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Logiche burocratiche: Il costo spirituale dell'economia mista

Robert A. Sirico

Introduzione

L'economia di mercato ed il sistema di libera impresa a lungo sono stati criticati tanto dalla cultura popolare quanto da quella accademica. Sorprendentemente, ciò continua anche dopo che gli eventi del 1989 hanno dimostrato come il socialismo centralistico e pianificato sia tanto indesiderabile dal punto di vista economico, quanto politicamente insopportabile. Guardando la realtà da un punto di vista puramente empirico, possiamo affermare che le virtù del mercato hanno vinto il dibattito, ciononostante, la libera economia d'impresa deve chiedere costantemente scusa.

In Germania, in Svezia, in Gran Bretagna, in Italia e negli Stati Uniti sono state adottate misure per diminuire la dimensione e le finalità dello stato sociale, come pure il peso che grava sulla spesa pubblica. Tuttavia, a tutt'oggi, riteniamo che questi passi siano ancora relativamente pochi e in molti, tra politici ed accademici, considerano la riforma dello stato sociale come un qualcosa di necessario a causa dell'immane problema della stagnazione economica. Sostituire gli interventi del governo con la carità volontaria non è un semplice desiderio, non rappresenta nemmeno una rinnovata fede nei presupposti dello scambio volontario, intendendo per esso una strumento superiore alle varie forme coercitive di carità orchestrate centralmente.

Nemmeno il crollo del socialismo è riuscito ad apportare significativi cambiamenti nella politica economica dell'Occidente. I governi occidentali non hanno smantellato le strutture socialiste all'interno delle loro economie. La Germania occidentale si trovava nella posizione ideale per vedere le conseguenze catastrofiche della pianificazione statale nella Germania dell'Est, eppure il processo di unificazione si è concluso con l'aumento del carico fiscale e della spesa pubblica della Germania nuovamente unita. Inoltre, per i governi occidentali l'avvio di una stagione di riforme orientate al mercato rappresentava una vera e propria necessità, ma le ragioni di tali riforme, nella maggior parte dei casi, andrebbero ricercate in una certa convenienza e non nella convinzione della naturale impraticabilità dell'intervento pubblico e, certamente, non hanno nulla a che fare con l'imperativo morale del libero possesso, controllo e commercio della proprietà privata.

Negli Stati Uniti, ogni sei mesi, o quasi, da quando il governo sovietico si è disintegrato e i governi socialisti suoi alleati sono stati rovesciati, per risolvere i problemi sociali ed economici, il Congresso ha votato leggi che favoriscono una versione democratica del centralismo. Tale legislazione comprende il Disability Act, il Family Leave Act, un programma di assistenza statale, un tetto sull'utile sociale e una maggiore tassazione progressiva sul reddito. Questa breve lista è solo l'inizio della storia. L'amministrazione Clinton ha operato costantemente per un aumento sostanziale della presenza del governo federale nel sistema sanitario statunitense; tale settore dell'economia costituisce un settimo della produzione totale statunitense.

Invero, la propensione a controllare e ad ingabbiare la libera impresa non conosce confini politici negli Stati Uniti. Il livello della regolamentazione, tassazione e spesa pubblica è cresciuto sotto la guida di entrambi i maggiori partiti politici. Il risultato è stato un sistematico trasferimento dal management, proprietà e commercio privati al management, proprietà e commercio pubblici. Ciò che parzialmente giustifica questa tendenza è, senza dubbio, che l'interventismo procura vantaggi e potere a coloro che controllano la burocrazia centrale pianificata e gli interessi particolari di chi li sostiene. Ora, poiché in democrazia bisogna contare sul consenso dei governati, anche l'opinione pubblica è colpevole. L'anticapitalismo non è solo un'ideologia mantenuta in vita dai circoli accademici di letteratura, sociologia e religione, è anche una filosofia del governare, sostenuta da una parte rilevante dell'elettorato.

Quali sono, allora, le obiezioni all'economia di mercato, o al capitalismo, che rappresentano un impedimento alla riforma complessiva? Economisti, teologi e giornalisti, generalmente, quando pensano all'economia di mercato pensano ad un sistema costoso, anarchico, senza direzione e dannoso per l'ambiente. Ma innanzitutto, l'economia di mercato, ancor più del socialismo, è considerata come un elemento di corruzione culturale e di proliferazione dell'invidia, entrambi ostacolano la spiritualità e la crescita interiore. In parte, è per questa ragione che un qualsiasi ministro di un qualsiasi governo, di una qualsiasi nazione del mondo, stipendiato con denaro pubblico, detiene tuttora una maggiore autorità morale ed un più elevato status sociale di un imprenditore di successo o di un sacerdote. Questo strumento, per quanto informale, è ancora affidabile per misurare il favore o l'ostilità della società nei confronti dell'economia di mercato.

È nostro precipuo dovere non sostenere più l'ingenua credenza che il socialismo e la pianificazione centrale siano in grado risolvere i nostri problemi sociali; inoltre, non abbiamo ancora sufficientemente preso coscienza dei meriti del capitalismo, al punto da affidare al mercato il compito di affrontare i nostri problemi sociali, più di quanto finora abbiano consentito. Dire che propendiamo per un'economia mista non significa conoscere quali dovrebbero essere le porzioni dei suoi ingredienti e, tantomeno, possiamo prevedere il giorno in cui assisteremo al mutare della ricetta per il capriccio del legislatore. Simile ad un sistema di gestione economica politicamente instabile, l'economia mista oscilla sempre tra più mercato e più controllo centrale.

La moralità del mercato

In questo dibattito, gli elementi spirituali e morali di soluzioni economiche alternative non hanno attratto sufficientemente l'attenzione. La dimensione spirituale e morale della vita economica è stata argomentata nella brillante enciclica di Giovanni Paolo II Centesimus annus sul centesimo anniversario della Rerum novarum. La Centesimus annus non prevede alcun progetto di riforma economica. Ad un simile progetto non sarebbe adatto il Magistero del Santo Padre né, tanto meno, sarebbe in armonia con le precedenti asserzioni relative alla vita economica delle nazioni: «I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra loro»[1]. Tuttavia, nel corso dello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa nel campo della sfera economica, il papa ha effettivamente offerto linee guida di natura morale e, talvolta, pratiche, per assistere la società nella sua ricerca di una società che ordini in modo giusto la vita economica.

La questione argomentata dal papa ha a che fare con le problematiche relative al mondo contemporaneo con particolare riferimento all'economia e alle sue ripercussioni sull'organizzazione sociale. La Centesimus annus è il tentativo di far maturare l'insegnamento sociale della Chiesa alla luce degli eventi storici che hanno abbattuto i regimi socialisti nell'Europa dell'Est. Tra i tanti fattori, il papa individua il loro fallimento in una necessaria “conseguenza della violazione dei diritti umani all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell'economia”[2]. Ecco perché, dice il papa: «desidero, in particolare, che essa sia fatta conoscere e sia attuata nei diversi paesi dove, dopo il crollo de socialismo reale, si manifesta un grave disorientamento nell'opera di ricostruzione»[3].

Il papa è decisamente contrario ai sistemi statalisti tipici delle organizzazioni politiche ed economiche che sono caduti nel 1989, e ricorda la fiducia che la Chiesa continua a riporre nei confronti dell'insegnamento della Rerum novarum, contraria al controllo da parte dello stato dei mezzi di produzione, che farebbero di ogni individuo una ruota nell'ingranaggio dello stato. Inoltre, il papa incoraggia l'approfondimento del principio di sussidiarietà, sottolineando che la difesa dei soggetti più deboli della società, intendendo per essi i lavoratori disoccupati, gli anziani, i malati e i bambini[4], è attuata meglio da coloro che sono più prossimi al bisogno.

Alcune caratteristiche tipiche del lavoro in un'economia di mercato consentono una più vasta ricognizione istituzionale dei diritti violati sotto quei sistemi così esplicitamente ripudiati dal Magistero sociale. In primo luogo, dal momento che "il lavoro di un uomo è naturalmente interconnesso con il lavoro degli altri uomini", la libertà di lavoro è parte essenziale di una vita ricca di cooperazione sociale. In secondo luogo, la comunità del lavoro ha bisogno della libertà di crescere indipendentemente dalla direzione impressa dal governo, poiché «è mediante il lavoro che l'uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla [la terra] e ne fa la sua degna dimora". In terzo luogo, la libertà di lavoro è essenziale al raggiungimento del dovere morale di servire gli altri perché "lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: e un fare qualcosa per qualcuno»[5].

Questi tre elementi: cooperazione, libertà e servizio, sono le fondamenta dell'insegnamento morale del papa con riferimento al lavoro e alla vita economica, nessuno dei quali rappresenta un elemento considerevole all'interno delle organizzazioni economiche dei sistemi statalisti.

L'obbligo di guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte presume anche il diritto di farlo. Una società nella quale è sistematicamente negato tale diritto, nelle quali le politiche economiche non consentono ai lavoratori di raggiungere un soddisfacente livello di occupazione, non può essere giustificata da un punto di vista morale, né è pensabile che quella società ottenga la pace sociale[6].

Per questa ragione la moderna economia d'impresa presenta aspetti positivi. La sua base è la libertà umana esercitata nel campo economico, così come in tanti altri campi. L'attività economica è, invero, un settore all'interno della grande varietà delle attività umane e, come ogni altro settore, include il diritto alla libertà, così come il dovere di responsabilizzare l'uso della libertà[7].

Evidentemente, la Chiesa, con riferimento alle istituzioni dell'economia libera, è più entusiasta oggi di quanto non lo fosse nei precedenti autorevoli pronunciamenti degli ultimi cento anni. Ciò perché ci sono delle particolari differenze tra le tendenze della società moderna e quelle del passato, anche del recente passato: «Mentre un tempo il fattore di produzione decisivo era la terra e più tardi il capitale -- inteso come il complesso dei mezzi di produzione -- oggi il fattore decisivo è sempre più la persona, ossia, la propria conoscenza, specialmente quella scientifica, la capacità di dar vita ad organizzazioni, così come l'abilità di conoscere i bisogni degli altri e soddisfarli»[8].

Il papa riconosce che "il libero mercato sia lo strumento più efficace per allocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni"[9]. Contro la realtà pervasiva dell'oppressione economica, il papa propone "una società di lavoro libero, dell'impresa e della partecipazione"[10]. La Chiesa «riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda. Quando un'azienda produce profitto, ciò significa che i fattori di produzione sono stati adeguatamente impiegati e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti»[11]. Dunque, piuttosto che il socialismo la Chiesa propone «un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia»[12].

Il papa non può approvare il termine capitalismo come talvolta esso è interpretato. Egli rigetta ogni sistema «in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrato in un solido contesto giuridico che lo metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso»[13]. In particolare, il papa rigetta il consumismo, la dottrina in base alla quale i risultati materiali necessitano di essere guidati da «un'immagine integrale dell'uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali»[14].

Tuttavia il materialismo e il consumismo non sono sempre e necessariamente associabili alle istituzioni del capitalismo. Il papa ci invita a comprendere i modi in cui le politiche governative stesse possono contribuire alla diminuzione della libertà e impedire il libero sviluppo della vita spirituale. Egli ci invita a vigilare contro «l'ampliamento di tale sfera di intervento, che ha portato a costruire, in qualche modo, uno stato di tipo nuovo: lo "stato del benessere"»[15] a detrimento delle libertà economiche e civili. Questo non è un pericolo astratto, al contrario, è un pericolo che minaccia il mondo contemporaneo.

Negli anni recenti il livello di tale interventismo si è notevolmente esteso, al punto che è sorto un nuovo tipo di stato, il cosiddetto "stato assistenziale". Le sue "disfunzioni e difetti […] derivano da un'inadeguata comprensione dei compiti propri dello stato"[16].

Il papa sferra un duro colpo contro l'interventismo che domina quasi tutte le economie occidentali comunemente dette capitaliste: Il papa scrive: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla voglia di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese»[17].

L'espressione "logiche burocratiche" contrasta direttamente con quella di "una società di libero lavoro, di impresa e partecipazione". La prima si addice alle istituzioni della politica e dà vita ad una pluralità di agenzie che sono incentrate sulla propria sopravvivenza, piuttosto che sui bisogni della società. La seconda si addice alle istituzioni di una società libera rettamente ordinata, che tenta di trovare un posto per tutti all'interno della divisione del lavoro e orienta i talenti di ciascuna persona verso i bisogni degli altri.

Definendo i termini in tal modo, il papa ha reso uno straordinario contributo alla comprensione convenzionale di termini come homo oeconomicus e ci incoraggia a rivedere la nostra idea sulla natura della politica. Da un lato ci spinge a pensare in modo più realistico su come l'economia d'impresa realmente opera e dall'altro ci invita a riflettere sui termini usuali con i quali parliamo di riforma economica sia nell'Est sia nell'Ovest.

Homo politicus vs. Homo oeconomicus

Negli Stati Uniti, attualmente, stiamo discutendo una serie di interventi politici che comportano nuovi e più elevati livelli di spesa e maggiore regolamentazione da parte del governo. In tale dibattito, coloro che si oppongono sono costretti a difendersi dal linciaggio verbale di coloro che vogliono ampliare il potere governativo. Ogni nuova spesa, non importa quanto piccolo possa essere il numero reale di beneficiari, è stata etichettata come "investimento". La domanda che normalmente ci viene posta è la seguente: dobbiamo favorire più o meno "investimenti"? Ed ancora: vogliamo più o meno "garanzie"? Messa così, la scelta diventa ovvia.

La scelta di termini come "investimenti" e "assicurazione" al posto di termini più tradizionali come spesa e stato assistenziale è la conseguenza di un calcolo politico. Giocano con alcuni luoghi comuni che coinvolgono il rapporto tra politiche d'intervento e mercato, affermazioni che la lettera e lo spirito della Centesimus annus ci suggeriscono di riconsiderare. L'investimento, per esempio, implica che il rendimento di lungo periodo di un particolare programma superi le spese anticipate. Ecco perché quando spendiamo perdiamo le nostre risorse. Ma quando investiamo nel futuro, otteniamo un maggiore ritorno in termini economici. Quando i politici sostituiscono la parola spesa con la parola investimento, vorrebbero farci credere che il governo, nei singoli casi, è realmente più capace del mercato nel conoscere quale sarà l'utile di lungo periodo della società. Altrimenti sarebbe meglio che i soldi restassero nelle mani dei privati e investiti sul mercato.

La stessa implicazione -- che il settore pubblico è superiore nella conservazione delle risorse e nella previsione del futuro -- è al cuore del termine "assicurazione", almeno così come tale termine è usato dai politici. Nell'ottica del mercato, un'assicurazione designa sempre la copertura di un rischio e di un'incertezza futuri. Ad esempio, una persona può guidare un'intera vita senza fare mai un solo incidente. Ma, poiché nessuno può conoscere il futuro con assoluta certezza, questa persona stipula un'assicurazione contro i danni che potrebbe causare in un incidente d'auto che potrebbe accadere. La stipula di una polizza assicurativa è un atto che poniamo in essere per tutelarci dal futuro a noi sconosciuto.

Quando diciamo che il governo dovrebbe introdurre un costante flusso di "assicurazioni", ci stiamo affidando ad esso come fonte costante di sicurezza a fronte di un futuro incerto. Più esattamente, stiamo implicitamente affermando che lo stato è necessariamente più adatto alla nostra tutela contro il rischio inerente la vita economica, di quanto non lo siano le assicurazioni private. Si consideri che l'assicurazione di stato non funziona come le assicurazione private: in quella di stato non si tiene pienamente conto del rischio. Le sue operazioni non si basano sull'equilibrio tra un costante flusso di entrate ed un altrettanto costante flusso di pagamenti. Rivendicando le pensioni di anzianità e la nazionalizzazione del sistema sanitario, i politici sono tentati di far leva sulle paure dalla gente, sul futuro incerto e sul desiderio universale di sicurezza. Per questa ragione, tra le altre, dovremmo prendere sul serio l'insegnamento del papa, il quale afferma che quando lo stato assume una funzione spettante al mercato, quest'ultima deve essere «per quanto possibile, limita nel tempo, per non sottrarre stabilmente a detti settori e sistemi di impresa le competenze che sono loro proprie»[18].

Dato quanto sappiamo del socialismo, grazie agli eventi del 1989, e dell'economia incentrata sul rispetto e la dignità della persona umana, perché mai dovremmo continuare a considerare lo stato più adatto a coprire le incertezze del futuro rispetto al mercato? Perché mai così di rado ammettiamo che il mercato e l'intrapresa privata sono più lungimiranti e orientati al futuro dello stato, con la sua "logica burocratica"? Da sempre l'economia di mercato è accusata di avidità e miopia, e quando mai l'apparato statale è stato criticato per le stesse ragioni? Ed ancora, quante volte abbiamo assistito al contrasto tra l'avarizia di breve periodo della stato, da un lato, e la prospettiva di lungo periodo degli imprenditori delle grandi, piccole e medie imprese dall'altro?

Invero, la promessa di sicurezza e di una prospettiva di lungo periodo è la principale promessa dei governi che operano all'interno di economie miste. Ad essere sinceri, tale promessa è la meno ambiziosa tra quelle che i socialisti normalmente fanno; affermavano che avrebbero garantito un'organizzazione scientifica delle forze produttive della società (il che, naturalmente, necessita la quasi totale statalizzazione della proprietà) e una giusta distribuzione del reddito sociale annuo. Circa la prima promessa, più volte abbiamo dimostrato la sua inconsistenza, quanto alla seconda, essa fallisce, perché il tentativo di ridistribuire equamente la ricchezza annulla ogni incentivo a lavorare e ad intraprendere.

La moderna economia mista non propone alcuna di tali audaci proposte: essa si presenta come lo strumento migliore per tutelarci contro l'incertezza, potendo scoprire il contenuto della scatola nera che noi chiamiamo tempo ed avendo una prospettiva di lungo periodo maggiore della libera economia di mercato. Sulla base di tale impostazione dottrinale, i mercati sarebbero talmente accecati dai guadagni immediati che non riescono a cogliere l'interesse di lungo periodo della gente. La presunzione è che lo stato può coprire, o almeno sfruttare e riindirizzare, i fallimenti dell'homo oeconomicus.

La promessa di sicurezza, investimenti e assicurazione a partire dalla spesa pubblica è la vera base dell'accordo che intercorre tra il settore pubblico e l'economia mista. La rivendicazione-presunzione dello stato è che può coprire il tempo e l'incertezza, affinchè la gente non si senta, rispettivamente, prigioniera del passare degli anni e del rischio ad esso connesso; questa è la fonte principale dell'autorità d'intervento del governo e lo stato in cui versa oggi il mondo.

La grande promessa dell'economia mista e dello stato burocratico, detto del benessere -- quella esplicitamente rigettata dalla Centesimus annus --, non si trova nelle opere di Marx, Lenin, Stalin o Mao, tutt'altro, è un contributo dei pianificatori economici occidentali. In particolare, tale prospettiva è stata descritta, nelle linee guida, da John Maynard Keynes. Come ben sappiamo, Keynes non ha mai esplicitamente affermato che il capitalismo dovesse essere abbattuto: in termini semplici, egli ha tentato di salvarlo dalle proprie contraddizioni interne. Ma quali erano queste contraddizioni? A suo modo di vedere ce n'erano tante: il sistema dei prezzi non funziona adeguatamente, la propensione al risparmio rallenta la crescita economica, i mercati generano cicli economici e tante altre. Questi sono punti di natura tecnica che sono tuttora dibattuti dagli economisti[19].

Ad ogni modo, essenzialmente, Keynes immaginava che l'homo oeconomicus, un singolo attore sottoposto alle condizioni del libero mercato, molto probabilmente avrebbe commesso, nel prevedere il futuro, più errori di quanti non ne avrebbero commessi i servitori del settore pubblico e gli economisti che operano per un governo correttamente inteso. Keynes lo ha scritto nel modo più chiaro possibile nell'ultimo capitolo del suo classico The General Theory of Employment, Interest and Money[20].

La teoria è moderatamente conservatrice nelle sue implicazioni, dal momento che, mentre indica l'importanza vitale di stabilire alcuni controlli nei campi che oggi sono lasciati all'iniziativa individuale, riconosce l'esistenza di vasti campi di attività non soggetti a tali controlli; lo stato dovrà guidare la propensione al consumo, in parte per mezzo della leva fiscale, in parte, fissando il tasso d'interesse e in tanti altri modi.

Per di più, appare improbabile che la politica bancaria o del tasso d'interesse sia sufficiente da sé a determinare un ottimale tasso degli investimenti. Ritengo, inoltre, che una qualche accettabile socializzazione degli investimenti avrebbe l'unico merito di mettere alla prova i mezzi per assicurare l'approssimarsi alla piena occupazione, sebbene questa necessità non escluda in nessun modo i compromessi e gli stratagemmi attraverso i quali l'autorità pubblica può cooperare con l'iniziativa privata[21].

Qui abbiamo la conclusione fondamentale ed esposta con estrema chiarezza del grande classico di Keynes e la proposta più sorprendente dell'intero libro: lo stato deve esercitare una "guida influente" attraverso "una qualche accettabile nazionalizzazione degli investimenti"; i mercati, egli pensava, non compiranno i giusti passi per coprire le incertezze del futuro, senza dar vita a fasi di squilibrio e di crisi; questo compito deve essere trasferito agli uffici pubblici, notoriamente meno egoisti e con una prospettiva di lungo periodo.

L'interesse per Keynes scaturiva dal suo conservatorismo, un termine che egli ha utilizzato per descrivere la natura del suo programma. Egli non era contro il mercato e il capitalismo, voleva semplicemente governare la componente più creativa dell'homo oeconomicus e sostituirla con l'autorità politica, in grado di correggere gli errori del mercato.

L'affermazione di Keynes che l'economia di mercato non possa agire per l'interesse generale -- sicuramente non nel lungo periodo e certamente non al pari del governo -- ha avuto una grande influenza sulla moderna politica economica. Mostrandosi disponibile all'intervento statale per investire le risorse della società e provvedere all'"assicurazione" contro le incertezze future, il settore pubblico ha fatto propria tale congettura di Keynes senza farsi troppi problemi. Sebbene Keynes fu il più strenue difensore della convinzione che l'homo politicus fosse più orientato al futuro rispetto all'homo oeconomicus, la sua fu una posizione moderata nell'ambito del pensiero contemporaneo dei suoi tempi.

L'anno successivo alla pubblicazione del volume di Keynes, Prentice Hall Publishers diede alle stampe un libro intitolato La Società pianificata: ieri, oggi, domani, a cura di Findlay Mackenzie, professore presso il "Brooklyn College Economics". In tale libro, Levis Mumford, all'epoca un famoso scienziato sociale, scrisse che l'espressione economia di mercato rappresenta una "teologia", una "superstizione", e «i suoi risultati pratici sono un disastro […]. Adesso il problema da risolvere non è se dovremo pianificare, ma come farlo» (pp. V-VI).

Levis C. Gray, il capo degli economisti di quello che oggi è il Dipartimento per l'Agricoltura, ha scritto che «La pianificazione rappresenta il tentativo del popolo americano di trovare una via di mezzo tra il laissez-faire del capitalismo e il socialismo» (pp. 160-161).

Rudolf K. Michels, professore di economia all'Hunter College, mostrava tutto il suo sdegno nei confronti l'iniziativa privata e per la sua presunta miope prospettiva. Egli scrive: «Nel lungo periodo, tutti questi fini, che contribuiscono ad un livello di vita materiale e spirituale più elevato possibile, possono essere realizzati soltanto come esito di piani di lungo periodo e politiche che richiederanno un cambiamento nel nostro sistema economico […] è necessario dar vita ad un sistema nel quale la politica economica sia svolta nell'interesse del benessere generale piuttosto che per il guadagno privato. Con ogni probabilità un tale tentativo comporterà un controllo ed una pianificazione maggiori» (pp. 387-388).

Anche Benito Mussolini contribuì come autore al volume, essendo uno stimato pianificatore per gran parte degli anni '30. Egli scrive che «Lo stato non è soltanto una realtà vivente del presente, esso è anche legato al passato e soprattutto al futuro, dunque, trascende il breve limite della vita umana. Rappresenta lo spirito immanente della nazione» (p. 811).

Soltanto l'ultima affermazione è la più estrema, circa la superiorità dell'homo politicus sull'homo oeconomicus, ed oggi il fascismo di Mussolini, a differenza degli anni '30, è generalmente impopolare. Tuttavia, possiamo forse affermare che le sue dichiarazioni sulla prospettiva miope dell'economia di mercato, sull'avidità dell'homo oeconomicus e sul futuro dello stato siano state ripudiate? Non credo. Non passa giorno che non si parli di imprese che utilizzano i loro profitti di breve periodo per investimenti di lungo periodo, oppure di consumatori che irragionevolmente pianificano per oggi e non per domani.

Lo stato è ancora generalmente ritenuto il correttivo per la miopia del mercato. Lo stato è costantemente invocato per indirizzare il prodotto dell'economia di mercato nella direzione di altri fini che si suppone siano di maggiore interesse generale. Perché mai il politico non dovrebbe rivendicare che, sebbene il suo programma costi di più oggi, farà risparmiare nel futuro? Si assume che l'impresa privata possa apparire più efficiente oggi, ma solo lo stato può sapere quale sia il bene per domani.

In tutti questi brani noi non troviamo un solo assunto che riconosce l'imprevedibilità del passare del tempo in un futuro incerto. Sono convinto che, sostanzialmente, tale aspetto della mentalità pianificatrice mantengaancora la sua influenza sulla pubblica opinione. Tolleriamo l'impresa privata fin quando è in grado di prevedere correttamente il futuro, ma nel caso di fallimento, quando i profitti sembrano non andare più nella direzione desiderata, ci rivolgiamo allo stato per avere delle risposte. Quando pensiamo alle incertezze della vecchiaia ci rivolgiamo allo stato, affinché si prenda cura di noi. Abbiamo paura di improvvise malattie, così chiediamo un sistema sanitario che elevi lo stato al rango di guaritore nazionale. Pensiamo che l'economia di mercato sia interessata soltanto alla massimizzazione di breve periodo, questo è tollerabile, ma quando intendiamo coprire la paura terribile che proviene da ciò che ci accadrà domani e che non ci è dato sapere, guardiamo allo stato, il quale speriamo sia relativamente più adatto a fronteggiare il rischio della vita sociale e dell'intrapresa economica.

Ancora oggi, l'uomo moderno è convinto che le imprese private e i consumatori agiscano avendo una benda davanti agli occhi, mentre il governo sarebbe in possesso -- necessariamente -- di una sfera di cristallo che gli consente di sapere dove ci condurrà il destino, fornendogli i poteri speciali per reperire le risorse indispensabili a garantirci un futuro più sicuro. Questo aspetto della mentalità pianificatrice è onnipervasiva. È un errore che porta con sé gravi conseguenze. Ci impedisce di sperimentare la consapevolezza che la libertà, l'economia di impresa e l'assunzione di responsabilità per il futuro possono stare insieme senza l'intervento dello stato pianificatore e dell'assistenza statale.

La prospettiva di breve periodo

I luoghi comuni sulla capacità dello stato di coprire le incertezze e la tendenza del mercato ad accrescerle non sono solo sbagliati, tali presunzioni sono invertite. Consideriamo dapprima l'ipotesi che il governo, nelle varie forme di interventismo, sia realmente orientato al futuro. Nel discutere ciò, presumerò che stiamo discutendo delle istituzioni che stanno alla base delle moderne democrazie (una discussione del tutto differente richiederebbe la trattazione dello stesso problema all'interno della monarchia).

Da che cosa è costituito lo stato interventista in una democrazia? Usiamo il termine per identificare la mentalità collettiva di coloro che amministrano quotidianamente gli interessi di uno. A tal riguardo gli attori principali sono i politici. In che senso la loro quotidiana occupazione può essere considerata orientata al futuro? Purtroppo, la loro prima occupazione è troppo spesso rappresentata dal desiderio di mantenere il proprio posto, il che significa dover contare sull'iniziale e continuo aiuto degli elettori.

I politici non hanno necessariamente bisogno di preoccuparsi dell'interesse generale per un lasso di tempo che vada oltre il termine delle prossime elezioni; essi devono offrire agli elettori dei propri collegi quello che vogliono, affinchè agiscano da leva nelle prossime elezioni. Questa mentalità può anche condurre alla «corruzione dei pubblici poteri ed alla diffusione di improprie fonti di arricchimento»[22]. L'economista scolastico Juan de Mariana ha fatto notare: «quanto è triste per le repubbliche e quanto è odioso per la brava gente vedere coloro che entrano nella pubblica amministrazione senza un soldo crescere nella ricchezza e ingrassare nel servizio pubblico»[23].

Con ciò non intendo affermare che i politici non agiscono mai nell'interesse generale di lungo periodo, ma soltanto che la struttura degli incentivi dei loro uffici fa sì che essi siano più inclini a servire il proprio interesse privato, piuttosto che il bene comune. Un'intera scuola economica, la Public Choice della Virginia di Gordon Tullock e James Buchanan, è cresciuta intorno a questa intuizione.

Gli ufficiali pubblici, le cui funzioni non dipendono dall'approvazione elettorale, hanno a che fare con un insieme di incentivi leggermente diverso che, tuttavia, non orienta le loro menti verso il lungo periodo. Essendo interessati a se stessi, non sono spinti a porre in essere azioni orientate all'interesse generale, qualora esista la probabilità che quelle azioni si ripercuotano sul loro statuslavorativo. Se, per esempio, ogni impiegato del Dipartimento per l'energia improvvisamente concludesse che sarebbe decisamente opportuno per il paese che l'energia fosse amministrata dal settore privato, piuttosto che dal governo centrale, la struttura degli incentivi nella quale operano non favorirebbe le dimissioni del personale in eccesso. È quasi impossibile sotto le giuste condizioni culturali che loro le vogliano, ma sarebbe decisamente più nel loro interesse sostenere la finzione che l'impresa privata e il bene pubblico rimarrebbero prive di aiuto senza i loro sforzi.

Le scelte prudenti che tali attori quotidianamente compiono non li conducono ad una prospettiva orientata al futuro. Le loro preoccupazioni, realisticamente, sono molto più incentrate sulle loro vite individuali: andare d'accordo con il superiore, ottenere un ufficio più grande e migliore, portare a termine i compiti secondo scadenze settimanali e simili. Tutto ciò non spiega assolutamente la ragione per cui bisognerebbe emarginare le questioni che interessano l'impresa e dispensare ordini all'economia privata, dal momento che proprio quest'ultima mostra di essere più vicina ai bisogni delle generazioni future. Un burocrate tipico pensa più alla fine della sua giornata lavorativa che a massimizzare il benessere sociale. È guidato da logiche burocratiche.

Gli incentivi e le costrizioni poste in essere su base giudiziaria nel tentativo di orientare al lungo periodo sono più difficili da attuare e valutare. Per di più, sarebbe ingenuo credere che i giudici prevedono il futuro sicuramente meglio dei commercianti di beni di consumo. I giudici sono lì per interpretare il diritto e, attraverso tale strumento, anche le azioni di altri giudici, non per dar vita a piani governativi che assumono il nome di investimenti per il futuro. Ai fini di una complessiva valutazione dell'impegno governativo, il giudiziario sarà il meno orientato al futuro tra tutti i poteri dello stato. Nello stesso tempo, i giudici sono una parte integrante della struttura istituzionale dello stato, che è orientata per lo più verso una logica di breve periodo.

Così, anche in queste superficiali osservazioni vediamo che lo stato non è un essere spirituale senza forma, capace di conoscere il futuro meglio di coloro che sono al di fuori dell'apparato stesso: esso è composto da persone reali, in carne ed ossa, che agiscono e reagiscono all'ambiente istituzionale nel quale sono immersi. L'ambiente istituzionale dello stato è occupato in primo luogo dalle preoccupazioni interne e non da quelle pubbliche, come sanno tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno avuto a che fare con gli sportelli di un ufficio postale. Allora, la presunzione che lo stato può e dovrebbe pianificare il nostro futuro, deve essere immediatamente confrontata con la realtà concreta, fatta di attori che operano nel settore pubblico, ma che non sono poi così orientati al futuro per il bene dell'intera società: al contrario, essi tendono a soddisfare i bisogni immediati di coloro che la fanno sempre da padroni e dai quali dipendono i loro stipendi, ossia i politici e i burocrati posti nella scala di grado in una posizione superiore.

Come conseguenza, lo stato interventista è pervaso da una prospettiva di breve periodo che la Centesimus annus biasima con tanta forza. Infatti, la maggior parte degli aggettivi comunemente usati per descrivere gli imprenditori e gli investitori nel settore privato possono essere applicati con uguale o anche maggior enfasi ai funzionari dello stato. Se diamo un'occhiata alle litanie -- che comprendono parole come avidità, egoismo, miopia, spendaccione e meschino -- si può facilmente immaginare come questi termini calzino perfettamente ai funzionari dello stato. Questi attributi, a causa della mancanza di strumenti efficaci per correggere gli errori e i vizi dei funzionari, tendono ad invadere l'intero settore pubblico. È nostro compito, allora, ponderare i relativi meriti dello stato interventista con il comportamento degli attori della libera economia di mercato che sono tenuti dalla natura della loro intrapresa economica a lavorare con gli altri al servizio del bene comune.

La prospettiva di lungo periodo

L'economia di mercato è data dalla rete di scambi e produzione che fanno leva sul contratto volontario e sulla proprietà privata per l'allocazione delle risorse sociali. Gran parte dei suoi membri sono i consumatori, i produttori e i lavoratori. Il produttore nel sistema capitalistico è solitamente considerato il perfetto homo oeconomicus, che è biecamente interessato al breve periodo e deliberatamente omette di considerare il lungo. Tuttavia, i profitti degli imprenditori che operano in un libero mercato giungono solo in un modo: servendo il pubblico consumo. Invero, il capitalista può perseguire il profitto per se stesso e la sua famiglia e non essere affatto caritatevole. Tuttavia, nel perseguimento del profitto, egli è eterodiretto, servendo, e anche anticipando, i bisogni e i desideri degli altri, ossia di tutte quelle persone reali e acquirenti potenziali dei beni e servizi della sua azienda.

Un produttore nel sistema capitalistico è costantemente spinto a coprire le incertezze del futuro con un'attenta previsione. Il proprietario di una vigna ne è un esempio. L'agricoltore deve coltivare la terra e piantare la vigna molti anni prima che la sua terra possa produrre i grappoli che vengono trasformati in vino da vendere al pubblico; nel frattempo, l'agricoltore deve acquistare il capitale, pagare i salari, rinunciare alla porzione di reddito che potrebbe essere investito in modo alternativo. Lo stesso vale per l'imprenditore industriale: deve acquistare la terra e i materiali, pagare i salari e promuovere i suoi prodotti a lungo, prima che tali sforzi producano un qualche profitto. Anche se un imprenditore fosse impegnato nella produzione o distribuzione di qualche insignificante bene di consumo (patatine fritte), il capitale dovrebbe essere prima acquistato e i salari dovrebbero essere comunque pagati prima che il prodotto veda il mercato. Tutto ciò richiede necessariamente una mentalità di lungo periodo.

Invero, l'imprenditore è per molti versi un veggente, dato che la sua professione si esercita anticipando gli eventi futuri; egli gestisce i fattori di produzione e considera una vasta gamma di rischi e incertezze per l'impresa. Ciò non significa che avrà sempre ragione, le sue previsioni alla fine potranno rivelarsi sbagliate. Tuttavia, l'adozione di una prospettiva miope lo esporrebbe a previsioni sbagliate e a fallimenti nella gestione della propria impresa. I profitti sono ottenuti da coloro che riescono a mettere tra parentesi le preoccupazioni del presente e ad anticipare quel che il mondo vorrebbe nel prossimo mese, anno, decennio o anche di più. Gli imprenditori sono chiamati anche ad investire su progetti che non garantiscono alcun profitto prima della prossima generazione. Ancora, gli operatori economici potrebbero essere motivati ad accrescere il loro conto in banca. Prima che ogni investimento dia frutto, l'imprenditore è chiamato a scrutare il futuro e servire il pubblico con ciò di cui ha bisogno, nonché monitorare costantemente e curare il proprio patrimonio. Solo così il valore potrà essere preservato ed accresciuto.

L'imprenditore, in un'economia d'impresa, è punito per la sua prospettiva di corto raggio. Il capitale investito, in tal caso, dovrebbe essere considerato una perdita e, come risultato, l'imprenditore sarebbe più povero. Ad ogni modo, la società nel suo complesso è solo marginalmente più povera, perché gli imprenditori rischiano i soldi propri o di altri che condividono lo stesso incentivo a prevedere il futuro. Gli attori politici non hanno a che fare con una simile punizione quando commettono degli errori, bensì è la società nel suo complesso che porta il peso dei loro errori: le risorse estorte dalle mani pubbliche e sperperate, tutto ciò espelle imprese che potrebbero sorgere e fiorire.

Spesso si dice che lo sviluppo della civiltà deve molto al differimento nel tempo della gratificazione. L'incertezza del futuro richiede costantemente che le persone rinuncino alle gratificazioni dell'oggi e che siano attente e frugali. Non si può dire la stessa cosa degli attori politici i quali, dal momento che le risorse che controllano non sono loro, ma dell'intera società, con molta probabilità, tenderanno a spendere per la loro gratificazione immediata. Come dice il professor Alexander Smith, al quale devo tale intuizione: «Un caso forte può essere prodotto con l'affermazione che nel perseguimento delle attività economiche, piuttosto che di quelle politiche, le persone sono portate a differire l'attuale gratificazione a vantaggio di fini futuri. Tale argomento, naturalmente, presenta importanti implicazioni per coloro che professano la fede nella capacità dei governi di operare nell'ambito della pianificazione di lungo periodo»[24].

Cosa possiamo dire del consumo? A volte i consumatori sembrano essere interessati esclusivamente all'accumulazione presente piuttosto che alla pianificazione di lungo termine. Questo è un aspetto del consumismo individuato da Giovanni Paolo II. Nondimeno, quanto è vero per l'economia di mercato, lo è altrettanto per le stesse persone che partecipano al processo politico. Non ha senso condannare i consumatori per essere di corta veduta se dopo riconosciamo a quelle stesse persone, della stessa natura, un ruolo nel governo finalizzato a domare l'orientamento di breve periodo degli altri esseri umani.

In un'economia di mercato, anche i consumatori hanno a che fare con incentivi e costrizioni che li spingono verso una mentalità di lungo periodo. Gli individui devono rendere conto dei loro debiti individualmente, per non dire della dichiarazione di un fallimento che ha come conseguenza la distruzione di una buona reputazione, la risorsa più preziosa di cui una persona possa disporre in un'economia capitalistica. D'altro lato, uno stato interventista può accumulare molti più debiti di un'impresa privata o dei singoli consumatori. Lo stato assume un prestatore di ultima istanza per disporre del suo credito tempestivamente per far fronte alle emergenze e per garantire le proprie obbligazioni contro l'inadempienza. La penale per l'eccessivo debito è pagata dai cittadini sotto forma di inflazione.

In ogni caso, considerando il principio di sussidiarietà, il consumatore è posto in una posizione molto più favorevole per prevedere i bisogni economici individuali, rispetto ad un distante funzionario del governo. I funzionari del governo potranno prevedere i loro bisogni, ma non potranno fare nulla di più di quanto i singoli individui già fanno, prevedendo i bisogni di coloro che vivono nella loro stessa città o anche dirimpetto. Le costrizioni dovute alla scarsità e il trascorrere del tempo non consentono al consumatore di concentrarsi totalmente sull'oggi senza rendersi conto delle conseguenze che lo attendono in fondo alla via. Gli operatori economici pagano in proprio nel lungo periodo le conseguenze della loro miope mentalità, mentre gli attori politici sono spesso intoccabili (se la cavano non "offrendo un servizio ai loro clienti") oppure sono ricompensati per la loro miope mentalità (con un "aumento disordinato delle agenzie pubbliche", accompagnato da "un enorme incremento della spesa").

Forse il miglior esempio di orientamento al futuro in un'economia di mercato è l'agente di borsa. La sua intera vita consiste nel raccogliere e interpretare ogni singolo frammento di informazione correntemente disponibile che potrebbe influenzare il futuro. L'agente deve pensare nell'intervallo di tempo compreso tra un minuto e trent'anni. I prezzi correnti di mercato per tutti i titoli sono immediatamente influenzati dal cambiamento nella disponibilità delle risorse, così le persone possono sintonizzare le proprie abitudini ai consumi per coordinarsi con la disponibilità futura. Nessuna di queste previsioni può essere perfetta, ma è probabile che i funzionari del servizio pubblico non abbiano ad ogni livello i mezzi a disposizione per sistemare i piani così velocemente. Invero, è il mercato azionario che ha reso il piano quinquennale così anacronistico. I pianificatori statali hanno smesso di elaborare i loro piani, quando il comportamento dei liberi individui ha mostrato di essere in grado di spostare i dati fondamentali, facendo sì che i piani diventassero senza speranza.

L'immoralità dell'economia mista

Joseph Schumpeter ha definito la complessiva prospettiva di lungo periodo del libero mercato come di una "sovrastruttura socio-psicologica" del capitalismo, volendo rievocare la terminologia marxiana.

Le cose economiche e sociali si muovono per inerzia e le circostanze alle quali danno vita costringono gli individui e i gruppi a comportarsi in un certo modo, a prescindere dal fatto che essi lo vogliano o meno. Per nulla affatto annientando la loro libertà di scelta, ma formando le mentalità e restringendo il ventaglio delle possibilità di scelta.

In una economia mista (o in un sistema statalista) la maggior parte dei settori della vita economica è toccata dalla politica e influenzata dalla prospettiva miope dell'azione di governo. Lo stato, in un'economia di mercato, si può rendere responsabile della contrazione della prospettiva temporale degli attori economici. Quando l'apparato statale cresce nelle dimensioni, proietta ovunque la sua prospettiva di breve periodo e forza le scelte degli attori economici che danno vita a ciò che l'ex direttore al bilancio Richard Darman definì il "now-nowism".

Consideriamo l'esempio dell'inflazione, che io tratterò, secondo la riflessione Milton Freedman, come un fenomeno esclusivamente monetario reso possibile dall'istituzione delle banche centrali. In un'economia con un livello dei prezzi stabile o in diminuzione, le persone possono pianificare il loro futuro con fiducia. Sotto inflazione, i dollari di domani valgono meno di quelli di oggi, dunque è interesse di tutti consumare nel frattempo che il potere d'acquisto è ancora alto. Una volta alimentato il fervore inflazionistico, non ci sono limiti a quanto le persone possono diventare meschine. Decideranno deliberatamente di indebitarsi, dal momento che potranno pagare in seguito un valore monetario inferiore. La storia dell'iperinflazione è ricca di aneddoti su imprese che sono cadute molto in basso. Le persone sacrificano la loro intera vita per risparmiare e dilapidano l'eredità dei loro figli come se tutto stesse per svanire.

L'inflazione orienta le persone al presente -- meno virtuose e molto più simili ai bambini. Questo stato puerile della mente è dovuto ad una politica del governo di tipo inflazionistica. Il papa ha offerto un contributo speciale al fenomeno dell'inflazione, argomentando che il mercato non può funzionare bene al di fuori di alcune condizioni istituzionali, giuridiche e politiche, in aggiunta alle "garanzie della libertà individuale e della proprietà, oltre che ad unamoneta stabile"[25]. Similmente, Mariana ha avvertito che "se ci prendiamo la licenza di ridurre la purezza dell'oro e dell'argento", come conseguenza, "la distruzione caratterizzerà il commercio interno e necessariamente seguirà una paralisi della produzione, generando scarsità, alti prezzi, povertà, confusione e disordine"[26].

Tuttavia, l'inflazione non è l'unica manovra politica in grado di restringere l'orizzonte temporale. Qualsiasi politica che riduce il valore della ricchezza individuale fa sì che anche il risparmio e gli investimenti per il futuro siano meno consistenti. L'alta tassazione, specialmente quella sul capital gain, ne è un ottimo esempio. Se corrette previsioni sono penalizzate a causa del peso fiscale, gli attori sul mercato assumeranno tale incentivo per esaurire le proprie risorse in beni di consumo. "L'origine della povertà è l'alta tassazione", scriveva lo scolastico spagnolo Pedro Fernandez Navarette[27]. Politiche come il controllo dei prezzi e dei salari rendono le persone più avide, ansiose di prendere il più possibile adesso alle spese degli altri. Lo stato assistenziale rappresenta la tentazione di accomodarsi oggi, piuttosto che lavorare per la sicurezza economica di domani. Le strutture legali, incredibilmente complesse, relative alla regolamentazione economica, scoraggiano la libera ed aperta intrapresa, causando disuguaglianze nel futuro.

Tutte queste politiche sono caratteristiche delle economie miste, così come realmente operano nel mondo reale. Le nostre società sono diventate generalmente più politicizzate dal momento in cui hanno subito la lenta trasformazione da società libere a regolate, dall'essere fondate sulla proprietà privata a diventare stati assistenziali, dal poter contare su una moneta stabile all'essere dominate da politiche monetarie inflazionistiche, e ciò significa anche essere inclini al breve periodo. Quando le persone sono governate da economie miste, il loro comportamento è maggiormente influenzato dall'attore politico egoista, non interessato al bene comune e con scarsa dimestichezza per una prospettiva di largo respiro, così come si addice ad un operatore politico abile e socialmente orientato.

In una società politicizzata, le persone cominciano a sviluppare un'etica dell'avere piuttosto che dell'essere, il che rappresenta la genesi del declino culturale. Le persone iniziano ad accontentarsi di un presente sicuro per i piaceri dell'oggi, inseguendo appetiti puerili, piuttosto che agire in modo maturo. Il papa parla direttamente di questo problema sociale e spirituale dei nostri tempi: «Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all'avere e non all'essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se stesso»[28].

Sarebbe oltremodo utile pensare alle dispute sulle azioni politiche nel moderno dibattito politico come ad una dicotomia tra breve e lungo periodo, come Alexander Smith ha argomentato[29]. Quando un uomo politico preme per un nuovo programma di spesa, che lo chiami o meno "investimento", egli agisce nella speranza di un immediato beneficio per sé e per gli interessi particolari che sta servendo. Al contrario, coloro che vi si oppongono possono vedere chiaramente che quel problema sociale è falso o forse si potrebbe risolvere meglio e più tempestivamente per mezzo dell'azione dei privati. Coloro che si oppongono ad una nuova spesa da parte del governo, non è escluso che intravedano il bene di lungo periodo proprio nell'allocazione delle risorse nelle mani del settore privato, anche se i benefici non si vedranno prima delle prossime elezioni.

Quando le conseguenze di un'azione politica pervasiva invadono il campo proprio dell'economia di mercato, il risultato è un restringimento dell'orizzonte temporale in tutta la cultura. Se desideriamo una società nella quale le persone siano disposte a differire nel tempo le gratificazioni, ad usare con prudenza le risorse, a prendersi cura della proprietà e ad amare le generazioni future, dovremmo essere disposti ad affidare nelle mani del settore privato e dei suoi alleati, come ad esempio la famiglia e le comunità intermedie, una maggiore responsabilità sociale. Abbiamo potuto osservare come il controllo totale della stato sulla vita economica abbia ridotto popolazioni intere in avidi cacciatori, del tutto consumati dall'avere piuttosto che dall'essere. La via di mezzo tra il capitalismo e il socialismo ci rende tutti generalmente più orientati al presente e simili ai bambini rispetto a quanto dovremmo essere o saremmo sotto un'economia di mercato stabile e rettamente governata, composta da operatori che perseguono il bene mentre migliorano la loro condizione materiale. In definitiva, ed è naturale, la moralità e la coscienza non consentono che la responsabilità per l'egoismo umano sia ricercata al di fuori di noi stessi.

Conclusioni

Il coerente esercizio della spiritualità esige la retta condotta della nostra vita privata: impone che ci prendiamo cura della nostra famiglia e della nostra comunità e che ci interessiamo al loro benessere di lungo periodo; dovremo risparmiare non soltanto per il nostro piacere personale, ma anche per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è il retto esercizio delle virtù morali che scaturisce dal prendere sul serio la vita spirituale. Il presupposto della libertà naturale che si manifesta nel corso dell'evoluzione di una economia di mercato fortifica la prospettiva di lungo periodo, l'etica e la responsabilità.

Al contrario, l'economia mista procede nella direzione di una pianificazione del futuro sempre più invasiva, tassando la crescita del numero degli occupati, inflazionando i risparmi e regolando eccessivamente le opportunità economiche. In un sistema istituzionale così complesso, vengono meno le opportunità per il corretto esercizio del bene, della generosità e della carità. Intervenendo eccessivamente nella vita economica, lo stato ci allontana da coloro nei confronti dei quali è nostro precipuo dovere prenderci cura. Verremmo meno ai nostri obblighi di coltivare, custodire e dominare la terra. Nondimeno, quando lo stato si assume obblighi che appartengono propriamente all'azione privata, siamo tentati di trascurare gli obblighi nei confronti della nostra famiglia e di coloro che versano nel bisogno. Sostituendo in molte sfere il mercato con l'azione dello stato, le convinzioni errate di Keynes hanno causato un alto costo sia economico sia spirituale.

Se continuiamo a credere che le forze economiche del mercato non possano aiutarci a programmare il futuro e continuiamo a sostituirle con le forze politiche, nell'illusione che lo stato sia in grado di pianificare il nostro futuro, continueremo a vivere in società orientate unicamente al presente.

Pensiamo alla Parabola del Talenti come viene narrata dal Vangelo di Matteo (25:14-30): quando il Signore si rivolse ai suoi servi, affinché usassero i talenti, si spalancava loro un mondo d'impresa e di investimenti; il Signore lodò colui che ebbe un profitto sui talenti e castigò colui che sotterrò il suo.

Immaginiamo gli effetti della stessa parabola in un'economia inflazionistica. Pensiamo alla risposta dei servi al ritorno del loro Signore. Il primo direbbe: "Signore, viviamo in un'economia inflazionistica. Ho speso i miei talenti e mi sono indebitato, perché l'indice di rendimento del capitale è più basso dell'aumento dell'indice dei prezzi dei beni al consuno". Il secondo direbbe: "Signore, ho speso i miei talenti per ottenere una licenza per aprire un'azienda, per pagare le tasse e per ottenere l'autorizzazione dall'ispettore alla sanità. Non avevo alternativa". Il terzo direbbe: "Signore, tutti i miei talenti sono stati presi dalla previdenza sociale e, sebbene probabilmente potrò prelevare un po' di soldi tra qualche anno, al momento non ho nulla". Infine, il quarto direbbe: "Signore, ho sotterrato il mio talento e adesso eccolo qui". Il Signore dovrebbe lodare quest'ultimo servo -- l'unico che ha sotterrato il suo talento -- come il più saggio all'interno di un ordinamento economico inflazionistico, iper regolato e iper controllato.

Il punto è questo: esiste un costo etico e spirituale nell'attribuire allo stato funzioni che sono più propriamente di competenza dell'impresa e degli imprenditori che operano nell'ambito di una libera economia di mercato. Abbiamo forse dimenticato ciò, anche di fronte al manifestarsi del fallimento socialista? Credo di sì. Il socialismo è finito, ma i miti sul mercato che hanno assegnato al socialismo una tale autorità sono ancora tra noi.

Non c'è alcuna ragione essenziale perché un'economia di mercato rettamente ordinata sia sulla difensiva e chieda continuamente scusa per sé. Dobbiamo iniziare un arduo lavoro per elevare l'economia d'impresa ad un livello morale e sociale più alto dell'economia che si regge sulla corruzione e sull'avidità pubblica. Il libero mercato, rispetto a qualsiasi alternativa, non è soltanto il sistema più efficiente e produttivo: è superiore nell'aiutarci a superare le incertezze della natura e a programmare il futuro, come esige la coerente condotta spirituale.



* Il presente saggio è pubblicato in: Robert Sirico, Personalismo economico e società libera, a cura di Flavio Felice, Rubbetino Editore, Soveria Mannelli 2002.

[1] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1 maggio 1991, n. 43.

[2] Ibid. n. 24.

[3] Ibid., n. 56.

[4] Cfr. ibid., n.15.

[5] Ibid., n. 31.

[6] Ibid., n. 43.

[7] Ibid., n. 32.

[8] Ibidem.

[9] Ibid., n.34.

[10] Ibid. n. 35.

[11] Ibidem.

[12] Ibid., n. 42.

[13] Ibidem.

[14] Ibid., n. 36.

[15] Ibid., n. 48.

[16] Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Cfr. Hanry Hazlitt, The Failure of the "New Economics", University Press of America, Lenhm MA 1983

[20] John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money, Brace and Company, New York 1936; trad. it., J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino 1971..

[21] Ibid.

[22] Ibidem.

[23] Alejandro Chafuen Christians for Freedom: Late Scolastiche Economics, Ignatius Press, San Francisco 1986, p. 65; trad. it., Cristiani per la libertà, Liberilibri, Macerata 1999.

[24] Alexander Smith, Time and Public Policy, The University of Tennessee Press, Knoxville 1988.

[25] Centesimus annus, n. 48.

[26] A. Chafuen, Op. Cit..

[27] Ibidem.

[28] Centesimus annus, n. 36.

[29] Cfr. A. Smith, Op. Cit..

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