Acton Institute for the Study of Religion & Liberty

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L’anima della libertà*

Robert Sirico a colloquio con Flavio Felice

F.F.: Lei sostiene che uno dei suoi principali obiettivi è evidenziare le connessioni tra la religione e la libertà, sebbene siano in molti a sostenere che ciò non sia possibile.

R. S.: Tempo fa, quando iniziai ad interessarmi alle questioni sociali, ed in particolar modo all’incontro tra religione e libertà, ero sinceramente portato a credere che tali termini fossero incompatibili. In un certo senso ciò è vero se si assume il principio di autorità come il fondamento morale della religione, e si concepisce la libertà come libertà dall’autorità.

L’apparente contraddizione trova una possibile soluzione nella distinzione operata dal sociologo Robert Nisbet tra autorità e potere. Nisbet sostiene che tanto l’autorità quanto il potere rappresentano due particolari forme di limite; tuttavia, mentre il potere è una forma esterna, l’autorità è interna. Il potere costringe; l’autorità chiede il consenso. Mentre il potere per ottenere il consenso non si cura dei bisogni, l’autorità si legittima nell’opera di persuasione di ciò che dovremmo fare, anche se non coincide con quanto avremmo desiderato in un primo momento.

Anche volendo prescindere dalla religione, noi tutti sperimentiamo l’autorità, tanto che derivi dalla tradizione o dalla gerarchia, nel mondo del lavoro o della scuola. Generalmente sperimentiamo l’autorità all’interno delle nostre case, con nostra moglie o con i nostri genitori. Questi ultimi non ci consentono di scegliere la lingua con la quale ci esprimiamo. La latitudine delle nostre scelte dipende dalla nostra capacità di scegliere con senso di responsabilità.

L’autorità non è a senso unico. In casa, ad esempio, la gran parte dei genitori desidererebbe fare un centinaio di altre cose, piuttosto che accompagnare i figli alle feste di compleanno degli amici, eppure li accompagnano per puro senso del dovere. Così, nella realtà, anche nelle società più libere, ciascuno di noi è condizionato da un complesso sistema di autorità. Potremmo anche dire che l’autorità sociale è tanto più essenziale quanto più le società sono libere. Se ci convinciamo che essere liberi significha fare quanto si desidera, finiamo per non comprendere il modo in cui si esercita la libertà in una società aperta.

F.F.: Non crede di correre il rischio offrire una definizione troppo vaga di libertà?

R.S.: Non credo. Tenterò di spiegare il concetto in modo coerente con la realtà della vita quotidiana. La libertà privata di perseguire un telos è un insieme vuoto di opzioni aperte. Ora, se la tua vita non presenta altro che opzioni aperte, finisci con il nulla. L’autentico esercizio della libertà include la responsabilità di fare ciò che è giusto e bene che si faccia, che si accolga ciò che è vero, ed in tal modo escludiamo altre opzioni. Quando ci sposiamo o accogliamo una determinata vocazione religiosa, o anche accettiamo un impiego lavorativo incompatibile con un altro, escludiamo opzioni alternative; in tal senso, ogniqualvolta scegliamo ci assumiamo una responsabilità e decidiamo di limitare la nostre libertà.

La falsa nozione di libertà, quella che rifiuta qualsiasi forma di limite, è la fonte di gran parte della miseria nel mondo. Nel lungo periodo rende le persone infelici. Purtroppo, il più delle volte, tutto ciò si comprende troppo tardi e ci si accorge di aver gettato via la propria vita senza aver costruito alcunché di meritevole, che implichi l’assunzione di un impegno e che produca frutti autentici. Si finiscono i propri giorni affliggendosi su ciò che sarebbe potuto essere e si è così infelici per ciò che è realmente stato. La libertà deve essere sempre ed ovunque ordinata alla verità.

F.F.: Se il fulcro della libertà è permettere la scelta di ciò che è buono e vero, perché non evitare il rischio che ciò non avvenga, negando la libertà?

R.S.: La sua domanda solleva una questione importante, che merita di essere meditata attentamente. In primo luogo, la libertà può assumere svariate forme nella società. Persone diverse danno vita a culture diverse. Non esiste un modello di libertà. Ad esempio, abbiamo differenti tradizioni commerciali, che mutano secondo i Paesi. Nessuno penserebbe mai di mettersi a contrattare il prezzo di un articolo con un tedesco, ma se non lo facesse con un venditore arabo sarebbe considerato uno sciocco. La molteplicità degli usi e dei costumi conduce a differenti modelli sociali e la libertà diventa un ingrediente fondamentale che consente il fiorire delle differenti culture; questa è la prima ragione che fa della libertà qualcosa di necessario. Ad ogni modo, dobbiamo pur riconoscere che abbiamo un diritto inalienabile, cruciale nel campo della cultura, ad esempio, a non essere frodati. Certo, sarebbe desiderabile vivere in società nelle quali questa abitudine fosse bandita per sempre. Tuttavia, come intuito dalla tradizione del liberalismo classico, non è sufficiente sapere e fare ciò che è giusto e vero, poiché la libertà, e il riconoscimento del suo valore intrinseco, sono parte di quella verità. Ecco il punto nel quale mi trovo in disaccordo con coloro i quali, sul versante del dibattito religioso, sono spesso tentati dal desiderio di evitare i rischi connessi alla libertà.

Il danno arrecato dai sistemi totalitari all’organizzazione sociale non è soltanto d’imporre l’errore e la falsità; tali sistemi tanto che impongano cose giuste o sbagliate, sono dispotici ogni qualvolta operano attraverso un apparato coercitivo, non badando alla coscienza. Il primo presupposto mortale della libertà riposa sull’idea che parte del nostro agire in modo corretto comprende l’esigenza di fare anche ciò che è sbagliato, e che così agendo non facciamo del male a nessuno; include anche l’obbligo morale, ma non necessariamente legale, di allenare le nostre coscienze ad accettare ciò che è comunemente ritenuto vero.

Sebbene la libertà sia parte della verità, non coincide con il comportamento morale. Sarebbe più corretto dire che la libertà ha un potenziale morale. Non necessariamente ogni scelta economica, compiuta liberamente, è un atto morale, sebbene non dovrebbe essere considerato un crimine in senso legale. Gli investimenti effettuati dai capitalisti possono essere coerenti o meno con la virtù. Tuttavia, grazie all’apparato coercitivo dello stato che orienta tali investimenti, i capitalisti risolvono i propri problemi morali e danno vita ad un’allocazione che non necessariamente coincide con il bene comune.

Lo stesso discorso riguarda le scelte dei consumatori. Oggigiorno, generalmente, i genitori scelgono case grandi e macchine spaziose con il pretesto che un giorno avranno tanti figli; una simile scelta potrebbe essere in contrasto con il dovere morale, ma è tutt’altro che illegale. In breve, non esistono scorciatoie per edificare una società di uomini liberi e virtuosi; dobbiamo permettere la libertà d’acquisto e d’investimento, operando a livello culturale e morale per ispirare le persone ed orientare le coscienze nella direzione di determinati fini etici.

F.F.: In tal modo, sembrerebbe che lei ridimensioni notevolmente la libertà individuale, oggi generalmente accettata.

R.S.: Tocqueville disse qualcosa del genere. Egli osservava che nell’Europa dei primi dell’ottocento il concetto di diritto individuale stava rapidamente tramontando, di pari passo con l’emergere dell’idea di un’unica autorità ed onnipotenza rappresentata dallo stato. Durante la transizione, che non si limitò all’Europa, ma condizionò tutte le società, l’autorità e l’autonomia degli corpi intermedi, quali ad esempio la Chiesa e la famiglia, furono notevolmente erose. Sebbene agli individui fosse consentito rivendicare il diritto di fare ciò che volevano, nel contempo, giorno dopo giorno, il potere statale avanzava, occupando spazi del nostro privato.

Escludo nel modo più assoluto che siamo in una situazione disperata, ma sono altresì convinto che la transizione verso l’autentica libertà sarà contrassegnata da due tendenze principali. Innanzitutto, le persone dovranno assumersi una maggiore responsabilità ed aver cura dell’istituzione familiare e religiosa. In secondo luogo, lo stato dovrà abbandonare il suo ruolo invasivo nell’economia e nella cultura, oltre a limitare le sue funzioni, adeguando la propria natura di apparato che esercita il potere legale, orientato alla più austera giustizia. La relazione tra le due tendenze rappresenta un rafforzamento reciproco.

Qualsiasi società necessita di una direzione. La questione riguarda l’ipotesi che tale direzione sia orientata verso la formazione morale, l’autogoverno, l’interiore disciplina spirituale ed una corretta interpretazione intellettuale della persona umana, ovvero l’ipotesi che l’indirizzo sia definito dal potere coercitivo della politica. Dobbiamo pensare ad un insieme di costumi e regole che governano la società. Dobbiamo scegliere a prescindere dal fatto che lo stato o la società siano la fonte di quelle regole. È questa una scelta fondamentale tra libertà e dispotismo.

FF: Sicuramente come sacerdote le capiterà di incontrare persone che considerano pericolosi i suoi appelli a favore della libera economia di mercato.

R.S.: Certo che ne incontro, e credo di comprendere anche le ragioni delle loro preoccupazioni. Ci sono persone che associano continuamente la libertà al caos sociale, alla degradazione morale e alla licenza. A volte penso che al termine della creazione qualche angelo si sarebbe potuto rivolgere a Dio in questi termini: “Non dare a queste persone la libertà, guarda cosa potrebbero farne! Infangheranno la legge naturale e si dimostreranno incapaci di vivere una vita che rifletta la tua gloria!”. Ma Dio ci ha comunque donato la libertà che, in ultima istanza, ci conduce a Lui.

È sorprendente che la libertà sia al cuore della nostra redenzione. Il Figlio di Dio ha scelto di donare Se stesso affinché noi ci salvassimo. Possiamo cogliere questa realtà nel modo più intenso nell’Orto degli Ulivi, dove nostro Signore ha corretto l’errore commesso nel Giardino dell’Eden. Egli ha detto “Non la mia, ma la tua volontà”. È una libera sottomissione alla volontà del Padre. San Paolo dice che la morte di Gesù in croce è stata una libera scelta.

La natura libera dell’atto e l’offerta di redenzione mostrano la radice di ciò che chiamiamo scelta di Dio. La libertà che esercitiamo nel commettere i peccati è la stessa con la quale scegliamo la via della penitenza. Al genere umano è offerta la redenzione, effettivamente accolta con la nostra azione di sottomissione che si manifesta mediante la volontà umana.

In questo senso rispondo si, per alcuni aspetti la libertà consente una specie di disordine pratico nella nostra vita morale. Si tratta di una libertà costruita all’interno di un’autentica struttura che Dio stesso ha creato e ordinato. Non credo che i credenti, ancor meno lo stato, dovrebbero presumere di annullare la libertà di volere della quale Dio stesso non ci priva, sebbene solo Lui sia nella condizione di farlo.

Dunque, con ciò non intendo dire che non dovremmo esprimere giudizi. Dio stesso lo ha fatto e si rattrista quando abusiamo della nostra libertà. Tuttavia, in una società libera questi giudizi contro i comportamenti immorali della gente non devono necessariamente assumere la forma della coercizione e della costrizione.

F.F.: Cosa direbbe a coloro che pur condividendo il messaggio di libertà, temono il codice morale e religioso da lei descritto?

R.S.: C’è una parte del cuore dell’uomo che comprende il bisogno della dimensione morale e religiosa per la nostra vita e l’esigenza di un qualche rapporto con il trascendente. Tale desiderio è stato introdotto nel nostro cuore da Dio stesso. Il cristianesimo realizza ciò nel modo più autentico possibile poiché adoriamo un Dio che si è fatto uomo, è morto per i nostri peccati e ha reso possibile la nostra salvezza.

Coloro che amano la libertà, ma rigettano la fede, devono tener conto che il nostro genuino concetto di libertà è emerso storicamente dalla tradizione culturale ebraico-cristiana. Dalla Sacra Scrittura possiamo scorgere la storia della libertà che si dispiega prima nel Giardino dell’Eden, e giunge fino ai comandamenti che riguardano aspetti della vita nei quali siamo interamente coinvolti, basti pensare alla santità del matrimonio e all’importanza di dire il vero. Tutto ciò, inesorabilmente, fa della libertà un fondamento dell’ordine sociale.

Giacché la libertà è universale, non v’è dubbio che di tale nozione troviamo i semi anche in altre culture. Ma la tradizione ebraico-cristiana ci offre di essa una comprensione coerente con i suoi fondamenti, con un forte accento sull’intima dignità della persona umana, sull’integrità e sulla legittimità morale della proprietà privata, sulle basi etiche ed economiche dello sviluppo sociale, nonché sui limiti dello stato. Tutto ciò è intrinseco alle implicazioni sociali della fede.

In particolare, nel cristianesimo l’intima dignità della persona precede lo stato o la tribù. Ecco perché nel corso della storia abbiamo considerato inconcepibile che un genitore potesse, ad esempio, ammazzare un figlio. Ebbene, in alcune culture non è escluso che ciò sia accettato, qualora il figlio mostri un certo livello di disobbedienza e mancanza di rispetto.

Non così nel cristianesimo. Per quanto la famiglia sia importante, l’individuo lo è in misura maggiore ed i suoi diritti non possono essere violati nemmeno dai suoi genitori. La scelta di chi sposare, tanto per la tradizione quanto per la legge cristiana, non può subire forzature da parte dei genitori. La stessa dignità riguarda le persone anziane, le quali, nella società cristiana, non vengono ammazzate ma riverite.

F.F.: E ciò produce delle conseguenze per il tipo di ordine economico che è emerso all’interno della cristianità?

R.S.: Con il procedere del tempo, ciò ha favorito un ordine economico che garantisce all’individuo il diritto di possedere, creare, stipulare contratti e prosperare. Tuttavia, questi diritti erano anche legati ad un profondo senso morale e ad un’obbligazione sociale.

Nel secondo secolo ad Antiochia troviamo le prime persone che si definiscono cristiane, persone evangelizzate dagli stessi apostoli. Documenti del tempo rivelano che sopraggiunse una pestilenza e molti fuggirono dalla città e le persone afflitte dal male rimasero indietro. Un soldato romano scrisse un rapporto e notò una cosa molto strana: ci sono persone ad Antiochia che pur non essendo malate erano rimaste indietro per prendersi cura dei moribondi, a loro rischio e pericolo. Queste persone, egli notava, erano seguaci di Gesù.

Era così controcorrente a quei tempi comportarsi in quel modo. Nell’antichità non si era mai vista una forma di rispetto così elevata nei confronti della dignità umana. Durante il Medioevo, questa forma di sollicitudo morale divenne istituzionale all’interno delle strutture delle case religiose. Si era abituati a portare i malati nei monasteri e nei conventi affinché qualcuno li curasse. Venivano praticate le cure mediche allora disponibili, per quanto primitive, ed erano accompagnati ad una santa morte. Questi furono i primi ospedali e le prime case di riposo, così come li conosciamo oggi.

Non è un caso che oggi possiamo contare su queste istituzioni, né che si creda in modo diffuso che gli individui sono titolari di diritti che non possono essere disattesi, né tanto meno che sosteniamo che le persone hanno un’intima dignità. La fonte di tutto ciò è la fede. Chiedersi se tali istituzioni fossero comunque sorte a prescindere dal cristianesimo è un esercizio inutile: è un fatto che il cristianesimo le abbia promosse e il legame causale è sufficientemente chiaro a qualsiasi studioso onesto lo osservi.

F.F.: Sono in molti a vedere nel cristianesimo una forza politica ed una potenziale minaccia per la libertà.

R.S.: E’ sorprendente. Tutta l’era cristiana ha contribuito alla promozione dell’idea che la Chiesa e lo stato hanno funzioni sociali distinte e separate. Secondo il commento di nostro Signore su ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio, a partire da Sant’Agostino, dalla visione della sovranità distinta di Calvino, di Robert Bellarmine, dalla Dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, vediamo il cristianesimo operare nella direzione di una posizione che non solo difende, ma garantisce i diritti delle persone contro lo stato. Detto ciò, sono portato a credere che l’ulteriore coinvolgimento dei cristiani in politica finirà per accrescere la libertà personale piuttosto che deprimerla.

Quali erano le idee religiose della Rivoluzione francese, di quella bolscevica, o del nazionalsocialismo? I presupposti religiosi erano laicisti, atei e pagani. Perché mai oggi non dovremmo temere queste impostazioni culturali come possibili minacce per la libertà? Molto probabilmente non lo sono, ma l’esperienza dovrebbe suggerirci quantomeno un moderato scetticismo nei loro confronti.

Se osserviamo quella che ironicamente viene chiamata la destra religiosa negli Stati Uniti, dovremmo chiederci che cosa rivendichi. Essa evidenzia l’esigenza che lo stato non interferisca nell’educazione, nelle arti, nelle chiese, nella gestione familiare. Ciò che combatte, in primo luogo, è l’invasione dello stato nelle sfere che noi crediamo dovrebbero essere lasciate alla società civile, incluso la famiglia e le chiese. In altre parole, gli esponenti di tale movimento, tranne casi eccezionali, operano contro l’usurpazione della libertà.

F.F.: Quali sono le origini dell’idea che lo stato non ha diritti sullo spirito?

R.S.: Gesù, nel chiarire che ci sono aspetti della vita che appartengono esclusivamente a Dio e non a Cesare, si ricollegava ad una più antica sensibilità ebraica. Gli antichi ebrei avevano coorti che non dipendevano dallo stato, ma dai profeti.

Alcuni tra i più importanti scritti antistatalisti della storia appaiono nelle scritture ebraiche: rifletta sul brano in cui il popolo chiede che Davide diventi re, noterà che egli ricorda loro ciò che fa un re: impone le tasse, dichiara le guerre, invade e distrugge le famiglie.

Nella storia ebraica rileviamo anche il tema ricorrente della schiavitù come contraltare della redenzione e della liberazione. Questa tematica è stata ripresa con forza dal movimento antischiavista nordamericano. Infatti, gli argomenti a favore della libera iniziativa e della ricerca della terra promessa fatta di ricchezza e libertà rappresentano una metafora per tutti coloro che lottano per la libertà, contro le nuove forme di schiavitù.

La forza ispiratrice di questa storia non dovrebbe essere sottovalutata. Sicuramente non la sottovalutarono i primi cristiani, avendo a che fare quotidianamente con la tirannia romana. Il cristianesimo ha elevato questo argomento a livello universale, introducendo il bisogno di libertà dal peccato e l’istituzione delle strutture di peccato.

F.F.: Non ritiene che un certo pregiudizio nei confronti della Chiesa sia il retaggio di quello che viene giustamente o erroneamente chiamato “cesaropapismo”?

R.S.: Purtroppo una certa politica di destra, nella versione di alcuni monarchici tradizionalisti, non è immune da tale vizio. Alcune persone mi hanno detto che gli Stati Uniti sono irrimediabilmente corrotti perché non sono sorti sulla monarchia. Tale punto di vista mi lascia esterrefatto, in quanto è tanto sciocco quanto insignificante. Tuttavia, esiste una variante a questa ipotesi che talvolta considera la Costituzione statunitense come una parte del magistero straordinario e confida nella teocrazia come unica soluzione della crisi culturale.

Una preoccupazione ancora maggiore proviene dal neo cesaropapismo della sinistra, la quale intende stabilire il Regno di Dio sulla terra sulla base di una particolare versione di socialismo o ambientalismo venato di cristianesimo. Questi gruppi, le cui eresie si pongono al vertice di tutte le eresie, iniziarono a godere di una certa rilevanza nella prima parte del XX secolo con l’emergere del movimento del “Vangelo sociale”. Esso è ancora molto attivo in alcune organizzazioni come il Consiglio Nazionale delle Chiese, e, a differenza della destra religiosa, la sinistra gode di una certa simpatia presso i media ed il mondo accademico.

Nessuno di questi gruppi tiene conto del monito di Cristo che il Suo regno non è di questo mondo. Qualsiasi tentativo di bypassare il processo di evangelizzazione servendosi dello stato per imporre una propria visione della virtù produce una distorsione del messaggio evangelico, che è in primo luogo spirituale e non politico.

Con ciò non intendo negare l’esistenza di una dimensione politica del cristianesimo, bensì ritengo sia necessario limitare e porre un freno alla tensione invasiva dello stato nell’economia e nella politica. Il messaggio cristiano aspira alla liberazione dal potere arbitrario e al fiorire della santità in un contesto di libertà culturale, politica ed economica.

F.F.: Potrebbe soffermarsi sull’esperienza politica all’interno della tradizione cristiana che considera non del tutto coerente con l’ortodossia?

R.S.: Volgendoci indietro nella storia del consolidato concetto di stato-nazione, ci accorgiamo che nella sua versione moderna essa ha fatto la sua prima comparsa con le monarchie europee del XV e XVI secolo, quando gli stati iniziarono a dar vita a strutture burocratiche che andavano oltre le esigenze del momento. Tali nuove strutture, lo sviluppo delle quali dal punto di vista storico è stato il frutto del superamento del sistema feudale, consentirono un’esistenza autonoma dalla stessa monarchia e furono assorbite anche all’interno dell’establishment ecclesiastico.

La Chiesa e lo stato rimasero formalmente distinti, ma nello stesso tempo legati da questo quid pro quo: lo stato garantisce una serie di vantaggi alla Chiesa, la quale, in cambio, offre allo stato una sorta di legittimità morale. Le difficoltà non vanno ricercate nella dottrina della Chiesa che rimase integra, quanto nella pratica.

Anche sul finire del XIX secolo troviamo cattolici che volevano restaurare il potere temporale del Papa. La difficoltà in tal caso non era dovuta al rischio che la Chiesa potesse corrompere lo stato, semmai il contrario. Ossia che la Chiesa avrebbe potuto compromettere la sua missione per assecondare gli appetiti dello stato. Lo stato userà tutti i mezzi, anche la religione, per espandere il suo potere.

Alcuni studiosi appartenenti alla dottrina tardoscolastica reagirono contro l’intensificarsi di tali relazioni, e nel XVI secolo elaborarono opere magnifiche sui diritti della Chiesa e della famiglia, la cui natura è indipendente dal riconoscimento dello stato. Alcuni di questi autori si sono spinti a tal punto da predisporre il terreno per il riconoscimento morale della resistenza attiva allo stato e persino della rivoluzione. Furono le prime monarchie europee a delineare una connessione tra “romanismo” e “ribellione”, una rivendicazione tuttora attuale.

Gli stati che si andavano formando nel periodo tardomedioevale aggiunsero ai problemi di sempre quelli relativi alla Riforma protestante. Il tallone di Achille di alcuni movimenti protestanti fu il loro nazionalismo de facto: sin dall’inizio essi mancarono di una costituzione internazionale ed enfatizzarono oltre misura il rispetto delle minoranze linguistiche i cui membri parlavano la lingua dei loro capi. Ciò ha causato una ferita, come ad esempio nella Germania degli anni ‘30, dove i cristiani furono troppo lenti nel capire cosa stava bollendo in pentola. Anche oggi la fede si sforza di andare oltre la propria politica parrocchiale e di diffondere il proprio messaggio universale mediante l’evangelizzazione.

In entrambi i casi, lo statalismo di queste tendenze è eterodosso. Calvino e Lutero erano fermamente convinti che la Chiesa e lo stato fossero istituzioni distinte le cui funzioni non fossero in alcun modo confondibili. Quanto alla posizione cattolica, abbiamo avuto già modo di dire che la Città di Dio e la città dell’uomo sono distinte, ciascuna con una propria legittima autorità.

Inoltre, mi lasci dire che anche la tradizione ortodossa, che politicamente è cresciuta anch’essa nell’ambito dello stretto legame con lo stato nazionale, ha intrapreso un processo che la sta conducendo verso il riconoscimento dei limiti dello stato, e ha iniziato ad operare a favore di una globalizzazione e di una solidarietà internazionali che siano coerenti con una progressiva limitazione del grado di dipendenza istituzionale dallo stato nazionale.

F.F.: Come giudica l’opera posta in essere da queste tradizioni?

R.S.: La religione protestante gode di una tradizione di pastori che hanno dimostrato di essere uomini con i piedi per terra, in grado di conoscere e comprendere il mondo del diritto, degli affari, del lavoro. Qui risiede la superficiale plausibilità della tesi di Weber che vede nel protestantesimo la fonte dell’etica capitalistica. Ciò non è corretto perché la teoria, la pratica e la moralità dell’economia d’impresa hanno radici che vanno ben oltre la Riforma. Inoltre, Weber ignora l’attività imprenditoriale, oppure la ridefinisce quando la esamina con riferimento ai paesi cattolici.

Ad ogni modo, non c’è dubbio che la tradizione protestante, almeno prima del XX secolo, fece propria l’idea che la comunità imprenditoriale presenta distinte virtù. Non è possibile comprendere la vicenda degli Stati Uniti senza leggere i sermoni dei pastori protestanti. Al contrario le origini aristocratiche dell’antico clero cattolico fecero sì che su tale aspetto la riflessione cattolica fosse molto più vulnerabile e sviluppasse la tendenza a disdegnare il lavoro e le finalità borghesi della società capitalistica.

Gran parte del dibattito sui rapporti tra tradizione e commercio diede vita a ciò che generalmente è chiamato capitalismo, un termine le cui origine sono marxiste. È del tutto arbitrario datare la sua nascita con la Rivoluzione industriale. Se definiamo il capitalismo come il sistema fondato sull’impresa privata e gli investimenti, troviamo elementi di ciò in tutta la storia della civiltà.

Molto prima che i seguaci di San Tommaso d’Aquino diventassero i primi ricercatori nel campo dell’economia con un occhio rivolto alla scienza, le società producevano e commerciavano sulla base dei principi del libero mercato. Dobbiamo comprendere che in assenza di qualsiasi forma di mercato, di qualsiasi forma di compravendita, la barbarie e la miseria sarebbero il normale stato delle cose.

È così importante che le persone comprendano l’economia. Cosa ci hanno insegnato i Dottori? I limiti dello stato, la necessità di limitare la tassazione, i vantaggi di una valuta stabile, la necessità della proprietà privata e il diritto all’iniziativa economica, che il salario ed il prezzo giusti siano il più possibile prossimi al prezzo di mercato ed al salario di mercato, la vocazione imprenditoriale, il diritto di associazione, l’imperativo morale del libero commercio. Questa è la tradizione del pensiero cattolico, non sempre praticato, così come è la pratica protestante, non sempre teorizzata.

F.F. Ad un certo punto, tale “liberalismo” dell’Alto Medioevo è stato identificato con l’anticlericalismo del liberalismo classico. Come e perché ciò è accaduto?

R.S. La Rivoluzione francese ha contribuito non poco a ciò. Si trattava di un movimento la cui prima scintilla fu accesa dalla protesta borghese contro le tasse ed il peso oppressivo del governo. Quest’ultimo, attraverso una serie di passi falsi si rivelò selvaggiamente distruttivo per i poveri, per la libertà e per la vita stessa, e condusse, naturalmente, verso un nuovo dispotismo. Si parlò molto di liberté e fraternité senza riflettere a sufficienza sulle origine di quegli ideali: ma quale Robespierre? Piuttosto il Cristianesimo! Invece, la Chiesa era vista come un ostacolo alla libertà. Ed ancora oggi è così.

L’Illuminismo è simile ad un figlio che ha ereditato un bel patrimonio dal padre imprenditore, e si serve di esso per promuovere il socialismo. Il benessere non esisterebbe senza la guida imprenditoriale del padre così come la parte migliore dell’Illuminismo - l’enfasi sulla ragione, la libertà, i diritti umani e il progresso culturale – non esisterebbe senza il cristianesimo. Purtroppo l’erede non ha riflettuto abbastanza per comprendere da dove proveniva la sua eredità, sicché l’ha piegata ai peggiori propositi.

Ecco perché credo che sia importante approfondire la comprensione della distinzione tra autorità e potere. Molti grandi pensatori del diciottesimo e diciannovesimo secolo l’hanno compresa. Frederic Bastiat, une dei più brillanti economisti francesi del diciannovesimo secolo, era un cattolico serio; è sepolto in San Luigi dei Francesi a Roma.

A dire il vero, i liberali classici e i credenti del tempo erano contrari all’opprimente alleanza tra stato e Chiesa, pur non considerando la libertà in senso giuridico in contrasto con la stessa in senso morale. Tristemente, quando oggi si pensa all’Illuminismo, ci riferiamo immediatamente al filone laicista.

Durante e dopo il periodo illuministico, è sembrato che la distanza tra il nuovo mondo degli intellettuali liberali e le figure autorevoli della Chiesa aumentasse. La tendenza culminò con Pio IX il quale iniziò il suo pontificato in senso liberale e mosse verso posizioni contrarie ad esso dopo aver sperimentato i pericoli del movimento socialista rivoluzionario italiano.

Ora, non ho alcuna intenzione di muovere delle critiche a questo grande papa (dovette fronteggiare uno sconvolgimento politico straordinario), ma, a questo punto, dovrebbe apparire ovvio che le mie personali simpatie vanno ai cattolici liberali del diciannovesimo secolo; non ai modernisti, ma a coloro che erano dediti alla ricerca dei semi del vero presenti nell’Illuminismo e che tentarono di depuralo dall’anticlericalismo. Lord Acton ed il Cardinal Newman furono tra questi.

Tanto Acton quanto Newman erano consapevoli delle radici cristiane del pensiero liberale, e contribuirono a tracciare il sentiero per comprendere la profonda influenza che il cristianesimo avrebbe potuto esercitare in assenza del potere temporale. Ebbene, il liberalismo (in senso ampio) di questo periodo incontrò il modernismo e la nozione di individualismo. Ciò spiega perché entrambi furono visti con una certa dose di sospetto, ma con il passare del tempo abbiamo compreso che essi colsero i semi del vero che altri non seppero riconoscere.

F.F.: Dunque ci invita a leggere Locke e Jefferson con gli occhi della fede?

R.S.: A volte l’espressione “occhi della fede” implica una specie di visione distorta, sicché direi semplicemente che possiamo leggere i due autori con una comprensione storica, apportando una prospettiva teologica che ad essi mancava. Le radici dei loro scritti e della loro filosofia affondavano nell’antropologia cristiana, che ne fossero consapevoli o meno; possiamo ancora imparare da loro, dovremmo far tesoro delle loro opere. Possiamo anche correggerli, qualora, alla luce di una posizione cattolica matura, i loro pensieri ci appaiono errati.

Capisco che ciò possa apparire controverso, ma sia Leone XIII sia Giovanni Paolo II hanno preso in prestito la nozione lockeiana in difesa dei diritti di proprietà privata, non soltanto il diritto alla terra, ma anche alle invenzioni a ai frutti del lavoro. Sia la Rerum novarum sia la Centesimus annus limitano il diritto dello stato d’intervenire nell’economia e nella società. Entrambi i documenti hanno invitato i lavoratori a rigettare il socialismo e l’idea che il rapporto lavoratore-datore sia fondato sul conflitto, nonché di abbracciare l’autentica libertà all’interno di una nozione di società fondata sull’armonia. Questa è la migliore tradizione del pensiero cristiano: cogliere i semi del vero da ogni tradizione e ritenere che se qualcosa è vera deve essere parte di una più ampia comprensione cristiana.

La fede offre la sintesi senza cadere nel sincretismo. Quando si perviene ad una nuova intuizione, qualsiasi sia la fonte, anche nel caso delle scienze più rigide, notiamo che la Chiesa non solo fornisce la struttura intellettuale che legittima il metodo scientifico, ma offre nel contempo un correttivo morale. Talvolta sono necessari secoli prima che esso operi in modo autonomo, ma questo è il motivo per cui dobbiamo consentire alla comprensione cristiana di crescere e svilupparsi, senza mai ripudiare il passato, dando vita ad una nuova conoscenza sempre più ampia dell’Unica Verità di Dio.

F.F.: Apro una breve parentesi all’interno della nostra discussione. Lei ha sollevato l’argomento di Lord Acton; fece bene a premere contro l’affermazione dell’infallibilità papale al Concilio Vaticano I?

R.S.: E’ estremamente importante riconoscere che prima del Concilio non c’era accordo sul significato di quell’affermazione. Anche durante il Concilio, come ci mostrano gli atti, all’esame dei partecipanti non fu presentata alcuna bozza. Tutti sapevano che essa era in agenda, ma nessuno ne conosceva l’ampiezza. Ritengo che ciò sia stato un errore strategico commesso dalla Curia, poiché causò confusione, sospetto ed acrimonia inutili.

La posizione di Acton era simile a quella di tanti altri liberali del tempo: egli riteneva che Pio IX stesse premendo per una definizione d’infallibilità che non si limitasse alle questioni di fede e di morale, ma che avrebbe interessato anche le questioni politiche; e che ciò servisse come pretesto per legittimare le scelte dei precedenti papi su questioni temporali. C’erano fazioni che credevano che il papa dovesse essere non solo il leader della Chiesa, ma anche il leader del mondo: Acton considerava quest’idea intollerabile.

Alla fine non prevalse questa versione e le acque si calmarono. Anche Acton sosteneva che la versione che prevalse poteva essere letta alla luce della tradizione, ossia che il papa non può positivamente insegnare un errore quando parla ex cathedra su questioni di fede e di morale. Semmai, essa finì per restringere piuttosto che accrescere il potere dell’ufficio. Al Concilio Vaticano Secondo la dottrina venne ulteriormente chiarita sviluppando la nozione di collegialità.

Acton era uno storico non un teologo, di conseguenza, durante il Concilio fu attratto soprattutto dalla sua principale preoccupazione. Tuttavia, la questione primaria del Concilio non era né politica né storica, ma teologica, una dimensione che Acton non comprese completamente. Sotto il profilo teologico, Acton era totalmente ortodosso; si potrebbe persino dire che a tal riguardo, egli si sottomise i n modo passivo alla tradizione. In definitiva, fu il Cardinal Newman che dei due ebbe una comprensione teologica più sofisticata.

Non nego che durante il corso del dibattito Acton agì in modo poco prudente e si espresse con eccessiva esuberanza. Egli ha giocato realmente un ruolo nella storia, e si potrebbe dire che qualsiasi cosa egli abbia fatto, agì sempre con le migliori intenzioni e in sintonia con la retta coscienza. È una leggenda che Pio IX lo disprezzasse e che rifiutò di benedire i suoi figli. La nuova biografia di Roland Hill chiarisce che il papa non lo maltrattò, né tantomeno si rifiutò di benedire i suoi figli.

F.F.: Ironia della sorte, anche i laici dovranno riconoscere che proprio il papa sia diventato il principale difensore delle libertà alle quali Acton ha dedicato la sua intera vita.

R.S.: L’enciclica Centesimus annus, in particolare, si caratterizza per tale difesa. È apparsa nel maggio del 1991, dopo la fondazione del nostro l’Acton Institute, per essere esatti, tredici mesi dopo. Riteniamo che la nostra azione pubblica sia stata opportuna, contribuendo a collocare quel documento nel contesto di una più vasta tradizione liberale.

In tale documento, il papa tenta di scoprire le tendenze e i problemi che il mondo deve affrontare a cento anni dalla Rerum novarum di Leone XIII. Una delle “cose nuove” che ha sorpreso un po’ tutti è stata la caduta del socialismo. All’interno dei circoli politici statunitensi, molti ritenevano che avremmo dovuto aver a che fare per sempre con il comunismo e che i paesi dell’Europa orientale non si sarebbero mai liberati dal giogo sovietico.

Giovanni Paolo II conosce il comunismo in modo speciale, sia per esperienza personale sia dal punto di vista filosofico, ed era convinto che esso non potesse durare. Quando per primo richiamò l’attenzione su una sola Europa cristiana, molti pensarono che ciò fosse impossibile o, persino, che fosse una visione mistica. Eppure, oggi possiamo dirlo, egli non stava sognando, ma anticipando il futuro prossimo.

Una volta caduto il comunismo, si è tentato di dare un’esauriente spiegazione dei suoi fallimenti spirituali ed economici, oltre ad una guida morale per il futuro. La Centesimus annus offre entrambi i contributi, per tale ragione essa è indubbiamente una delle più importanti encicliche nella storia della Chiesa; e certamente la più importante tra quelle sociali. Il Santo Padre ha evidenziato l’errore antropologico del socialismo: esso nega la libertà, non tiene conto dell’iniziativa personale e rifiuta la trascendente dignità della persona umana. Qui risiede la più chiara ed ampia affermazione in ordine al merito del commercio e dell’imprenditorialità.

Inoltre, l’Enciclica offre la più esauriente discussione sul principio di sussidiarietà mai offerta nella storia dal Magistero della Chiesa. Si sostiene il vitale principio politico che le questioni politiche e sociali dovrebbero essere affrontate dalle persone e dalle istituzioni più prossime ai problemi, con le istituzioni di ordine superiore pronte ad intervenire solo qualora quelle di ordine inferiore fallissero. Sicché tale principio trasferisce il carico di responsabilità alle istituzioni di ordine superiore, mentre è attento ai pericoli di fortificare, o istituzionalizzare in modo permanente, tali interventi.

Il Santo Padre affronta anche il tema delle due forme di capitalismo. Uno è fondato sull’etica cristiana, ordina ogni cosa secondo l’integrale dignità della persona e inquadra le scelte economiche e culturali all’interno di una cornice giuridica. L’altro nega tutto ciò e consente al consumismo di essere incontrollato. Giovanni Paolo II non ama il termine capitalismo e preferisce espressioni tipo “libera economia” o “economia imprenditoriale”, che suggerisce alle nazioni fuoriuscite dal comunismo.

Parla di un sistema monetario stabile tre volte, e discute dell’imperativo morale d’introdurre le nazioni povere nei circuiti della divisione del lavoro e dello scambio mediante il commercio. Nel leggere tutto ciò, non puoi non pensare che Giovanni Paolo II non solo comprenda l’economia, ma che abbia incontrato anche la letteratura della Scuola austriaca di economia.

F.F.: Parliamo di consumismo ed in particolare di materialismo. Crede che tali fenomeni siano intrinseci al capitalismo?

R.S.: Il materialismo è un errore ovunque appaia; si può manifestare anche nel socialismo. Il problema del consumismo può essere interpretato in vari modi. Lo si riscontra nelle persone che si identificano con il desiderio di acquistare determinate cose. Tali persone comprano per mitigare il senso di ansia e, in tal modo, si sentono padrone della loro vita.

Tuttavia, questo è un problema spirituale che non può essere risolto dall’azione politica, bensì dal consiglio religioso e dalla conversione. Un sistema che incoraggi il debito pubblico – un sistema nel quale la moneta è inflazionata –in teoria potrebbe liberare le persone dalle conseguenze oggettive del materialismo.

In tutta la mia opera con imprenditori benestanti, devo ammettere che il materialismo non rappresenta il primo dei problemi. La loro ricchezza è la conseguenza del desiderio di realizzare un sogno e perseguirlo in modo inflessibile servendo i bisogni degli altri. Di conseguenza, è abbastanza tipico che il loro problema non sia il desiderio di accumulare, bensì l’incapacità di equilibrare il lavoro e la vita familiare o, come accade a molti, non avere cura della propria anima. In altre parole, i problemi spirituali dei ricchi imprenditori non sono poi così diversi da quelli dei lavoratori.

È il caso di ricordare che coloro che chiamiamo poveri, oggi hanno accesso a molto più benessere materiale di quanto non ne avessero i ricchi al tempo delle Scritture, i quali spesso erano tali grazie ad appoggi politici. Quando la Scrittura ci mette in guardia dalle ricchezze, non intende isolare una particolare voce del reddito e neppure criticare la dimensione materialistica della ragione. Non v’è dubbio che la ricchezza induce in tentazioni, tuttavia commetteremmo un errore se credessimo che il povero è in qualche modo esente dalla tentazione poiché possiede di meno. La verità è che siamo tutti incredibilmente ricchi secondo standard storici e lottiamo tutti in direzione della santità.

San Francesco di Sales ha scritto del bisogno per i ricchi di essere prudenti nei loro affari come se avessero a che fare con una questione spirituale. Non è necessario che tutti si privino dei beni per ottenere la salvezza. Tutti dovrebbero intraprendere il sentiero che conduce alla salvezza, coerentemente con le proprie virtù e i propri limiti, e, in definitiva, confidare nella misericordia di Dio. Essere poveri non significa automaticamente essere titolari del diritto alla vita eterna in paradiso.

F.F.: A suo parere, qual è il retroterra culturale che ha reso possibile tale enciclica?

R.S.: Il papa proviene da una tradizione filosofica molto vicina alla Scuola austriaca. Il filosofo austriaco Franz Brentano del diciannovesimo secolo è il nonno di due grandi tradizioni: una filosofica ed un’altra economica. Ricordiamo che Brentano era un prete che lasciò il sacerdozio, la cui filosofia era radicata nella tradizione aristotelico-tomista, così come lo erano molti filosofi viennesi del tempo.

Carl Menger, il fondatore della Scuola austriaca di economia, è stato un collega di Brentano e, in un certo senso, suo studente all’Università di Vienna. Il pensiero di Menger è direttamente collegato a quello di Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek, due tra i maggiori difensori dell’economia libera che fondarono le loro idee sulla natura della persona umana. Erano persone laiche, tuttavia, soprattutto le opere dell’ultimo Hayek, hanno a che fare profondamente con questioni che risentono della secolare influenza cristiana.

L’altra tradizione che scaturisce da Brentano ha meno a che fare con l’economia, di quanto non ne abbia con la psicologia e la filosofia. Questo filone di pensiero giunge ad Edmund Husserl, Alfred Schutz ed Edit Stein. L’esponente moderno di tale prospettiva all’interno della Chiesa è stato Karol Wojtyla che da professore di filosofia ha scritto un libro intitolato Persona e atto, dove pone l’accento sul soggettivismo della persona umana. La struttura generale presenta le stesse radici tomiste dell’opera di Brentano.

F.F.: Il messaggio è che esiste un filo rosso che consente di comprendere le leggi dell’economia?

R.S.: Esattamente. Il mercato e il mondo del commercio sono l’espressione della valutazione umana, della comunità e della solidarietà, di persone che utilizzano i propri talenti ed abilità mettendoli al servizio degli altri mediante lo scambio. Questo è ciò che differenzia la Scuola austriaca dall’approccio economico della Scuola neoclassica, la quale presume che l’uomo sia niente più che un homo oeconomicus.

Il timore di tutti i leader cristiani nei confronti dell’economia è sempre stato che le persone non fossero considerate altro che esseri in balia delle cieche forze economiche. Dobbiamo riconoscere che questo timore non si è mai verificato tanto compiutamente come nei sistemi comunisti che praticavano la pianificazione centrale. Nei sistemi liberi, invece, la forza è contenuta dalla scelta, dall’opportunità e dalle possibilità consentite dalla crescita economica.

Ciononostante, esistono settori nella Chiesa dove le persone tentano d’ignorare la Centesimus. Ho letto documenti della Conferenza Episcopale che la citano in modo parziale, saltando i passaggi sgraditi. Perché? In primo luogo perché l’ideologia ha accecato molte persone, impedendo loro di fuoriuscire da una visione tradizionalista del mondo, in secondo luogo a causa della loro generale distanza dalla tradizione di pensiero della quale tale documento è parte. Ho conosciuto persone che lo hanno candidamente ammesso: “Non capisco questa Enciclica”. C’è ancora molto da fare.

In un modo o nell’altro, il socialismo era ed è la filosofia che domina all’interno delle università. Abbiamo perso il contatto con le nostre radici liberali, ed ironia del destino spetta alla Chiesa aiutare l’Occidente a riscoprirle.

F.F.: Alcuni ritengono che sarebbe più semplice affrontare tali questioni se la Chiesa svolgesse pienamente il suo ruolo nella sfera spirituale, ritirandosi da quella politica e, più in generale, culturale.

R.S.: Ciò è impossibile. La Chiesa ha una missione nel mondo poiché è una fede incarnata, una fede nella quale Dio stesso ha assunto la forma umana. Sicché, non possiamo negare la dimensione umana e, di conseguenza, politica del Vangelo. Tuttavia, in assenza di un giusto equilibrio, si rischia di confondersi, sbilanciandosi ora da un lato, ora dall’altro. Una posizione errata afferma che dovremmo abbandonare il mondo e fuggire da esso, mentre un’altra afferma che dovremmo possedere il mondo e rincorrerlo.

Il grande salto nella dottrina cristiana è rappresentato dalla Dignitatis Humane. Non è insignificante che tale documento rappresenti il contributo più importante della Chiesa americana alla Chiesa universale, attraverso l’opera di padre conciliare John Courtney Murray. La sua opera è stata considerata a lungo marginale, ma alla fine è stata adottata da un concilio ecumenico. Alcuni non hanno compreso che il movimento tradizionalista che operò lo scisma nel 1985 non faceva riferimento unicamente a questioni liturgiche; esso non accettava l’idea di libertà religiosa, la cui espressione, alle orecchie dei suoi adepti, appariva riecheggiare i miti della Rivoluzione francese.

Il malinteso riguarda l’ambito di applicazione dell’idea di libertà religiosa. Come disse padre Murray, ciò non è argomento di fede: abbiamo imparato dall’esperienza che la Chiesa prospera in un’atmosfera libera dall’imposizione. Tuttavia, tale posizione non è in contrasto con il Sillabo di Pio IX, per il quale sarebbe un errore considerare la separazione Chiesa-stato l’unica via possibile; il Sillabo lascia aperta la possibilità che possa e debba esistere una via più opportuna. Il Concilio Vaticano II ha confermato che tale possibilità è la realtà di oggi, in assenza del potere temporale.

F.F.: Ci sono persone che si chiedono come possa funzionare nella realtà tale libertà religiosa.

R.S.: Molti governi si sentono minacciati quando la religione acquista molto potere nella sfera della cultura. Quando la religione ne ha troppo poco, può accadere che le chiese adottino strategie lontane dalla loro missione evangelica, servendosi della politica per raggiungere i propri obiettivi. Tuttavia, non credo che ciò possa costituire un atto d’accusa nei confronti dell’ideale: niente più dell’assassinio indica l’eticità della vita. Dobbiamo continuare a combattere per l’ideale della libertà religiosa, che esiste dai tempi della fondazione e si è progressivamente perfezionato fino alla metà del ventesimo secolo. I credenti hanno l’obbligo morale di combattere per la loro libertà, a prescindere da ciò che fa lo stato.

Ora, la libertà religiosa non esige che diventiamo tutti agnostici. Al contrario, abbiamo un obbligo morale ad abbracciare la verità. Tuttavia, se le percezioni delle persone su cosa sia la verità dovessero confliggere, non cercheremo di sanare tale conflitto con la violenza o la coercizione, né tantomeno mettendo una fede o l’altra nel libro paga del governo. Dovremmo esporre le nostre differenze e dibatterle nella pubblica piazza. Non dovremmo cercare di imporre la verità, piuttosto la libertà di proporla.

La difficoltà reale risiede nel fatto che lo stato moderno vorrebbe rimuovere il ruolo della Chiesa nella società e diventare esso stesso oggetto di culto. La ragione della scomparsa della preghiera dalle scuole pubbliche non ha nulla a che fare con il giusto rispetto per i non credenti, bensì con la pretesa che lo stato etico non abbia concorrenti. Lo stato moderno rivendica per se stesso il diritto di interferire nella coscienza religiosa. La cosa migliore che potrebbe accadere oggi ai credenti è che lo stato abbandoni la sua presunta divinità e consenta una maggiore libertà religiosa. Ma perché ciò accada è necessaria una nuova filosofia politica.

F.F.: Un’altra presunzione contro il cristianesimo è che esso sarebbe incompatibile con una vivace cultura artistica e intellettuale.

R.S.: Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una caricatura disegnata dall’Illuminismo, un’epoca che ha donato al mondo una più matura comprensione della libertà umana, ma, purtroppo, lasciando dietro di sé un marcato secolarismo. La verità è che in qualsiasi ambito si indaghi, che sia l’architettura o la scienza, si possono rintracciare le origine cristiane. Per questi argomenti, raccomando vivamente la straordinaria opera di Lord Acton che seppe mostrare le origini cristiane della libertà e della civiltà.

Persino l’Inquisizione, per quanto fosse inaccettabile e disumana, ha rappresentato un modello processuale nel quale figurava l’onere della prova e la possibilità di dimostrare la sua falsità. Non v’è dubbio che fosse un sistema primitivo, ma rispetto a cosa? Al di fuori del cristianesimo tali istituti non esistevano affatto. C’era la violenta legge della folla o il dettame del puro arbitrio.

Nel guardare alla storia, non dobbiamo assolutamente indebolire il nostro standard etico, ma, nel contempo, sarà utile considerare il contesto storico ed evidenziare il progresso, ove appaia dallo studio della storia. La storia del cristianesimo è una storia di progresso e sviluppo, nonostante gli ostacoli e le regressioni lungo la via, un processo grazie al quale siamo diventati più coerenti con il fulcro antropologico, filosofico e spirituale della fede.

F.F.: Tuttavia Acton non fu mai un acritico apologo del ruolo del cristianesimo nella storia.

R.S.: In un certo senso egli ha rappresentato la coscienza critica cristiana del suo tempo. Egli nell’Inghilterra vittoriana scriveva dell’urgenza morale della Chiesa di chiudere con gli errori del passato in ambito temporale. In un certo senso, comprese realmente l’esigenza che la Chiesa fosse un baluardo moralmente responsabile contro ogni ingiusto atto di coercizione nella storia.

Il giorno del perdono indetto da Giovanni Paolo II durante l’anno del Giubileo si può leggere anche come una vittoria di Acton. Il fatto che la Chiesa, dopo un secolo di comunismo e di incomparabile terrore omicida da parte dello stato laico, senta ancora il bisogno di offrire un atto di contrizione per i comportamenti di alcuni suoi esponenti del passato, rappresenta una testimonianza di fede. Tutto ciò è un bene ed un esempio per il mondo.

Nel contempo, bisogna ricordare che Acton scriveva prima delle atrocità del comunismo e del nazismo, sebbene egli intravedesse l’enorme sofferenza umana che il collettivismo avrebbe portato. La sua speranza era che la Chiesa chiarisse la sua coscienza affinché fosse nella posizione ideale per additare al mondo i crimini ovunque e da chiunque fossero stati commessi. Nella nostra epoca credo che possiamo essere soddisfatti di come la Chiesa difende i diritti umani.

È interessante notare il modo in cui la mentalità laica è severamente critica nei confronti della Chiesa, anche dopo aver fatto i conti con la realtà del comunismo, la più colossale manifestazione del male che la nostra generazione abbia conosciuto, restano muti di fronte a temi come l’aborto ed agli attacchi contro l’etica della vita tipici dei nostri giorni. Tale ipocrisia rivela un astio nei confronti della religione.

F.F.: In più di un’occasione lei ha rilevato che il mondo accademico contemporaneo in gran parte rigetta le verità della fede ed irride la morale cristiana.

R.S.: A dar vita e sorreggere una tale realtà è una sorta di presunzione intellettuale. Gli intellettuali nel campo delle scienze sociali presumono di conoscere le motivazioni che sottendono l’agire e le trasformazioni che riguardano le questioni umane. Senza alcuna eccezione, nella storia del mondo non esistono società che in un modo o nell’altro non hanno conosciuto la dimensione religiosa. Per questa ragione le persone hanno una naturale inclinazione a cercare anche in modo autonomo una qualche forma di trascendenza. Il modo in cui essi la raggiungono ci rivela i presupposti fondamentali che guidano le trasformazioni culturali, sociali ed economiche. Sono veramente pochi gli intellettuali la cui cultura religiosa vada oltre le crociate e le streghe bruciate.

È altrettanto vero che studiosi i quali affrontano la fede in modo serio, e la indicano come un’importante fonte di verità, non sono considerati rigorosamente scientifici e trattati come gente che si agita per cose irrilevanti. La cultura moderna rigetta ferocemente l’idea che le radici delle civiltà siano di natura religiosa. Nell’accademia è come se la deliberata ignoranza di una primaria forza della storia umana fosse motivo d’orgoglio. Perché? Credo sia una sorta di ribellione contro la moralità e una massificazione del peccato originale: il desiderio di produrre con le proprie mani uno standard etico che si conformi ai propri desideri e alle proprie azioni.

Senza alcun riguardo alla fonte, tra i tanti effetti negativi rileviamo che gli intellettuali moderni si rifiutano di apprendere qualsiasi cosa dai teologi e dagli storici la cui impostazione sia religiosa. D’altro canto, i teologi e i professori dei seminari si sentono estranei dal filone dominante della comunità accademica, cosicché è altrettanto improbabile che ne colgano la rilevanza scientifica.

Ricordo che mentre parlavo ad un gruppo di economisti, un premio Nobel contestò la mia visione religiosa. Ho dovuto ricordargli che la sua professione era stata fondata da alcuni preti ben formati negli studi teologici. Similmente, tra tanti conservatori esiste la pretesa che l’autorità religiosa si traduca immediatamente in saggezza politica ed economica. La verità è che dobbiamo comprendere sia le fondamenta religiose della scienza economica, sia la scienza in se stessa come campo d’indagine legittimo e indipendente dal quale tutti i credenti possono imparare.

F.F.: Crede che la vita intellettuale sia un argine contro l’arroganza?

R.S.: La presunzione di conoscere è un problema antico, e certamente gli studiosi ne sono particolarmente esposti. Tuttavia, questa attitudine oggi è completamente fuori controllo poiché la teologia, in quanto disciplina, è decaduta. Abbiamo una situazione molto diversa dal Medioevo, quando le università erano un luogo di grande scambio interdisciplinare e quando la teologia era considerata una sorta di ombrello intellettuale per tutte le altre scienze.

Dal momento che non è più così, i controlli sul perpetuarsi della follia intellettuale sono stati rimossi. Osserviamo un tale certificato non senso, camuffato da scienza. Ecco un esempio: esiste un movimento intellettuale che sostiene che uno psicologo che intraprenda una relazione sessuale con la propria paziente adotterebbe una legittima terapia, oppure il movimento impegnato per la legittimazione morale della pedofilia. Nel contempo assistiamo a pseudo religioni che, passando per la porta di servizio, si riciclano in movimenti ambientalisti, new-age e tante altre sette.

F.F.: Quali di queste tendenze sono nuove e quali semplicemente una riproposizione di antichi errori?

R.S.: L’eresia, per usare un termine chiaramente fuori moda, ma che ha un preciso significato nella storia delle idee, è presente in ogni epoca. Tuttavia, credo che nella nostra epoca la questione sia differente. La tendenza è a rigettare anche la possibilità di un’etica oggettiva, per affermare che non esiste nulla di universale. Se escludiamo un manciata di sette demoniache del quindicesimo secolo che credevano che non ci fosse alcun bisogno della legge, o che non ci fosse alcuna differenza tra la licenza e la moralità, nulla di simile troviamo nell’antica Roma e nel corso di tutta la storia del cristianesimo. Queste sette scomparvero rapidamente.

Ed oggi? Le persone sono incoraggiate ad identificare il proprio comportamento con la moralità, trascurando completamente l’idea che esiste un oggettivo standard morale verso il quale si dovrebbe tendere. Siamo incoraggiati a forgiare una moralità fatta su misura per noi stessi e la conseguenza pratica è che non esiste alcuna morale autonomamente scelta, così lo stato, attraverso le sue leggi, rischia di parlare al vento.

Nei racconti di un tempo si ascoltava una frase ricorrente: “Io sono un pessimo cattolico”. La loro evidente ipocrisia rappresentava il pedaggio da pagare per l’esistenza della virtù. Oggi, invece, non esistono più “cattivi cattolici”, ma “cattolici dissenzienti”. Sono persone per le quali la loro situazione non rappresenta un problema da superare, ma una protesta contro l’autorità. Tuttavia, di nuovo, l’assenza di un sistema plurimo di autorità incoraggia la nascita di una singola autorità quale ad esempio lo stato.

F.F.: E’ chiaramente il caso del sistema socialista, che ha elevato ad ideale l’idea dell’uguaglianza sotto un’unica autorità.

R.S.: Il socialismo è un ottimo esempio di mito che, sulla base della pura evidenza, sarebbe dovuto scomparire da tempo. Ed invece sopravvive perché l’ideologia socialista incarna tutti gli errori ai quali gli intellettuali oggi sono esposti. Incoraggia uomini brillanti ad immaginarsi dirigenti e pianificatori sociali che ridisegnano la natura umana in ossequio ai propri sogni. Sostiene la possibilità di ottenere una conoscenza segreta, che si esprime sotto forma di piani centrali, posseduta dai pochi titolari del diritto di realizzare i loro sogni. Ci dispensa da nozioni apparentemente noiose come la dignità umana e i diritti umani.

È inoltre interessante considerare le due forme di socialismo ancor oggi in vita. Il primo considera il mondo materiale come l’unica realtà e tutto ciò che è esterno ad esso come un mito. Tale è la forma convenzionale del socialismo pseudo-scientifico rintracciabile nei dipartimenti di scienza della politica. L’altro guarda il mondo materiale come il male assoluto ed incoraggia l’adozione della povertà e dell’ascetismo per amore dell’ambiente. Esso è fondato sull’astio nei confronti della tecnologia, dell’industrializzazione e del commercio.

In questo bizzarro ed ideologico oscillare tra il materialismo estremo e lo spiritualismo estremo, perdiamo di vista la prospettiva cristiana, come è stata descritta in un’opera seminale del cristianesimo delle origini, La città di Dio di Sant’Agostino. Invece di vedere il mondo come una creatura di Dio ed un bene dato all’uomo, e vedere la persona umana come la più alta creatura di Dio, oscilliamo tra l’adorazione ed il disprezzo del mondo.

La ragione di ciò risiede nel moderno gnosticismo che possiamo chiamare socialismo. Gli studenti che ascoltano devotamente i loro professori sono convinti di scoprire chissà quali segreti, ed invece ascoltano falsità e bugie. Non c’è da meravigliarsi se oggi gli studenti terminano i corsi universitari privi di quella saggezza che originariamente ispirò i fondatori delle università.

F.F.: Come intende rispondere l’Acton Institute a questo problema?

R.S.: In parte la nostra mission è di riproporre in forma moderna l’antico spirito accademico. Tentiamo di abbattere il muro che impedisce la comunicazione tra il mondo laico e quello religioso. Non possiamo ovviamente riesumare l’Università di Salamanca del XVI secolo, tuttavia, possiamo servirci di tutti i mezzi tecnologici e finanziari disponibili per offrire un insieme di infrastrutture di appoggio al lavoro di ricerca di chi condivide e vive la fede.

Tali persone sovente si trovano nel bel mezzo della battaglia culturale; così se intendono vivere la fede nella professione, esponendo seriamente le loro idee, devono cercare all’esterno i canali indipendenti per formarsi. Offriamo canali editoriali e di discussione per studenti i quali possono apprendere da professori che, ad esempio, non hanno eretto barriere tra l’economia e la religione.

Condividiamo l’antico modello scolastico in base al quale tutte le verità sono in ultima istanza collegate all’unica Verità, e tentiamo di applicare tale idea in tutti i nostri programmi, soprattutto nel campo dell’economia e delle politiche sociali. In un certo senso, la separazione tra la sfera del sacro e quella del profano nel campo della conoscenza si è spinta troppo in là.

Gli scolastici credevano che operando nella ricerca, in astronomia, ad esempio, scoprivano qualcosa in più su Dio, così come fanno i teologi. Lo stessa cosa succedeva con lo studio dell’economia. Quando San Bernardino scriveva i suoi sermoni sul valore della moneta, nell’atto di testimoniare la fede, era convinto di operare nell’ambito del diritto naturale del quale Dio è l’autore.

Se qualcuno svolge bene il proprio lavoro in ambito politico, sociale o economico, scopre nuovi aspetti su come funziona il mondo creato da Dio. Egli scopre nuove applicazioni della legge naturale, come dovrebbe essere. Quando introduciamo la dimensione etica, diamo vita ad un’indagine teorica ancor più ricca. Troppo spesso pensatori credenti operano distanti dagli scienziati sociali, così come questi ultimi si tengono ben distanti dal pensiero etico-religioso. Il modo per ottenere una più che dignitosa riconciliazione è far incontrare le due sfere in un’atmosfera di libera ricerca intellettuale.

F.F.: Tuttavia sono in pochi colori che, avendo conosciuto l’Acton Institute, lo considerano un luogo di puro sollievo intellettuale.

R.S.: Lo spirito è di ridestare una visione di società più armoniosa, ma nella nostra epoca le implicazioni sono certamente uniche. Cerchiamo di mettere insieme il meglio che la modernità ci offre, nel campo della tecnologia, dell’insegnamento sociale e delle scienze sociali. Non dobbiamo temere di piombare nei circoli culturali dove le nostre idee non sono condivise. Non dobbiamo temere di entrare negli ambienti teologici dove il moderno pensiero economico non è ammesso. Ad oggi, io sono la persona più anziana che opera nell’Acton Institute, dunque è impossibile considerarlo la casa di agitatori matusa estranei alla realtà del mondo.

Il modello della nostra spiritualità è l’incarnazione, così come dovrebbe essere anche il modello della nostra strategia intellettuale. È esattamente ciò che ha fatto il Signore: il Vangelo di Giovanni ci dice che egli venne nel suo tempo. Anche noi viviamo la nostra epoca avendo determinati obiettivi, e disprezziamo quelli inutili all’ultimo giorno. Viviamo in un’epoca di progresso economico e di risveglio spirituale ed abbiamo bisogno di punti di riferimento per mettere in relazione i due momenti. Non v’è dubbio che può rivelarsi un’opera frustrante. Gli ambienti religiosi non sono sempre felici di avere a che fare con le complicazioni della scienza e del pensiero economico avanzato, e non v’è dubbio che Wall Street raramente è disposta ad ascoltare chi sostiene che esistono degli obblighi morali che oltrepassano il livello minimo.

Tuttavia, il nostro compito non è di crescere ed educare uno sparuto gruppo di reduci, convinti di avere sempre ragione e che tutti gli altri hanno sempre torto. Ho sempre sostenuto che una delle nostre priorità fosse diffondere un messaggio, coinvolgendo il maggior numero di persone possibile, in tutti i modi possibili. Se questo significasse dover scrivere per il “New York Times”, o intervenire ai programmi radiofonici e televisivi, non dovremmo tirarci indietro. Ciò è senz’altro positivo, dal momento che una ci aiuta ad essere responsabili e costantemente consapevoli degli ostacoli che abbiamo di fronte. Anche per noi è questo il nostro tempo, anche se, o specialmente se, non siamo bene accetti. È veramente un bel momento da vivere.

F.F.: In questo tempo che viviamo, quale crede sia la tendenza più incoraggiante?

R.S.: Dal punto di vista politico, la caduta del comunismo è stata incredibilmente bella da vedere. Negli stessi mesi nasceva l’Acton Institute, proprio mentre assistevamo alla caduta del Muro di Berlino. Molti oggi non ricordano più la guerra fredda, ma in quei giorni vivevamo tutti sotto la minaccia dall’annullamento nucleare, giorni durante i quali la sicurezza universale dipendeva dalla saggezza e dalla prudenza dei nostri governanti. Queste minacce sono scomparse non appena è finita la guerra fredda. E quando pensiamo alle nuove libertà che oggi hanno il popolo russo, dell’Europa orientale e dell’America Latina non possiamo non esultare e sentirci incoraggiati.

Non dobbiamo dimenticare che la forza che ha reso possibile ciò, più che di natura politica ed economica, è stata di natura religiosa. Il sistema economico socialista non ha funzionato per decenni ed è diventato sempre più difficile ignorare una simili realtà. Il sistema socialista era ufficialmente ateo, dichiarando guerra non solo alle leggi economiche, ma anche alle istituzioni religiose. Un tale sistema non poteva durare.

Dopo la caduta abbiamo scoperto nuove opportunità di evangelizzazione in tutto il mondo, come pure inedite opportunità per il dialogo ecumenico su questioni politiche e teologiche. Il movimento ecumenico non è più dominato da un gruppo di teologi eterodossi che si rivolge ad un altro gruppo di teologi eterodossi. Attualmente, credenti ortodossi, provenienti da differenti tradizioni, lavorano insieme su questioni come l’aborto, i diritti umani ed altre che investono i campi dell’etica e della sessualità.

Nel campo dell’economia non ci sono valide alternative all’economia di mercato, che, si comprende bene, è il meccanismo più produttivo che il mondo abbia mai conosciuto per elevare il livelli di vita per tutte le classi sociali, e permettendo a ciascuno di partecipare al processo economico a qualsiasi livello. Ciò che non ancora capiamo è che il mercato rappresenta qualcosa di più di un mero sistema di organizzazione della produzione e della distribuzione; è la manifestazione dell’umana volontaria interazione, una dimensione della solidarietà umana, una fonte per garantire il diritto all’iniziativa economica.

Tutte queste cose sono accadute nella storia recente e ci consentono di essere più che fiduciosi per il futuro. La Speranza, non dobbiamo mai dimenticarlo, è una virtù cristiana, che dobbiamo coltivare affinché nell’agire possiamo sviluppare la giusta prospettiva, vocazionale e spirituale.

F.F.: La principale critica rivolta alle società post comuniste è che esse sono cadute da un errore all’altro: da un comunismo ormai indebolito ad un capitalismo decadente.

R.S.: Nel sostenere tali osservazioni sul capitalismo così come si manifesta, dobbiamo formulare in modo rigoroso le nostre critiche ed indirizzarle non ad un sistema di libera economia in quanto tale, quanto ai valori di coloro che dissipano tale libertà. L’etica capitalista deve essere temperata dalla tradizione, dalla moralità, dal rispetto per i consolidati costumi del passato e da un attivo impegno civico. La verità economica sull’uomo è vera, sebbene non sia tutta la verità. Il mercato non ha in sé una logica morale, questa gli viene offerta dalla fede.

Non dovremmo disprezzare il desiderio umano di vivere in modo migliore. Elevare il livello di vita è coerente con la promozione dei diritti umani e della dignità umana. Da anni discuto con alcuni pensatori credenti, i quali ravvisano nella vocazione imprenditoriale qualcosa d’indecente o, comunque, la mera creazione di ricchezza mediante l’intuizione capitalista. Nel contempo, le Sacre Scritture e gli autori di testi spirituali ci ricordano che il benessere e il livello di vita non sono mezzi atti alla salvezza.

Stranamente, coloro che condannano la ricchezza spesso lo fanno perché la considerano loro stessi un fine, un fine non degno di essere perseguito. Ne riconoscono la superficialità. Tuttavia, possiamo considerare la ricchezza anche in modo diverso. Intendere la ricchezza come un mezzo, ci consente di considerarla un modo per accrescere la conoscenza e la condizione umana mediante la carità, l’investimento e la filantropia. Sarebbe tragico se colui che ha appena concluso un grande affare credesse che la sola ricchezza costituisca lo stato finale. La ricchezza può essere cieca, ma anche un mezzo per compiere grandi opere. Dipende dall’uso che ne facciamo.

F.F.: Quali pericoli associa all’avvento delle nuove tecnologie, se ne ravvisa alcuno?

R.S.: Se ci avviciniamo alle nuove tecnologie come degli analfabeti morali, avremo dei problemi. Ma i problemi non sono insiti nella tecnologia. Il problema è di natura morale. La tecnologia non ci dice quali sono le priorità o come agire. Essa ci offre soltanto la possibilità di fare ciò che vogliamo in modo più efficiente. Di conseguenza, trovandoci di fronte ad inedite alternative e a nuovi mezzi senza un retroterra morale, il risultato è il caos etico.

Ad esempio, con internet si è semplificato l’accesso a prodotti moralmente impuri. Tuttavia, nella società è sempre esistita la disponibilità di prodotti moralmente impuri e non ci libereremo mai dal bisogno di scegliere tra bene e male. L’avvento di internet non modifica affatto la natura di quella scelta, e ciò perché la libertà, che permette il progresso tecnologico, deve essere inquadrata all’interno di una cornice morale.

Il progresso tecnologico ha assistito alla diffusione dell’odio e del vizio, ma anche alla diffusione del Vangelo; non esistono inediti problemi morali oggi. Sono i problemi morali di sempre che si manifestano in nuove situazioni. Il problema di internet non risiede nel fatto che diffonde rapidamente i prodotti, ma nella concupiscenza. Coloro che credono di poter restringere in qualche modo la sua portata attribuendo al governo il potere di censurare si accorgeranno che tale posizione si ritorcerà contro di loro. I genitori saprebbero fare sicuramente meglio.

Come coloro che fanno dipendere dalla tecnologia la rovina o la salvezza sociale, si consideri che alcuni ritenevano che il telefono avrebbe condotto alla fine del linguaggio scritto. Altri credevano che esso avrebbe portato alla fine dell’isolamento. Invero, raramente la tecnologia genera trasformazioni rivoluzionarie e non ha mai alterato la natura umana; non può far altro che portare cambiamenti pratici nel nostro modo di agire giorno per giorno.

F.F.: Il suo giudizio sull’etica nel modello capitalistico sembra rimandare sempre alle scelte della persona agente.

R.S.: Quotidiani, riviste e manuali sono pieni zeppi di riferimenti alla business ethics e all’etica sociale, tuttavia, se si presta attenzione alla terminologia, ci si accorge che non sono altro che codici che descrivono particolari forme di interventismo statale. Forse non sempre, ma spesso. Ritengo che sarebbe più utile considerare l’etica degli affari e l’etica sociale, comunque le si voglia chiamare, come un’estensione dell’etica personale.

La persona è contemporaneamente un’entità individuale e sociale, che agisce per se stessa non senza conseguenze per la vita degli altri. L’integrità della nostra vita necessita lo svolgimento di queste due dimensioni della nostra natura. Qualsiasi struttura politica ed economica deve fare i conti con questa realtà. Ecco perché tanto l’individualismo radicale quanto il collettivismo sono contrari alla nostra natura. Se si vuole una buona business ethics, si deve coltivare una buona etica personale. Se si vuole la giustizia sociale e un’etica sociale, è necessario coltivare la morale ai livelli più bassi della società. In questo senso, non v’è dubbio che tutto è riducibile alla persona umana.

F.F.: Non abbiamo ancora parlato del movimento ambientalista che sembra aver conquistato il favore di ampi settori del mondo cattolico.

R.S.: Non mancano le ragioni per una seria ricerca di un’autentica eco-spiritualità. Alcuni di questi movimenti svolgono un’importante funzione. Nella storia del cristianesimo San Francesco è colui che ha espresso il suo amore a Dio amando le sue creature, ma spesso si dimentica che San Francesco non è soltanto il protettore degli ambientalisti, ma anche dei commercianti. Il commerciante ha la responsabilità di prendersi cura delle risorse della natura e tradurle in uso produttivo.

L’eco-teologia presenta una spiritualità non incentrata sulla persona umana, ma su altri elementi, presuppone che esista un inconciliabile antagonismo tra l’uomo e la natura e che in questo conflitto l’uomo sia predestinato a soccombere. Alcuni ambientalisti radicali sostengono che l’ambiente sarebbe meglio tutelato se l’uomo si estinguesse ed ignorano la crudeltà insita in un ambiente selvaggio.

Tutto ciò non è altro che una forma di neo manicheismo, che poi si riduce ad una versione dello gnosticismo. I manicheismi considerano un male alterare la natura. I loro sacerdoti sedevano ai piedi delle piante e attendevano che i frutti cadessero. Per questo motivo, il voler creare un legame tra un certo ambientalismo e il cristianesimo rappresenta una teoria realmente folle e irrazionale. L’Acton Institute ha tentato di opporsi alla propaganda dell’ambientalismo di sinistra e al suo tentativo di battezzare ciò che appare un’idea pagana. In tal senso abbiamo ottenuto un certo successo.

Ricordo di essere stato in Nicaragua dopo l’era comunista. Violetta Chomorro era stata appena eletta presidente e alcuni dimostravano in strada. Andai a parlare con loro, videro che ero un prete, ma non sapevano che ero lì come amico di Chomorro. Chiesi cosa avrebbero fatto adesso che il comunismo non era più al potere. Uno mi rispose: “Torniamo negli Stati Uniti per impegnarci nel movimento ambientalista”.

In quel momento compresi l’intero scenario. Questo movimento non era altro che un’ulteriore manifestazione di un antico fenomeno. I sostenitori e gli attori sono diversi, ma il gioco non cambia: l’idea marxiana che la società è dominata dal conflitto e dall’ostilità, all’inizio il conflitto interessava i lavoratori ed i capitalisti. Dal momento che tale idea sembra aver perso valore, il modello marxista è stato modificato affinché possa essere applicato ad un altro tipo di conflitto: quello tra uomo e natura. Così come le femministe applicano la stessa nozione di conflitto nel rapporto uomo-donna. Ciò rappresenta, dal punto di vista della tradizione ebraico-cristiana, un totale ripudio del modo di vedere il mondo e di interpretarne la storia.

F.F.: Qual è la prospettiva biblica sull’ambiente?

R.S.: Meditando le Sacre Scritture scopriamo che la persona è chiamata a dominare la natura attraverso l’intrapresa e la proprietà. Con Sant’Agostino ci imbattiamo nella prima forma di interpretazione cristiana: egli ha esplicitamente rifiutato l’idea che piante ed animali abbiano diritti uguali a quelli degli uomini. Ha ridicolizzato l’idea che chi uccide un animale commette un omicidio. Gli animali non hanno diritti, ma non dobbiamo abusare di loro, dal momento che ciò svilirebbe noi stessi.

Esiste una interdipendenza naturale tra il capitalista e il lavoratore. Tra gli uomini e le donne, tra la persona e la natura. È nel nostro interesse avere un ambiente pulito, ma le modalità devono coinvolgere la creatività e l’intelligenza umana. Quando si ostacola la conoscenza, si distorcono i valori e si motivano le persone ad abusare dei beni relativamente scarsi, oltre a favorire la sovrapproduzione di beni che non hanno alcun valore. Ecco la fonte di molti problemi di oggi legati all’ambiente.

Ora, dal momento che la terra è del Signore, è qui che entra in gioco la religione. Dobbiamo usufruire delle bellezze della natura con rispetto, consapevoli che devono essere utilizzate con saggezza in armonia con la nostra intelligenza e ragione. Il che rappresenta un corollario del diritto alla proprietà privata delle risorse, mentre il movimento politico conosciuto come ambientalista è impegnato a restringere la capacità dell’uomo a possedere, controllare e rispettare l’ambiente.

Ogni giorno, nel dire la Messa, durante la Consacrazione, parlo del pane e del vino come “il frutto del lavoro dell’uomo”. È estremamente significativo che nostro Signore non abbia usato una spiga di grano e un grappolo d’uva durante l’ultima Cena, prodotti allo stato naturale. Egli ha usato prodotti trasformati dall’opera dell’uomo mediante un processo produttivo, ed infine, trasformati ancora dal Suo potere nel Corpo e ne Sangue di Cristo.

F.F.: L’ambientalismo esasperato potrebbe apparire un’affascinante eresia dei nostri tempi, così come negli anni ‘80 la Teologia della Liberazione?

R.S.: In molti credevano che si trattasse di un nuovo modo di fare teologia e si è finiti per insegnarla in quasi tutti i seminari. Sono stati venduti migliaia e migliaia di libri scritti dai suoi teorici. I movimenti di guerriglia dell’America Latina si fondavano su quell’idea di conflitto di cui parlavo prima, che rappresenta un ulteriore esempio di battezzare il marxismo. Poi, improvvisamente, tutto è crollato. È stata rigettata sotto il profilo intellettuale, ed oggi è considerata come una breve parentesi nella storia delle idee religiose. Accadrà lo stesso con l’ambientalismo.

F.F.: Altri movimenti combattono il lavoro minorile e la povertà del terzo mondo.

R.S.: Questi argomenti hanno a che fare con il tema dello sviluppo economico generale, un tema che richiede molto studio e una profonda riflessione. Purtroppo molti leader religiosi lo considerano un problema di diritti umani che andrebbe risolto con il diritto internazionale e la generosità.

La verità è che se osserviamo un qualsiasi periodo della storia nel quale si è assistito ad un grande progresso nel campo della medicina e del benessere in generale, ci accorgiamo che a fare la differenza è stato il contributo produttivo dell’economia di mercato. Se consideriamo l’accesso alle cure mediche, al cibo, al vestiario, ai trasporti, gli ultimi centocinquanta anni rappresentano una considerevole fuoriuscita dalla povertà. Se fossimo seriamente intenzionati ad estendere gli effetti a quelle aree che non sono state ancora interessate dallo sviluppo, dovremmo innanzitutto ammettere che neppure la migliore organizzazione caritatevole del mondo potrà fare più delle imprese; non vi è alcun dubbio.

Quei Paesi poco sviluppati dove i giovani lavorano nei campi sono dominati da forme mercantiliste di governo. L’esistenza di multinazionali all’interno dei loro confini è il segno positivo che quei Paesi hanno iniziato un fermento per individuare il modo in cui fuoriuscire dalla povertà, mediante il processo di sviluppo. L’avvio di tale processo coinciderà con inedite opportunità lavorative.

La ricchezza consente ai giovani di andare a scuola piuttosto che a lavorare. I Paesi capitalisti sviluppati trovano che il lavoro qualificato, ai fini produttivi, vale più del lavoro generico, ecco perché molti giovani comprendono che c’è qualcosa di meglio da fare che lavorare a tempo pieno. Purtroppo, molti di questi poveri Paesi non possono permettersi un simile lusso, così che l’alternativa per i giovani non è la formazione, ma la povertà e l’inedia. Le persone scelgono di lavorare in condizioni che noi consideriamo intollerabili, ma ciò riflette la stadio di sviluppo di quei Paesi.

F.F.: Gli Stati Uniti sono in qualche modo responsabili per le condizioni di povertà e di sottosviluppo di quei Paesi?

R.S.: Non v’è dubbio. Abbiamo un sistema tariffario e di regolamenti concepito per escludere i prodotti del terzo mondo e per punire le società americane che si stabiliscono in quei Paesi ed aprono lì delle aziende. Ciò non danneggia soltanto i consumatori americani, ma ostacola anche lo sviluppo di quei Paesi. Tutto ciò è evidentemente immorale. Se riducessimo gli ostacoli al commercio, assisteremmo ad un’esplosione della ricchezza; al momento, la retorica americana liberoscambista è in contraddizione con la realtà protezionista.

Mi lasci aggiungere un punto sulle sanzioni, poiché si collega a quanto appena detto. Attualmente gli Stati Uniti le hanno imposte, piccole o grandi, a più di un centinaio di Paesi. Sono state particolarmente severe contro la Yugoslavia, Cuba, la Libia e l’Iraq, dove, secondo le stime delle Nazioni Unite, l’embargo avrebbe causato la morte di mezzo milione di bambini sotto i cinque anni.

Le sanzioni non servono ad ottenere un obiettivo politico. Chiunque sia il despota nei confronti del quale dirigiamo il nostro biasimo, in quanto demone internazionalmente riconosciuto, l’embargo finisce per offrire una leva essenziale al mantenimento del potere. Ad esempio, le sanzioni americane contro Cuba rinforzano la propaganda di Fidel Castro. Inoltre, le sanzioni sono immorali poiché puniscono le persone e non i governi. Ho visitato in lungo e in largo Cuba, la Cina e altri Paesi con regimi autoritari, e mai una sola vittima di quei governi mi ha detto: “Sono grato agli Stati Uniti per aver imposto un embargo commerciale”.

Non escluderei le sanzioni in tempo di guerra, ma devono essere limitate nel tempo e concepite per un fine specifico. Non devono generare inutili ostilità. Dobbiamo sempre ricordare che il commercio è alla base dei nostri rapporti culturali con quei Paesi, e l’unica speranza che quei popoli hanno per migliorare le loro condizioni di vita. Il commercio porta con sé la speranza di rafforzare le istituzioni civili capaci di generare movimenti politici contro il dispotismo. Quanto alla mia posizione, se le sanzioni americane avessero ucciso un solo bambino innocente sarebbe una ragione sufficiente per toglierle. È un antico principio dell’etica cristiana che i non combattenti non devono mai essere vittime di guerre tra i governi.

F.F.: Qual è la sua opinione sulle organizzazioni internazionali?

R.S.: Nel dibattito generale sulla globalizzazione spesso si dimentica una fondamentale distinzione: esiste una globalizzazione buona e creativa che nasce dal commercio e dall’intensificarsi del processo di mercato ed una distruttiva imposta dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e da altre organizzazioni di questo tipo. È fondamentale riflettere sui danni causati da queste organizzazioni in nome del bene comune. In Cina ho visitato chiese clandestine che cadranno in rovina a causa di un progetto della Banca Mondiale che non sarebbe mai stato intrapreso se a prendere le decisioni fossero stati imprenditori privati.

Le organizzazioni internazionali condividono uno stile keynesiano di management economico. Il loro pacchetto di proposte per il terzo mondo normalmente comprende la richiesta di estinzione dei debiti mediante l’inasprimento del carico fiscale. Ora, capire che l’unica cosa della quale i paesi poveri non hanno alcun bisogno è tale inasprimento richiede solo un po’ di buon senso, eppure è esattamente ciò che si verificherà, una volta adottate le politiche del Fondo Monetario Internazionale. Il FMI condiziona i prestiti alla piena adesione dei suoi piani; tuttavia, troppo spesso, tali piani sono d’aiuto solo se l’obiettivo è di rafforzare i comitati di controllo. Se ciò che si ricerca è la prosperità, bisogna intraprendere un’altra via. A questo proposito, rimando vivamente all’opera di Hernando De Soto.

Riconosco che parte del mondo cattolico sia stato un po’ superficiale nel trattare la questione del debito del terzo mondo. In linea generale, l’idea era che i debiti andavano rimessi, ma alla fine il Vaticano ha compreso ciò che il FMI non ha capito: l’estinzione del debito non rappresenta una via praticabile. L’unica via praticabile è di aggredire il debito indirettamente, rafforzando la complessiva struttura economica attraverso il commercio e gli investimenti. Questo è un aspetto che non è stato sufficientemente trattato dalle organizzazioni internazionali.

F.F.: Forse il settore imprenditoriale ha un dovere morale che bisogna evidenziare.

R.S.: È proprio così, ma innanzitutto il settore imprenditoriale necessita di essere educato a farsi carico di questi problemi. Nel giudicare il rapporto imprenditori, dirigenti e libera impresa, siamo portati a considerare i primi come entità astratte. Non è sempre così. È molto probabile che essi ignorino del tutto il senso e la prospettiva della loro vocazione imprenditoriale. Sono abituati a sentirsi dire dai media e dai sacerdoti che la loro vocazione è moralmente sospetta, così è probabile che essi avvertano anche un certo senso di colpa per quello che fanno.

Quando alcuni anni fa il papa è stato in America Latina, tenne un’interessantissima omelia nella quale affermava che le chiese cristiane hanno il dovere morale di ritenere il Vangelo non solo per i poveri, ma anche per i ricchi e i potenti. Ciò fu importante poiché capovolse la logica della Teologia della Liberazione, la quale difendeva i poveri e demonizzava i ricchi e, così facendo, innalzava barriere all’evangelizzazione.

Ma c’è di più, è moralmente e scientificamente irresponsabile affermare che le azioni degli imprenditori hanno effetti negativi sulla società. Ogni qualvolta ho avuto l’opportunità di parlare a degli imprenditori, ho iniziato dicendo loro che la professione imprenditoriale non solo è legittima, ma anche degna di lode, ribadendo che essi rappresentano il fattore principale per generare la prosperità che rende possibile la civiltà.

Quando entri in un’impresa, non devi rinunciare ai tuoi principi. Se li introduci nell’azienda, insieme ad una opportuna educazione economica, ti accorgerai che la vocazione imprenditoriale può fare cose meravigliose per la società, offrendo un’autentica liberazione dalla povertà.

Chiarito ciò, inizio a parlare anche di obblighi morali, ma se si inizia con il dire che l’unica responsabilità degli imprenditori è fare penitenza per il fatto stesso di essere degli imprenditori, si perde l’opportunità di un’autentica evangelizzazione e si corre il rischio di allontanarli dalla loro autentica vocazione.

F.F.: E quali sarebbero le loro reali responsabilità?

R.S.: Devono mantenere fede ai contratti e pagare i lavoratori, prestando attenzione all’esigenza di giustizia: dare a ciascuno il suo. Devono garantire che non stanno lucrando su investimenti immorali o commerciando prodotti moralmente biasimevoli. Non devono mentire sui prodotti e tanto meno mentire ai fornitori e ai clienti. Devono essere attenti alle opportunità, ma non devono mettere in pericolo la stabilità dei lavoratori, prendendo decisioni affrettate o investendo in modo eccessivamente rischioso.

Devono sviluppare una prospettiva ampia della loro vocazione affinché non siano attratti soltanto dall’utile, ma anche dal portato morale delle loro scelte. Gli obblighi ai quali sono sottoposti derivano dal fatto che possono esercitare la loro forza per il bene della società, senza ricorrere a nocive influenze politiche, ma semplicemente sostenendo coloro che si mostrano attenti ad un modello normativo cristiano. Devono esercitare una positiva influenza culturale, specialmente oggi che da molti giovani sono visti come modelli.

Nella loro vita privata non devono trascurare la famiglia per rincorrere la fortuna. Devono educare i figli con valori appropriati, devono aiutare le opere religiose e caritatevoli, e tale obbligo cresce in proporzione alla crescita del loro portafoglio. Questi obblighi devono essere presi sul serio da tutti coloro che hanno scelto la vocazione imprenditoriale.

F.F.: Nel suo libro “Personalismo economico e società libera” ha scritto che la Parabola dei Talenti offre alcuni importanti insegnamenti anche nel campo dell’economia.

R.S.: Certo, e con ciò non intendo negarne il significato teologico riguarda il modo in cui viviamo il dono della fede. Il fatto che non dobbiamo dissipare l’opportunità della salvezza è il primo e fondamentale insegnamento. Nondimeno, la verità implicita nelle parabole di Gesù investe sempre l’integrale dimensione umana, così, se escludiamo il contenuto pratico, ci priviamo di un elemento essenziale.

Nella parabola a ciascun servo è affidata una certa somma di talenti affinché se ne prendano cura. I servi che vengono lodati dal padrone al suo ritorno hanno raddoppiato con gli investimenti il valore della somma a loro affidata. Cinque talenti diventano dieci e due talenti diventano quattro. Il servo che viene maltrattato ha sotterrato il suo talento. Ascolti quello che dice il padrone: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse”.

Non è affascinante? Qui troviamo la descrizione del processo di scoperta dell’imprenditore che genera prosperità: “miete dove non ha seminato”, oltre al riconoscimento morale della riscossione degli interessi. Ora, chi conosce la teoria economica sa che il tasso d’interesse nel lungo periodo tende ad uguagliare la remunerazione del capitale. Ciò significa che se stai riscuotendo un interesse pari all’interesse sul capitale, stai investendo i soldi al livello minimo. Se non stai riscuotendo alcun interesse, il padrone intuisce, in realtà stai perdendo soldi, dal momento che quei soldi, in definitiva, avrebbero potuto rendere nelle mani di qualcun altro.

La parabola mostra una notevole e sofisticata comprensione dei processi economici tipici dell’economia imprenditoriale. Ovviamente è una parabola nei confronti della quale i cristiani di sinistra non hanno prestato molta attenzione. Ad ogni modo, altre parabole come quella degli operai nella vigna, tratta dal capitolo ventesimo del Vangelo di Matteo, offrono ulteriori insegnamenti economici che ci difendono contro l’invidia ed evidenziano il diritto del datore di lavoro ad essere generoso anche se ciò comporta una iniqua distribuzione.

F.F.: Qual è il contributo dell’Acton Institute nel campo della formazione?

R.S.: Negli Stati Uniti, i genitori che scelgono di mandare i propri figli nelle scuole libere, ed è un loro diritto, sono costretti a pagare due volte, la prima attraverso la tassazione per sostenere le scuole delle quali non si servono e la seconda per le rette delle scuole che scelgono. È generalmente risaputo che la qualità delle scuole pubbliche è inferiore a quella delle scuole libere, sebbene non sia sempre così. La ragione è la stessa per la quale le libere economie funzionano meglio di quelle socialiste: la proprietà privata e la responsabilità personale rendono le persone più responsabili nell’esercizio del proprio lavoro. La produzione è più efficiente. La riforma scolastica dovrebbe introdurre energie competitive che migliorino la qualità delle scuole nel lungo periodo.

Ci sono molti modi per attuare una tale riforma, ed alcuni sono migliori di altri. Il buono scuola può essere un aiuto, ma anch’esso solleva il pericolo di controlli da parte del governo sulle scuole libere. Una riduzione generale del carico fiscale che agevolerebbe l’ingresso in scuole alternative ad un vasto numero di persone sarebbe ancora meglio. La ragione morale risiede nel fatto che bisogna sempre ricordare che in tema di educazione i genitori sono i primi responsabili.

Mi sento sollevato anche dal successo riscosso negli Stati Uniti dalla scuola domestica. Rappresenta la tendenza da parte dei genitori ad assumersi direttamente la responsabilità della formazione dei propri figli. I risultati pratici sono stati sorprendenti. Non possiamo considerarlo un modello universale, ma per coloro che possono e lo desiderano è un modo eccellente di procedere. Bisogna ricordare che il punto centrale di ogni riforma è il principio che lo stato non dovrebbe essere l’educatore di prima istanza. Non ho alcun dubbio che se lo stato fosse l’unico produttore di scarpe, assisteremmo immediatamente ad un declino della qualità delle scarpe.

È la cosa più naturale del mondo che i genitori si preoccupino dell’educazione dei propri figli. La pubblica istruzione statunitense ha contribuito a compattare i genitori contro questo impulso naturale, sicché dobbiamo rivitalizzare questo impulso. Per ottenere tale obiettivo dobbiamo ridimensionare l’influenza politica delle associazioni sindacali che rappresentano gli insegnanti, che sono abbastanza contrarie ad un maggior coinvolgimento dei genitori.

Ci sarebbero ulteriori questioni da affrontare. Dovremmo aiutare i genitori a sviluppare la virtù della resistenza alla cultura dominante e proporre una cultura fondata su una solida base etica che rimandi a norme trascendenti. Non possiamo attenderci che la cultura dominante lo faccia al posto nostro. Dobbiamo essere convinti delle nostre idee e della nostra identità, e scegliere di conseguenza i principi politici ed economici.

F.F.: Sono in molti in Italia a sostenere che il disinteresse degli americani per il tempo libero, e un certo modo d’intendere la qualità della vita (la cucina ad esempio), abbia a che fare con la cultura americana in quanto tale.

R.S.: C’è qualcosa di giusto in questa denuncia, ma è anche una naturale risposta al cambiamento del modo di vivere degli americani. Quando si chiede un esempio di come la cultura americana starebbe infettando l’Europa, c’è sempre qualcuno che inizia una conferenza sui mali del fast food. Ricordo un recente articolo scritto da un teologo cattolico italiano il quale definiva il fast food una specie di eresia protestante. Vuole sapere il motivo? Perché incoraggia la velocità, l’efficienza e l’individualismo, facendone le spese la comunione e la qualità.

Ci sarebbero tante cose da dire al riguardo. In primo luogo, tale denuncia giunge dall’Italia, il paese che ha inventato ed esportato in tutto il mondo, compreso gli Stati Uniti, la pizza, che è la regina del fast food. Perché in America siamo contenti di avere pizzerie italiane e ristoranti cinesi? Perché ci entusiasmiamo per tutte le cucine? Perché festeggiamo ogni qualvolta nella nostra città apre un ristorante tailandese o etiope? Perché applaudiamo quando s’inaugura una rosticceria indiana? Sarebbe molto importante che gli europei meditassero su questo argomento.

In secondo luogo, nessuno è obbligato a mangiare da McDonald’s, e tanto meno a mangiare in fretta. Il servizio è veloce, ma ciascuno è libero di mangiare in fretta o lentamente, come preferisce. Se si desidera ordinare un caffè, berlo con calma e soltanto più tardi ordinare il proprio Egg McMuffin, non c’è alcun problema, si può fare.

In terzo luogo, mangiare al ristorante è un piacere che soltanto i ricchi si possono permettere. Una volta, soltanto gli aristocratici potevano permettersi di offrire il pasto anche ad altre persone. L’economia di mercato ha reso questo lusso alla portata di tutti. Ci si può fermare durante un viaggio e prendere qualcosa da mangiare. È una cosa positiva per tante mamme molto impegnate nel lavoro, certo non è consigliabile mangiare sempre in questo modo, ma ogni tanto. Ebbene, come tutti, anche io adoro i pasti lunghi e deliziosi, tuttavia, se so di avere in un solo giorno dieci visite pastorali, non ho alcuna intenzione di trascorrere il mio tempo a cucinare o ad attendere seduto in un ristorante.

Un problema molto più grande che affligge tutte le società è la televisione. Ci sono case nelle quali è sempre accesa. È la guida e la maestra perenne. Temo che sia una pericolosa fonte di corruzione all’interno della famiglia, e nessun paese è esente da tale problema. Se potessi fare una raccomandazione per migliorare la vita delle famiglie, sarebbe quella di spegnere la televisione.

F.F.: Spegnendo la televisione avremmo più tempo per la lettura. Casa ci consiglia?

R.S.: Una domanda di enorme portata. In primo luogo le Sacre Scritture. Sul versante spirituale, a tutti coloro che non l’hanno ancora letta, consiglierei di leggere al più presto Una introduzione alla vita devota di San Francesco di Sales. Se disdegnate le letture spirituali perché le considerate troppo astratte, questo libro fa al caso vostro: è straordinariamente concreto e profondo.

Raccomando anche il grande classico di Tommaso da Kempis L’imitazione di Cristo; i discorsi del Cardinal Newman, sono fantastici. Per i quotidiani esercizi spirituali consiglierei un classico moderno: Conversazione con Dio di Francis Fernandez. Sul rapporto religione-società, La città di Dio di Sant’Agostino è una poderosa difesa della prospettiva cristiana; credo sia un’opera fondamentale per la cultura occidentale. Gli scritti di Giovanni Paolo II, tanto gli esercizi spirituali quanto le encicliche, sono essenziali.

Sull’economia e la politica, La società libera di Friederich August von Hayek, L’azione umana e Socialismo di Ludwig von Mises sono importantissimi; pur non essendo cristiani, andrebbero considerati tra i più grandi teorici della libertà. L’impresa come vocazione di Michael Novak sarebbe utile per tutti gli imprenditori.

Sulle questioni storiche, sebbene sia abbastanza difficile, considero meritevole di un simile sforzo la lettura di Lord Acton. Tutti coloro autenticamente interessati alla storia della libertà dovrebbero avere la trilogia pubblicata dalla Liberty Fund. Sull’America consiglierei Tocqueville e sull’Europa Christopher Dawson. Ed ancora L’Etica Nicomachea di Aristotele e la Summa di San Tommaso. Ma è meglio che mi fermi qui, prima di iniziare ad elencare l’intera tradizione occidentale.

Vorrei aggiungere un ultimo suggerimento riguardo alla lettura. Per quanto sia importante, la preghiera lo è ancor di più. È un compito molto più difficile, ma senza di essa non c’è speranza. Il dialogo con Dio deve precedere qualsiasi altra nostra occupazione. È l’unico modo in cui ciascuno di noi opera per la propria salvezza e contribuisce alla salvezza del mondo. È oltretutto un suggerimento estremamente concreto, perché c’è sempre qualcosa che noi tutti possiamo fare adesso, esattamente lì dove siamo.

F.F.: La ringrazio padre.



* La presente intervista è pubblicata in: Aa.Vv., Cattolicesimo, liberalismo, globalizzazione, a cura di Flavio Felice, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2002.

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