uguaglianza; le persone sono radicalmente differenti l'una dall'altra, un riflesso della molteplicità della creazione di Dio. Non ci saranno due soli membri di una società che avranno gli stessi interessi e gli stessi talenti. Il sistema economico dovrebbe consentire a tutti di partecipare al compito comune di generare ricchezza. Per fortuna, la natura cooperativa dell'economia di mercato rende possibile ciò, purché non ci siano inutili ostacoli all'ingresso nei singoli mercati di beni, servizi e lavoro. Tuttavia, il mercato del lavoro può essere facilmente squilibrato attraverso una politica mal informata, che pone i salari tutti allo stesso livello, inibendo il libero movimento dei lavoratori da un'azienda all'altra, oppure perseguendo l'uguaglianza dei risultati, piuttosto che quella delle regole. Il frutto di tali politiche sarebbe lo sperpero delle risorse umane, la limitazione delle opportunità e un declino del livello complessivo della qualità della vita.

I lavoratori dovrebbero essere considerati per la loro dignità ed il rispetto che meritano in quanto esseri umani. Tale obbligo dovrebbe essere ritenuto vincolante, poichéscaturisce dal comandamento di Cristo di amare il prossimo. Inoltre, lo stesso Vangelo, che chiede il rispetto dei lavoratori, vincola questi ultimi al rispetto dei loro datori di lavoro, in ragione della loro inalienabile dignità. In un'economia di mercato, la relazione tra le due parti è caratterizzata dal fatto che entrambe convergono su di una stessa questione di comune accordo. I loro contratti devono essere onesti e gli impegni devono essere reciprocamente rispettati, come recita il proverbio: "Le ricchezze accumulate in fretta diminuiscono, chi le raduna a poco a poco le accresce" (13:11). Il benessere di una società dipende da lavoratori che non disattendono i loro datori di lavoro, poiché i lavoratori hanno l'obbligo di essere consapevoli dei rischi che i loro datori intraprendono nel ruolo di imprenditori.

Una debolezza del pensiero religioso moderno nel campo dell'economia risiede nella sua tipica mancanza di stima nei confronti della funzione imprenditoriale. Dal momento che il mondo non è statico e i bisogni e i valori delle persone cambiano continuamente, un sistema economico necessita di alcuni strumenti di aggiustamento. La persona che intraprende un investimento con le proprie risorse decide di assistere l'economia, di seguire i cambiamenti e servire gli altri in tale processo. L'imprenditore deve essere costantemente conscio dei bisogni degli altri, talvolta anche prima che essi ne acquistino la consapevolezza, e applicare le risorse per verificare la sua capacità di dare risposte; deve avere una mentalità attenta e innovativa;per essere al sicuro, egli nondeve mai essere certo che un dato investimento o progetto funzioni per sempre, tuttavia, si assume il rischio e decide di pagare i salari prima di conoscere con certezza l'esito del suo investimento. Talvolta la sua previsione è esatta, a volte no. In entrambi i casi, il coraggio dell'imprenditore di affrontare il futuro incerto è una virtù lodevole ed una degna vocazione. È stato un particolare contributo di Giovanni Paolo II l'aver introdotto il "principio di iniziativa economica" nel vocabolario dei pensatori cristiani. Scrive il papa: «Occorre rilevare che nel mondo d'oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa “eguaglianza” di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un "livellamento in basso". Al posto dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all'apparato burocratico che, come unico organo "disponente" e "decisionale" -- se non addirittura "possessore" -- della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell'operaio-proletario dal capitalismo. Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all'emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione "psicologica"»[10].

Quando gli imprenditori hanno successo, prevedono la causa dell'aumento della ricchezza, vedendo in anticipo di quali beni e servizi le persone hanno bisogno; scoprono nuovi modi di intraprendere antichi compiti; riscoprono modi antichi di intraprenderne nuovi; individuano strategie produttive più efficienti. Tutto ciò ci dimostra che le risorse di Dio possono essere utilizzate in modo più saggio. Nella creazione di posti di lavoro possiamo intravedere un'opera rispettosa della dignità umana. Scrive il papa: «In effetti, la principale risorsa dell'uomo insieme con la terra è l'uomo stesso. É la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti. É il suo disciplinato lavoro, in solidale collaborazione, che consente la creazione di comunità di lavoro sempre più ampie ed affidabili per operare la trasformazione dell'ambiente naturale e dello stesso ambiente umano»[11].

Le economie pianificate che non hanno giustamente apprezzato la figura dell'innovatore economico sono cadute nella stagnazione, perché non sono riuscite a guidare i cambiamenti nel campo dei bisogni e a creare nuove tecnologie. Le economie di mercato che offrono opportunità e stimano gli imprenditori, così pure le culture che non fanno mancare loro l'apprezzamento e il rispetto, generano prosperità universale.

La funzione imprenditoriale è spesso associata ad alti profitti, tuttavia, in un'economia di mercato, l'unico modo per ottenere alti profitti è vendere i beni e i servizi al prezzo giusto, ossia al prezzo che il pubblico è disposto a pagare. Scrive il papa: «quando un'azienda produce profitto; ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti»[12].Ciò non significa in alcun modo che i prodotti che il pubblico sceglie siano i migliori o quelli che le virtù raccomandano; è compito dei leader religiosi, non delle istituzioni economiche, guidare i gusti dei consumatori nella giusta direzione. Questo era semplicemente per dire che gli imprenditori hanno successo se riescono ad estendere i loro servizi ai clienti.

L'imprenditore è l'esempio più eclatante di una persona che usa i suoi talenti creativi, donatigli dal Creatore, per il bene degli altri. Tutti in un'economia di mercato, fondata sulla divisione del lavoro, dovrebbero esercitare la virtù dell'intrapresa e della creatività nei modi possibili. I lavoratori dovrebbero ricercare i modi migliori per svolgere le loro mansioni, così come i proprietari e gli imprenditori dimostreranno di essere saggi nella misura in cui saranno aperti ai loro suggerimenti. Anche la libertà di cambiare tipo e luogo di lavoro offre l'assicurazione istituzionale che quanti sono inpossesso di nuove idee e nuovi talenti possono scoprire il modo migliore per indirizzarli al servizio degli altri.

Il papa scrive: «Chi produce un oggetto, lo fa in genere, oltre che per l'uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è un'altra importante fonte di ricchezza nella società moderna. Del resto, molti beni non possono essere prodotti in modo adeguato dall'opera di un solo individuo, ma richiedono la collaborazione di molti al medesimo fine. Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la sua durata nel tempo procurare che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di ricchezza nell'odierna società. Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e--quale parte essenziale di tale lavoro--delle capacità di iniziativa e di imprenditorialità»[13].

La libertà d'impresa è la migliore traduzione istituzionale che scaturisce dalla lezione della Parabola dei Talenti: (Matteo 25: 14-30), nella quale Cristo narra la storia di tre uomini a cui è stato dato un certo numero di talenti. Due uomini li investono e raddoppiano il loro valore: verranno lodati e riceveranno maggiore fiducia e responsabilità; il terzo sotterra il suo talento e, di conseguenza, riceverà il disprezzo. La lezione individua nella crescita personale una virtù spirituale e l'effetto economico dell'incremento della ricchezza è considerata meritevole di lode.

Proprietà e servizio

Lo scopo centrale della politica economica -- che accresca la qualità della vita per gli individui e per la comunità in armonia con la dignità della persona -- sarà irraggiungibile, finché l'economia non poggerà sulle fondamenta della proprietà privata. Con il salmista, dovremmo affermare "Del Signore è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti" (24:1), e come custodi di quella proprietà, dobbiamo usarla secondo le leggi di Dio e in ossequio alla sua volontà. Scrive il papa: «Questa in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell'uomo, è il primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non dona i suoi frutti senza una peculiare risposta dell'uomo al dono di Dio, cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l'uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà riesce a dominarla e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della Terra, che appunto si è acquistata col lavoro. É qui l'origine della proprietà individuale. E ovviamente egli ha anche la responsabilità di non impedire che altri uomini abbiano la loro parte del dono di Dio, anzi deve cooperare con loro per dominare insieme tutta la Terra»[14].

La proprietà privata non dovrebbe diventare fonte di conflitto, piuttosto dovrebbe essere messa al servizio del miglioramento della condizione umana, come il papa scrive: «É evidente che, quando si parla dell'antinomia tra lavoro e capitale non si tratta solo di concetti astratti o di "forze anonime" operanti nella produzione economica. Dietro l'uno e l'altro concetto ci sono gli uomini, gli uomini vivi, concreti. da una parte coloro che eseguono il lavoro senza essere proprietari dei mezzi di produzione, e dall'altra coloro che fungono da imprenditori e sono proprietari di questi mezzi, oppure rappresentano i proprietari. Così, quindi nell'insieme di questo difficile processo storico sin dall'inizio si inserisce il problema della proprietà»[15].

Molte società hanno sperimentato la proprietà collettiva, ma hanno scoperto quanto l'intero concetto sia improprio. Qualsiasi proprietà deve essere posseduta da qualcuno o da qualcosa, ma quando parliamo di proprietà collettiva, in realtà ci riferiamo alla proprietà posseduta dalla stato. Tra i problemi sollevati da tale concetto, non ultimo è quello che da esso dipende una pesante concentrazione di potere e di influenza in capo ad alcuni settori della società. La proprietà posseduta privatamente, al contrario, tende a diffondere il potere e l'influenza in tutta la società.

Scrive il papa: «Inoltre, la proprietà secondo l'insegnamento della Chiesa non è stata mai intesa in modo da poter costituire un motivo di contrasto sociale nel lavoro. Come è già stato ricordato precedentemente in questo testo, la proprietà si acquista prima di tutto mediante il lavoro perché essa serva al lavoro. Ciò riguarda in modo particolare la proprietà dei mezzi di produzione. Il considerarli isolatamente come un insieme di proprietà a parte al fine di contrapporlo nella forma del "capitale" al "lavoro" e ancor più di esercitare lo sfruttamento del lavoro, è contrario alla natura stessa di questi mezzi e del loro possesso. Essi non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per possedere, perché l'unico titolo legittimo al loro possesso -- e ciò sia nella forma della proprietà privata, sia in quella della proprietà pubblica o collettiva -- è che essi servano al lavoro; e che conseguentemente, servendo al lavoro, rendano possibile la realizzazione del primo principio di quell'ordine, che è la destinazione universale dei beni e il diritto al loro uso comune»[16].

Anche la struttura degli incentivi sarà differente in un sistema basato sulla proprietà privata, infatti quando la proprietà è nelle mani del settore privato, deve essere curata e orientata all'utilità sociale. In un'economia di mercato, basata sulla proprietà privata, le risorse andranno nella direzione di quelle persone che possono prendersi cura di esse nel modo migliore e indirizzarle per il bene comune. Al contrario, la proprietà posseduta pubblicamente può facilmente cadere in rovina, poiché è impossibile identificare la responsabilità per il suo uso e la sua incuria.

La giusta distribuzione della proprietà privata genera controversie, dal momento che non esistono umanamente metodi in base ai quali essa possa essere perfettamente equa; ma questo non dovrebbe neppure essere l'obiettivo della società. Piuttosto, la nostra preoccupazione dovrebbe essere che chi possiede e ha acquistato una proprietà, l'abbia fatto correttamente, poiché, come recita il proverbio "Non giovano i tesori male acquistati, mentre la giustizia libera dalla morte" (10:2). La proprietà deve essere acquisita in modo virtuoso con un contratto libero e volontario e non con la confisca, la forza o la frode. Se siamo certi che il diritto di proprietà -- tanto che si tratti di soldi, di cose o di imprese -- è stato correttamente acquisito, l'esigenza di giustizia formale è del tutto soddisfatta.

La condanna morale contro il furto -- comune alla maggior parte delle religioni -- implica la condanna morale contro la violazione dei confini della proprietà privata e, logicamente, la legittimità morale della proprietà privata. I conflitti più aspri e sanguinari nella storia del mondo sono scoppiati a causa dell'incapacità di qualcuno -- poco importa se fossero criminali privati o pubblici ufficiali -- di rispettare il comandamento biblico di non rubare (Esodo 20:15). Uno scontro simile ha luogo ogni qualvolta le risorse fondamentali della società siano controllate esclusivamente dalla mano pubblica, in tal caso siamo condannati inevitabilmente alla tragedia. Ribadiamo che la pace sociale e la cooperazione non si ottengono mediante la lotta per il possesso delle risorse, bensì attraverso il commercio e lo scambio che hanno bisogno della definizione e del rispetto dei confini della proprietà privata.

È naturale che anche nelle economie di mercato alcuni beni e servizi siano posseduti e controllati dal settore pubblico, ossia dallo stato. Spesso, tuttavia, l'allocazione migliora quando questi beni sono posseduti da persone che detengono una cospicua porzione dell'assetto proprietario e viene attuata una gestione delle risorse più accorta. L'argomentazione del papa, inoltre, implica la stima nei confronti dei tentativi volti ad accrescere l'ammontare delle risorse nelle economie di mercato, proprio perché possano servire meglio il bene comune. Le nazioni più industrializzate hanno conosciuto il successo, sperimentando varie forme di economia di mercato e allocando al settore privato alcuni beni e servizi per la cui gestione si riteneva più opportuna la mano pubblica.

Prezzi e profitti

Ogni società deve essere guidata nell'allocazione delle risorse, dal momento che la natura illimitata dei suoi desideri eccede la scarsità delle risorse necessarie a soddisfarli. Anche nelle economie dove l'intera proprietà o la gran parte di essa è detenuta dal settore privato si richiede uno strumento in grado di garantirci che le risorse siano utilizzate nei modi giudicati più opportuni per il bene della comunità. Non è intuitivamente chiaro definire quali tra le tante modalità di gestione delle risorse siano le migliori. Le persone hanno bisogno di un qualche strumento per sapere se, per esempio, l'acqua andrebbe utilizzata preferibilmente per bere o per irrigare, se è più opportuno utilizzare il ferro grezzo per costruire macchine o trattori. Lo stesso discorso vale per ogni tipo di risorsa sociale. Anche per la risorsa tempo (scarsa), si necessita di un qualche strumento per guidarne la retta allocazione. La migliore guida per una saggia allocazione delle risorse è data dalla rete dei prezzi che sorge spontaneamente dagli acquisti e dalle vendite di persone agenti. Qui entrano in gioco le leggi dell'economia. Quando il prezzo di un bene è basso, indica un'abbondanza e le persone sanno che ne possono acquistare una quantità maggiore. Quando il prezzo si alza, si segnala un livello di scarsità relativamente maggiore e le persone sono chiamate a diminuire l'uso di quel bene. Mediante il sistema dei prezzi, che è un flusso costante, da un lato, i consumatori conoscono la quantità di un dato bene o servizio che possono acquistare ed utilizzare e, dall'altro, i produttori acquisiscono l'informazione in ordine alla quantità di quel bene o servizio che possono produrre e vendere. I prezzi sono più che un indicatore per il consumo e la produzione, ci consentono di considerare i costi. I prezzi, infatti, aiutano le persone a determinare se un bene o servizio comincia ad essere superfluo e quindi è bene che esca di produzione, ovvero se è fortemente richiesto e di conseguenza la sua produzione deve essere incrementata.

La nozione di profitto è semplicemente il nome che ragionieri e contabili utilizzano per definire la condizione in cui le entrate superano i costi. Quando un'impresa produce profitto, assume l'informazione che, agli occhi del pubblico, sta operando in modo giusto. Quando va in perdita, il sistema dei prezzi informa i manager e gli azionisti che devono modificare le loro strategie, affinché le risorse sociali non siano disperse. Gli obblighi sociali del sistema imprenditoriale non finisco qui; le imprese devono operare onestamente, rispettare i contratti, servire la società nel suo complesso ed essere attente alla dimensione morale degli investimenti. Nondimeno, i due indicatori, quello del profitto e quello delle perdite, svolgono una insostituibile funzione economica.

Il papa scrive in modo schietto: «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto; ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia il profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. É possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda»[17].

Spesso le critiche riguardano l'"eccesso" di profitto, eppure, anch'esso, in una economia di mercato, svolge una funzione essenziale. Offre l'informazione agli altri imprenditori che a parità di prezzo le persone desiderano una quantità maggiore di un dato bene e servizio di quanto è attualmente prodotto. Di fronte agli alti profitti, assistiamo all'ingresso nel mercato di nuovi investitori ed imprenditori ai quali spetta il compito di rispondere alla domanda e competere con i loro colleghi. È esattamente questo flusso di entrata e di uscita di investitori e produttori nei vari mercati che fa sì che alti profitti siano una condizione temporanea. L'offerta competitiva di risorse e l'attento ascolto della domanda stanno a dimostrare che nessuno occupa in modo naturale una posizione favorevole. Inoltre, questo processo favorisce le condizioni per escogitare i modi di produzione più efficienti.

Dal punto di vista morale, non è lecito affermare che "il movente del profitto è sempre un buon movente". Invero, una persona spinta soltanto dal movente del profitto, qualora escludesse il suo dovere primario nei confronti di Dio, della famiglia e della comunità, non sarebbe in grado di perseguirlo. Tuttavia, non è il movente del profitto che pone in essere il sistema dei prezzi, facendo perdere di vista l'elemento essenziale per qualsiasi economia che voglia dirsi giusta; è, semmai, la sua funzione di indicatore della produzione e del consumo che dà vita tanto al sistema de prezzi quanto al profitto stesso e che, eventualmente, potrebbe far perdere di vista l'elemento essenziale per un oculato utilizzo delle risorse. In assenza di un sistema dei prezzi, non esisterebbe alcun modo per verificare se l'uso delle risorse stia avvenendo per il bene comune o se esse stiano andando disperse. Attraverso il sistema dei prezzi, determinato da condizioni di mercato aperto, il calcolo razionale è possibile e le informazioni sulla scarsità sono sempre disponibili.

I vantaggi del sistema dei prezzi sono innumerevoli. I consumatori contano su tale sistema per assumere decisioni su attività che intraprendono quotidianamente in modo naturale. Il sistema dei prezzi consente agli imprenditori di pensare lontano nel futuro, consente al pubblico di partecipare all'assetto proprietario delle imprese grazie ad un intenso mercato dei capitali, nonché di tentare l'avventura imprenditoriale; prevede l'incentivo per il lavoro e il miglioramento delle condizioni generali per il perseguimento della vita buona, ma, ancor di più, esso protegge il mondo creato da Dio dagli abusi, dagli sprechi e dall'ignoranza, come è accaduto ovunque i prezzi non sono stati liberi di fluttuare.

Ad ogni modo, la scienza economica presta attenzione alle circostanze in cui il sistema dei prezzi -- determinatosi nel libero mercato -- non rifletta i costi complessivi della produzione. Un caso particolare potrebbe essere quello dei costi ambientali; le decisioni istituzionali dovrebbero essere prese al fine di assicurare che tutti i costi siano compresi (internalizzati). Nello stesso tempo, l'esistenza di effetti sui terzi (esternalità) non dovrebbe essere considerata come un'implicita autorizzazione all'invasivo intervento governativo. In questi casi, un approccio istituzionale di tipo comparativo è sempre di aiuto.

Un responsabile religioso potrebbe spingere un imprenditore a rinunciare ai profitti per il riscatto della sua anima. Benché ciò sia un saggio consiglio, in definitiva, deve essere determinato da una libera scelta personale. Quello che un responsabile religioso non dovrebbe mai fare è esigere un sistema economico senza profitto, dal momento che ciò priverebbe l'economia del miglior indicatore che le persone hanno affinchè impiego delle risorse di Dio sia accurato e saggio.

Quando il sistema dei prezzi è fissato o distorto a causa dei vari interventi provenienti da terzi -- che sia il controllo dei prezzi, l'inflazione o l'eccessiva regolamentazione -- la produzione sarà ugualmente distorta. Quando i prezzi dei beni sono mantenuti ad un certo livello grazie all'azione coercitiva della legge, diventa impossibile coprire i costi di produzione e inevitabilmente emerge la scarsità. Quando i salari, che riflettono il costo del lavoro, sono fissati artificiosamente ad un livello superiore a causa di un'eccessiva regolamentazione, i lavoratori marginali vengono esclusi dalla divisione dei compiti essenziali per la società. Quando l'inflazione falsifica il sistema dei prezzi, che è una forma di manomissione dell'unità di misura (Levitico 19:35-36), causa gravi errori nel calcolo, vanifica le ragioni del risparmio e dell'investimento che si basano sull'aspettativa della futura crescita economica e, mentre fa aumentare il costo della vita per tutti, condiziona in modo più significativo le condizioni dei poveri.

Carità e stato assistenziale

L'impegno fondamentale di ogni società dovrebbe essere il benessere dei più deboli. Alcuni soggetti avranno sempre bisogno della cura degli altri, come ad esempio i bambini e gli anziani: la società ha il categorico dovere morale di vigilare, affinché queste persone siano protette ed amate.

La questione più rilevante in materia di politica sociale non è se bisogna aver cura di queste persone, ma come. In quanto tali e nei limiti delle loro possibilità, i genitori e i parenti devono essere responsabili? Oppure dovrebbero essere sollevati da tale responsabilità e sostituiti dai programmi di assistenza sociale e da leggi che cedono alle burocrazie il ruolo di primo assistente? La migliore garanzia del benessere dei più deboli è l'integrità dell'unione familiare, poiché la famiglia conosce meglio di tutti i propri bisogni. La seconda opzione produce gravi conseguenze per la famiglia, poiché comporta una deresponsabilizzazione, dal momento che suggerisce a coloro ai quali Cristo ha comandato tale cura di non preoccuparsi, in quanto altri si assumeranno tale responsabilità (Luca 10:33-37). Il sistema di previdenza sociale per la vecchiaia, che in nessun modo ci solleva dall'obbligo di prenderci cura dei nostri genitori quando saranno anziani, pone in essere incentivi che molto probabilmente inducono le persone a dimenticare i propri doveri.

Il pontefice ha decisamente criticato gli aspetti disumani dello stato assistenziale con le seguenti espressioni: «Si è assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale sfera di intervento, che ha portato a costituire, in qualche modo, uno Stato di tipo nuovo: lo "Stato del benessere". Questi sviluppi si sono avuti in alcuni Stati per rispondere in modo più adeguato a molte necessità e bisogni, ponendo rimedio a forme di povertà e di privazione indegne della persona umana. Non sono, però, mancati eccessi ed abusi che hanno provocato, specialmente negli anni più recenti, dure critiche allo Stato del benessere, qualificato come "Stato assistenziale". Disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune»[18].

Similmente, quando lo stato diventa il primo baby-sitter, in virtù di leggi -- le cui intenzioni potrebbero anche essere le migliori -- poste in essere per elevare il benessere dei bambini, riduce drammaticamente la responsabilità dei genitori. Un problema particolare si presenta quando lo stato incoraggia comportamenti che dovrebbero essere fortemente scoraggiati, se intendiamo rinforzare le famiglie. Un esempio indicativo sono le nascite al di fuori del matrimonio. Quando lo stato interviene con eccessive sovvenzioni, potrebbe passare il messaggio che non è necessario per un padre esercitare il proprio ruolo di marito e padre, con il risultato di un aumento delle famiglie monoparentali (solitamente femminili).

I poveri sono presenti in ogni forma di società, tanto nella famiglia monoparentale, quanto nella comunità e nella società nel suo complesso. Ogni volta che si affronta tale argomento, emerge inesorabilmente laquestione dell'ineguaglianza economica. Tuttavia, la questione centrale non dovrebbe essere l'ineguaglianza economica, dal momento che potrebbe essere risolta anche rendendo tutti ugualmente poveri: il problema è la povertà in se stessa e le sofferenze umane che essa comporta. Inoltre, ancor più importanti appaiono i diritti violati dal costante diniego del diritto all'iniziativa economica e di altri diritti dei poveri. Scrive il papa: «La negazione o la limitazione dei diritti umani--quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla costruzione della società, la libertà di associarsi, o di costituire sindacati, o di prendere iniziative in materia economica-- non impoveriscono forse la persona umana altrettanto, se non maggiormente della privazione dei beni materiali? E uno sviluppo, che non tenga conto della piena affermazione di questi diritti, è davvero sviluppo a dimensione umana?»[19]

La migliore risposta al dramma della povertà è data da un'economia in crescita che provvede al lavoro, a stipendi migliori, a migliori condizioni di lavoro e offre a tutti una possibilità per farcela. Un'economia in crescita necessita che l'economia di mercato possa operare senza i continui inciampi e gli interventi che diminuiscono il benessere generale. Non si escludono i casi in cui anche un'economia florida, con tutte le sue necessarie istituzioni, lasci alcuni nella povertà e nel dolore. Le cause possono essere molteplici, incluso la sfortuna e la mancanza d'iniziativa (San Paolo nella sua seconda lettera ai tessalonicesi individua questa seconda eventualità, 3:10). Ad ogni modo, dobbiamo riconoscere che fin quando il commercio sarà volontario, lo stato sarà limitato e le persone potranno contrattare liberamente l'una con l'altra; la causa della povertà non può essere il benessere degli altri, così come la filosofia politica marxista ha preteso che il popolo credesse. Ecco perché la tentazione verso il mero redistribuzionismo nel nome della carità dovrebbe essere del tutto evitata. Da una simile politica sociale, la società nel suo complesso non avrebbe alcun vantaggio di lungo periodo, ma dovremmo sempre sforzarci di pensare a come accrescere l'ammontare complessivo delle risorse disponibili, piuttosto che fantasticare sui vari modi nei quali esso potrebbe essere distribuito.

Nel considerare le possibili azioni per aiutare i poveri, dovrebbero essere presi in considerazione i costi e i benefici delle diverse strategie. Se le persone chiedono aiuto al governo, allora possono sorgere dei pericoli, in quanto l'azione politica dei governi può creare burocrazie impersonali che non necessariamente sono ben dotate degli strumenti più adatti per affrontare gli ingenti problemi che concernono la povertà, ma con le quali i poveri dovranno inevitabilmente avere a che fare. All'interno del contesto burocratico la mira tende ad essere molto imprecisa. Le agenzie pubbliche non possono sempre prontamente operare le necessarie distinzioni tra bisogni legittimi e domanda illegittima. I doveri reciproci sono difficilmente applicabili.

Spiega il papa: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso. Si aggiunga che spesso un certo tipo di bisogni richiede una risposta che non sia solo materiale, ma che ne sappia cogliere la domanda umana più profonda. Si pensi anche alla condizione dei profughi, degli immigrati, degli anziani o dei malati ed a tutte le svariate forme che richiedono assistenza, come nel caso dei tossicodipendenti: persone tutte che possono essere efficacemente aiutate solo da chi offre loro, oltre alle necessarie cure, un sostegno sinceramente fraterno»[20].

A ciò si aggiunga che le democrazie hanno la tendenza ad espandere la loro sfera d'intervento in modo più rapido ed efficace rispetto ai tempi di acquisizione della necessaria abilità per servire gli altri. Tendono ad appropriarsi di una porzione sempre maggiore di benessere prodotto dai privati, invece di restare all'interno dei limiti fiscali. L'aiuto ad uno specifico gruppo andrà a gravare, per mezzo di costi indiretti e di lungo periodo, sull'intera comunità. Inoltre, i costi delle loro attività tendono a diventare un pesante fardello di debiti caricato sulle spalle delle generazione future, un peso che sarebbe meglio poter evitare. Invero, il deficit contratto dal governo sul consumo corrente, invece che su attività produttive, solleva serie questioni morali sull'equità intergenerazionale.

Il Santo Padre si sofferma attentamente anche sul lavoratore inserito all'interno di un sistema burocratizzato: «Questa consapevolezza viene spenta in lui nel sistema di un'eccessiva centralizzazione burocratica, nella quale il lavoratore si sente un ingranaggio di un grande meccanismo mosso dall'alto e - a più di un titolo - un semplice strumento di produzione piuttosto che un vero soggetto di lavoro, dotato di propria iniziativa. L'insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l'economia, ma coinvolge anche, e soprattutto, i valori personali»[21].

La povertà di lungo periodo è qualcosa di più che un mero effetto della mancanza di beni: è una condizione che chiama in causa in modo particolare problemi più profondi che richiedono un'attenzione del tutto personale. Tale attenzione è meglio prestata dagli individui, dalle famiglie e dalle chiese piuttosto che dagli uffici statali. Ecco perché l'affermazione dei diritti -- al lavoro, alla sanità, alla vita buona -- è una cosa molto seria. Ad esempio, il diritto al lavoro richiede, implicitamente, l'obbligo, da parte di coloro che sono nella condizione di assumere, di agire in modo tale che l'uso e la l'allocazione della loro proprietà sia in armonia con la loro natura di uomini liberi.

In tal modo, considerando il loro ruolo nella sfera sociale, i governi non devono guardare unicamente agli aspetti immediati e contingenti, piuttosto dovrebbero operare per dar vita alla migliore politica ambientale per la soluzione dei problemi sociali. Ciò richiede un'attenzione speciale alle cause più profonde del malessere sociale, piuttosto che ai sintomi più superficiali. Altrettanto critiche sono le questioni relative all'allocazione degli obblighi sociali: incentivi per i comportamenti responsabili e i mezzi migliori per risolvere i problemi sociali. Inoltre, i costi dei programmi sociali e la loro diffusione e allocazione tra gruppi e generazioni richiedono un'attenta considerazione. Un posto particolare occupa, poi, il tema della carità personale.

Gesù chiede a coloro che hanno scelto di seguirlo di essere caritatevoli. La carità deve essere esercitata nel rispetto della Sua volontà, e in nessun modo Egli suggerisce che tale obbligo sia esercitato per mezzo dello stato. Non è neppure giusto che ci si liberi da tale obbligo, premendo affinchè il governo si assuma nuove funzioni nel campo dello stato assistenziale. Benché possa tentare qualcuno, lo stato assistenziale e le diverse forme di regolamentazione sociale non adempiono in alcun modo al comandamento di Cristo di prendersi cura dei poveri. Invero, le forme di carità che attanagliano le persone in una relazione di dipendenza dallo stato stanno facendo più male che bene. In questo caso, una persona che segue il Vangelo di Cristo ha l'obbligo morale di alzare la voce contro il sistema e i programmi che rappresentano la fonte stessa del problema.

Quando le persone hanno a disposizione una maggiore somma di reddito, possono offrire un contributo più sostanzioso alle opere di carità. Soltanto un'economia libera può generare questo tipo di benessere, perché quando le persone possono dedicarsi maggiormente al tempo libero, piuttosto che a lavorare, possono impiegare più tempo per il volontariato per le attività della comunità e al servizio dei poveri. Soltanto l'economia libera, con l'aumento del tempo libero, lo rende possibile.

Bisogna ricordare che anche i più solleciti sostenitori dei poveri non scaricano completamente il proprio dovere a Dio, affinchè il povero stia meglio. L'"opzione preferenziale per i poveri" non è tutto il Vangelo e non potrebbe mai essere interpretata come implicante la superiorità morale di una classe (Levitico 19:15). A ciò si aggiunga che la chiamata alla salvezza universale, proclamata dallo stesso Vangelo, deve essere presa sul serio. Per i credenti l'amore e il servizio a Dio devono essere sempre il fine principale e, di conseguenza, gli altri obblighi devono essere sempre subordinati al primo. Quando la carità e la preoccupazione per gli altri diventano secolarizzate e assunte dallo stato, di lì a poco non saranno più strumenti al servizio di Dio.

Sussidiarietà e solidarietà

L'intera società è composta da sfere di sovranità che sono distinte e correlate: lo stato è distinto dalla società, la società dal territorio, il territorio dalla comunità, la comunità dalla chiesa, la chiesa dalla famiglia e la famiglia dagli individui. Ciascuna sfera è essenziale e ha una funzione da realizzare; la funzione è realizzata al meglio quanto più ciascuna non invada l'ambito delle altre sfere. Ad esempio, allo stato non dovremmo chiedere di favorire le conversioni religiose o la rinascita spirituale, poiché tali sono i compiti della Chiesa. Così come dalla Chiesa non ci dovremmo attendere che sostenga una legislazione laicista, dal momento che ciò rappresenterebbe una perversione rispetto alla sua natura.

Sarebbe opportuno considerare, allora, le funzioni sociali che ciascuna sfera morale sa svolgere meglio e individuare i mezzi più appropriati per proteggere quegli ambiti. Con questo non intendo dire che le sfere non devono incontrarsi. L'intrapresa economica, ad esempio, è il luogo dove si fa impresa, tuttavia una famiglia di imprenditori potrebbe dimostrarsi più efficiente. La comunità può impegnarsi nelle opere di carità come complemento all'opera svolta dalla Chiesa. Tuttavia, non bisognerebbe mai dimenticare che ciascuna istituzione ha una funzione primaria e spesso esclusiva rispetto alle altre.

Il principale compito dello stato è quello di rinforzare lo stato di diritto e l'amministrazione della giustizia. Per quanto riguarda gli altri problemi sociali e individuali, il governo non dovrebbe essere considerato in prima istanza come l'ente che risolve i problemi. Sostenere che esiste un obbligo morale -- aiutare i poveri, per esempio -- non significa che proprio al governo spetti la responsabilità di assolvere quell'obbligo. Inoltre, bisognerebbe stare molto attenti, tenendo conto della possibile sovrapposizione di una funzione in ambiti che non le sono propri; tuttavia, un pericolo speciale si registra quando è l'ente stato che si prefigge lo scopo di interferire con funzioni che non gli sono proprie. Tale potere tende a corrompere esattamente perché lo stato detiene il monopolio legale dell'uso della forza.

Poiché le funzioni sociali dipendono dalla natura delle istituzioni, il principio di sussidiarietà dovrebbe essere adottato per il bene della comunità. Tale principio afferma che le questioni sociali sono meglio difese da coloro che sono più prossimi al problema, e che gli ordini superiori devono essere chiamati in causa solo nel caso in cui da parte degli ordini inferiori sia manifesta l'incapacità di agire autonomamente. La cura degli anziani e dei poveri, ad esempio, nei limiti del possibile, è meglio attuata se lasciata agli ordini inferiori quali la famiglia, la chiesa e la comunità, con gli ordini superiori della nazione e dello stato in un ruolo di supporto. La sussidiarietà tutela anche gli ordini superiori contro l'indebita interferenza nei suoi ambiti degli ordini inferiori.

Il papa insiste sulla necessità che il principio di sussidiarietà venga rispettato: «una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune»[22], ed ancora: «Il principio di sussidiarietà si oppone a tutte le forme di collettivismo. Esso precisa i limiti dell'intervento dello stato. Mira ad armonizzare i rapporti tra gli individui e la società. Tende ad instaurare un autentico ordine internazionale»[23].

Il principio stesso sarà disatteso finché gli ordini inferiori non si assumeranno l'obbligo di tutelare i bisogni più prossimi e che direttamente ricadono all'interno del proprio ambito di competenza. L'infelice tentazione spirituale emersa con la creazione della previdenza o carità centralizzata è di mettere da parte queste responsabilità. Il principio, inoltre, stabilisce un ordine delle responsabilità, affinchè i cristiani comprendano che il loro primo dovere è nei confronti di Dio, della famiglia -- ristretta ed estesa -- e della comunità di fede. Attraverso indebiti interventi, lo stato può facilmente indebolire gli ordini inferiori e ostacolare la loro capacità di autogestirsi.

Tale approccio alle questioni sociali ci assicura che i governi vaglieranno attentamente quanto potere legittimamente compete loro e se il loro esercizio accrescerà o ridurrà la capacità dei livelli inferiori di assumere decisioni responsabili. I governi, e coloro che cercano di guidarli, devono riconoscere i considerevoli limiti dell'azione dello stato nel risolvere i problemi umani. Il governo può essere un reale strumento di forza -- invero esso si definisce e distingue in quanto tale --, ma nel modo più assoluto non può essere anche uno strumento di compassione o di "giustizia sociale".

Il principio di solidarietà non va inteso come una sorta di contrappeso del principio di sussidiarietà, ma piuttosto il suo complemento. Se per sussidiarietà intendiamo la distinzione tra le sfere della società e la giusta distribuzione delle competenze sociali, la solidarietà costituisce l'universale interdipendenza degli individui e delle istituzioni sociali. Scrive il papa: «Oggi forse più che in passato, gli uomini si rendono conto di essere legati da un comune destino, da costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe per tutti. Dal profondo dell'angoscia, della paura e dei fenomeni di evasione come la droga, tipici del mondo contemporaneo, emerge via via l'idea che il bene, al quale siamo tutti chiamati, e la felicità, a cui aspiriamo, non si possono conseguire senza lo sforzo e l'impegno di tutti, nessuno escluso, e con la conseguente rinuncia al proprio egoismo»[24].

L'economia libera di mercato consente la formazione di associazioni cooperative, di imprese, lo scambio di vantaggi reciproci, azioni e istituzioni caritatevoli, associazioni civili e familiari e ci incoraggia a partecipare alla edificazione di istituzioni politiche coerenti con la dignità umana. Inoltre, la solidarietà presuppone la libertà di associazione, l'opportunità si scambio volontario e il diritto all'intrapresa, nonché una certa ricchezza materiale per far sì che le comunità intermedie, tra l'individuo e lo stato, possano nascere e crescere.

Conclusioni

Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato caratterizzato da impegnative questioni economiche e sociali, non ultima ricordiamo l'impatto che sul Magistero sociale ha avuto la fine del socialismo in Unione Sovietica e nei paesi dell'Europa centro-orientale. Le stesse questioni continuano ad impegnarci oggi. Le stesse questioni continueranno ad essere generalmente discusse all'interno di vari circoli politici, competizioni elettorali, nei libri e nelle università. Tali commenti sull'etica e sull'economia sono offerti con l'intento di indirizzare l'attenzione sulle questioni che inevitabilmente si svilupperanno sul ruolo dello stato nel campo dell'azione politica. Lo faccio da pastore, ansioso di mettere in pratica le preoccupazioni del papa, sulla base dei principi di una tradizione del pensiero economico e sociale.

La nostra discussione ha posto l'accento sull'importanza, tanto per il Santo Padre quanto per la tradizione di pensiero economico alla quale ho fatto riferimento, del libero mercato, del libero associarsi, dell'impresa, della proprietà privata, del sistema dei prezzi e del profitto, della caritas volontaria, del risparmio e del ruolo dello stato limitato. Lo abbiamo fatto sia con spirito ecumenico, convinti come siamo che il fiorire di queste istituzioni è coerente con una attenta preoccupazione per la vita, la libertà e la dignità della persona umana, sia in armonia con la tradizione morale di una civiltà autenticamente cattolica.



* Il presente saggio è pubblicato in: Robert Sirico, Personalismo economico e società libera, a cura di Flavio Felice, Rubbetino Editore, Soveria Mannelli 2002.

[1] Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre 1987, n. 41.

[2] Centesimus annus, n. 43.

[3] Ibid. 13.

[4] Ibid., n. 32.

[5] Ibid., n. 34.

[6] Cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 14 settembre 1981, n. 15,

[7] Citato in George Weigel, New Wordly Order: Jhon Paul II and Human Freedom, a cura di, Ethics and Public Policy Center, Washington D.C. 1992, pp. 2-3.

[8] Laborem exercens, n.15.

[9] Ibid., n. 6.

[10] Sollicitudo rei socialis, n. 15.

[11] Centesimus annus, n. 32.

[12] Centesimus annus, n. 35.

[13] Ibid. n. 32.

[14] Ibid. n. 31.

[15] Laborem exercens, n. 14.

[16] Ibidem.

[17]Centesimus annus, n. 35.

[18] Centesimus annus, n. 48.

[19] Sollicitudo rei socialis, n. 15.

[20] Centesimus annus, n. 48.

[21] Laborem exercens, n. 15.

[22] Centesimus annus, n. 48.

[23] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1885.

[24] Sollicitudo rei socialis, n. 26.

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