L’anima della libertà*
Robert Sirico a colloquio con Flavio Felice
F.F.: Lei sostiene che uno dei suoi principali obiettivi è
evidenziare le connessioni tra la religione e la libertà, sebbene
siano in molti a sostenere che ciò non sia possibile.
R. S.: Tempo fa, quando iniziai ad interessarmi alle questioni sociali,
ed in particolar modo all’incontro tra religione e libertà,
ero sinceramente portato a credere che tali termini fossero incompatibili.
In un certo senso ciò è vero se si assume il principio di
autorità come il fondamento morale della religione, e si concepisce
la libertà come libertà dall’autorità.
L’apparente contraddizione trova una possibile soluzione nella
distinzione operata dal sociologo Robert Nisbet tra autorità e
potere. Nisbet sostiene che tanto l’autorità quanto il potere
rappresentano due particolari forme di limite; tuttavia, mentre il potere
è una forma esterna, l’autorità è interna.
Il potere costringe; l’autorità chiede il consenso. Mentre
il potere per ottenere il consenso non si cura dei bisogni, l’autorità
si legittima nell’opera di persuasione di ciò che dovremmo
fare, anche se non coincide con quanto avremmo desiderato in un primo
momento.
Anche volendo prescindere dalla religione, noi tutti sperimentiamo l’autorità,
tanto che derivi dalla tradizione o dalla gerarchia, nel mondo del lavoro
o della scuola. Generalmente sperimentiamo l’autorità all’interno
delle nostre case, con nostra moglie o con i nostri genitori. Questi ultimi
non ci consentono di scegliere la lingua con la quale ci esprimiamo. La
latitudine delle nostre scelte dipende dalla nostra capacità di
scegliere con senso di responsabilità.
L’autorità non è a senso unico. In casa, ad esempio,
la gran parte dei genitori desidererebbe fare un centinaio di altre cose,
piuttosto che accompagnare i figli alle feste di compleanno degli amici,
eppure li accompagnano per puro senso del dovere. Così, nella realtà,
anche nelle società più libere, ciascuno di noi è
condizionato da un complesso sistema di autorità. Potremmo anche
dire che l’autorità sociale è tanto più essenziale
quanto più le società sono libere. Se ci convinciamo che
essere liberi significha fare quanto si desidera, finiamo per non comprendere
il modo in cui si esercita la libertà in una società aperta.
F.F.: Non crede di correre il rischio offrire una definizione troppo
vaga di libertà?
R.S.: Non credo. Tenterò di spiegare il concetto in modo coerente
con la realtà della vita quotidiana. La libertà privata
di perseguire un telos è un insieme vuoto di opzioni aperte. Ora,
se la tua vita non presenta altro che opzioni aperte, finisci con il nulla.
L’autentico esercizio della libertà include la responsabilità
di fare ciò che è giusto e bene che si faccia, che si accolga
ciò che è vero, ed in tal modo escludiamo altre opzioni.
Quando ci sposiamo o accogliamo una determinata vocazione religiosa, o
anche accettiamo un impiego lavorativo incompatibile con un altro, escludiamo
opzioni alternative; in tal senso, ogniqualvolta scegliamo ci assumiamo
una responsabilità e decidiamo di limitare la nostre libertà.
La falsa nozione di libertà, quella che rifiuta qualsiasi forma
di limite, è la fonte di gran parte della miseria nel mondo. Nel
lungo periodo rende le persone infelici. Purtroppo, il più delle
volte, tutto ciò si comprende troppo tardi e ci si accorge di aver
gettato via la propria vita senza aver costruito alcunché di meritevole,
che implichi l’assunzione di un impegno e che produca frutti autentici.
Si finiscono i propri giorni affliggendosi su ciò che sarebbe potuto
essere e si è così infelici per ciò che è
realmente stato. La libertà deve essere sempre ed ovunque ordinata
alla verità.
F.F.: Se il fulcro della libertà è permettere la scelta
di ciò che è buono e vero, perché non evitare il
rischio che ciò non avvenga, negando la libertà?
R.S.: La sua domanda solleva una questione importante, che merita di
essere meditata attentamente. In primo luogo, la libertà può
assumere svariate forme nella società. Persone diverse danno vita
a culture diverse. Non esiste un modello di libertà. Ad esempio,
abbiamo differenti tradizioni commerciali, che mutano secondo i Paesi.
Nessuno penserebbe mai di mettersi a contrattare il prezzo di un articolo
con un tedesco, ma se non lo facesse con un venditore arabo sarebbe considerato
uno sciocco. La molteplicità degli usi e dei costumi conduce a
differenti modelli sociali e la libertà diventa un ingrediente
fondamentale che consente il fiorire delle differenti culture; questa
è la prima ragione che fa della libertà qualcosa di necessario.
Ad ogni modo, dobbiamo pur riconoscere che abbiamo un diritto inalienabile,
cruciale nel campo della cultura, ad esempio, a non essere frodati. Certo,
sarebbe desiderabile vivere in società nelle quali questa abitudine
fosse bandita per sempre. Tuttavia, come intuito dalla tradizione del
liberalismo classico, non è sufficiente sapere e fare ciò
che è giusto e vero, poiché la libertà, e il riconoscimento
del suo valore intrinseco, sono parte di quella verità. Ecco il
punto nel quale mi trovo in disaccordo con coloro i quali, sul versante
del dibattito religioso, sono spesso tentati dal desiderio di evitare
i rischi connessi alla libertà.
Il danno arrecato dai sistemi totalitari all’organizzazione sociale
non è soltanto d’imporre l’errore e la falsità;
tali sistemi tanto che impongano cose giuste o sbagliate, sono dispotici
ogni qualvolta operano attraverso un apparato coercitivo, non badando
alla coscienza. Il primo presupposto mortale della libertà riposa
sull’idea che parte del nostro agire in modo corretto comprende
l’esigenza di fare anche ciò che è sbagliato, e che
così agendo non facciamo del male a nessuno; include anche l’obbligo
morale, ma non necessariamente legale, di allenare le nostre coscienze
ad accettare ciò che è comunemente ritenuto vero.
Sebbene la libertà sia parte della verità, non coincide
con il comportamento morale. Sarebbe più corretto dire che la libertà
ha un potenziale morale. Non necessariamente ogni scelta economica, compiuta
liberamente, è un atto morale, sebbene non dovrebbe essere considerato
un crimine in senso legale. Gli investimenti effettuati dai capitalisti
possono essere coerenti o meno con la virtù. Tuttavia, grazie all’apparato
coercitivo dello stato che orienta tali investimenti, i capitalisti risolvono
i propri problemi morali e danno vita ad un’allocazione che non
necessariamente coincide con il bene comune.
Lo stesso discorso riguarda le scelte dei consumatori. Oggigiorno, generalmente,
i genitori scelgono case grandi e macchine spaziose con il pretesto che
un giorno avranno tanti figli; una simile scelta potrebbe essere in contrasto
con il dovere morale, ma è tutt’altro che illegale. In breve,
non esistono scorciatoie per edificare una società di uomini liberi
e virtuosi; dobbiamo permettere la libertà d’acquisto e d’investimento,
operando a livello culturale e morale per ispirare le persone ed orientare
le coscienze nella direzione di determinati fini etici.
F.F.: In tal modo, sembrerebbe che lei ridimensioni notevolmente la
libertà individuale, oggi generalmente accettata.
R.S.: Tocqueville disse qualcosa del genere. Egli osservava che nell’Europa
dei primi dell’ottocento il concetto di diritto individuale stava
rapidamente tramontando, di pari passo con l’emergere dell’idea
di un’unica autorità ed onnipotenza rappresentata dallo stato.
Durante la transizione, che non si limitò all’Europa, ma
condizionò tutte le società, l’autorità e l’autonomia
degli corpi intermedi, quali ad esempio la Chiesa e la famiglia, furono
notevolmente erose. Sebbene agli individui fosse consentito rivendicare
il diritto di fare ciò che volevano, nel contempo, giorno dopo
giorno, il potere statale avanzava, occupando spazi del nostro privato.
Escludo nel modo più assoluto che siamo in una situazione disperata,
ma sono altresì convinto che la transizione verso l’autentica
libertà sarà contrassegnata da due tendenze principali.
Innanzitutto, le persone dovranno assumersi una maggiore responsabilità
ed aver cura dell’istituzione familiare e religiosa. In secondo
luogo, lo stato dovrà abbandonare il suo ruolo invasivo nell’economia
e nella cultura, oltre a limitare le sue funzioni, adeguando la propria
natura di apparato che esercita il potere legale, orientato alla più
austera giustizia. La relazione tra le due tendenze rappresenta un rafforzamento
reciproco.
Qualsiasi società necessita di una direzione. La questione riguarda
l’ipotesi che tale direzione sia orientata verso la formazione morale,
l’autogoverno, l’interiore disciplina spirituale ed una corretta
interpretazione intellettuale della persona umana, ovvero l’ipotesi
che l’indirizzo sia definito dal potere coercitivo della politica.
Dobbiamo pensare ad un insieme di costumi e regole che governano la società.
Dobbiamo scegliere a prescindere dal fatto che lo stato o la società
siano la fonte di quelle regole. È questa una scelta fondamentale
tra libertà e dispotismo.
FF: Sicuramente come sacerdote le capiterà di incontrare persone
che considerano pericolosi i suoi appelli a favore della libera economia
di mercato.
R.S.: Certo che ne incontro, e credo di comprendere anche le ragioni
delle loro preoccupazioni. Ci sono persone che associano continuamente
la libertà al caos sociale, alla degradazione morale e alla licenza.
A volte penso che al termine della creazione qualche angelo si sarebbe
potuto rivolgere a Dio in questi termini: “Non dare a queste persone
la libertà, guarda cosa potrebbero farne! Infangheranno la legge
naturale e si dimostreranno incapaci di vivere una vita che rifletta la
tua gloria!”. Ma Dio ci ha comunque donato la libertà che,
in ultima istanza, ci conduce a Lui.
È sorprendente che la libertà sia al cuore della nostra
redenzione. Il Figlio di Dio ha scelto di donare Se stesso affinché
noi ci salvassimo. Possiamo cogliere questa realtà nel modo più
intenso nell’Orto degli Ulivi, dove nostro Signore ha corretto l’errore
commesso nel Giardino dell’Eden. Egli ha detto “Non la mia,
ma la tua volontà”. È una libera sottomissione alla
volontà del Padre. San Paolo dice che la morte di Gesù in
croce è stata una libera scelta.
La natura libera dell’atto e l’offerta di redenzione mostrano
la radice di ciò che chiamiamo scelta di Dio. La libertà
che esercitiamo nel commettere i peccati è la stessa con la quale
scegliamo la via della penitenza. Al genere umano è offerta la
redenzione, effettivamente accolta con la nostra azione di sottomissione
che si manifesta mediante la volontà umana.
In questo senso rispondo si, per alcuni aspetti la libertà consente
una specie di disordine pratico nella nostra vita morale. Si tratta di
una libertà costruita all’interno di un’autentica struttura
che Dio stesso ha creato e ordinato. Non credo che i credenti, ancor meno
lo stato, dovrebbero presumere di annullare la libertà di volere
della quale Dio stesso non ci priva, sebbene solo Lui sia nella condizione
di farlo.
Dunque, con ciò non intendo dire che non dovremmo esprimere giudizi.
Dio stesso lo ha fatto e si rattrista quando abusiamo della nostra libertà.
Tuttavia, in una società libera questi giudizi contro i comportamenti
immorali della gente non devono necessariamente assumere la forma della
coercizione e della costrizione.
F.F.: Cosa direbbe a coloro che pur condividendo il messaggio di libertà,
temono il codice morale e religioso da lei descritto?
R.S.: C’è una parte del cuore dell’uomo che comprende
il bisogno della dimensione morale e religiosa per la nostra vita e l’esigenza
di un qualche rapporto con il trascendente. Tale desiderio è stato
introdotto nel nostro cuore da Dio stesso. Il cristianesimo realizza ciò
nel modo più autentico possibile poiché adoriamo un Dio
che si è fatto uomo, è morto per i nostri peccati e ha reso
possibile la nostra salvezza.
Coloro che amano la libertà, ma rigettano la fede, devono tener
conto che il nostro genuino concetto di libertà è emerso
storicamente dalla tradizione culturale ebraico-cristiana. Dalla Sacra
Scrittura possiamo scorgere la storia della libertà che si dispiega
prima nel Giardino dell’Eden, e giunge fino ai comandamenti che
riguardano aspetti della vita nei quali siamo interamente coinvolti, basti
pensare alla santità del matrimonio e all’importanza di dire
il vero. Tutto ciò, inesorabilmente, fa della libertà un
fondamento dell’ordine sociale.
Giacché la libertà è universale, non v’è
dubbio che di tale nozione troviamo i semi anche in altre culture. Ma
la tradizione ebraico-cristiana ci offre di essa una comprensione coerente
con i suoi fondamenti, con un forte accento sull’intima dignità
della persona umana, sull’integrità e sulla legittimità
morale della proprietà privata, sulle basi etiche ed economiche
dello sviluppo sociale, nonché sui limiti dello stato. Tutto ciò
è intrinseco alle implicazioni sociali della fede.
In particolare, nel cristianesimo l’intima dignità della
persona precede lo stato o la tribù. Ecco perché nel corso
della storia abbiamo considerato inconcepibile che un genitore potesse,
ad esempio, ammazzare un figlio. Ebbene, in alcune culture non è
escluso che ciò sia accettato, qualora il figlio mostri un certo
livello di disobbedienza e mancanza di rispetto.
Non così nel cristianesimo. Per quanto la famiglia sia importante,
l’individuo lo è in misura maggiore ed i suoi diritti non
possono essere violati nemmeno dai suoi genitori. La scelta di chi sposare,
tanto per la tradizione quanto per la legge cristiana, non può
subire forzature da parte dei genitori. La stessa dignità riguarda
le persone anziane, le quali, nella società cristiana, non vengono
ammazzate ma riverite.
F.F.: E ciò produce delle conseguenze per il tipo di ordine
economico che è emerso all’interno della cristianità?
R.S.: Con il procedere del tempo, ciò ha favorito un ordine economico
che garantisce all’individuo il diritto di possedere, creare, stipulare
contratti e prosperare. Tuttavia, questi diritti erano anche legati ad
un profondo senso morale e ad un’obbligazione sociale.
Nel secondo secolo ad Antiochia troviamo le prime persone che si definiscono
cristiane, persone evangelizzate dagli stessi apostoli. Documenti del
tempo rivelano che sopraggiunse una pestilenza e molti fuggirono dalla
città e le persone afflitte dal male rimasero indietro. Un soldato
romano scrisse un rapporto e notò una cosa molto strana: ci sono
persone ad Antiochia che pur non essendo malate erano rimaste indietro
per prendersi cura dei moribondi, a loro rischio e pericolo. Queste persone,
egli notava, erano seguaci di Gesù.
Era così controcorrente a quei tempi comportarsi in quel modo.
Nell’antichità non si era mai vista una forma di rispetto
così elevata nei confronti della dignità umana. Durante
il Medioevo, questa forma di sollicitudo morale divenne istituzionale
all’interno delle strutture delle case religiose. Si era abituati
a portare i malati nei monasteri e nei conventi affinché qualcuno
li curasse. Venivano praticate le cure mediche allora disponibili, per
quanto primitive, ed erano accompagnati ad una santa morte. Questi furono
i primi ospedali e le prime case di riposo, così come li conosciamo
oggi.
Non è un caso che oggi possiamo contare su queste istituzioni,
né che si creda in modo diffuso che gli individui sono titolari
di diritti che non possono essere disattesi, né tanto meno che
sosteniamo che le persone hanno un’intima dignità. La fonte
di tutto ciò è la fede. Chiedersi se tali istituzioni fossero
comunque sorte a prescindere dal cristianesimo è un esercizio inutile:
è un fatto che il cristianesimo le abbia promosse e il legame causale
è sufficientemente chiaro a qualsiasi studioso onesto lo osservi.
F.F.: Sono in molti a vedere nel cristianesimo una forza politica
ed una potenziale minaccia per la libertà.
R.S.: E’ sorprendente. Tutta l’era cristiana ha contribuito
alla promozione dell’idea che la Chiesa e lo stato hanno funzioni
sociali distinte e separate. Secondo il commento di nostro Signore su
ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio,
a partire da Sant’Agostino, dalla visione della sovranità
distinta di Calvino, di Robert Bellarmine, dalla Dichiarazione sulla libertà
religiosa del Concilio Vaticano II, vediamo il cristianesimo operare nella
direzione di una posizione che non solo difende, ma garantisce i diritti
delle persone contro lo stato. Detto ciò, sono portato a credere
che l’ulteriore coinvolgimento dei cristiani in politica finirà
per accrescere la libertà personale piuttosto che deprimerla.
Quali erano le idee religiose della Rivoluzione francese, di quella bolscevica,
o del nazionalsocialismo? I presupposti religiosi erano laicisti, atei
e pagani. Perché mai oggi non dovremmo temere queste impostazioni
culturali come possibili minacce per la libertà? Molto probabilmente
non lo sono, ma l’esperienza dovrebbe suggerirci quantomeno un moderato
scetticismo nei loro confronti.
Se osserviamo quella che ironicamente viene chiamata la destra religiosa
negli Stati Uniti, dovremmo chiederci che cosa rivendichi. Essa evidenzia
l’esigenza che lo stato non interferisca nell’educazione,
nelle arti, nelle chiese, nella gestione familiare. Ciò che combatte,
in primo luogo, è l’invasione dello stato nelle sfere che
noi crediamo dovrebbero essere lasciate alla società civile, incluso
la famiglia e le chiese. In altre parole, gli esponenti di tale movimento,
tranne casi eccezionali, operano contro l’usurpazione della libertà.
F.F.: Quali sono le origini dell’idea che lo stato non ha diritti
sullo spirito?
R.S.: Gesù, nel chiarire che ci sono aspetti della vita che appartengono
esclusivamente a Dio e non a Cesare, si ricollegava ad una più
antica sensibilità ebraica. Gli antichi ebrei avevano coorti che
non dipendevano dallo stato, ma dai profeti.
Alcuni tra i più importanti scritti antistatalisti della storia
appaiono nelle scritture ebraiche: rifletta sul brano in cui il popolo
chiede che Davide diventi re, noterà che egli ricorda loro ciò
che fa un re: impone le tasse, dichiara le guerre, invade e distrugge
le famiglie.
Nella storia ebraica rileviamo anche il tema ricorrente della schiavitù
come contraltare della redenzione e della liberazione. Questa tematica
è stata ripresa con forza dal movimento antischiavista nordamericano.
Infatti, gli argomenti a favore della libera iniziativa e della ricerca
della terra promessa fatta di ricchezza e libertà rappresentano
una metafora per tutti coloro che lottano per la libertà, contro
le nuove forme di schiavitù.
La forza ispiratrice di questa storia non dovrebbe essere sottovalutata.
Sicuramente non la sottovalutarono i primi cristiani, avendo a che fare
quotidianamente con la tirannia romana. Il cristianesimo ha elevato questo
argomento a livello universale, introducendo il bisogno di libertà
dal peccato e l’istituzione delle strutture di peccato.
F.F.: Non ritiene che un certo pregiudizio nei confronti della Chiesa
sia il retaggio di quello che viene giustamente o erroneamente chiamato
“cesaropapismo”?
R.S.: Purtroppo una certa politica di destra, nella versione di alcuni
monarchici tradizionalisti, non è immune da tale vizio. Alcune
persone mi hanno detto che gli Stati Uniti sono irrimediabilmente corrotti
perché non sono sorti sulla monarchia. Tale punto di vista mi lascia
esterrefatto, in quanto è tanto sciocco quanto insignificante.
Tuttavia, esiste una variante a questa ipotesi che talvolta considera
la Costituzione statunitense come una parte del magistero straordinario
e confida nella teocrazia come unica soluzione della crisi culturale.
Una preoccupazione ancora maggiore proviene dal neo cesaropapismo della
sinistra, la quale intende stabilire il Regno di Dio sulla terra sulla
base di una particolare versione di socialismo o ambientalismo venato
di cristianesimo. Questi gruppi, le cui eresie si pongono al vertice di
tutte le eresie, iniziarono a godere di una certa rilevanza nella prima
parte del XX secolo con l’emergere del movimento del “Vangelo
sociale”. Esso è ancora molto attivo in alcune organizzazioni
come il Consiglio Nazionale delle Chiese, e, a differenza della destra
religiosa, la sinistra gode di una certa simpatia presso i media ed il
mondo accademico.
Nessuno di questi gruppi tiene conto del monito di Cristo che il Suo
regno non è di questo mondo. Qualsiasi tentativo di bypassare il
processo di evangelizzazione servendosi dello stato per imporre una propria
visione della virtù produce una distorsione del messaggio evangelico,
che è in primo luogo spirituale e non politico.
Con ciò non intendo negare l’esistenza di una dimensione
politica del cristianesimo, bensì ritengo sia necessario limitare
e porre un freno alla tensione invasiva dello stato nell’economia
e nella politica. Il messaggio cristiano aspira alla liberazione dal potere
arbitrario e al fiorire della santità in un contesto di libertà
culturale, politica ed economica.
F.F.: Potrebbe soffermarsi sull’esperienza politica all’interno
della tradizione cristiana che considera non del tutto coerente con l’ortodossia?
R.S.: Volgendoci indietro nella storia del consolidato concetto di stato-nazione,
ci accorgiamo che nella sua versione moderna essa ha fatto la sua prima
comparsa con le monarchie europee del XV e XVI secolo, quando gli stati
iniziarono a dar vita a strutture burocratiche che andavano oltre le esigenze
del momento. Tali nuove strutture, lo sviluppo delle quali dal punto di
vista storico è stato il frutto del superamento del sistema feudale,
consentirono un’esistenza autonoma dalla stessa monarchia e furono
assorbite anche all’interno dell’establishment ecclesiastico.
La Chiesa e lo stato rimasero formalmente distinti, ma nello stesso tempo
legati da questo quid pro quo: lo stato garantisce una serie di vantaggi
alla Chiesa, la quale, in cambio, offre allo stato una sorta di legittimità
morale. Le difficoltà non vanno ricercate nella dottrina della
Chiesa che rimase integra, quanto nella pratica.
Anche sul finire del XIX secolo troviamo cattolici che volevano restaurare
il potere temporale del Papa. La difficoltà in tal caso non era
dovuta al rischio che la Chiesa potesse corrompere lo stato, semmai il
contrario. Ossia che la Chiesa avrebbe potuto compromettere la sua missione
per assecondare gli appetiti dello stato. Lo stato userà tutti
i mezzi, anche la religione, per espandere il suo potere.
Alcuni studiosi appartenenti alla dottrina tardoscolastica reagirono
contro l’intensificarsi di tali relazioni, e nel XVI secolo elaborarono
opere magnifiche sui diritti della Chiesa e della famiglia, la cui natura
è indipendente dal riconoscimento dello stato. Alcuni di questi
autori si sono spinti a tal punto da predisporre il terreno per il riconoscimento
morale della resistenza attiva allo stato e persino della rivoluzione.
Furono le prime monarchie europee a delineare una connessione tra “romanismo”
e “ribellione”, una rivendicazione tuttora attuale.
Gli stati che si andavano formando nel periodo tardomedioevale aggiunsero
ai problemi di sempre quelli relativi alla Riforma protestante. Il tallone
di Achille di alcuni movimenti protestanti fu il loro nazionalismo de
facto: sin dall’inizio essi mancarono di una costituzione internazionale
ed enfatizzarono oltre misura il rispetto delle minoranze linguistiche
i cui membri parlavano la lingua dei loro capi. Ciò ha causato
una ferita, come ad esempio nella Germania degli anni ‘30, dove
i cristiani furono troppo lenti nel capire cosa stava bollendo in pentola.
Anche oggi la fede si sforza di andare oltre la propria politica parrocchiale
e di diffondere il proprio messaggio universale mediante l’evangelizzazione.
In entrambi i casi, lo statalismo di queste tendenze è eterodosso.
Calvino e Lutero erano fermamente convinti che la Chiesa e lo stato fossero
istituzioni distinte le cui funzioni non fossero in alcun modo confondibili.
Quanto alla posizione cattolica, abbiamo avuto già modo di dire
che la Città di Dio e la città dell’uomo sono distinte,
ciascuna con una propria legittima autorità.
Inoltre, mi lasci dire che anche la tradizione ortodossa, che politicamente
è cresciuta anch’essa nell’ambito dello stretto legame
con lo stato nazionale, ha intrapreso un processo che la sta conducendo
verso il riconoscimento dei limiti dello stato, e ha iniziato ad operare
a favore di una globalizzazione e di una solidarietà internazionali
che siano coerenti con una progressiva limitazione del grado di dipendenza
istituzionale dallo stato nazionale.
F.F.: Come giudica l’opera posta in essere da queste tradizioni?
R.S.: La religione protestante gode di una tradizione di pastori che
hanno dimostrato di essere uomini con i piedi per terra, in grado di conoscere
e comprendere il mondo del diritto, degli affari, del lavoro. Qui risiede
la superficiale plausibilità della tesi di Weber che vede nel protestantesimo
la fonte dell’etica capitalistica. Ciò non è corretto
perché la teoria, la pratica e la moralità dell’economia
d’impresa hanno radici che vanno ben oltre la Riforma. Inoltre,
Weber ignora l’attività imprenditoriale, oppure la ridefinisce
quando la esamina con riferimento ai paesi cattolici.
Ad ogni modo, non c’è dubbio che la tradizione protestante,
almeno prima del XX secolo, fece propria l’idea che la comunità
imprenditoriale presenta distinte virtù. Non è possibile
comprendere la vicenda degli Stati Uniti senza leggere i sermoni dei pastori
protestanti. Al contrario le origini aristocratiche dell’antico
clero cattolico fecero sì che su tale aspetto la riflessione cattolica
fosse molto più vulnerabile e sviluppasse la tendenza a disdegnare
il lavoro e le finalità borghesi della società capitalistica.
Gran parte del dibattito sui rapporti tra tradizione e commercio diede
vita a ciò che generalmente è chiamato capitalismo, un termine
le cui origine sono marxiste. È del tutto arbitrario datare la
sua nascita con la Rivoluzione industriale. Se definiamo il capitalismo
come il sistema fondato sull’impresa privata e gli investimenti,
troviamo elementi di ciò in tutta la storia della civiltà.
Molto prima che i seguaci di San Tommaso d’Aquino diventassero
i primi ricercatori nel campo dell’economia con un occhio rivolto
alla scienza, le società producevano e commerciavano sulla base
dei principi del libero mercato. Dobbiamo comprendere che in assenza di
qualsiasi forma di mercato, di qualsiasi forma di compravendita, la barbarie
e la miseria sarebbero il normale stato delle cose.
È così importante che le persone comprendano l’economia.
Cosa ci hanno insegnato i Dottori? I limiti dello stato, la necessità
di limitare la tassazione, i vantaggi di una valuta stabile, la necessità
della proprietà privata e il diritto all’iniziativa economica,
che il salario ed il prezzo giusti siano il più possibile prossimi
al prezzo di mercato ed al salario di mercato, la vocazione imprenditoriale,
il diritto di associazione, l’imperativo morale del libero commercio.
Questa è la tradizione del pensiero cattolico, non sempre praticato,
così come è la pratica protestante, non sempre teorizzata.
F.F. Ad un certo punto, tale “liberalismo” dell’Alto
Medioevo è stato identificato con l’anticlericalismo del
liberalismo classico. Come e perché ciò è accaduto?
R.S. La Rivoluzione francese ha contribuito non poco a ciò. Si
trattava di un movimento la cui prima scintilla fu accesa dalla protesta
borghese contro le tasse ed il peso oppressivo del governo. Quest’ultimo,
attraverso una serie di passi falsi si rivelò selvaggiamente distruttivo
per i poveri, per la libertà e per la vita stessa, e condusse,
naturalmente, verso un nuovo dispotismo. Si parlò molto di liberté
e fraternité senza riflettere a sufficienza sulle origine di quegli
ideali: ma quale Robespierre? Piuttosto il Cristianesimo! Invece, la Chiesa
era vista come un ostacolo alla libertà. Ed ancora oggi è
così.
L’Illuminismo è simile ad un figlio che ha ereditato un
bel patrimonio dal padre imprenditore, e si serve di esso per promuovere
il socialismo. Il benessere non esisterebbe senza la guida imprenditoriale
del padre così come la parte migliore dell’Illuminismo -
l’enfasi sulla ragione, la libertà, i diritti umani e il
progresso culturale – non esisterebbe senza il cristianesimo. Purtroppo
l’erede non ha riflettuto abbastanza per comprendere da dove proveniva
la sua eredità, sicché l’ha piegata ai peggiori propositi.
Ecco perché credo che sia importante approfondire la comprensione
della distinzione tra autorità e potere. Molti grandi pensatori
del diciottesimo e diciannovesimo secolo l’hanno compresa. Frederic
Bastiat, une dei più brillanti economisti francesi del diciannovesimo
secolo, era un cattolico serio; è sepolto in San Luigi dei Francesi
a Roma.
A dire il vero, i liberali classici e i credenti del tempo erano contrari
all’opprimente alleanza tra stato e Chiesa, pur non considerando
la libertà in senso giuridico in contrasto con la stessa in senso
morale. Tristemente, quando oggi si pensa all’Illuminismo, ci riferiamo
immediatamente al filone laicista.
Durante e dopo il periodo illuministico, è sembrato che la distanza
tra il nuovo mondo degli intellettuali liberali e le figure autorevoli
della Chiesa aumentasse. La tendenza culminò con Pio IX il quale
iniziò il suo pontificato in senso liberale e mosse verso posizioni
contrarie ad esso dopo aver sperimentato i pericoli del movimento socialista
rivoluzionario italiano.
Ora, non ho alcuna intenzione di muovere delle critiche a questo grande
papa (dovette fronteggiare uno sconvolgimento politico straordinario),
ma, a questo punto, dovrebbe apparire ovvio che le mie personali simpatie
vanno ai cattolici liberali del diciannovesimo secolo; non ai modernisti,
ma a coloro che erano dediti alla ricerca dei semi del vero presenti nell’Illuminismo
e che tentarono di depuralo dall’anticlericalismo. Lord Acton ed
il Cardinal Newman furono tra questi.
Tanto Acton quanto Newman erano consapevoli delle radici cristiane del
pensiero liberale, e contribuirono a tracciare il sentiero per comprendere
la profonda influenza che il cristianesimo avrebbe potuto esercitare in
assenza del potere temporale. Ebbene, il liberalismo (in senso ampio)
di questo periodo incontrò il modernismo e la nozione di individualismo.
Ciò spiega perché entrambi furono visti con una certa dose
di sospetto, ma con il passare del tempo abbiamo compreso che essi colsero
i semi del vero che altri non seppero riconoscere.
F.F.: Dunque ci invita a leggere Locke e Jefferson con gli occhi della
fede?
R.S.: A volte l’espressione “occhi della fede” implica
una specie di visione distorta, sicché direi semplicemente che
possiamo leggere i due autori con una comprensione storica, apportando
una prospettiva teologica che ad essi mancava. Le radici dei loro scritti
e della loro filosofia affondavano nell’antropologia cristiana,
che ne fossero consapevoli o meno; possiamo ancora imparare da loro, dovremmo
far tesoro delle loro opere. Possiamo anche correggerli, qualora, alla
luce di una posizione cattolica matura, i loro pensieri ci appaiono errati.
Capisco che ciò possa apparire controverso, ma sia Leone XIII
sia Giovanni Paolo II hanno preso in prestito la nozione lockeiana in
difesa dei diritti di proprietà privata, non soltanto il diritto
alla terra, ma anche alle invenzioni a ai frutti del lavoro. Sia la Rerum
novarum sia la Centesimus annus limitano il diritto dello stato d’intervenire
nell’economia e nella società. Entrambi i documenti hanno
invitato i lavoratori a rigettare il socialismo e l’idea che il
rapporto lavoratore-datore sia fondato sul conflitto, nonché di
abbracciare l’autentica libertà all’interno di una
nozione di società fondata sull’armonia. Questa è
la migliore tradizione del pensiero cristiano: cogliere i semi del vero
da ogni tradizione e ritenere che se qualcosa è vera deve essere
parte di una più ampia comprensione cristiana.
La fede offre la sintesi senza cadere nel sincretismo. Quando si perviene
ad una nuova intuizione, qualsiasi sia la fonte, anche nel caso delle
scienze più rigide, notiamo che la Chiesa non solo fornisce la
struttura intellettuale che legittima il metodo scientifico, ma offre
nel contempo un correttivo morale. Talvolta sono necessari secoli prima
che esso operi in modo autonomo, ma questo è il motivo per cui
dobbiamo consentire alla comprensione cristiana di crescere e svilupparsi,
senza mai ripudiare il passato, dando vita ad una nuova conoscenza sempre
più ampia dell’Unica Verità di Dio.
F.F.: Apro una breve parentesi all’interno della nostra discussione.
Lei ha sollevato l’argomento di Lord Acton; fece bene a premere
contro l’affermazione dell’infallibilità papale al
Concilio Vaticano I?
R.S.: E’ estremamente importante riconoscere che prima del Concilio
non c’era accordo sul significato di quell’affermazione. Anche
durante il Concilio, come ci mostrano gli atti, all’esame dei partecipanti
non fu presentata alcuna bozza. Tutti sapevano che essa era in agenda,
ma nessuno ne conosceva l’ampiezza. Ritengo che ciò sia stato
un errore strategico commesso dalla Curia, poiché causò
confusione, sospetto ed acrimonia inutili.
La posizione di Acton era simile a quella di tanti altri liberali del
tempo: egli riteneva che Pio IX stesse premendo per una definizione d’infallibilità
che non si limitasse alle questioni di fede e di morale, ma che avrebbe
interessato anche le questioni politiche; e che ciò servisse come
pretesto per legittimare le scelte dei precedenti papi su questioni temporali.
C’erano fazioni che credevano che il papa dovesse essere non solo
il leader della Chiesa, ma anche il leader del mondo: Acton considerava
quest’idea intollerabile.
Alla fine non prevalse questa versione e le acque si calmarono. Anche
Acton sosteneva che la versione che prevalse poteva essere letta alla
luce della tradizione, ossia che il papa non può positivamente
insegnare un errore quando parla ex cathedra su questioni di fede e di
morale. Semmai, essa finì per restringere piuttosto che accrescere
il potere dell’ufficio. Al Concilio Vaticano Secondo la dottrina
venne ulteriormente chiarita sviluppando la nozione di collegialità.
Acton era uno storico non un teologo, di conseguenza, durante il Concilio
fu attratto soprattutto dalla sua principale preoccupazione. Tuttavia,
la questione primaria del Concilio non era né politica né
storica, ma teologica, una dimensione che Acton non comprese completamente.
Sotto il profilo teologico, Acton era totalmente ortodosso; si potrebbe
persino dire che a tal riguardo, egli si sottomise i n modo passivo alla
tradizione. In definitiva, fu il Cardinal Newman che dei due ebbe una
comprensione teologica più sofisticata.
Non nego che durante il corso del dibattito Acton agì in modo
poco prudente e si espresse con eccessiva esuberanza. Egli ha giocato
realmente un ruolo nella storia, e si potrebbe dire che qualsiasi cosa
egli abbia fatto, agì sempre con le migliori intenzioni e in sintonia
con la retta coscienza. È una leggenda che Pio IX lo disprezzasse
e che rifiutò di benedire i suoi figli. La nuova biografia di Roland
Hill chiarisce che il papa non lo maltrattò, né tantomeno
si rifiutò di benedire i suoi figli.
F.F.: Ironia della sorte, anche i laici dovranno riconoscere che proprio
il papa sia diventato il principale difensore delle libertà alle
quali Acton ha dedicato la sua intera vita.
R.S.: L’enciclica Centesimus annus, in particolare, si caratterizza
per tale difesa. È apparsa nel maggio del 1991, dopo la fondazione
del nostro l’Acton Institute, per essere esatti, tredici mesi dopo.
Riteniamo che la nostra azione pubblica sia stata opportuna, contribuendo
a collocare quel documento nel contesto di una più vasta tradizione
liberale.
In tale documento, il papa tenta di scoprire le tendenze e i problemi
che il mondo deve affrontare a cento anni dalla Rerum novarum di Leone
XIII. Una delle “cose nuove” che ha sorpreso un po’
tutti è stata la caduta del socialismo. All’interno dei circoli
politici statunitensi, molti ritenevano che avremmo dovuto aver a che
fare per sempre con il comunismo e che i paesi dell’Europa orientale
non si sarebbero mai liberati dal giogo sovietico.
Giovanni Paolo II conosce il comunismo in modo speciale, sia per esperienza
personale sia dal punto di vista filosofico, ed era convinto che esso
non potesse durare. Quando per primo richiamò l’attenzione
su una sola Europa cristiana, molti pensarono che ciò fosse impossibile
o, persino, che fosse una visione mistica. Eppure, oggi possiamo dirlo,
egli non stava sognando, ma anticipando il futuro prossimo.
Una volta caduto il comunismo, si è tentato di dare un’esauriente
spiegazione dei suoi fallimenti spirituali ed economici, oltre ad una
guida morale per il futuro. La Centesimus annus offre entrambi i contributi,
per tale ragione essa è indubbiamente una delle più importanti
encicliche nella storia della Chiesa; e certamente la più importante
tra quelle sociali. Il Santo Padre ha evidenziato l’errore antropologico
del socialismo: esso nega la libertà, non tiene conto dell’iniziativa
personale e rifiuta la trascendente dignità della persona umana.
Qui risiede la più chiara ed ampia affermazione in ordine al merito
del commercio e dell’imprenditorialità.
Inoltre, l’Enciclica offre la più esauriente discussione
sul principio di sussidiarietà mai offerta nella storia dal Magistero
della Chiesa. Si sostiene il vitale principio politico che le questioni
politiche e sociali dovrebbero essere affrontate dalle persone e dalle
istituzioni più prossime ai problemi, con le istituzioni di ordine
superiore pronte ad intervenire solo qualora quelle di ordine inferiore
fallissero. Sicché tale principio trasferisce il carico di responsabilità
alle istituzioni di ordine superiore, mentre è attento ai pericoli
di fortificare, o istituzionalizzare in modo permanente, tali interventi.
Il Santo Padre affronta anche il tema delle due forme di capitalismo.
Uno è fondato sull’etica cristiana, ordina ogni cosa secondo
l’integrale dignità della persona e inquadra le scelte economiche
e culturali all’interno di una cornice giuridica. L’altro
nega tutto ciò e consente al consumismo di essere incontrollato.
Giovanni Paolo II non ama il termine capitalismo e preferisce espressioni
tipo “libera economia” o “economia imprenditoriale”,
che suggerisce alle nazioni fuoriuscite dal comunismo.
Parla di un sistema monetario stabile tre volte, e discute dell’imperativo
morale d’introdurre le nazioni povere nei circuiti della divisione
del lavoro e dello scambio mediante il commercio. Nel leggere tutto ciò,
non puoi non pensare che Giovanni Paolo II non solo comprenda l’economia,
ma che abbia incontrato anche la letteratura della Scuola austriaca di
economia.
F.F.: Parliamo di consumismo ed in particolare di materialismo. Crede
che tali fenomeni siano intrinseci al capitalismo?
R.S.: Il materialismo è un errore ovunque appaia; si può
manifestare anche nel socialismo. Il problema del consumismo può
essere interpretato in vari modi. Lo si riscontra nelle persone che si
identificano con il desiderio di acquistare determinate cose. Tali persone
comprano per mitigare il senso di ansia e, in tal modo, si sentono padrone
della loro vita.
Tuttavia, questo è un problema spirituale che non può essere
risolto dall’azione politica, bensì dal consiglio religioso
e dalla conversione. Un sistema che incoraggi il debito pubblico –
un sistema nel quale la moneta è inflazionata –in teoria
potrebbe liberare le persone dalle conseguenze oggettive del materialismo.
In tutta la mia opera con imprenditori benestanti, devo ammettere che
il materialismo non rappresenta il primo dei problemi. La loro ricchezza
è la conseguenza del desiderio di realizzare un sogno e perseguirlo
in modo inflessibile servendo i bisogni degli altri. Di conseguenza, è
abbastanza tipico che il loro problema non sia il desiderio di accumulare,
bensì l’incapacità di equilibrare il lavoro e la vita
familiare o, come accade a molti, non avere cura della propria anima.
In altre parole, i problemi spirituali dei ricchi imprenditori non sono
poi così diversi da quelli dei lavoratori.
È il caso di ricordare che coloro che chiamiamo poveri, oggi hanno
accesso a molto più benessere materiale di quanto non ne avessero
i ricchi al tempo delle Scritture, i quali spesso erano tali grazie ad
appoggi politici. Quando la Scrittura ci mette in guardia dalle ricchezze,
non intende isolare una particolare voce del reddito e neppure criticare
la dimensione materialistica della ragione. Non v’è dubbio
che la ricchezza induce in tentazioni, tuttavia commetteremmo un errore
se credessimo che il povero è in qualche modo esente dalla tentazione
poiché possiede di meno. La verità è che siamo tutti
incredibilmente ricchi secondo standard storici e lottiamo tutti in direzione
della santità.
San Francesco di Sales ha scritto del bisogno per i ricchi di essere
prudenti nei loro affari come se avessero a che fare con una questione
spirituale. Non è necessario che tutti si privino dei beni per
ottenere la salvezza. Tutti dovrebbero intraprendere il sentiero che conduce
alla salvezza, coerentemente con le proprie virtù e i propri limiti,
e, in definitiva, confidare nella misericordia di Dio. Essere poveri non
significa automaticamente essere titolari del diritto alla vita eterna
in paradiso.
F.F.: A suo parere, qual è il retroterra culturale che ha reso
possibile tale enciclica?
R.S.: Il papa proviene da una tradizione filosofica molto vicina alla
Scuola austriaca. Il filosofo austriaco Franz Brentano del diciannovesimo
secolo è il nonno di due grandi tradizioni: una filosofica ed un’altra
economica. Ricordiamo che Brentano era un prete che lasciò il sacerdozio,
la cui filosofia era radicata nella tradizione aristotelico-tomista, così
come lo erano molti filosofi viennesi del tempo.
Carl Menger, il fondatore della Scuola austriaca di economia, è
stato un collega di Brentano e, in un certo senso, suo studente all’Università
di Vienna. Il pensiero di Menger è direttamente collegato a quello
di Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek, due tra i maggiori difensori
dell’economia libera che fondarono le loro idee sulla natura della
persona umana. Erano persone laiche, tuttavia, soprattutto le opere dell’ultimo
Hayek, hanno a che fare profondamente con questioni che risentono della
secolare influenza cristiana.
L’altra tradizione che scaturisce da Brentano ha meno a che fare
con l’economia, di quanto non ne abbia con la psicologia e la filosofia.
Questo filone di pensiero giunge ad Edmund Husserl, Alfred Schutz ed Edit
Stein. L’esponente moderno di tale prospettiva all’interno
della Chiesa è stato Karol Wojtyla che da professore di filosofia
ha scritto un libro intitolato Persona e atto, dove pone l’accento
sul soggettivismo della persona umana. La struttura generale presenta
le stesse radici tomiste dell’opera di Brentano.
F.F.: Il messaggio è che esiste un filo rosso che consente
di comprendere le leggi dell’economia?
R.S.: Esattamente. Il mercato e il mondo del commercio sono l’espressione
della valutazione umana, della comunità e della solidarietà,
di persone che utilizzano i propri talenti ed abilità mettendoli
al servizio degli altri mediante lo scambio. Questo è ciò
che differenzia la Scuola austriaca dall’approccio economico della
Scuola neoclassica, la quale presume che l’uomo sia niente più
che un homo oeconomicus.
Il timore di tutti i leader cristiani nei confronti dell’economia
è sempre stato che le persone non fossero considerate altro che
esseri in balia delle cieche forze economiche. Dobbiamo riconoscere che
questo timore non si è mai verificato tanto compiutamente come
nei sistemi comunisti che praticavano la pianificazione centrale. Nei
sistemi liberi, invece, la forza è contenuta dalla scelta, dall’opportunità
e dalle possibilità consentite dalla crescita economica.
Ciononostante, esistono settori nella Chiesa dove le persone tentano
d’ignorare la Centesimus. Ho letto documenti della Conferenza Episcopale
che la citano in modo parziale, saltando i passaggi sgraditi. Perché?
In primo luogo perché l’ideologia ha accecato molte persone,
impedendo loro di fuoriuscire da una visione tradizionalista del mondo,
in secondo luogo a causa della loro generale distanza dalla tradizione
di pensiero della quale tale documento è parte. Ho conosciuto persone
che lo hanno candidamente ammesso: “Non capisco questa Enciclica”.
C’è ancora molto da fare.
In un modo o nell’altro, il socialismo era ed è la filosofia
che domina all’interno delle università. Abbiamo perso il
contatto con le nostre radici liberali, ed ironia del destino spetta alla
Chiesa aiutare l’Occidente a riscoprirle.
F.F.: Alcuni ritengono che sarebbe più semplice affrontare
tali questioni se la Chiesa svolgesse pienamente il suo ruolo nella sfera
spirituale, ritirandosi da quella politica e, più in generale,
culturale.
R.S.: Ciò è impossibile. La Chiesa ha una missione nel
mondo poiché è una fede incarnata, una fede nella quale
Dio stesso ha assunto la forma umana. Sicché, non possiamo negare
la dimensione umana e, di conseguenza, politica del Vangelo. Tuttavia,
in assenza di un giusto equilibrio, si rischia di confondersi, sbilanciandosi
ora da un lato, ora dall’altro. Una posizione errata afferma che
dovremmo abbandonare il mondo e fuggire da esso, mentre un’altra
afferma che dovremmo possedere il mondo e rincorrerlo.
Il grande salto nella dottrina cristiana è rappresentato dalla
Dignitatis Humane. Non è insignificante che tale documento rappresenti
il contributo più importante della Chiesa americana alla Chiesa
universale, attraverso l’opera di padre conciliare John Courtney
Murray. La sua opera è stata considerata a lungo marginale, ma
alla fine è stata adottata da un concilio ecumenico. Alcuni non
hanno compreso che il movimento tradizionalista che operò lo scisma
nel 1985 non faceva riferimento unicamente a questioni liturgiche; esso
non accettava l’idea di libertà religiosa, la cui espressione,
alle orecchie dei suoi adepti, appariva riecheggiare i miti della Rivoluzione
francese.
Il malinteso riguarda l’ambito di applicazione dell’idea
di libertà religiosa. Come disse padre Murray, ciò non è
argomento di fede: abbiamo imparato dall’esperienza che la Chiesa
prospera in un’atmosfera libera dall’imposizione. Tuttavia,
tale posizione non è in contrasto con il Sillabo di Pio IX, per
il quale sarebbe un errore considerare la separazione Chiesa-stato l’unica
via possibile; il Sillabo lascia aperta la possibilità che possa
e debba esistere una via più opportuna. Il Concilio Vaticano II
ha confermato che tale possibilità è la realtà di
oggi, in assenza del potere temporale.
F.F.: Ci sono persone che si chiedono come possa funzionare nella
realtà tale libertà religiosa.
R.S.: Molti governi si sentono minacciati quando la religione acquista
molto potere nella sfera della cultura. Quando la religione ne ha troppo
poco, può accadere che le chiese adottino strategie lontane dalla
loro missione evangelica, servendosi della politica per raggiungere i
propri obiettivi. Tuttavia, non credo che ciò possa costituire
un atto d’accusa nei confronti dell’ideale: niente più
dell’assassinio indica l’eticità della vita. Dobbiamo
continuare a combattere per l’ideale della libertà religiosa,
che esiste dai tempi della fondazione e si è progressivamente perfezionato
fino alla metà del ventesimo secolo. I credenti hanno l’obbligo
morale di combattere per la loro libertà, a prescindere da ciò
che fa lo stato.
Ora, la libertà religiosa non esige che diventiamo tutti agnostici.
Al contrario, abbiamo un obbligo morale ad abbracciare la verità.
Tuttavia, se le percezioni delle persone su cosa sia la verità
dovessero confliggere, non cercheremo di sanare tale conflitto con la
violenza o la coercizione, né tantomeno mettendo una fede o l’altra
nel libro paga del governo. Dovremmo esporre le nostre differenze e dibatterle
nella pubblica piazza. Non dovremmo cercare di imporre la verità,
piuttosto la libertà di proporla.
La difficoltà reale risiede nel fatto che lo stato moderno vorrebbe
rimuovere il ruolo della Chiesa nella società e diventare esso
stesso oggetto di culto. La ragione della scomparsa della preghiera dalle
scuole pubbliche non ha nulla a che fare con il giusto rispetto per i
non credenti, bensì con la pretesa che lo stato etico non abbia
concorrenti. Lo stato moderno rivendica per se stesso il diritto di interferire
nella coscienza religiosa. La cosa migliore che potrebbe accadere oggi
ai credenti è che lo stato abbandoni la sua presunta divinità
e consenta una maggiore libertà religiosa. Ma perché ciò
accada è necessaria una nuova filosofia politica.
F.F.: Un’altra presunzione contro il cristianesimo è
che esso sarebbe incompatibile con una vivace cultura artistica e intellettuale.
R.S.: Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una caricatura disegnata
dall’Illuminismo, un’epoca che ha donato al mondo una più
matura comprensione della libertà umana, ma, purtroppo, lasciando
dietro di sé un marcato secolarismo. La verità è
che in qualsiasi ambito si indaghi, che sia l’architettura o la
scienza, si possono rintracciare le origine cristiane. Per questi argomenti,
raccomando vivamente la straordinaria opera di Lord Acton che seppe mostrare
le origini cristiane della libertà e della civiltà.
Persino l’Inquisizione, per quanto fosse inaccettabile e disumana,
ha rappresentato un modello processuale nel quale figurava l’onere
della prova e la possibilità di dimostrare la sua falsità.
Non v’è dubbio che fosse un sistema primitivo, ma rispetto
a cosa? Al di fuori del cristianesimo tali istituti non esistevano affatto.
C’era la violenta legge della folla o il dettame del puro arbitrio.
Nel guardare alla storia, non dobbiamo assolutamente indebolire il nostro
standard etico, ma, nel contempo, sarà utile considerare il contesto
storico ed evidenziare il progresso, ove appaia dallo studio della storia.
La storia del cristianesimo è una storia di progresso e sviluppo,
nonostante gli ostacoli e le regressioni lungo la via, un processo grazie
al quale siamo diventati più coerenti con il fulcro antropologico,
filosofico e spirituale della fede.
F.F.: Tuttavia Acton non fu mai un acritico apologo del ruolo del
cristianesimo nella storia.
R.S.: In un certo senso egli ha rappresentato la coscienza critica cristiana
del suo tempo. Egli nell’Inghilterra vittoriana scriveva dell’urgenza
morale della Chiesa di chiudere con gli errori del passato in ambito temporale.
In un certo senso, comprese realmente l’esigenza che la Chiesa fosse
un baluardo moralmente responsabile contro ogni ingiusto atto di coercizione
nella storia.
Il giorno del perdono indetto da Giovanni Paolo II durante l’anno
del Giubileo si può leggere anche come una vittoria di Acton. Il
fatto che la Chiesa, dopo un secolo di comunismo e di incomparabile terrore
omicida da parte dello stato laico, senta ancora il bisogno di offrire
un atto di contrizione per i comportamenti di alcuni suoi esponenti del
passato, rappresenta una testimonianza di fede. Tutto ciò è
un bene ed un esempio per il mondo.
Nel contempo, bisogna ricordare che Acton scriveva prima delle atrocità
del comunismo e del nazismo, sebbene egli intravedesse l’enorme
sofferenza umana che il collettivismo avrebbe portato. La sua speranza
era che la Chiesa chiarisse la sua coscienza affinché fosse nella
posizione ideale per additare al mondo i crimini ovunque e da chiunque
fossero stati commessi. Nella nostra epoca credo che possiamo essere soddisfatti
di come la Chiesa difende i diritti umani.
È interessante notare il modo in cui la mentalità laica
è severamente critica nei confronti della Chiesa, anche dopo aver
fatto i conti con la realtà del comunismo, la più colossale
manifestazione del male che la nostra generazione abbia conosciuto, restano
muti di fronte a temi come l’aborto ed agli attacchi contro l’etica
della vita tipici dei nostri giorni. Tale ipocrisia rivela un astio nei
confronti della religione.
F.F.: In più di un’occasione lei ha rilevato che il mondo
accademico contemporaneo in gran parte rigetta le verità della
fede ed irride la morale cristiana.
R.S.: A dar vita e sorreggere una tale realtà è una sorta
di presunzione intellettuale. Gli intellettuali nel campo delle scienze
sociali presumono di conoscere le motivazioni che sottendono l’agire
e le trasformazioni che riguardano le questioni umane. Senza alcuna eccezione,
nella storia del mondo non esistono società che in un modo o nell’altro
non hanno conosciuto la dimensione religiosa. Per questa ragione le persone
hanno una naturale inclinazione a cercare anche in modo autonomo una qualche
forma di trascendenza. Il modo in cui essi la raggiungono ci rivela i
presupposti fondamentali che guidano le trasformazioni culturali, sociali
ed economiche. Sono veramente pochi gli intellettuali la cui cultura religiosa
vada oltre le crociate e le streghe bruciate.
È altrettanto vero che studiosi i quali affrontano la fede in
modo serio, e la indicano come un’importante fonte di verità,
non sono considerati rigorosamente scientifici e trattati come gente che
si agita per cose irrilevanti. La cultura moderna rigetta ferocemente
l’idea che le radici delle civiltà siano di natura religiosa.
Nell’accademia è come se la deliberata ignoranza di una primaria
forza della storia umana fosse motivo d’orgoglio. Perché?
Credo sia una sorta di ribellione contro la moralità e una massificazione
del peccato originale: il desiderio di produrre con le proprie mani uno
standard etico che si conformi ai propri desideri e alle proprie azioni.
Senza alcun riguardo alla fonte, tra i tanti effetti negativi rileviamo
che gli intellettuali moderni si rifiutano di apprendere qualsiasi cosa
dai teologi e dagli storici la cui impostazione sia religiosa. D’altro
canto, i teologi e i professori dei seminari si sentono estranei dal filone
dominante della comunità accademica, cosicché è altrettanto
improbabile che ne colgano la rilevanza scientifica.
Ricordo che mentre parlavo ad un gruppo di economisti, un premio Nobel
contestò la mia visione religiosa. Ho dovuto ricordargli che la
sua professione era stata fondata da alcuni preti ben formati negli studi
teologici. Similmente, tra tanti conservatori esiste la pretesa che l’autorità
religiosa si traduca immediatamente in saggezza politica ed economica.
La verità è che dobbiamo comprendere sia le fondamenta religiose
della scienza economica, sia la scienza in se stessa come campo d’indagine
legittimo e indipendente dal quale tutti i credenti possono imparare.
F.F.: Crede che la vita intellettuale sia un argine contro l’arroganza?
R.S.: La presunzione di conoscere è un problema antico, e certamente
gli studiosi ne sono particolarmente esposti. Tuttavia, questa attitudine
oggi è completamente fuori controllo poiché la teologia,
in quanto disciplina, è decaduta. Abbiamo una situazione molto
diversa dal Medioevo, quando le università erano un luogo di grande
scambio interdisciplinare e quando la teologia era considerata una sorta
di ombrello intellettuale per tutte le altre scienze.
Dal momento che non è più così, i controlli sul
perpetuarsi della follia intellettuale sono stati rimossi. Osserviamo
un tale certificato non senso, camuffato da scienza. Ecco un esempio:
esiste un movimento intellettuale che sostiene che uno psicologo che intraprenda
una relazione sessuale con la propria paziente adotterebbe una legittima
terapia, oppure il movimento impegnato per la legittimazione morale della
pedofilia. Nel contempo assistiamo a pseudo religioni che, passando per
la porta di servizio, si riciclano in movimenti ambientalisti, new-age
e tante altre sette.
F.F.: Quali di queste tendenze sono nuove e quali semplicemente una
riproposizione di antichi errori?
R.S.: L’eresia, per usare un termine chiaramente fuori moda, ma
che ha un preciso significato nella storia delle idee, è presente
in ogni epoca. Tuttavia, credo che nella nostra epoca la questione sia
differente. La tendenza è a rigettare anche la possibilità
di un’etica oggettiva, per affermare che non esiste nulla di universale.
Se escludiamo un manciata di sette demoniache del quindicesimo secolo
che credevano che non ci fosse alcun bisogno della legge, o che non ci
fosse alcuna differenza tra la licenza e la moralità, nulla di
simile troviamo nell’antica Roma e nel corso di tutta la storia
del cristianesimo. Queste sette scomparvero rapidamente.
Ed oggi? Le persone sono incoraggiate ad identificare il proprio comportamento
con la moralità, trascurando completamente l’idea che esiste
un oggettivo standard morale verso il quale si dovrebbe tendere. Siamo
incoraggiati a forgiare una moralità fatta su misura per noi stessi
e la conseguenza pratica è che non esiste alcuna morale autonomamente
scelta, così lo stato, attraverso le sue leggi, rischia di parlare
al vento.
Nei racconti di un tempo si ascoltava una frase ricorrente: “Io
sono un pessimo cattolico”. La loro evidente ipocrisia rappresentava
il pedaggio da pagare per l’esistenza della virtù. Oggi,
invece, non esistono più “cattivi cattolici”, ma “cattolici
dissenzienti”. Sono persone per le quali la loro situazione non
rappresenta un problema da superare, ma una protesta contro l’autorità.
Tuttavia, di nuovo, l’assenza di un sistema plurimo di autorità
incoraggia la nascita di una singola autorità quale ad esempio
lo stato.
F.F.: E’ chiaramente il caso del sistema socialista, che ha
elevato ad ideale l’idea dell’uguaglianza sotto un’unica
autorità.
R.S.: Il socialismo è un ottimo esempio di mito che, sulla base
della pura evidenza, sarebbe dovuto scomparire da tempo. Ed invece sopravvive
perché l’ideologia socialista incarna tutti gli errori ai
quali gli intellettuali oggi sono esposti. Incoraggia uomini brillanti
ad immaginarsi dirigenti e pianificatori sociali che ridisegnano la natura
umana in ossequio ai propri sogni. Sostiene la possibilità di ottenere
una conoscenza segreta, che si esprime sotto forma di piani centrali,
posseduta dai pochi titolari del diritto di realizzare i loro sogni. Ci
dispensa da nozioni apparentemente noiose come la dignità umana
e i diritti umani.
È inoltre interessante considerare le due forme di socialismo
ancor oggi in vita. Il primo considera il mondo materiale come l’unica
realtà e tutto ciò che è esterno ad esso come un
mito. Tale è la forma convenzionale del socialismo pseudo-scientifico
rintracciabile nei dipartimenti di scienza della politica. L’altro
guarda il mondo materiale come il male assoluto ed incoraggia l’adozione
della povertà e dell’ascetismo per amore dell’ambiente.
Esso è fondato sull’astio nei confronti della tecnologia,
dell’industrializzazione e del commercio.
In questo bizzarro ed ideologico oscillare tra il materialismo estremo
e lo spiritualismo estremo, perdiamo di vista la prospettiva cristiana,
come è stata descritta in un’opera seminale del cristianesimo
delle origini, La città di Dio di Sant’Agostino. Invece di
vedere il mondo come una creatura di Dio ed un bene dato all’uomo,
e vedere la persona umana come la più alta creatura di Dio, oscilliamo
tra l’adorazione ed il disprezzo del mondo.
La ragione di ciò risiede nel moderno gnosticismo che possiamo
chiamare socialismo. Gli studenti che ascoltano devotamente i loro professori
sono convinti di scoprire chissà quali segreti, ed invece ascoltano
falsità e bugie. Non c’è da meravigliarsi se oggi
gli studenti terminano i corsi universitari privi di quella saggezza che
originariamente ispirò i fondatori delle università.
F.F.: Come intende rispondere l’Acton Institute a questo problema?
R.S.: In parte la nostra mission è di riproporre in forma moderna
l’antico spirito accademico. Tentiamo di abbattere il muro che impedisce
la comunicazione tra il mondo laico e quello religioso. Non possiamo ovviamente
riesumare l’Università di Salamanca del XVI secolo, tuttavia,
possiamo servirci di tutti i mezzi tecnologici e finanziari disponibili
per offrire un insieme di infrastrutture di appoggio al lavoro di ricerca
di chi condivide e vive la fede.
Tali persone sovente si trovano nel bel mezzo della battaglia culturale;
così se intendono vivere la fede nella professione, esponendo seriamente
le loro idee, devono cercare all’esterno i canali indipendenti per
formarsi. Offriamo canali editoriali e di discussione per studenti i quali
possono apprendere da professori che, ad esempio, non hanno eretto barriere
tra l’economia e la religione.
Condividiamo l’antico modello scolastico in base al quale tutte
le verità sono in ultima istanza collegate all’unica Verità,
e tentiamo di applicare tale idea in tutti i nostri programmi, soprattutto
nel campo dell’economia e delle politiche sociali. In un certo senso,
la separazione tra la sfera del sacro e quella del profano nel campo della
conoscenza si è spinta troppo in là.
Gli scolastici credevano che operando nella ricerca, in astronomia, ad
esempio, scoprivano qualcosa in più su Dio, così come fanno
i teologi. Lo stessa cosa succedeva con lo studio dell’economia.
Quando San Bernardino scriveva i suoi sermoni sul valore della moneta,
nell’atto di testimoniare la fede, era convinto di operare nell’ambito
del diritto naturale del quale Dio è l’autore.
Se qualcuno svolge bene il proprio lavoro in ambito politico, sociale
o economico, scopre nuovi aspetti su come funziona il mondo creato da
Dio. Egli scopre nuove applicazioni della legge naturale, come dovrebbe
essere. Quando introduciamo la dimensione etica, diamo vita ad un’indagine
teorica ancor più ricca. Troppo spesso pensatori credenti operano
distanti dagli scienziati sociali, così come questi ultimi si tengono
ben distanti dal pensiero etico-religioso. Il modo per ottenere una più
che dignitosa riconciliazione è far incontrare le due sfere in
un’atmosfera di libera ricerca intellettuale.
F.F.: Tuttavia sono in pochi colori che, avendo conosciuto l’Acton
Institute, lo considerano un luogo di puro sollievo intellettuale.
R.S.: Lo spirito è di ridestare una visione di società
più armoniosa, ma nella nostra epoca le implicazioni sono certamente
uniche. Cerchiamo di mettere insieme il meglio che la modernità
ci offre, nel campo della tecnologia, dell’insegnamento sociale
e delle scienze sociali. Non dobbiamo temere di piombare nei circoli culturali
dove le nostre idee non sono condivise. Non dobbiamo temere di entrare
negli ambienti teologici dove il moderno pensiero economico non è
ammesso. Ad oggi, io sono la persona più anziana che opera nell’Acton
Institute, dunque è impossibile considerarlo la casa di agitatori
matusa estranei alla realtà del mondo.
Il modello della nostra spiritualità è l’incarnazione,
così come dovrebbe essere anche il modello della nostra strategia
intellettuale. È esattamente ciò che ha fatto il Signore:
il Vangelo di Giovanni ci dice che egli venne nel suo tempo. Anche noi
viviamo la nostra epoca avendo determinati obiettivi, e disprezziamo quelli
inutili all’ultimo giorno. Viviamo in un’epoca di progresso
economico e di risveglio spirituale ed abbiamo bisogno di punti di riferimento
per mettere in relazione i due momenti. Non v’è dubbio che
può rivelarsi un’opera frustrante. Gli ambienti religiosi
non sono sempre felici di avere a che fare con le complicazioni della
scienza e del pensiero economico avanzato, e non v’è dubbio
che Wall Street raramente è disposta ad ascoltare chi sostiene
che esistono degli obblighi morali che oltrepassano il livello minimo.
Tuttavia, il nostro compito non è di crescere ed educare uno sparuto
gruppo di reduci, convinti di avere sempre ragione e che tutti gli altri
hanno sempre torto. Ho sempre sostenuto che una delle nostre priorità
fosse diffondere un messaggio, coinvolgendo il maggior numero di persone
possibile, in tutti i modi possibili. Se questo significasse dover scrivere
per il “New York Times”, o intervenire ai programmi radiofonici
e televisivi, non dovremmo tirarci indietro. Ciò è senz’altro
positivo, dal momento che una ci aiuta ad essere responsabili e costantemente
consapevoli degli ostacoli che abbiamo di fronte. Anche per noi è
questo il nostro tempo, anche se, o specialmente se, non siamo bene accetti.
È veramente un bel momento da vivere.
F.F.: In questo tempo che viviamo, quale crede sia la tendenza più
incoraggiante?
R.S.: Dal punto di vista politico, la caduta del comunismo è stata
incredibilmente bella da vedere. Negli stessi mesi nasceva l’Acton
Institute, proprio mentre assistevamo alla caduta del Muro di Berlino.
Molti oggi non ricordano più la guerra fredda, ma in quei giorni
vivevamo tutti sotto la minaccia dall’annullamento nucleare, giorni
durante i quali la sicurezza universale dipendeva dalla saggezza e dalla
prudenza dei nostri governanti. Queste minacce sono scomparse non appena
è finita la guerra fredda. E quando pensiamo alle nuove libertà
che oggi hanno il popolo russo, dell’Europa orientale e dell’America
Latina non possiamo non esultare e sentirci incoraggiati.
Non dobbiamo dimenticare che la forza che ha reso possibile ciò,
più che di natura politica ed economica, è stata di natura
religiosa. Il sistema economico socialista non ha funzionato per decenni
ed è diventato sempre più difficile ignorare una simili
realtà. Il sistema socialista era ufficialmente ateo, dichiarando
guerra non solo alle leggi economiche, ma anche alle istituzioni religiose.
Un tale sistema non poteva durare.
Dopo la caduta abbiamo scoperto nuove opportunità di evangelizzazione
in tutto il mondo, come pure inedite opportunità per il dialogo
ecumenico su questioni politiche e teologiche. Il movimento ecumenico
non è più dominato da un gruppo di teologi eterodossi che
si rivolge ad un altro gruppo di teologi eterodossi. Attualmente, credenti
ortodossi, provenienti da differenti tradizioni, lavorano insieme su questioni
come l’aborto, i diritti umani ed altre che investono i campi dell’etica
e della sessualità.
Nel campo dell’economia non ci sono valide alternative all’economia
di mercato, che, si comprende bene, è il meccanismo più
produttivo che il mondo abbia mai conosciuto per elevare il livelli di
vita per tutte le classi sociali, e permettendo a ciascuno di partecipare
al processo economico a qualsiasi livello. Ciò che non ancora capiamo
è che il mercato rappresenta qualcosa di più di un mero
sistema di organizzazione della produzione e della distribuzione; è
la manifestazione dell’umana volontaria interazione, una dimensione
della solidarietà umana, una fonte per garantire il diritto all’iniziativa
economica.
Tutte queste cose sono accadute nella storia recente e ci consentono
di essere più che fiduciosi per il futuro. La Speranza, non dobbiamo
mai dimenticarlo, è una virtù cristiana, che dobbiamo coltivare
affinché nell’agire possiamo sviluppare la giusta prospettiva,
vocazionale e spirituale.
F.F.: La principale critica rivolta alle società post comuniste
è che esse sono cadute da un errore all’altro: da un comunismo
ormai indebolito ad un capitalismo decadente.
R.S.: Nel sostenere tali osservazioni sul capitalismo così come
si manifesta, dobbiamo formulare in modo rigoroso le nostre critiche ed
indirizzarle non ad un sistema di libera economia in quanto tale, quanto
ai valori di coloro che dissipano tale libertà. L’etica capitalista
deve essere temperata dalla tradizione, dalla moralità, dal rispetto
per i consolidati costumi del passato e da un attivo impegno civico. La
verità economica sull’uomo è vera, sebbene
non sia tutta la verità. Il mercato non ha in sé una logica
morale, questa gli viene offerta dalla fede.
Non dovremmo disprezzare il desiderio umano di vivere in modo migliore.
Elevare il livello di vita è coerente con la promozione dei diritti
umani e della dignità umana. Da anni discuto con alcuni pensatori
credenti, i quali ravvisano nella vocazione imprenditoriale qualcosa d’indecente
o, comunque, la mera creazione di ricchezza mediante l’intuizione
capitalista. Nel contempo, le Sacre Scritture e gli autori di testi spirituali
ci ricordano che il benessere e il livello di vita non sono mezzi atti
alla salvezza.
Stranamente, coloro che condannano la ricchezza spesso lo fanno perché
la considerano loro stessi un fine, un fine non degno di essere perseguito.
Ne riconoscono la superficialità. Tuttavia, possiamo considerare
la ricchezza anche in modo diverso. Intendere la ricchezza come un mezzo,
ci consente di considerarla un modo per accrescere la conoscenza e la
condizione umana mediante la carità, l’investimento e la
filantropia. Sarebbe tragico se colui che ha appena concluso un grande
affare credesse che la sola ricchezza costituisca lo stato finale. La
ricchezza può essere cieca, ma anche un mezzo per compiere grandi
opere. Dipende dall’uso che ne facciamo.
F.F.: Quali pericoli associa all’avvento delle nuove tecnologie,
se ne ravvisa alcuno?
R.S.: Se ci avviciniamo alle nuove tecnologie come degli analfabeti morali,
avremo dei problemi. Ma i problemi non sono insiti nella tecnologia. Il
problema è di natura morale. La tecnologia non ci dice quali sono
le priorità o come agire. Essa ci offre soltanto la possibilità
di fare ciò che vogliamo in modo più efficiente. Di conseguenza,
trovandoci di fronte ad inedite alternative e a nuovi mezzi senza un retroterra
morale, il risultato è il caos etico.
Ad esempio, con internet si è semplificato l’accesso a prodotti
moralmente impuri. Tuttavia, nella società è sempre esistita
la disponibilità di prodotti moralmente impuri e non ci libereremo
mai dal bisogno di scegliere tra bene e male. L’avvento di internet
non modifica affatto la natura di quella scelta, e ciò perché
la libertà, che permette il progresso tecnologico, deve essere
inquadrata all’interno di una cornice morale.
Il progresso tecnologico ha assistito alla diffusione dell’odio
e del vizio, ma anche alla diffusione del Vangelo; non esistono inediti
problemi morali oggi. Sono i problemi morali di sempre che si manifestano
in nuove situazioni. Il problema di internet non risiede nel fatto che
diffonde rapidamente i prodotti, ma nella concupiscenza. Coloro che credono
di poter restringere in qualche modo la sua portata attribuendo al governo
il potere di censurare si accorgeranno che tale posizione si ritorcerà
contro di loro. I genitori saprebbero fare sicuramente meglio.
Come coloro che fanno dipendere dalla tecnologia la rovina o la salvezza
sociale, si consideri che alcuni ritenevano che il telefono avrebbe condotto
alla fine del linguaggio scritto. Altri credevano che esso avrebbe portato
alla fine dell’isolamento. Invero, raramente la tecnologia genera
trasformazioni rivoluzionarie e non ha mai alterato la natura umana; non
può far altro che portare cambiamenti pratici nel nostro modo di
agire giorno per giorno.
F.F.: Il suo giudizio sull’etica nel modello capitalistico sembra
rimandare sempre alle scelte della persona agente.
R.S.: Quotidiani, riviste e manuali sono pieni zeppi di riferimenti alla
business ethics e all’etica sociale, tuttavia, se si presta
attenzione alla terminologia, ci si accorge che non sono altro che codici
che descrivono particolari forme di interventismo statale. Forse non sempre,
ma spesso. Ritengo che sarebbe più utile considerare l’etica
degli affari e l’etica sociale, comunque le si voglia chiamare,
come un’estensione dell’etica personale.
La persona è contemporaneamente un’entità individuale
e sociale, che agisce per se stessa non senza conseguenze per la vita
degli altri. L’integrità della nostra vita necessita lo svolgimento
di queste due dimensioni della nostra natura. Qualsiasi struttura politica
ed economica deve fare i conti con questa realtà. Ecco perché
tanto l’individualismo radicale quanto il collettivismo sono contrari
alla nostra natura. Se si vuole una buona business ethics, si deve
coltivare una buona etica personale. Se si vuole la giustizia sociale
e un’etica sociale, è necessario coltivare la morale ai livelli
più bassi della società. In questo senso, non v’è
dubbio che tutto è riducibile alla persona umana.
F.F.: Non abbiamo ancora parlato del movimento ambientalista che sembra
aver conquistato il favore di ampi settori del mondo cattolico.
R.S.: Non mancano le ragioni per una seria ricerca di un’autentica
eco-spiritualità. Alcuni di questi movimenti svolgono un’importante
funzione. Nella storia del cristianesimo San Francesco è colui
che ha espresso il suo amore a Dio amando le sue creature, ma spesso si
dimentica che San Francesco non è soltanto il protettore degli
ambientalisti, ma anche dei commercianti. Il commerciante ha la responsabilità
di prendersi cura delle risorse della natura e tradurle in uso produttivo.
L’eco-teologia presenta una spiritualità non incentrata
sulla persona umana, ma su altri elementi, presuppone che esista un inconciliabile
antagonismo tra l’uomo e la natura e che in questo conflitto l’uomo
sia predestinato a soccombere. Alcuni ambientalisti radicali sostengono
che l’ambiente sarebbe meglio tutelato se l’uomo si estinguesse
ed ignorano la crudeltà insita in un ambiente selvaggio.
Tutto ciò non è altro che una forma di neo manicheismo,
che poi si riduce ad una versione dello gnosticismo. I manicheismi considerano
un male alterare la natura. I loro sacerdoti sedevano ai piedi delle piante
e attendevano che i frutti cadessero. Per questo motivo, il voler creare
un legame tra un certo ambientalismo e il cristianesimo rappresenta una
teoria realmente folle e irrazionale. L’Acton Institute ha tentato
di opporsi alla propaganda dell’ambientalismo di sinistra e al suo
tentativo di battezzare ciò che appare un’idea pagana. In
tal senso abbiamo ottenuto un certo successo.
Ricordo di essere stato in Nicaragua dopo l’era comunista. Violetta
Chomorro era stata appena eletta presidente e alcuni dimostravano in strada.
Andai a parlare con loro, videro che ero un prete, ma non sapevano che
ero lì come amico di Chomorro. Chiesi cosa avrebbero fatto adesso
che il comunismo non era più al potere. Uno mi rispose: “Torniamo
negli Stati Uniti per impegnarci nel movimento ambientalista”.
In quel momento compresi l’intero scenario. Questo movimento non
era altro che un’ulteriore manifestazione di un antico fenomeno.
I sostenitori e gli attori sono diversi, ma il gioco non cambia: l’idea
marxiana che la società è dominata dal conflitto e dall’ostilità,
all’inizio il conflitto interessava i lavoratori ed i capitalisti.
Dal momento che tale idea sembra aver perso valore, il modello marxista
è stato modificato affinché possa essere applicato ad un
altro tipo di conflitto: quello tra uomo e natura. Così come le
femministe applicano la stessa nozione di conflitto nel rapporto uomo-donna.
Ciò rappresenta, dal punto di vista della tradizione ebraico-cristiana,
un totale ripudio del modo di vedere il mondo e di interpretarne la storia.
F.F.: Qual è la prospettiva biblica sull’ambiente?
R.S.: Meditando le Sacre Scritture scopriamo che la persona è
chiamata a dominare la natura attraverso l’intrapresa e la proprietà.
Con Sant’Agostino ci imbattiamo nella prima forma di interpretazione
cristiana: egli ha esplicitamente rifiutato l’idea che piante ed
animali abbiano diritti uguali a quelli degli uomini. Ha ridicolizzato
l’idea che chi uccide un animale commette un omicidio. Gli animali
non hanno diritti, ma non dobbiamo abusare di loro, dal momento che ciò
svilirebbe noi stessi.
Esiste una interdipendenza naturale tra il capitalista e il lavoratore.
Tra gli uomini e le donne, tra la persona e la natura. È nel nostro
interesse avere un ambiente pulito, ma le modalità devono coinvolgere
la creatività e l’intelligenza umana. Quando si ostacola
la conoscenza, si distorcono i valori e si motivano le persone ad abusare
dei beni relativamente scarsi, oltre a favorire la sovrapproduzione di
beni che non hanno alcun valore. Ecco la fonte di molti problemi di oggi
legati all’ambiente.
Ora, dal momento che la terra è del Signore, è qui che
entra in gioco la religione. Dobbiamo usufruire delle bellezze della natura
con rispetto, consapevoli che devono essere utilizzate con saggezza in
armonia con la nostra intelligenza e ragione. Il che rappresenta un corollario
del diritto alla proprietà privata delle risorse, mentre il movimento
politico conosciuto come ambientalista è impegnato a restringere
la capacità dell’uomo a possedere, controllare e rispettare
l’ambiente.
Ogni giorno, nel dire la Messa, durante la Consacrazione, parlo del pane
e del vino come “il frutto del lavoro dell’uomo”. È
estremamente significativo che nostro Signore non abbia usato una spiga
di grano e un grappolo d’uva durante l’ultima Cena, prodotti
allo stato naturale. Egli ha usato prodotti trasformati dall’opera
dell’uomo mediante un processo produttivo, ed infine, trasformati
ancora dal Suo potere nel Corpo e ne Sangue di Cristo.
F.F.: L’ambientalismo esasperato potrebbe apparire un’affascinante
eresia dei nostri tempi, così come negli anni ‘80 la Teologia
della Liberazione?
R.S.: In molti credevano che si trattasse di un nuovo modo di fare teologia
e si è finiti per insegnarla in quasi tutti i seminari. Sono stati
venduti migliaia e migliaia di libri scritti dai suoi teorici. I movimenti
di guerriglia dell’America Latina si fondavano su quell’idea
di conflitto di cui parlavo prima, che rappresenta un ulteriore esempio
di battezzare il marxismo. Poi, improvvisamente, tutto è crollato.
È stata rigettata sotto il profilo intellettuale, ed oggi è
considerata come una breve parentesi nella storia delle idee religiose.
Accadrà lo stesso con l’ambientalismo.
F.F.: Altri movimenti combattono il lavoro minorile e la povertà
del terzo mondo.
R.S.: Questi argomenti hanno a che fare con il tema dello sviluppo economico
generale, un tema che richiede molto studio e una profonda riflessione.
Purtroppo molti leader religiosi lo considerano un problema di diritti
umani che andrebbe risolto con il diritto internazionale e la generosità.
La verità è che se osserviamo un qualsiasi periodo della
storia nel quale si è assistito ad un grande progresso nel campo
della medicina e del benessere in generale, ci accorgiamo che a fare la
differenza è stato il contributo produttivo dell’economia
di mercato. Se consideriamo l’accesso alle cure mediche, al cibo,
al vestiario, ai trasporti, gli ultimi centocinquanta anni rappresentano
una considerevole fuoriuscita dalla povertà. Se fossimo seriamente
intenzionati ad estendere gli effetti a quelle aree che non sono state
ancora interessate dallo sviluppo, dovremmo innanzitutto ammettere che
neppure la migliore organizzazione caritatevole del mondo potrà
fare più delle imprese; non vi è alcun dubbio.
Quei Paesi poco sviluppati dove i giovani lavorano nei campi sono dominati
da forme mercantiliste di governo. L’esistenza di multinazionali
all’interno dei loro confini è il segno positivo che quei
Paesi hanno iniziato un fermento per individuare il modo in cui fuoriuscire
dalla povertà, mediante il processo di sviluppo. L’avvio
di tale processo coinciderà con inedite opportunità lavorative.
La ricchezza consente ai giovani di andare a scuola piuttosto che a lavorare.
I Paesi capitalisti sviluppati trovano che il lavoro qualificato, ai fini
produttivi, vale più del lavoro generico, ecco perché molti
giovani comprendono che c’è qualcosa di meglio da fare che
lavorare a tempo pieno. Purtroppo, molti di questi poveri Paesi non possono
permettersi un simile lusso, così che l’alternativa per i
giovani non è la formazione, ma la povertà e l’inedia.
Le persone scelgono di lavorare in condizioni che noi consideriamo intollerabili,
ma ciò riflette la stadio di sviluppo di quei Paesi.
F.F.: Gli Stati Uniti sono in qualche modo responsabili per le condizioni
di povertà e di sottosviluppo di quei Paesi?
R.S.: Non v’è dubbio. Abbiamo un sistema tariffario e di
regolamenti concepito per escludere i prodotti del terzo mondo e per punire
le società americane che si stabiliscono in quei Paesi ed aprono
lì delle aziende. Ciò non danneggia soltanto i consumatori
americani, ma ostacola anche lo sviluppo di quei Paesi. Tutto ciò
è evidentemente immorale. Se riducessimo gli ostacoli al commercio,
assisteremmo ad un’esplosione della ricchezza; al momento, la retorica
americana liberoscambista è in contraddizione con la realtà
protezionista.
Mi lasci aggiungere un punto sulle sanzioni, poiché si collega
a quanto appena detto. Attualmente gli Stati Uniti le hanno imposte, piccole
o grandi, a più di un centinaio di Paesi. Sono state particolarmente
severe contro la Yugoslavia, Cuba, la Libia e l’Iraq, dove, secondo
le stime delle Nazioni Unite, l’embargo avrebbe causato la morte
di mezzo milione di bambini sotto i cinque anni.
Le sanzioni non servono ad ottenere un obiettivo politico. Chiunque sia
il despota nei confronti del quale dirigiamo il nostro biasimo, in quanto
demone internazionalmente riconosciuto, l’embargo finisce per offrire
una leva essenziale al mantenimento del potere. Ad esempio, le sanzioni
americane contro Cuba rinforzano la propaganda di Fidel Castro. Inoltre,
le sanzioni sono immorali poiché puniscono le persone e non i governi.
Ho visitato in lungo e in largo Cuba, la Cina e altri Paesi con regimi
autoritari, e mai una sola vittima di quei governi mi ha detto: “Sono
grato agli Stati Uniti per aver imposto un embargo commerciale”.
Non escluderei le sanzioni in tempo di guerra, ma devono essere limitate
nel tempo e concepite per un fine specifico. Non devono generare inutili
ostilità. Dobbiamo sempre ricordare che il commercio è alla
base dei nostri rapporti culturali con quei Paesi, e l’unica speranza
che quei popoli hanno per migliorare le loro condizioni di vita. Il commercio
porta con sé la speranza di rafforzare le istituzioni civili capaci
di generare movimenti politici contro il dispotismo. Quanto alla mia posizione,
se le sanzioni americane avessero ucciso un solo bambino innocente sarebbe
una ragione sufficiente per toglierle. È un antico principio dell’etica
cristiana che i non combattenti non devono mai essere vittime di guerre
tra i governi.
F.F.: Qual è la sua opinione sulle organizzazioni internazionali?
R.S.: Nel dibattito generale sulla globalizzazione spesso si dimentica
una fondamentale distinzione: esiste una globalizzazione buona e creativa
che nasce dal commercio e dall’intensificarsi del processo di mercato
ed una distruttiva imposta dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca
Mondiale e da altre organizzazioni di questo tipo. È fondamentale
riflettere sui danni causati da queste organizzazioni in nome del bene
comune. In Cina ho visitato chiese clandestine che cadranno in rovina
a causa di un progetto della Banca Mondiale che non sarebbe mai stato
intrapreso se a prendere le decisioni fossero stati imprenditori privati.
Le organizzazioni internazionali condividono uno stile keynesiano di
management economico. Il loro pacchetto di proposte per il terzo mondo
normalmente comprende la richiesta di estinzione dei debiti mediante l’inasprimento
del carico fiscale. Ora, capire che l’unica cosa della quale i paesi
poveri non hanno alcun bisogno è tale inasprimento richiede solo
un po’ di buon senso, eppure è esattamente ciò che
si verificherà, una volta adottate le politiche del Fondo Monetario
Internazionale. Il FMI condiziona i prestiti alla piena adesione dei suoi
piani; tuttavia, troppo spesso, tali piani sono d’aiuto solo se
l’obiettivo è di rafforzare i comitati di controllo. Se ciò
che si ricerca è la prosperità, bisogna intraprendere un’altra
via. A questo proposito, rimando vivamente all’opera di Hernando
De Soto.
Riconosco che parte del mondo cattolico sia stato un po’ superficiale
nel trattare la questione del debito del terzo mondo. In linea generale,
l’idea era che i debiti andavano rimessi, ma alla fine il Vaticano
ha compreso ciò che il FMI non ha capito: l’estinzione del
debito non rappresenta una via praticabile. L’unica via praticabile
è di aggredire il debito indirettamente, rafforzando la complessiva
struttura economica attraverso il commercio e gli investimenti. Questo
è un aspetto che non è stato sufficientemente trattato dalle
organizzazioni internazionali.
F.F.: Forse il settore imprenditoriale ha un dovere morale che bisogna
evidenziare.
R.S.: È proprio così, ma innanzitutto il settore imprenditoriale
necessita di essere educato a farsi carico di questi problemi. Nel giudicare
il rapporto imprenditori, dirigenti e libera impresa, siamo portati a
considerare i primi come entità astratte. Non è sempre così.
È molto probabile che essi ignorino del tutto il senso e la prospettiva
della loro vocazione imprenditoriale. Sono abituati a sentirsi dire dai
media e dai sacerdoti che la loro vocazione è moralmente sospetta,
così è probabile che essi avvertano anche un certo senso
di colpa per quello che fanno.
Quando alcuni anni fa il papa è stato in America Latina, tenne
un’interessantissima omelia nella quale affermava che le chiese
cristiane hanno il dovere morale di ritenere il Vangelo non solo per i
poveri, ma anche per i ricchi e i potenti. Ciò fu importante poiché
capovolse la logica della Teologia della Liberazione, la quale difendeva
i poveri e demonizzava i ricchi e, così facendo, innalzava barriere
all’evangelizzazione.
Ma c’è di più, è moralmente e scientificamente
irresponsabile affermare che le azioni degli imprenditori hanno effetti
negativi sulla società. Ogni qualvolta ho avuto l’opportunità
di parlare a degli imprenditori, ho iniziato dicendo loro che la professione
imprenditoriale non solo è legittima, ma anche degna di lode, ribadendo
che essi rappresentano il fattore principale per generare la prosperità
che rende possibile la civiltà.
Quando entri in un’impresa, non devi rinunciare ai tuoi principi.
Se li introduci nell’azienda, insieme ad una opportuna educazione
economica, ti accorgerai che la vocazione imprenditoriale può fare
cose meravigliose per la società, offrendo un’autentica liberazione
dalla povertà.
Chiarito ciò, inizio a parlare anche di obblighi morali, ma se
si inizia con il dire che l’unica responsabilità degli imprenditori
è fare penitenza per il fatto stesso di essere degli imprenditori,
si perde l’opportunità di un’autentica evangelizzazione
e si corre il rischio di allontanarli dalla loro autentica vocazione.
F.F.: E quali sarebbero le loro reali responsabilità?
R.S.: Devono mantenere fede ai contratti e pagare i lavoratori, prestando
attenzione all’esigenza di giustizia: dare a ciascuno il suo. Devono
garantire che non stanno lucrando su investimenti immorali o commerciando
prodotti moralmente biasimevoli. Non devono mentire sui prodotti e tanto
meno mentire ai fornitori e ai clienti. Devono essere attenti alle opportunità,
ma non devono mettere in pericolo la stabilità dei lavoratori,
prendendo decisioni affrettate o investendo in modo eccessivamente rischioso.
Devono sviluppare una prospettiva ampia della loro vocazione affinché
non siano attratti soltanto dall’utile, ma anche dal portato morale
delle loro scelte. Gli obblighi ai quali sono sottoposti derivano dal
fatto che possono esercitare la loro forza per il bene della società,
senza ricorrere a nocive influenze politiche, ma semplicemente sostenendo
coloro che si mostrano attenti ad un modello normativo cristiano. Devono
esercitare una positiva influenza culturale, specialmente oggi che da
molti giovani sono visti come modelli.
Nella loro vita privata non devono trascurare la famiglia per rincorrere
la fortuna. Devono educare i figli con valori appropriati, devono aiutare
le opere religiose e caritatevoli, e tale obbligo cresce in proporzione
alla crescita del loro portafoglio. Questi obblighi devono essere presi
sul serio da tutti coloro che hanno scelto la vocazione imprenditoriale.
F.F.: Nel suo libro “Personalismo economico e società
libera” ha scritto che la Parabola dei Talenti offre alcuni importanti
insegnamenti anche nel campo dell’economia.
R.S.: Certo, e con ciò non intendo negarne il significato teologico
riguarda il modo in cui viviamo il dono della fede. Il fatto che non dobbiamo
dissipare l’opportunità della salvezza è il primo
e fondamentale insegnamento. Nondimeno, la verità implicita nelle
parabole di Gesù investe sempre l’integrale dimensione umana,
così, se escludiamo il contenuto pratico, ci priviamo di un elemento
essenziale.
Nella parabola a ciascun servo è affidata una certa somma di talenti
affinché se ne prendano cura. I servi che vengono lodati dal padrone
al suo ritorno hanno raddoppiato con gli investimenti il valore della
somma a loro affidata. Cinque talenti diventano dieci e due talenti diventano
quattro. Il servo che viene maltrattato ha sotterrato il suo talento.
Ascolti quello che dice il padrone: “Servo malvagio e infingardo,
sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti
dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando,
avrei ritirato il mio con l’interesse”.
Non è affascinante? Qui troviamo la descrizione del processo di
scoperta dell’imprenditore che genera prosperità: “miete
dove non ha seminato”, oltre al riconoscimento morale della riscossione
degli interessi. Ora, chi conosce la teoria economica sa che il tasso
d’interesse nel lungo periodo tende ad uguagliare la remunerazione
del capitale. Ciò significa che se stai riscuotendo un interesse
pari all’interesse sul capitale, stai investendo i soldi al livello
minimo. Se non stai riscuotendo alcun interesse, il padrone intuisce,
in realtà stai perdendo soldi, dal momento che quei soldi, in definitiva,
avrebbero potuto rendere nelle mani di qualcun altro.
La parabola mostra una notevole e sofisticata comprensione dei processi
economici tipici dell’economia imprenditoriale. Ovviamente è
una parabola nei confronti della quale i cristiani di sinistra non hanno
prestato molta attenzione. Ad ogni modo, altre parabole come quella degli
operai nella vigna, tratta dal capitolo ventesimo del Vangelo di Matteo,
offrono ulteriori insegnamenti economici che ci difendono contro l’invidia
ed evidenziano il diritto del datore di lavoro ad essere generoso anche
se ciò comporta una iniqua distribuzione.
F.F.: Qual è il contributo dell’Acton Institute nel campo
della formazione?
R.S.: Negli Stati Uniti, i genitori che scelgono di mandare i propri
figli nelle scuole libere, ed è un loro diritto, sono costretti
a pagare due volte, la prima attraverso la tassazione per sostenere le
scuole delle quali non si servono e la seconda per le rette delle scuole
che scelgono. È generalmente risaputo che la qualità delle
scuole pubbliche è inferiore a quella delle scuole libere, sebbene
non sia sempre così. La ragione è la stessa per la quale
le libere economie funzionano meglio di quelle socialiste: la proprietà
privata e la responsabilità personale rendono le persone più
responsabili nell’esercizio del proprio lavoro. La produzione è
più efficiente. La riforma scolastica dovrebbe introdurre energie
competitive che migliorino la qualità delle scuole nel lungo periodo.
Ci sono molti modi per attuare una tale riforma, ed alcuni sono migliori
di altri. Il buono scuola può essere un aiuto, ma anch’esso
solleva il pericolo di controlli da parte del governo sulle scuole libere.
Una riduzione generale del carico fiscale che agevolerebbe l’ingresso
in scuole alternative ad un vasto numero di persone sarebbe ancora meglio.
La ragione morale risiede nel fatto che bisogna sempre ricordare che in
tema di educazione i genitori sono i primi responsabili.
Mi sento sollevato anche dal successo riscosso negli Stati Uniti dalla
scuola domestica. Rappresenta la tendenza da parte dei genitori ad assumersi
direttamente la responsabilità della formazione dei propri figli.
I risultati pratici sono stati sorprendenti. Non possiamo considerarlo
un modello universale, ma per coloro che possono e lo desiderano è
un modo eccellente di procedere. Bisogna ricordare che il punto centrale
di ogni riforma è il principio che lo stato non dovrebbe essere
l’educatore di prima istanza. Non ho alcun dubbio che se lo stato
fosse l’unico produttore di scarpe, assisteremmo immediatamente
ad un declino della qualità delle scarpe.
È la cosa più naturale del mondo che i genitori si preoccupino
dell’educazione dei propri figli. La pubblica istruzione statunitense
ha contribuito a compattare i genitori contro questo impulso naturale,
sicché dobbiamo rivitalizzare questo impulso. Per ottenere tale
obiettivo dobbiamo ridimensionare l’influenza politica delle associazioni
sindacali che rappresentano gli insegnanti, che sono abbastanza contrarie
ad un maggior coinvolgimento dei genitori.
Ci sarebbero ulteriori questioni da affrontare. Dovremmo aiutare i genitori
a sviluppare la virtù della resistenza alla cultura dominante e
proporre una cultura fondata su una solida base etica che rimandi a norme
trascendenti. Non possiamo attenderci che la cultura dominante lo faccia
al posto nostro. Dobbiamo essere convinti delle nostre idee e della nostra
identità, e scegliere di conseguenza i principi politici ed economici.
F.F.: Sono in molti in Italia a sostenere che il disinteresse degli
americani per il tempo libero, e un certo modo d’intendere la qualità
della vita (la cucina ad esempio), abbia a che fare con la cultura americana
in quanto tale.
R.S.: C’è qualcosa di giusto in questa denuncia, ma è
anche una naturale risposta al cambiamento del modo di vivere degli americani.
Quando si chiede un esempio di come la cultura americana starebbe infettando
l’Europa, c’è sempre qualcuno che inizia una conferenza
sui mali del fast food. Ricordo un recente articolo scritto da un teologo
cattolico italiano il quale definiva il fast food una specie di eresia
protestante. Vuole sapere il motivo? Perché incoraggia la velocità,
l’efficienza e l’individualismo, facendone le spese la comunione
e la qualità.
Ci sarebbero tante cose da dire al riguardo. In primo luogo, tale denuncia
giunge dall’Italia, il paese che ha inventato ed esportato in tutto
il mondo, compreso gli Stati Uniti, la pizza, che è la regina del
fast food. Perché in America siamo contenti di avere pizzerie italiane
e ristoranti cinesi? Perché ci entusiasmiamo per tutte le cucine?
Perché festeggiamo ogni qualvolta nella nostra città apre
un ristorante tailandese o etiope? Perché applaudiamo quando s’inaugura
una rosticceria indiana? Sarebbe molto importante che gli europei meditassero
su questo argomento.
In secondo luogo, nessuno è obbligato a mangiare da McDonald’s,
e tanto meno a mangiare in fretta. Il servizio è veloce, ma ciascuno
è libero di mangiare in fretta o lentamente, come preferisce. Se
si desidera ordinare un caffè, berlo con calma e soltanto più
tardi ordinare il proprio Egg McMuffin, non c’è alcun problema,
si può fare.
In terzo luogo, mangiare al ristorante è un piacere che soltanto
i ricchi si possono permettere. Una volta, soltanto gli aristocratici
potevano permettersi di offrire il pasto anche ad altre persone. L’economia
di mercato ha reso questo lusso alla portata di tutti. Ci si può
fermare durante un viaggio e prendere qualcosa da mangiare. È una
cosa positiva per tante mamme molto impegnate nel lavoro, certo non è
consigliabile mangiare sempre in questo modo, ma ogni tanto. Ebbene, come
tutti, anche io adoro i pasti lunghi e deliziosi, tuttavia, se so di avere
in un solo giorno dieci visite pastorali, non ho alcuna intenzione di
trascorrere il mio tempo a cucinare o ad attendere seduto in un ristorante.
Un problema molto più grande che affligge tutte le società
è la televisione. Ci sono case nelle quali è sempre accesa.
È la guida e la maestra perenne. Temo che sia una pericolosa fonte
di corruzione all’interno della famiglia, e nessun paese è
esente da tale problema. Se potessi fare una raccomandazione per migliorare
la vita delle famiglie, sarebbe quella di spegnere la televisione.
F.F.: Spegnendo la televisione avremmo più tempo per la lettura.
Casa ci consiglia?
R.S.: Una domanda di enorme portata. In primo luogo le Sacre Scritture.
Sul versante spirituale, a tutti coloro che non l’hanno ancora letta,
consiglierei di leggere al più presto Una introduzione alla vita
devota di San Francesco di Sales. Se disdegnate le letture spirituali
perché le considerate troppo astratte, questo libro fa al caso
vostro: è straordinariamente concreto e profondo.
Raccomando anche il grande classico di Tommaso da Kempis L’imitazione
di Cristo; i discorsi del Cardinal Newman, sono fantastici. Per i quotidiani
esercizi spirituali consiglierei un classico moderno: Conversazione con
Dio di Francis Fernandez. Sul rapporto religione-società, La città
di Dio di Sant’Agostino è una poderosa difesa della prospettiva
cristiana; credo sia un’opera fondamentale per la cultura occidentale.
Gli scritti di Giovanni Paolo II, tanto gli esercizi spirituali quanto
le encicliche, sono essenziali.
Sull’economia e la politica, La società libera di Friederich
August von Hayek, L’azione umana e Socialismo di Ludwig von Mises
sono importantissimi; pur non essendo cristiani, andrebbero considerati
tra i più grandi teorici della libertà. L’impresa
come vocazione di Michael Novak sarebbe utile per tutti gli imprenditori.
Sulle questioni storiche, sebbene sia abbastanza difficile, considero
meritevole di un simile sforzo la lettura di Lord Acton. Tutti coloro
autenticamente interessati alla storia della libertà dovrebbero
avere la trilogia pubblicata dalla Liberty Fund. Sull’America consiglierei
Tocqueville e sull’Europa Christopher Dawson. Ed ancora L’Etica
Nicomachea di Aristotele e la Summa di San Tommaso. Ma è meglio
che mi fermi qui, prima di iniziare ad elencare l’intera tradizione
occidentale.
Vorrei aggiungere un ultimo suggerimento riguardo alla lettura. Per quanto
sia importante, la preghiera lo è ancor di più. È
un compito molto più difficile, ma senza di essa non c’è
speranza. Il dialogo con Dio deve precedere qualsiasi altra nostra occupazione.
È l’unico modo in cui ciascuno di noi opera per la propria
salvezza e contribuisce alla salvezza del mondo. È oltretutto un
suggerimento estremamente concreto, perché c’è sempre
qualcosa che noi tutti possiamo fare adesso, esattamente lì dove
siamo.
F.F.: La ringrazio padre.
* La presente intervista è pubblicata in: Aa.Vv.,
Cattolicesimo, liberalismo, globalizzazione, a cura di Flavio Felice,
Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2002.
|