Acton Institute for the Study of Religion & Liberty

Site Map | Contact Us
About Book Shoppe Calendar Programs Policy Publications Press Research Audio Discuss Contribute
Home ›› Italiano ›› Publications

La sfida etica degli affari

Robert A. Sirico

Il 2002 sarà ricordato nei programmi universitari di economia di tutto il mondo come un anno di corruzione e di inganno da parte delle imprese. In tutte le classi si sarà discusso della crisi del mercato che ha dissolto con un solo colpo giganti come WorldCom, Enron, Global Crossing, e Adelphia.

Non si discuteranno soltanto gli sbandamenti manageriali e finanziari, ma tutti questi casi - compreso quello famoso che riguarda IMClone e Martha Stewart - occuperanno la prima scena durante le lezioni di etica degli affari. Ciò che gli studenti apprenderanno da questi casi informerà la prossima generazione di leader del mondo imprenditoriale su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato dell’attività economica.

Qual è la lezione economica che gli studenti apprenderanno da questi corsi? Certamente comprenderanno i dettagli di ciascun caso ed il ventaglio di opinioni sul modo in cui ciascun caso è stato affrontato dalla stampa e dal Legislatore. Infatti, tali casi di studio rappresentano una sorta di pane e burro di tutti i corsi di “Etica degli Affari”. Viene presentato il caso, si identificano le questioni etiche e la discussione si sviluppa sulla corporate responsibility nei confronti degli stackeholders e, più in generale, nei confronti della comunità.

Le conclusioni che scaturiscono da un simile metodo pedagogico molto probabilmente saranno tenebrosi. Non v’è alcun dubbio che agli studenti verrà insegnato che le aziende devono gestire le risorse in modo professionale e trasparente, dovranno essere giusti con gli impiegati e coscienziosi sotto il profilo ambientale. Chi non è d’accordo che le imprese non devono perseguire il profitto se ciò significa contravvenire alla giustizia e non devono tentare di eludere le leggi poste in essere per la pubblica utilità?

Non v’è nulla da obiettare in questa popolare litania, tuttavia essa presenta una lacuna significativa: aggrediscono il tema dell’etica imprenditoriale come se fosse un comportamento particolare piuttosto che un’estensione dell’etica individuale, ovvero personale. Invero, l’argomento dell’etica personale è talmente declassato in questa epoca segnata dal relativismo e dal positivismo, al punto che la questione del comportamento etico personale è improbabile che emerga dalle riflessioni sulla business ethics.

I giorni che hanno preceduto il Natale – il periodo dell’anno nel quale si compiono i maggiori acquisti – sono anche giorni permeati di significati religiosi, il momento giusto per rinnovare la fedeltà ai principi fondamentali e al modo di condurre la propria vita nella sfera pubblica e in quella privata. In che modo i citati vaghi postulati possono aiutare la condotta nella vita imprenditoriale? Quale sarebbe il fondamento in base al quale distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è?

Molte delle discussioni sull’etica degli affari sono farcite di messaggi politici subliminali. Non v’è dubbio che i profitti non dovrebbero essere perseguiti a scapito della giustizia, ma cosa significa in concreto? Significa forse che un’azienda deve effettuare delle donazioni ad associazioni che inducono al senso di colpa e che si avvantaggiano dell’interventismo statale che tende a manipolare l’ordine imprenditoriale? Forse la domanda di giustizia richiede che l’azienda usi una parte delle risorse nel perseguimento di risultati politicamente corretti? Alcuni la pensano così.

Si consideri l’opera dell’Aspen Institute e del World Resources Institute, con il loro report: “Beyond Grey Pinstripes”. Si nota in entrambi i casi lo sforzo di assicurarsi che i master in management inseriscano nei loro programmi la questione sociale ed ambientale. Il fine è di rendere centrale “l’impatto sociale del management”. Le business schools fanno ciò “invitando in classe attivisti delle associazioni dei consumatori, investitori istituzionali, azionisti socialmente responsabili e rappresentati delle organizzazioni non governative” e “chiedendo agli studenti di prendere decisioni in scenari nei quali la popolazione è povera” o di “condurre ricerche su differenti culture e tradizioni”.

A parte il fatto che invitare qualcuno alle conferenze di etica degli affari ha poco o nulla a che fare con la formazione etica dei manager, il linguaggio di tali programmi mostrano che essi non trattano affatto di etica e di morale. Non si tratta di programmi basati sulla virtù, e, di conseguenza, non prevengono le frodi, la corruzione e qualsiasi forma di disonestà negli affari. Al contrario, questo linguaggio è totalmente politico e di una certa inclinazione, quella che pretende di ingabbiare la libera impresa con regole e gruppi di pressione.

Confondere un simile programma politico con l’etica autentica non è soltanto un errore intellettuale. Esso genera negli studenti un senso di cinismo che sfocia nella convinzione che il proprio dovere morale riguardo agli affari si riduca ad aderire, o a desiderare di aderire, ad alcune espressioni della sinistra politica. Negli affari, siamo portati a credere, le obbligazioni morali possono essere appagate effettuando donazioni per le “giuste cause”. Invero, gli sforzi degli stessi Resources Institute e dell’Aspen Institute sono supportati da grandi aziende come l’American Express, AT&T, Citigroup, Prudential e Alcoa, oltre a tante altre.

Gli studenti, così come in generale il pubblico, hanno il diritto di chiedere: “tutto ciò che cosa ha a che fare con l’idea tradizionale di etica, che è in primo luogo un preciso insieme di regole morali che impegnano il comportamento individuale?”. Perché mai scomodare la morale soltanto per le questioni economiche? Nell’attuale orizzonte culturale, il comportamento individuale rifiuta regole fisse su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Gli studenti stanno cogliendo il messaggio. Una ricerca commissionata dalla National Association of Scholars, e condotta da Zogby International, ha domandato a 400 laureandi che cosa i loro professori avevano loro insegnato riguardo a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato. Soltanto un quarto ha detto che “c’è uno standard chiaro ed uniforme di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato sulla base del quale chiunque dovrebbe essere giudicato”; mentre i e tre quarti hanno risposto che dipende “dalle specificità individuali e dalle differenze culturali”.

Quando è stato chiesto agli studenti sulle priorità etiche degli affari, la risposta più comune è stata che le imprese dovrebbero reclutare “una forza lavoro diversa, nel rispetto e nella promozione della donna e delle minoranze”. Immediatamente dopo, nella lista delle priorità scelte dagli studenti: “riduzione dell’inquinamento ambientale”, seguito da “evitare la mobilità del lavoro”. Mentre, soltanto il 23% pensa che l’etica abbia qualcosa a che fare con un’attenta gestione finanziaria.

Questo sondaggio e la tendenza dell’attuale pubblicistica sull’argomento, combinati con gli scandali finanziari di quest’ultimo anno, ci suggeriscono che è il tempo di un ritorno ai principi fondamentali; principi che non seguano la moda politica del momento, ma che indichino qualcosa di più duraturo. I manager d’impresa necessitano di principi morali fondamentali: non rubare, non frodare, i classici vizi e virtù della tradizione ebraico-cristiana, la Regola d’Oro di trattare gli altri come vorremmo essere trattati, il principio paolino “Perché non dovremmo fare il male affinché venga il bene” (Romani 3:8), che si può testimoniare anche in borsa.

Riaffermando e discutendo i principi fondamentali, promuovendo un approccio etico degli affari fondato sulla virtù, saremmo in grado di offrire un’educazione morale per i futuri dirigenti d’impresa più che tutti i casi studiati e le sessioni didattiche che individuano il clima attuale della “business ethics”.

Se c’è qualcosa da imparare dalle crisi aziendali di quest’ultimo anno, è che il codice morale ebraico-cristiano necessita di essere recuperato, non riformulato e, ancor meno, politicizzato. Le antiche verità devono essere riaffermate in nuovi contesti, ricordando che i principi basilari di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato sono stati scoperti, non inventati. Essi non mutano in base alle circostanze o all’apprezzamento popolare. Se questa lezione non è stata appresa in seguito agli scandali imprenditoriali, non possiamo attenderci l’innalzamento morale degli affari - l’attività nella quale la maggior parte delle persone è coinvolta per la maggior parte della propria giornata – ad un livello degno degli esseri umani e ad una cultura civile.

www.acton.org

About | Book Shoppe | Calendar | Programs | Policy | Publications | Press | Research | Audio | Discuss | Support

Istituto Acton onlus
Corso Vittorio Emanuele II, 294
00186 Roma, Italia
Tel. (+39) 06-6889.2500 • fax: (+39) 06-6821.4003 • email: istitutoacton@acton.org

Acton Institute for the Study of Religion and Liberty
161 Ottawa NW, Ste. 301 • Grand Rapids, MI 49503 USA
phone: (+1) 616-454.3080 • fax: (+1) 616-454.9454 • email: info@acton.org
Site Map | Contact Us