Il Papa e L'Economia di Mercato
Robert A. Sirico
I Introduzione
Per la salvezza personale il Vangelo di Gesù
Cristo richiede più che un semplice impegno: esige in primo luogo che le
questioni morali offrano una prospettiva ai problemi sociali dei nostri giorni,
un giudizio sul modo in cui la società è condizionata dall'azione
politica ed infine che l'economia sia ispirata dalla tradizione cristiana.
La prova della moralità di qualsiasi
azione politica è constatarne la coerenza o meno con un rigoroso impegno
a favore della vita, della libertà e della dignità della persona
umana. Dio, insieme alla libertà, ha dato a ciascuna persona anche la
legittima aspettativa che sarà rispettata e che la giustizia sarà
perseguita per mezzo della libertà, affinché operi per la
realizzazione personale e familiare di ciascuno come strumento in vista del
bene comune e della salvezza spirituale. Declinare questa visione morale della
società libera e virtuosa è il fine della dottrina sociale della
Chiesa, specialmente nell'elaborazione del Magistero di Giovanni Paolo II.
Un'economia di mercato vivace e intraprendente
è essenziale al conseguimento della libertà, della giustizia,
della dignità e dell'innalzamento della vita umana. Anche istituzioni
necessarie come la proprietà, lo scambio, l'imprenditorialità e
il governo della legge hanno bisogno di essere protette; la tendenza secolare
di non prendersi cura di queste fondamentali istituzioni, specialmente durante
il ventesimo secolo, il più secolarizzato dai tempi di Cristo, si è
risolta con un impoverimento materiale e umano.
Il solo sentimento non è sufficiente,
è necessaria anche l'attenta analisi, affinché le intuizioni
politiche, sociologiche ed economiche possano essere interpretate e messe alla
prova nei contesti del mondo reale. Lungi dall'essere argomenti a séstanti, le questioni religiose occupano un
posto centrale nell'analisi sociale. Similmente, trascurando le intuizioni
della scienza e della storia economica, saremo costretti a pagare un alto costo. Le buone
intenzioni degli ideali politici devono sempre fare i conti con la ragionevole
consapevolezza dei costi che quegli ideali comportano.
Promuovere un sistema di libero mercato non
significa credere che le operazioni al suo interno siano necessariamente
moralmente buone. Ogni sistema, incluso quello che stiamo analizzando, serve
gli obiettivi di individui o gruppi che al suo interno possono operare per il
bene o per il male. Inoltre, l'economia di libero mercato si fonda su un forte
standard morale che il mercato non è in grado di produrre da sé.
Per esempio, è stato notato che il funzionamento del mercato dipende
dall'accettazione della responsabilità individuale e dal riconoscimento
che il valore e la dignità degli individui non devono essere subordinati
al loro successo o, comunque, espressi in termini di risultati economici.
È alla luce di tale consapevolezza che avvieremo una riflessione su
alcune questioni relative al campo dell'economia e sulle conseguenze di diverse
applicazioni di politica economica, nel quadro di un più vasto contesto
morale.
Nella sue encicliche, almeno nelle sezioni
dedicate al sistema economico, il papa ha offerto un notevole contributo al
pensiero religioso in materia di sistemi di libera economia e di politica
economica. Nel saggio che segue, non intendo presentare la grandezza del suo
pensiero -- complessissimo, sottile e sempre in evoluzione -- su questi
argomenti: piuttosto, è mia intenzione offrire una breve panoramica
intorno ad una particolare dimensione dell'insegnamento sociale del papa, specifica
e decisamente importante, ossia la sua interconnessione con un filone del
pensiero economico liberale che chiameremo del liberalismo classico.
Tenterò di ragionare sulle implicazioni che la tradizione liberale
avrebbe sull'ordine sociale e delineerò le connessioni tra
l'insegnamento sociale del papa e, in generale, l'economia di mercato. Il mio
ragionamento non potrà essere ristretto alle questioni economiche,
poiché, nelle intenzione del papa, l'economia ha a che fare con l'intera
gamma delle problematiche umane che riguardano la più vasta questione
della dignità della persona umana.
I sistemi economici
Sarebbe un errore identificare il pensiero di
Giovanni Paolo II riferendoci esclusivamente al sistema economico operante ai
giorni nostri. Invero, il papa rivendica un approccio del tutto diverso che sia
in grado di andare oltre il materialismo del capitalismo occidentale, il
burocratismo dello stato assistenziale europeo e la tendenza mercantilistica
delle economie latino americane. Sarebbe un errore altrettanto grave associare
il pensiero del papa con la richiesta di una "terza via", tra il lassez-faire e lo stato pianificato. Scrive il papa:
«La dottrina sociale della Chiesa non è una "terza via"
tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile
alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa
costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma
l'accurata formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse
realtà dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto
internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo
principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la
conformità o difformità con le linee dell'insegnamento del
Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per
orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò,
non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia
morale»[1].
E continua: «La Chiesa non ha modelli da
proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro
delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili
che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici,
politici e culturali che si intrecciano tra loro»[2].
Nondimeno, resta vero che i contributi
più rilevanti del papa al pensiero sociale sono ispirati dal
riconoscimento del profondo fallimento del socialismo, la dottrina
socio-politica chiave per comprendere il XX secolo, che è andata in
rovina con la caduta dell'Unione Sovietica e i suoi satelliti dell'Europa
orientale. Scrive il papa che l'errore fondamentale del socialismo è di
natura antropologica: «Il socialismo considera la persona semplicemente
come un elemento, una molecola all'interno dell'organismo sociale, così
che il bene individuale è completamente subordinato alla
funzionalità del meccanismo sociale. Allo stesso modo, il socialismo
sostiene che il bene individuale può essere realizzato senza riguardo
alla libera scelta, all'unica ed esclusiva responsabilità di cui la
persona è titolare confrontandosi con il bene e con il male. La persona
è così ridotta ad una serie di relazioni sociali, e lo stesso
concetto di persona, come soggetto autonomo che decide nel campo della morale,
scompare. Da questo erronea concezione della persona emerge tanto una
distorsione nel diritto, che definisce la sfera dell'uso della libertà,
quanto l'opposizione alla proprietà privata. Una persona che è
privata di qualcosa che le è "propria" e della possibilità
di guadagnare attraverso la propria iniziativa finisce per dipendere dalla
macchina sociale e da coloro che la controllano. Ciò pregiudica la sua
capacità di riconoscere la propria dignità in quanto persona e
ostacola il progresso verso l'edificazione di una autentica comunità
umana»[3].
Il papa giustamente rigetta l'abusato termine
"capitalismo"; come Rocco Buttiglione ha opportunamente evidenziato,
la parola ha assunto troppi significati a seconda dei paesi. Invece, e con una
certa riluttanza, fa proprie le espressioni "libera economia" ed
"economia d'impresa". Scrive che la moderna economia d'impresa
presenta aspetti positivi, «la cui radice è la libertà
della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi.
L'economia, infatti, è un settore della multiforme attività
umana, ed in essa, come in ogni altro campo, vale il diritto alla
libertà, come il dovere di fare un uso responsabile di essa. Ma è
importante notare che ci sono differenze specifiche tra queste tendenze della
moderna società e quelle del passato anche recente. Se un tempo il
fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale,
inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo
è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità
di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico la sua
capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e
soddisfare il bisogno dell'altro»[4].
Ed ancora: «Sembra che, tanto a livello
delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero
mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e
rispondere efficacemente ai bisogni»[5].
Ad ogni modo, se parliamo di libera economia
di mercato, non possiamo non considerare anche una cornice giuridico per la
tutela degli istituti necessari, come ad esempio la proprietà, lo
scambio, l'intrapresa e lo stato di diritto. I tentativi laicisti di non badare
a questi fondamentali istituti, soprattutto nel corso del XX secolo,
probabilmente il più secolare dell'era cristiana, si sono risolti in
privazioni materiali e impoverimento umano, ma le preoccupazioni religiose e
spirituali, nell'analisi del pontefice, vengono prima.
Scambio, associazione e impresa
Lo scopo della politica economica dovrebbe
essere l'aumento della produzione e della disponibilità dei beni e
servizi, l'accrescimento della qualità della vita degli individui e
della comunità e la realizzazione di ciò in ossequio ai diritti
individuali e coerentemente con il perseguimento del bene comune. Questi fini
non sono in contraddizione: il rispetto della dignità umana e
l'accrescimento della qualità della vita sono entrambe caratteristiche
dell'economia di mercato; in tale forma di economia, le persone sono libere di
migliorare il proprio destino mediante attività cooperative.
La teoria economica ci insegna che
l'istituzione dell'economia di mercato è il principale strumento per
accrescere la ricchezza complessiva. Quando viene alla luce un'economia di
mercato, ciascuno scambia qualcosa che soggettivamente considera di valore
inferiore per qualcos'altro che sempre soggettivamente valuta di valore
superiore; se, per esempio, due persone scambiano uova e latte, ciascuna
sarà più ricca di prima che lo scambio avesse luogo. Se in economia
ciascuno è libero di porre in essere tale sorta di scambi, e di
programmare gli scambi futuri, ben presto si forma una vasta rete di
cooperazione umana e prende vita ciò che comunemente viene chiamato
mercato. Per avere un mercato è necessario che ci siano libere persone
che si vengono incontro; esso è un processo in continuo mutamento e
sviluppo, poiché i valori delle persone cambiano costantemente,
così come la disponibilità delle risorse.
La comparsa della moneta all'interno di tale
processo di scambio non muta la natura essenzialmente cooperativa del mercato:
la moneta consente che le parti abbiano una comune unità di misura del
valore, favorendo, inoltre, l'efficienza e le opportunità del commercio.
In un'economia monetaria, l'unità di scambio diventa la misura comune
attraverso la quale le persone possono comunicare i loro rispettivi talenti e
bisogni.
Il significato della moneta, in quanto
prodotto economico massimamente desiderabile, sta nella sua natura di mezzo di
scambio. La creazione di una rete di cooperazione umana che consenta
l'incremento della ricchezza sarebbe impossibile senza una libera economia di
mercato. Per questa ragione, anche in un'economia di scambio, l'interferenza di
un terzo all'interno del mercato innalzerebbe delle barriere alla cooperazione
che finirebbero per limitare di fatto la sua attitudine a migliorare la
condizione umana.
Per quanto è possibile, allora,
libertà e "diritto di associazione"[6] dovrebbero essere consentiti affinchè
le persone possano trovare altri che desiderano dar vita ad un rapporto di
scambio e di cooperazione volontari. Mediante questo tipo di contatto, il
processo di mercato consente alle persone di sfruttare le opportunità di
realizzazione materiale e, trovando i modi per giungere ad un accordo nello
scambio, il processo di mercato aumenta le relazioni e la conoscenza tra le
persone e, di conseguenza, il senso di comunità, anche a livello
internazionale. Le diversità culturali dei popoli e la maggiore
libertà delle associazioni diventano, mediante lo scambio, gli strumenti
essenziali per unire le persone e far sì che il benessere dell'uno
dipenda dai talenti e dalla disponibilità di comunicare dell'altro.
È il motivo per cui il papa, durante la
sua visita nel 1987, ha dedicato una speciale attenzione alle istituzioni politiche
ed economiche degli Stati Uniti d'America, dove tali libertà sono un
elemento originario della cultura politica e la forza motrice che spinge la
vita economica: «Tra i tanti ammirevoli valori di questa nazione ce
n'è uno in particolare che emerge: la libertà. Il concetto di
libertà è parte dell'autentico tessuto di questa nazione in
quanto comunità politica di un popolo libero. La libertà è
un grande dono, una grande benedizione di Dio»[7]. Sin dall'inizio, in America la
libertà fu orientata verso la costituzione di una società ben
ordinata e alla promozione di una vita pacifica. Il fine della libertà
era la realizzazione della vita umana, la difesa della dignità e la
salvaguardia dei diritti umani. L'esperienza della libertà ordinata
è autenticamente parte della ricca storia della nostra terra. Questa
è la libertà che l'America è chiamata a vivere, difendere
e trasmettere. È chiamata a praticare tale libertà in modo da
promuovere la causa della libertà anche in altre nazioni e in altri
popoli.
L'economia di mercato e i suoi requisiti
istituzionali non sono soltanto altamente desiderabili per la loro alta
capacità di produrre beni e servizi. Nel campo del lavoro, quando le
persone offrono i loro talenti in cambio dello stipendio e del salario, il
libero scambio e la libera associazione sono componenti cruciali per il
benessere della comunità. Tutti siamo chiamati ad operare per il
benessere nostro e dell'intera società. Come scrive il papa:
«L'insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda
convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l'economia, ma coinvolge
anche, e soprattutto, i valori personali. Il sistema economico stesso e il
processo di produzione traggono vantaggio proprio quando questi valori
personali sono pienamente rispettati. Secondo il pensiero di San Tommaso
d'Aquino, è soprattutto questa ragione che depone in favore della
proprietà privata dei mezzi stessi di produzione»[8].
Quest'opera può assumere numerose
forme, e il suo massimo valore si ottiene quando è offerto per la gloria
di Dio in ossequio al Suo sistema di valori, senza alcun riguardo alla nostra
utilità. Ad ogni modo, in una economia libera gli stipendi e i salari
riflettono da un lato il contributo che un singolo lavoratore offre alla
comunità dei lavoratori all'interno di un'impresa e, dall'altro, alla
ricchezza complessiva della società. La libertà dei lavoratori di
cambiare posto di lavoro e quella dei datori di rendere vincolanti e di far
osservare i contratti stipulati con i lavoratori assicura che ciascun individuo
possa trovare opportunità di lavoro. Scrive il papa: «Come
persona, l'uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora,
compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse,
indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla
realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere
persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità»[9].
La competizione nel mercato del lavoro
assicura che ai lavoratori sia pagato un salario corrispondente ai loro talenti
e al loro contributo. Nel mondo del lavoro, un'economia di mercato in
espansione necessita di qualcosa in più che un mero impegno per
l'uguaglianza; le persone sono radicalmente differenti l'una dall'altra, un
riflesso della molteplicità della creazione di Dio. Non ci saranno due
soli membri di una società che avranno gli stessi interessi e gli stessi
talenti. Il sistema economico dovrebbe consentire a tutti di partecipare al
compito comune di generare ricchezza. Per fortuna, la natura cooperativa
dell'economia di mercato rende possibile ciò, purché non ci siano
inutili ostacoli all'ingresso nei singoli mercati di beni, servizi e lavoro.
Tuttavia, il mercato del lavoro può essere facilmente squilibrato
attraverso una politica mal informata, che pone i salari tutti allo stesso
livello, inibendo il libero movimento dei lavoratori da un'azienda all'altra,
oppure perseguendo l'uguaglianza dei risultati, piuttosto che quella delle
regole. Il frutto di tali politiche sarebbe lo sperpero delle risorse umane, la
limitazione delle opportunità e un declino del livello complessivo della
qualità della vita.
I lavoratori dovrebbero essere considerati per
la loro dignità ed il rispetto che meritano in quanto esseri umani. Tale
obbligo dovrebbe essere ritenuto vincolante, poichéscaturisce dal comandamento di Cristo di amare
il prossimo. Inoltre, lo stesso Vangelo, che chiede il rispetto dei lavoratori,
vincola questi ultimi al rispetto dei loro datori di lavoro, in ragione della
loro inalienabile dignità. In un'economia di mercato, la relazione tra
le due parti è caratterizzata dal fatto che entrambe convergono su di
una stessa questione di comune accordo. I loro contratti devono essere onesti e
gli impegni devono essere reciprocamente rispettati, come recita il proverbio:
"Le ricchezze accumulate in fretta diminuiscono, chi le raduna a poco a
poco le accresce"
(13:11). Il benessere di una società dipende da lavoratori che non
disattendono i loro datori di lavoro, poiché i lavoratori hanno
l'obbligo di essere consapevoli dei rischi che i loro datori intraprendono nel
ruolo di imprenditori.
Una debolezza del pensiero religioso moderno
nel campo dell'economia risiede nella sua tipica mancanza di stima nei
confronti della funzione imprenditoriale. Dal momento che il mondo non è
statico e i bisogni e i valori delle persone cambiano continuamente, un sistema
economico necessita di alcuni strumenti di aggiustamento. La persona che
intraprende un investimento con le proprie risorse decide di assistere l'economia,
di seguire i cambiamenti e servire gli altri in tale processo. L'imprenditore
deve essere costantemente conscio dei bisogni degli altri, talvolta anche prima
che essi ne acquistino la consapevolezza, e applicare le risorse per verificare
la sua capacità di dare risposte; deve avere una mentalità
attenta e innovativa;per
essere al sicuro, egli nondeve
mai essere certo che un dato investimento o progetto funzioni per sempre,
tuttavia, si assume il rischio e decide di pagare i salari prima di conoscere con
certezza l'esito del suo investimento. Talvolta la sua previsione è
esatta, a volte no. In entrambi i casi, il coraggio dell'imprenditore di
affrontare il futuro incerto è una virtù lodevole ed una degna
vocazione. È stato un particolare contributo di Giovanni Paolo II l'aver
introdotto il "principio di iniziativa economica" nel vocabolario dei
pensatori cristiani. Scrive il papa: «Occorre rilevare che nel mondo
d'oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa.
Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma
anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un tale
diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa “eguaglianza”
di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo
spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del
cittadino. Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera
eguaglianza, quanto un "livellamento in basso". Al posto
dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la
sottomissione all'apparato burocratico che, come unico organo
"disponente" e "decisionale" -- se non addirittura
"possessore" -- della totalità dei beni e mezzi di produzione,
mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile
alla tradizionale dipendenza dell'operaio-proletario dal capitalismo.
Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al
disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all'emigrazione e favorendo,
altresì, una forma di emigrazione "psicologica"»[10].
Quando gli imprenditori hanno successo,
prevedono la causa dell'aumento della ricchezza, vedendo in anticipo di quali
beni e servizi le persone hanno bisogno; scoprono nuovi modi di intraprendere
antichi compiti; riscoprono modi antichi di intraprenderne nuovi; individuano
strategie produttive più efficienti. Tutto ciò ci dimostra che le
risorse di Dio possono essere utilizzate in modo più saggio. Nella
creazione di posti di lavoro possiamo intravedere un'opera rispettosa della
dignità umana. Scrive il papa: «In effetti, la principale risorsa
dell'uomo insieme con la terra è l'uomo stesso. É la sua
intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le
multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti.
É il suo disciplinato lavoro, in solidale collaborazione, che consente
la creazione di comunità di lavoro sempre più ampie ed affidabili
per operare la trasformazione dell'ambiente naturale e dello stesso ambiente
umano»[11].
Le economie pianificate che non hanno
giustamente apprezzato la figura dell'innovatore economico sono cadute nella
stagnazione, perché non sono riuscite a guidare i cambiamenti nel campo
dei bisogni e a creare nuove tecnologie. Le economie di mercato che offrono
opportunità e stimano gli imprenditori, così pure le culture che
non fanno mancare loro l'apprezzamento e il rispetto, generano
prosperità universale.
La funzione imprenditoriale è spesso
associata ad alti profitti, tuttavia, in un'economia di mercato, l'unico modo
per ottenere alti profitti è vendere i beni e i servizi al prezzo
giusto, ossia al prezzo che il pubblico è disposto a pagare. Scrive il
papa: «quando un'azienda produce profitto; ciò significa che i
fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni
umani debitamente soddisfatti»[12].Ciò non significa in alcun modo che i
prodotti che il pubblico sceglie siano i migliori o quelli che le virtù
raccomandano; è compito dei leader religiosi, non delle istituzioni
economiche, guidare i gusti dei consumatori nella giusta direzione. Questo era
semplicemente per dire che gli imprenditori hanno successo se riescono ad
estendere i loro servizi ai clienti.
L'imprenditore è l'esempio più
eclatante di una persona che usa i suoi talenti creativi, donatigli dal Creatore,
per il bene degli altri. Tutti in un'economia di mercato, fondata sulla
divisione del lavoro, dovrebbero esercitare la virtù dell'intrapresa e
della creatività nei modi possibili. I lavoratori dovrebbero ricercare i
modi migliori per svolgere le loro mansioni, così come i proprietari e
gli imprenditori dimostreranno di essere saggi nella misura in cui saranno
aperti ai loro suggerimenti. Anche la libertà di cambiare tipo e luogo
di lavoro offre l'assicurazione istituzionale che quanti sono inpossesso di nuove idee e nuovi talenti possono
scoprire il modo migliore per indirizzarli al servizio degli altri.
Il papa scrive: «Chi produce un oggetto,
lo fa in genere, oltre che per l'uso personale, perché altri possano
usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante
una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere
tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori
produttivi più idonei a soddisfarli, è un'altra importante fonte
di ricchezza nella società moderna. Del resto, molti beni non possono
essere prodotti in modo adeguato dall'opera di un solo individuo, ma richiedono
la collaborazione di molti al medesimo fine. Organizzare un tale sforzo
produttivo, pianificare la sua durata nel tempo procurare che esso corrisponda
in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari:
è, anche questo, una fonte di ricchezza nell'odierna società.
Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del
lavoro umano disciplinato e creativo e--quale parte essenziale di tale
lavoro--delle capacità di iniziativa e di
imprenditorialità»[13].
La libertà d'impresa è la
migliore traduzione istituzionale che scaturisce dalla lezione della Parabola
dei Talenti: (Matteo 25: 14-30), nella quale Cristo narra la storia di tre
uomini a cui è stato dato un certo numero di talenti. Due uomini li
investono e raddoppiano il loro valore: verranno lodati e riceveranno maggiore
fiducia e responsabilità; il terzo sotterra il suo talento e, di
conseguenza, riceverà il disprezzo. La lezione individua nella crescita
personale una virtù spirituale e l'effetto economico dell'incremento
della ricchezza è considerata meritevole di lode.
Proprietà e servizio
Lo scopo centrale della politica economica --
che accresca la qualità della vita per gli individui e per la
comunità in armonia con la dignità della persona -- sarà
irraggiungibile, finché l'economia non poggerà sulle fondamenta
della proprietà privata. Con il salmista, dovremmo affermare "Del
Signore è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti" (24:1), e come custodi di quella
proprietà, dobbiamo usarla secondo le leggi di Dio e in ossequio alla
sua volontà. Scrive il papa: «Questa in ragione della sua stessa
fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell'uomo, è
il primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non
dona i suoi frutti senza una peculiare risposta dell'uomo al dono di Dio,
cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l'uomo, usando la
sua intelligenza e la sua libertà riesce a dominarla e ne fa la sua
degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della Terra, che appunto si
è acquistata col lavoro. É qui l'origine della proprietà
individuale. E ovviamente egli ha anche la responsabilità di non
impedire che altri uomini abbiano la loro parte del dono di Dio, anzi deve
cooperare con loro per dominare insieme tutta la Terra»[14].
La proprietà privata non dovrebbe
diventare fonte di conflitto, piuttosto dovrebbe essere messa al servizio del
miglioramento della condizione umana, come il papa scrive: «É
evidente che, quando si parla dell'antinomia tra lavoro e capitale non si
tratta solo di concetti astratti o di "forze anonime" operanti nella
produzione economica. Dietro l'uno e l'altro concetto ci sono gli uomini, gli
uomini vivi, concreti. da una parte coloro che eseguono il lavoro senza essere
proprietari dei mezzi di produzione, e dall'altra coloro che fungono da
imprenditori e sono proprietari di questi mezzi, oppure rappresentano i
proprietari. Così, quindi nell'insieme di questo difficile processo
storico sin dall'inizio si inserisce il problema della proprietà»[15].
Molte società hanno sperimentato la
proprietà collettiva, ma hanno scoperto quanto l'intero concetto sia
improprio. Qualsiasi proprietà deve essere posseduta da qualcuno o da
qualcosa, ma quando parliamo di proprietà collettiva, in realtà
ci riferiamo alla proprietà posseduta dalla stato. Tra i problemi
sollevati da tale concetto, non ultimo è quello che da esso dipende una
pesante concentrazione di potere e di influenza in capo ad alcuni settori della
società. La proprietà posseduta privatamente, al contrario, tende
a diffondere il potere e l'influenza in tutta la società.
Scrive il papa: «Inoltre, la
proprietà secondo l'insegnamento della Chiesa non è stata mai
intesa in modo da poter costituire un motivo di contrasto sociale nel lavoro.
Come è già stato ricordato precedentemente in questo testo, la
proprietà si acquista prima di tutto mediante il lavoro perché
essa serva al lavoro. Ciò riguarda in modo particolare la
proprietà dei mezzi di produzione. Il considerarli isolatamente come un
insieme di proprietà a parte al fine di contrapporlo nella forma del
"capitale" al "lavoro" e ancor più di esercitare lo
sfruttamento del lavoro, è contrario alla natura stessa di questi mezzi
e del loro possesso. Essi non possono essere posseduti contro il lavoro, non
possono essere neppure posseduti per possedere, perché l'unico titolo
legittimo al loro possesso -- e ciò sia nella forma della
proprietà privata, sia in quella della proprietà pubblica o
collettiva -- è che essi servano al lavoro; e che conseguentemente,
servendo al lavoro, rendano possibile la realizzazione del primo principio di
quell'ordine, che è la destinazione universale dei beni e il diritto al
loro uso comune»[16].
Anche la struttura degli incentivi sarà
differente in un sistema basato sulla proprietà privata, infatti quando
la proprietà è nelle mani del settore privato, deve essere curata
e orientata all'utilità sociale. In un'economia di mercato, basata sulla
proprietà privata, le risorse andranno nella direzione di quelle persone
che possono prendersi cura di esse nel modo migliore e indirizzarle per il bene
comune. Al contrario, la proprietà posseduta pubblicamente può
facilmente cadere in rovina, poiché è impossibile identificare la
responsabilità per il suo uso e la sua incuria.
La giusta distribuzione della proprietà
privata genera controversie, dal momento che non esistono umanamente metodi in
base ai quali essa possa essere perfettamente equa; ma questo non dovrebbe
neppure essere l'obiettivo della società. Piuttosto, la nostra
preoccupazione dovrebbe essere che chi possiede e ha acquistato una
proprietà, l'abbia fatto correttamente, poiché, come recita il
proverbio "Non giovano i tesori male
acquistati, mentre la giustizia libera dalla morte" (10:2). La
proprietà deve essere acquisita in modo virtuoso con un contratto libero
e volontario e non con la confisca, la forza o la frode. Se siamo certi che il
diritto di proprietà -- tanto che si tratti di soldi, di cose o di
imprese -- è stato correttamente acquisito, l'esigenza di giustizia
formale è del tutto soddisfatta.
La condanna morale contro il furto -- comune
alla maggior parte delle religioni -- implica la condanna morale contro la
violazione dei confini della proprietà privata e, logicamente, la
legittimità morale della proprietà privata. I conflitti
più aspri e sanguinari nella storia del mondo sono scoppiati a causa
dell'incapacità di qualcuno -- poco importa se fossero criminali privati
o pubblici ufficiali -- di rispettare il comandamento biblico di non rubare
(Esodo 20:15). Uno scontro simile ha luogo ogni qualvolta le risorse
fondamentali della società siano controllate esclusivamente dalla mano
pubblica, in tal caso siamo condannati inevitabilmente alla tragedia. Ribadiamo
che la pace sociale e la cooperazione non si ottengono mediante la lotta per il
possesso delle risorse, bensì attraverso il commercio e lo scambio che
hanno bisogno della definizione e del rispetto dei confini della
proprietà privata.
È naturale che anche nelle economie di
mercato alcuni beni e servizi siano posseduti e controllati dal settore
pubblico, ossia dallo stato. Spesso, tuttavia, l'allocazione migliora quando
questi beni sono posseduti da persone che detengono una cospicua porzione
dell'assetto proprietario e viene attuata una gestione delle risorse più
accorta. L'argomentazione del papa, inoltre, implica la stima nei confronti dei
tentativi volti ad accrescere l'ammontare delle risorse nelle economie di
mercato, proprio perché possano servire meglio il bene comune. Le
nazioni più industrializzate hanno conosciuto il successo, sperimentando
varie forme di economia di mercato e allocando al settore privato alcuni beni e
servizi per la cui gestione si riteneva più opportuna la mano pubblica.
Prezzi e profitti
Ogni società deve essere guidata
nell'allocazione delle risorse, dal momento che la natura illimitata dei suoi
desideri eccede la scarsità delle risorse necessarie a soddisfarli.
Anche nelle economie dove l'intera proprietà o la gran parte di essa
è detenuta dal settore privato si richiede uno strumento in grado di
garantirci che le risorse siano utilizzate nei modi giudicati più
opportuni per il bene della comunità. Non è intuitivamente chiaro
definire quali tra le tante modalità di gestione delle risorse siano le
migliori. Le persone hanno bisogno di un qualche strumento per sapere se, per
esempio, l'acqua andrebbe utilizzata preferibilmente per bere o per irrigare,
se è più opportuno utilizzare il ferro grezzo per costruire
macchine o trattori. Lo stesso discorso vale per ogni tipo di risorsa sociale.
Anche per la risorsa tempo (scarsa), si necessita di un qualche strumento per
guidarne la retta allocazione. La migliore guida per una saggia allocazione
delle risorse è data dalla rete dei prezzi che sorge spontaneamente
dagli acquisti e dalle vendite di persone agenti. Qui entrano in gioco le leggi
dell'economia. Quando il prezzo di un bene è basso, indica un'abbondanza
e le persone sanno che ne possono acquistare una quantità maggiore.
Quando il prezzo si alza, si segnala un livello di scarsità
relativamente maggiore e le persone sono chiamate a diminuire l'uso di quel
bene. Mediante il sistema dei prezzi, che è un flusso costante, da un
lato, i consumatori conoscono la quantità di un dato bene o servizio che
possono acquistare ed utilizzare e, dall'altro, i produttori acquisiscono
l'informazione in ordine alla quantità di quel bene o servizio che
possono produrre e vendere. I prezzi sono più che un indicatore per il
consumo e la produzione, ci consentono di considerare i costi. I prezzi,
infatti, aiutano le persone a determinare se un bene o servizio comincia ad
essere superfluo e quindi è bene che esca di produzione, ovvero se
è fortemente richiesto e di conseguenza la sua produzione deve essere
incrementata.
La nozione di profitto è semplicemente
il nome che ragionieri e contabili utilizzano per definire la condizione in cui
le entrate superano i costi. Quando un'impresa produce profitto, assume l'informazione
che, agli occhi del pubblico, sta operando in modo giusto. Quando va in
perdita, il sistema dei prezzi informa i manager e gli azionisti che devono
modificare le loro strategie, affinché le risorse sociali non siano
disperse. Gli obblighi sociali del sistema imprenditoriale non finisco qui; le
imprese devono operare onestamente, rispettare i contratti, servire la
società nel suo complesso ed essere attente alla dimensione morale degli
investimenti. Nondimeno, i due indicatori, quello del profitto e quello delle
perdite, svolgono una insostituibile funzione economica.
Il papa scrive in modo schietto: «La
Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon
andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto; ciò significa
che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi
bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia il profitto non è
l'unico indice delle condizioni dell'azienda. É possibile che i conti
economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il
patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro
dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non
può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza
economica dell'azienda»[17].
Spesso le critiche riguardano
l'"eccesso" di profitto, eppure, anch'esso, in una economia di
mercato, svolge una funzione essenziale. Offre l'informazione agli altri
imprenditori che a parità di prezzo le persone desiderano una quantità
maggiore di un dato bene e servizio di quanto è attualmente prodotto. Di
fronte agli alti profitti, assistiamo all'ingresso nel mercato di nuovi
investitori ed imprenditori ai quali spetta il compito di rispondere alla
domanda e competere con i loro colleghi. È esattamente questo flusso di
entrata e di uscita di investitori e produttori nei vari mercati che fa
sì che alti profitti siano una condizione temporanea. L'offerta
competitiva di risorse e l'attento ascolto della domanda stanno a dimostrare
che nessuno occupa in modo naturale una posizione favorevole. Inoltre, questo
processo favorisce le condizioni per escogitare i modi di produzione più
efficienti.
Dal punto di vista morale, non è lecito
affermare che "il movente del profitto è sempre un buon
movente". Invero, una persona spinta soltanto dal movente del profitto,
qualora escludesse il suo dovere primario nei confronti di Dio, della famiglia
e della comunità, non sarebbe in grado di perseguirlo. Tuttavia, non
è il movente del profitto che pone in essere il sistema dei prezzi,
facendo perdere di vista l'elemento essenziale per qualsiasi economia che
voglia dirsi giusta; è, semmai, la sua funzione di indicatore della
produzione e del consumo che dà vita tanto al sistema de prezzi quanto
al profitto stesso e che, eventualmente, potrebbe far perdere di vista
l'elemento essenziale per un oculato utilizzo delle risorse. In assenza di un
sistema dei prezzi, non esisterebbe alcun modo per verificare se l'uso delle
risorse stia avvenendo per il bene comune o se esse stiano andando disperse.
Attraverso il sistema dei prezzi, determinato da condizioni di mercato aperto,
il calcolo razionale è possibile e le informazioni sulla scarsità
sono sempre disponibili.
I vantaggi del sistema dei prezzi sono
innumerevoli. I consumatori contano su tale sistema per assumere decisioni su
attività che intraprendono quotidianamente in modo naturale. Il sistema
dei prezzi consente agli imprenditori di pensare lontano nel futuro, consente
al pubblico di partecipare all'assetto proprietario delle imprese grazie ad un
intenso mercato dei capitali, nonché di tentare l'avventura
imprenditoriale; prevede l'incentivo per il lavoro e il miglioramento delle
condizioni generali per il perseguimento della vita buona, ma, ancor di
più, esso protegge il mondo creato da Dio dagli abusi, dagli sprechi e
dall'ignoranza, come è accaduto ovunque i prezzi non sono stati liberi
di fluttuare.
Ad ogni modo, la scienza economica presta
attenzione alle circostanze in cui il sistema dei prezzi -- determinatosi nel
libero mercato -- non rifletta i costi complessivi della produzione. Un caso
particolare potrebbe essere quello dei costi ambientali; le decisioni
istituzionali dovrebbero essere prese al fine di assicurare che tutti i costi
siano compresi (internalizzati). Nello stesso tempo, l'esistenza di effetti sui
terzi (esternalità) non dovrebbe essere considerata come un'implicita
autorizzazione all'invasivo intervento governativo. In questi casi, un
approccio istituzionale di tipo comparativo è sempre di aiuto.
Un responsabile religioso potrebbe spingere un
imprenditore a rinunciare ai profitti per il riscatto della sua anima.
Benché ciò sia un saggio consiglio, in definitiva, deve essere
determinato da una libera scelta personale. Quello che un responsabile
religioso non dovrebbe mai fare è esigere un sistema economico senza
profitto, dal momento che ciò priverebbe l'economia del miglior
indicatore che le persone hanno affinchè impiego delle risorse di Dio
sia accurato e saggio.
Quando il sistema dei prezzi è fissato
o distorto a causa dei vari interventi provenienti da terzi -- che sia il
controllo dei prezzi, l'inflazione o l'eccessiva regolamentazione -- la
produzione sarà ugualmente distorta. Quando i prezzi dei beni sono
mantenuti ad un certo livello grazie all'azione coercitiva della legge, diventa
impossibile coprire i costi di produzione e inevitabilmente emerge la
scarsità. Quando i salari, che riflettono il costo del lavoro, sono
fissati artificiosamente ad un livello superiore a causa di un'eccessiva regolamentazione,
i lavoratori marginali vengono esclusi dalla divisione dei compiti essenziali
per la società. Quando l'inflazione falsifica il sistema dei prezzi, che
è una forma di manomissione dell'unità di misura (Levitico
19:35-36), causa gravi errori nel calcolo, vanifica le ragioni del risparmio e
dell'investimento che si basano sull'aspettativa della futura crescita
economica e, mentre fa aumentare il costo della vita per tutti, condiziona in
modo più significativo le condizioni dei poveri.
Carità e stato assistenziale
L'impegno fondamentale di ogni società
dovrebbe essere il benessere dei più deboli. Alcuni soggetti avranno
sempre bisogno della cura degli altri, come ad esempio i bambini e gli anziani:
la società ha il categorico dovere morale di vigilare, affinché
queste persone siano protette ed amate.
La questione più rilevante in materia
di politica sociale non è se bisogna aver cura di queste persone, ma
come. In quanto tali e nei limiti delle loro possibilità, i genitori e i
parenti devono essere responsabili? Oppure dovrebbero essere sollevati da tale
responsabilità e sostituiti dai programmi di assistenza sociale e da
leggi che cedono alle burocrazie il ruolo di primo assistente? La migliore
garanzia del benessere dei più deboli è l'integrità
dell'unione familiare, poiché la famiglia conosce meglio di tutti i
propri bisogni. La seconda opzione produce gravi conseguenze per la famiglia,
poiché comporta una deresponsabilizzazione, dal momento che suggerisce a
coloro ai quali Cristo ha comandato tale cura di non preoccuparsi, in quanto
altri si assumeranno tale responsabilità (Luca 10:33-37). Il sistema di
previdenza sociale per la vecchiaia, che in nessun modo ci solleva dall'obbligo
di prenderci cura dei nostri genitori quando saranno anziani, pone in essere
incentivi che molto probabilmente inducono le persone a dimenticare i propri
doveri.
Il pontefice ha decisamente criticato gli
aspetti disumani dello stato assistenziale con le seguenti espressioni:
«Si è assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale
sfera di intervento, che ha portato a costituire, in qualche modo, uno Stato di
tipo nuovo: lo "Stato del benessere". Questi sviluppi si sono avuti
in alcuni Stati per rispondere in modo più adeguato a molte necessità
e bisogni, ponendo rimedio a forme di povertà e di privazione indegne
della persona umana. Non sono, però, mancati eccessi ed abusi che hanno
provocato, specialmente negli anni più recenti, dure critiche allo Stato
del benessere, qualificato come "Stato assistenziale". Disfunzioni e
difetti nello Stato assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei
compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il
principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non
deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore,
privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di
necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre
componenti sociali, in vista del bene comune»[18].
Similmente, quando lo stato diventa il primo baby-sitter, in virtù di leggi -- le cui
intenzioni potrebbero anche essere le migliori -- poste in essere per elevare
il benessere dei bambini, riduce drammaticamente la responsabilità dei
genitori. Un problema particolare si presenta quando lo stato incoraggia
comportamenti che dovrebbero essere fortemente scoraggiati, se intendiamo
rinforzare le famiglie. Un esempio indicativo sono le nascite al di fuori del
matrimonio. Quando lo stato interviene con eccessive sovvenzioni, potrebbe passare
il messaggio che non è necessario per un padre esercitare il proprio
ruolo di marito e padre, con il risultato di un aumento delle famiglie
monoparentali (solitamente femminili).
I poveri sono presenti in ogni forma di
società, tanto nella famiglia monoparentale, quanto nella
comunità e nella società nel suo complesso. Ogni volta che si
affronta tale argomento, emerge inesorabilmente laquestione dell'ineguaglianza economica. Tuttavia, la
questione centrale non dovrebbe essere l'ineguaglianza economica, dal momento
che potrebbe essere risolta anche rendendo tutti ugualmente poveri: il problema
è la povertà in se stessa e le sofferenze umane che essa
comporta. Inoltre, ancor più importanti appaiono i diritti violati dal
costante diniego del diritto all'iniziativa economica e di altri diritti dei
poveri. Scrive il papa: «La negazione o la limitazione dei diritti
umani--quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa, il diritto
di partecipare alla costruzione della società, la libertà di
associarsi, o di costituire sindacati, o di prendere iniziative in materia
economica-- non impoveriscono forse la persona umana altrettanto, se non
maggiormente della privazione dei beni materiali? E uno sviluppo, che non tenga
conto della piena affermazione di questi diritti, è davvero sviluppo a
dimensione umana?»[19]
La migliore risposta al dramma della
povertà è data da un'economia in crescita che provvede al lavoro,
a stipendi migliori, a migliori condizioni di lavoro e offre a tutti una
possibilità per farcela. Un'economia in crescita necessita che
l'economia di mercato possa operare senza i continui inciampi e gli interventi
che diminuiscono il benessere generale. Non si escludono i casi in cui anche
un'economia florida, con tutte le sue necessarie istituzioni, lasci alcuni
nella povertà e nel dolore. Le cause possono essere molteplici, incluso
la sfortuna e la mancanza d'iniziativa (San Paolo nella sua seconda lettera ai
tessalonicesi individua questa seconda eventualità, 3:10). Ad ogni modo,
dobbiamo riconoscere che fin quando il commercio sarà volontario, lo
stato sarà limitato e le persone potranno contrattare liberamente l'una
con l'altra; la causa della povertà non può essere il benessere
degli altri, così come la filosofia politica marxista ha preteso che il
popolo credesse. Ecco perché la tentazione verso il mero
redistribuzionismo nel nome della carità dovrebbe essere del tutto
evitata. Da una simile politica sociale, la società nel suo complesso
non avrebbe alcun vantaggio di lungo periodo, ma dovremmo sempre sforzarci di pensare a come
accrescere l'ammontare complessivo delle risorse disponibili, piuttosto che
fantasticare sui vari modi nei quali esso potrebbe essere distribuito.
Nel considerare le possibili azioni per
aiutare i poveri, dovrebbero essere presi in considerazione i costi e i
benefici delle diverse strategie. Se le persone chiedono aiuto al governo,
allora possono sorgere dei pericoli, in quanto l'azione politica dei governi
può creare burocrazie impersonali che non necessariamente sono ben dotate
degli strumenti più adatti per affrontare gli ingenti problemi che
concernono la povertà, ma con le quali i poveri dovranno inevitabilmente
avere a che fare. All'interno del contesto burocratico la mira tende ad essere
molto imprecisa. Le agenzie pubbliche non possono sempre prontamente operare le
necessarie distinzioni tra bisogni legittimi e domanda illegittima. I doveri
reciproci sono difficilmente applicabili.
Spiega il papa: «Intervenendo
direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale
provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati
pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione
di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che
conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso
più vicino e si fa prossimo al bisognoso. Si aggiunga che spesso un
certo tipo di bisogni richiede una risposta che non sia solo materiale, ma che
ne sappia cogliere la domanda umana più profonda. Si pensi anche alla
condizione dei profughi, degli immigrati, degli anziani o dei malati ed a tutte
le svariate forme che richiedono assistenza, come nel caso dei
tossicodipendenti: persone tutte che possono essere efficacemente aiutate solo
da chi offre loro, oltre alle necessarie cure, un sostegno sinceramente
fraterno»[20].
A ciò si aggiunga che le democrazie
hanno la tendenza ad espandere la loro sfera d'intervento in modo più
rapido ed efficace rispetto ai tempi di acquisizione della necessaria
abilità per servire gli altri. Tendono ad appropriarsi di una porzione
sempre maggiore di benessere prodotto dai privati, invece di restare
all'interno dei limiti fiscali. L'aiuto ad uno specifico gruppo andrà a
gravare, per mezzo di costi indiretti e di lungo periodo, sull'intera
comunità. Inoltre, i costi delle loro attività tendono a
diventare un pesante fardello di debiti caricato sulle spalle delle generazione
future, un peso che sarebbe meglio poter evitare. Invero, il deficit contratto
dal governo sul consumo corrente, invece che su attività produttive,
solleva serie questioni morali sull'equità intergenerazionale.
Il Santo Padre si sofferma attentamente anche
sul lavoratore inserito all'interno di un sistema burocratizzato: «Questa
consapevolezza viene spenta in lui nel sistema di un'eccessiva centralizzazione
burocratica, nella quale il lavoratore si sente un ingranaggio di un grande
meccanismo mosso dall'alto e - a più di un titolo - un semplice
strumento di produzione piuttosto che un vero soggetto di lavoro, dotato di propria
iniziativa. L'insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda
convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l'economia, ma coinvolge
anche, e soprattutto, i valori personali»[21].
La povertà di lungo periodo è
qualcosa di più che un mero effetto della mancanza di beni: è una
condizione che chiama in causa in modo particolare problemi più profondi
che richiedono un'attenzione del tutto personale. Tale attenzione è
meglio prestata dagli individui, dalle famiglie e dalle chiese piuttosto che
dagli uffici statali. Ecco perché l'affermazione dei diritti -- al
lavoro, alla sanità, alla vita buona -- è una cosa molto seria.
Ad esempio, il diritto al lavoro richiede, implicitamente, l'obbligo, da parte
di coloro che sono nella condizione di assumere, di agire in modo tale che
l'uso e la l'allocazione della loro proprietà sia in armonia con la loro
natura di uomini liberi.
In tal modo, considerando il loro ruolo nella
sfera sociale, i governi non devono guardare unicamente agli aspetti immediati
e contingenti, piuttosto dovrebbero operare per dar vita alla migliore politica
ambientale per la soluzione dei problemi sociali. Ciò richiede
un'attenzione speciale alle cause più profonde del malessere sociale,
piuttosto che ai sintomi più superficiali. Altrettanto critiche sono le
questioni relative all'allocazione degli obblighi sociali: incentivi per i
comportamenti responsabili e i mezzi migliori per risolvere i problemi sociali.
Inoltre, i costi dei programmi sociali e la loro diffusione e allocazione tra
gruppi e generazioni richiedono un'attenta considerazione. Un posto particolare
occupa, poi, il tema della carità personale.
Gesù chiede
a coloro che hanno scelto di seguirlo di essere caritatevoli. La carità
deve essere esercitata nel rispetto della Sua volontà, e in nessun modo
Egli suggerisce che tale obbligo sia esercitato per mezzo dello stato. Non
è neppure giusto che ci si liberi da tale obbligo, premendo
affinchè il governo si assuma nuove funzioni nel campo dello stato
assistenziale. Benché possa tentare qualcuno, lo stato assistenziale e
le diverse forme di regolamentazione sociale non adempiono in alcun modo al
comandamento di Cristo di prendersi cura dei poveri. Invero, le forme di
carità che attanagliano le persone in una relazione di dipendenza dallo
stato stanno facendo più male che bene. In questo caso, una persona che
segue il Vangelo di Cristo ha l'obbligo morale di alzare la voce contro il
sistema e i programmi che rappresentano la fonte stessa del problema.
Quando le persone hanno a disposizione una
maggiore somma di reddito, possono offrire un contributo più sostanzioso
alle opere di carità. Soltanto un'economia libera può generare
questo tipo di benessere, perché quando le persone possono dedicarsi
maggiormente al tempo libero, piuttosto che a lavorare, possono impiegare
più tempo per il volontariato per le attività della
comunità e al servizio dei poveri. Soltanto l'economia libera, con
l'aumento del tempo libero, lo rende possibile.
Bisogna ricordare che anche i
più solleciti sostenitori dei poveri non scaricano completamente il
proprio dovere a Dio, affinchè il povero stia meglio. L'"opzione
preferenziale per i poveri" non è tutto il Vangelo e non potrebbe
mai essere interpretata come implicante la superiorità morale di una classe
(Levitico 19:15). A ciò si aggiunga che la chiamata alla salvezza
universale, proclamata dallo stesso Vangelo, deve essere presa sul serio. Per i
credenti l'amore e il servizio a Dio devono essere sempre il fine principale e,
di conseguenza, gli altri obblighi devono essere sempre subordinati al primo.
Quando la carità e la preoccupazione per gli altri diventano
secolarizzate e assunte dallo stato, di lì a poco non saranno più
strumenti al servizio di Dio.
Sussidiarietà e solidarietà
L'intera società è
composta da sfere di sovranità che sono distinte e correlate: lo stato
è distinto dalla società, la società dal territorio, il
territorio dalla comunità, la comunità dalla chiesa, la chiesa
dalla famiglia e la famiglia dagli individui. Ciascuna sfera è
essenziale e ha una funzione da realizzare; la funzione è realizzata al
meglio quanto più ciascuna non invada l'ambito delle altre sfere. Ad
esempio, allo stato non dovremmo chiedere di favorire le conversioni religiose
o la rinascita spirituale, poiché tali sono i compiti della Chiesa.
Così come dalla Chiesa non ci dovremmo attendere che sostenga una
legislazione laicista, dal momento che ciò rappresenterebbe una
perversione rispetto alla sua natura.
Sarebbe
opportuno considerare, allora, le funzioni sociali che ciascuna sfera morale sa
svolgere meglio e individuare i mezzi più appropriati per proteggere
quegli ambiti. Con questo non intendo dire che le sfere non devono incontrarsi.
L'intrapresa economica, ad esempio, è il luogo dove si fa impresa,
tuttavia una famiglia di imprenditori potrebbe dimostrarsi più
efficiente. La comunità può impegnarsi nelle opere di
carità come complemento all'opera svolta dalla Chiesa. Tuttavia, non
bisognerebbe mai dimenticare che ciascuna istituzione ha una funzione primaria
e spesso esclusiva rispetto alle altre.
Il principale compito dello stato
è quello di rinforzare lo stato di diritto e l'amministrazione della
giustizia. Per quanto riguarda gli altri problemi sociali e individuali, il
governo non dovrebbe essere considerato in prima istanza come l'ente che
risolve i problemi. Sostenere che esiste un obbligo morale -- aiutare i poveri,
per esempio -- non significa che proprio al governo spetti la
responsabilità di assolvere quell'obbligo. Inoltre, bisognerebbe stare
molto attenti, tenendo conto della possibile sovrapposizione di una funzione in
ambiti che non le sono propri; tuttavia, un pericolo speciale si registra
quando è l'ente stato che si prefigge lo scopo di interferire con
funzioni che non gli sono proprie. Tale potere tende a corrompere esattamente
perché lo stato detiene il monopolio legale dell'uso della forza.
Poiché le funzioni sociali
dipendono dalla natura delle istituzioni, il principio di sussidiarietà
dovrebbe essere adottato per il bene della comunità. Tale principio
afferma che le questioni sociali sono meglio difese da coloro che sono
più prossimi al problema, e che gli ordini superiori devono essere
chiamati in causa solo nel caso in cui da parte degli ordini inferiori sia
manifesta l'incapacità di agire autonomamente. La cura degli anziani e
dei poveri, ad esempio, nei limiti del possibile, è meglio attuata se
lasciata agli ordini inferiori quali la famiglia, la chiesa e la
comunità, con gli ordini superiori della nazione e dello stato in un
ruolo di supporto. La sussidiarietà tutela anche gli ordini superiori
contro l'indebita interferenza nei suoi ambiti degli ordini inferiori.
Il papa insiste sulla necessità che il
principio di sussidiarietà venga rispettato: «una società
di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una
società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve
piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la
sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune»[22], ed ancora: «Il principio di
sussidiarietà si oppone a tutte le forme di collettivismo. Esso precisa
i limiti dell'intervento dello stato. Mira ad armonizzare i rapporti tra gli
individui e la società. Tende ad instaurare un autentico ordine
internazionale»[23].
Il principio stesso sarà
disatteso finché gli ordini inferiori non si assumeranno l'obbligo di
tutelare i bisogni più prossimi e che direttamente ricadono all'interno
del proprio ambito di competenza. L'infelice tentazione spirituale emersa con
la creazione della previdenza o carità centralizzata è di mettere
da parte queste responsabilità. Il principio, inoltre, stabilisce un
ordine delle responsabilità, affinchè i cristiani comprendano che
il loro primo dovere è nei confronti di Dio, della famiglia -- ristretta
ed estesa -- e della comunità di fede. Attraverso indebiti interventi,
lo stato può facilmente indebolire gli ordini inferiori e ostacolare la
loro capacità di autogestirsi.
Tale approccio alle questioni
sociali ci assicura che i governi vaglieranno attentamente quanto potere
legittimamente compete loro e se il loro esercizio accrescerà o
ridurrà la capacità dei livelli inferiori di assumere decisioni
responsabili. I governi, e coloro che cercano di guidarli, devono riconoscere i
considerevoli limiti dell'azione dello stato nel risolvere i problemi umani. Il
governo può essere un reale strumento di forza -- invero esso si
definisce e distingue in quanto tale --, ma nel modo più assoluto non
può essere anche uno strumento di compassione o di "giustizia
sociale".
Il principio di solidarietà
non va inteso come una sorta di contrappeso del principio di
sussidiarietà, ma piuttosto il suo complemento. Se per
sussidiarietà intendiamo la distinzione tra le sfere della
società e la giusta distribuzione delle competenze sociali, la
solidarietà costituisce l'universale interdipendenza degli individui e
delle istituzioni sociali. Scrive il papa: «Oggi forse più che in
passato, gli uomini si rendono conto di essere legati da un comune destino, da
costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe per tutti. Dal profondo
dell'angoscia, della paura e dei fenomeni di evasione come la droga, tipici del
mondo contemporaneo, emerge via via l'idea che il bene, al quale siamo tutti
chiamati, e la felicità, a cui aspiriamo, non si possono conseguire
senza lo sforzo e l'impegno di tutti, nessuno escluso, e con la conseguente
rinuncia al proprio egoismo»[24].
L'economia libera di mercato
consente la formazione di associazioni cooperative, di imprese, lo scambio di
vantaggi reciproci, azioni e istituzioni caritatevoli, associazioni civili e
familiari e ci incoraggia a partecipare alla edificazione di istituzioni
politiche coerenti con la dignità umana. Inoltre, la solidarietà
presuppone la libertà di associazione, l'opportunità si scambio
volontario e il diritto all'intrapresa, nonché una certa ricchezza
materiale per far sì che le comunità intermedie, tra l'individuo
e lo stato, possano nascere e crescere.
Conclusioni
Il pontificato di Giovanni Paolo II è
stato caratterizzato da impegnative questioni economiche e sociali, non ultima
ricordiamo l'impatto che sul Magistero sociale ha avuto la fine del socialismo
in Unione Sovietica e nei paesi dell'Europa centro-orientale. Le stesse
questioni continuano ad impegnarci oggi. Le stesse questioni continueranno ad
essere generalmente discusse all'interno di vari circoli politici, competizioni
elettorali, nei libri e nelle università. Tali commenti sull'etica e
sull'economia sono offerti con l'intento di indirizzare l'attenzione sulle
questioni che inevitabilmente si svilupperanno sul ruolo dello stato nel campo
dell'azione politica. Lo faccio da pastore, ansioso di mettere in pratica le
preoccupazioni del papa, sulla base dei principi di una tradizione del pensiero
economico e sociale.
La nostra discussione ha posto l'accento
sull'importanza, tanto per il Santo Padre quanto per la tradizione di pensiero
economico alla quale ho fatto riferimento, del libero mercato, del libero
associarsi, dell'impresa, della proprietà privata, del sistema dei
prezzi e del profitto, della caritas volontaria, del risparmio e del ruolo dello stato
limitato. Lo abbiamo fatto sia con spirito ecumenico, convinti come siamo che
il fiorire di queste istituzioni è coerente con una attenta
preoccupazione per la vita, la libertà e la dignità della persona
umana, sia in armonia con la tradizione morale di una civiltà
autenticamente cattolica.
* Il presente saggio è pubblicato in: Robert Sirico,
Personalismo economico e
società libera, a cura di Flavio Felice, Rubbetino Editore, Soveria
Mannelli 2002.
[1] Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre 1987, n.
41.
[2] Centesimus annus, n. 43.
[3] Ibid. 13.
[4] Ibid.,
n. 32.
[5] Ibid., n. 34.
[6] Cfr. Giovanni Paolo II,
Laborem exercens, 14 settembre 1981, n.
15,
[7] Citato in George Weigel, New Wordly Order:
Jhon Paul II and Human Freedom, a cura di,
Ethics and Public Policy Center, Washington D.C. 1992, pp. 2-3.
[8] Laborem exercens, n.15.
[9] Ibid., n. 6.
[10] Sollicitudo rei socialis, n. 15.
[11] Centesimus annus, n. 32.
[12] Centesimus annus, n. 35.
[13] Ibid. n. 32.
[14] Ibid. n. 31.
[15] Laborem exercens, n. 14.
[16] Ibidem.
[17]Centesimus annus, n. 35.
[18] Centesimus annus, n. 48.
[19] Sollicitudo rei socialis, n. 15.
[20] Centesimus annus, n. 48.
[21] Laborem exercens, n. 15.
[22] Centesimus annus, n. 48.
[23] Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1885.
[24] Sollicitudo rei socialis, n. 26.
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