Logiche burocratiche: Il costo spirituale dell'economia mista
Robert A. Sirico
Introduzione
L'economia di mercato ed il sistema di libera
impresa a lungo sono stati criticati tanto dalla cultura popolare quanto da
quella accademica. Sorprendentemente, ciò continua anche dopo che gli
eventi del 1989 hanno dimostrato come il socialismo centralistico e pianificato
sia tanto indesiderabile dal punto di vista economico, quanto politicamente
insopportabile. Guardando la realtà da un punto di vista puramente
empirico, possiamo affermare che le virtù del mercato hanno vinto il
dibattito, ciononostante, la libera economia d'impresa deve chiedere
costantemente scusa.
In Germania, in Svezia, in Gran Bretagna, in
Italia e negli Stati Uniti sono state adottate misure per diminuire la dimensione
e le finalità dello stato sociale, come pure il peso che grava sulla
spesa pubblica. Tuttavia, a tutt'oggi, riteniamo che questi passi siano ancora
relativamente pochi e in molti, tra politici ed accademici, considerano la
riforma dello stato sociale come un qualcosa di necessario a causa dell'immane
problema della stagnazione economica. Sostituire gli interventi del governo con
la carità volontaria non è un semplice desiderio, non rappresenta
nemmeno una rinnovata fede nei presupposti dello scambio volontario, intendendo
per esso una strumento superiore alle varie forme coercitive di carità
orchestrate centralmente.
Nemmeno il crollo del socialismo è
riuscito ad apportare significativi cambiamenti nella politica economica
dell'Occidente. I governi occidentali non hanno smantellato le strutture
socialiste all'interno delle loro economie. La Germania occidentale si trovava
nella posizione ideale per vedere le conseguenze catastrofiche della
pianificazione statale nella Germania dell'Est, eppure il processo di
unificazione si è concluso con l'aumento del carico fiscale e della
spesa pubblica della Germania nuovamente unita. Inoltre, per i governi
occidentali l'avvio di una stagione di riforme orientate al mercato
rappresentava una vera e propria necessità, ma le ragioni di tali
riforme, nella maggior parte dei casi, andrebbero ricercate in una certa
convenienza e non nella convinzione della naturale impraticabilità
dell'intervento pubblico e, certamente, non hanno nulla a che fare con l'imperativo
morale del libero possesso, controllo e commercio della proprietà
privata.
Negli Stati Uniti, ogni sei mesi, o quasi, da
quando il governo sovietico si è disintegrato e i governi socialisti
suoi alleati sono stati rovesciati, per risolvere i problemi sociali ed
economici, il Congresso ha votato leggi che favoriscono una versione
democratica del centralismo. Tale legislazione comprende il Disability Act, il Family Leave Act, un programma di assistenza statale, un tetto
sull'utile sociale e una maggiore tassazione progressiva sul reddito. Questa
breve lista è solo l'inizio della storia. L'amministrazione Clinton ha
operato costantemente per un aumento sostanziale della presenza del governo
federale nel sistema sanitario statunitense; tale settore dell'economia costituisce
un settimo della produzione totale statunitense.
Invero, la propensione a controllare e ad
ingabbiare la libera impresa non conosce confini politici negli Stati Uniti. Il
livello della regolamentazione, tassazione e spesa pubblica è cresciuto
sotto la guida di entrambi i maggiori partiti politici. Il risultato è
stato un sistematico trasferimento dal management, proprietà e commercio
privati al management, proprietà e commercio pubblici. Ciò che
parzialmente giustifica questa tendenza è, senza dubbio, che
l'interventismo procura vantaggi e potere a coloro che controllano la
burocrazia centrale pianificata e gli interessi particolari di chi li sostiene.
Ora, poiché in democrazia bisogna contare sul consenso dei governati,
anche l'opinione pubblica è colpevole. L'anticapitalismo non è
solo un'ideologia mantenuta in vita dai circoli accademici di letteratura,
sociologia e religione, è anche una filosofia del governare, sostenuta
da una parte rilevante dell'elettorato.
Quali sono, allora, le obiezioni all'economia
di mercato, o al capitalismo, che rappresentano un impedimento alla riforma
complessiva? Economisti, teologi e giornalisti, generalmente, quando pensano
all'economia di mercato pensano ad un sistema costoso, anarchico, senza
direzione e dannoso per l'ambiente. Ma innanzitutto, l'economia di mercato,
ancor più del socialismo, è considerata come un elemento di
corruzione culturale e di proliferazione dell'invidia, entrambi ostacolano la
spiritualità e la crescita interiore. In parte, è per questa ragione
che un qualsiasi ministro di un qualsiasi governo, di una qualsiasi nazione del
mondo, stipendiato con denaro pubblico, detiene tuttora una maggiore
autorità morale ed un più elevato status sociale di un
imprenditore di successo o di un sacerdote. Questo strumento, per quanto
informale, è ancora affidabile per misurare il favore o
l'ostilità della società nei confronti dell'economia di mercato.
È nostro precipuo dovere non sostenere
più l'ingenua credenza che il socialismo e la pianificazione centrale
siano in grado risolvere i nostri problemi sociali; inoltre, non abbiamo ancora
sufficientemente preso coscienza dei meriti del capitalismo, al punto da
affidare al mercato il compito di affrontare i nostri problemi sociali,
più di quanto finora abbiano consentito. Dire che propendiamo per
un'economia mista non significa conoscere quali dovrebbero essere le porzioni
dei suoi ingredienti e, tantomeno, possiamo prevedere il giorno in cui
assisteremo al mutare della ricetta per il capriccio del legislatore. Simile ad
un sistema di gestione economica politicamente instabile, l'economia mista
oscilla sempre tra più mercato e più controllo centrale.
La moralità del mercato
In questo dibattito, gli elementi spirituali e
morali di soluzioni economiche alternative non hanno attratto sufficientemente
l'attenzione. La dimensione spirituale e morale della vita economica è
stata argomentata nella brillante enciclica di Giovanni Paolo II Centesimus
annus sul centesimo
anniversario della Rerum novarum. La Centesimus annus
non prevede alcun progetto di riforma economica. Ad un simile progetto non
sarebbe adatto il Magistero del Santo Padre né, tanto meno, sarebbe in
armonia con le precedenti asserzioni relative alla vita economica delle
nazioni: «I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel
quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i
responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti
sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra loro»[1].
Tuttavia, nel corso dello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa nel
campo della sfera economica, il papa ha effettivamente offerto linee guida di
natura morale e, talvolta, pratiche, per assistere la società nella sua
ricerca di una società che ordini in modo giusto la vita economica.
La questione argomentata dal papa ha a che
fare con le problematiche relative al mondo contemporaneo con particolare
riferimento all'economia e alle sue ripercussioni sull'organizzazione sociale.
La Centesimus annus
è il tentativo di far maturare l'insegnamento sociale della Chiesa alla
luce degli eventi storici che hanno abbattuto i regimi socialisti nell'Europa
dell'Est. Tra i tanti fattori, il papa individua il loro fallimento in una
necessaria “conseguenza della violazione dei diritti umani
all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore
dell'economia”[2].
Ecco perché, dice il papa: «desidero, in particolare, che essa sia
fatta conoscere e sia attuata nei diversi paesi dove, dopo il crollo de
socialismo reale, si manifesta un grave disorientamento nell'opera di
ricostruzione»[3].
Il papa è decisamente contrario ai
sistemi statalisti tipici delle organizzazioni politiche ed economiche che sono
caduti nel 1989, e ricorda la fiducia che la Chiesa continua a riporre nei confronti
dell'insegnamento della Rerum novarum, contraria al controllo da parte dello stato dei
mezzi di produzione, che farebbero di ogni individuo una ruota nell'ingranaggio
dello stato. Inoltre, il papa incoraggia l'approfondimento del principio di sussidiarietà,
sottolineando che la difesa dei soggetti più deboli della
società, intendendo per essi i lavoratori disoccupati, gli anziani, i
malati e i bambini[4], è
attuata meglio da coloro che sono più prossimi al bisogno.
Alcune caratteristiche tipiche del lavoro in
un'economia di mercato consentono una più vasta ricognizione
istituzionale dei diritti violati sotto quei sistemi così esplicitamente
ripudiati dal Magistero sociale. In primo luogo, dal momento che "il
lavoro di un uomo è naturalmente interconnesso con il lavoro degli altri
uomini", la libertà di lavoro è parte essenziale di una vita
ricca di cooperazione sociale. In secondo luogo, la comunità del lavoro
ha bisogno della libertà di crescere indipendentemente dalla direzione
impressa dal governo, poiché «è mediante il lavoro che
l'uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla
[la terra] e ne fa la sua degna dimora". In terzo luogo, la libertà
di lavoro è essenziale al raggiungimento del dovere morale di servire
gli altri perché "lavorare è un lavorare con gli altri e un
lavorare per gli altri: e un fare qualcosa per qualcuno»[5].
Questi tre elementi: cooperazione,
libertà e servizio, sono le fondamenta dell'insegnamento morale del papa
con riferimento al lavoro e alla vita economica, nessuno dei quali rappresenta
un elemento considerevole all'interno delle organizzazioni economiche dei
sistemi statalisti.
L'obbligo di guadagnarsi il pane con il sudore
della propria fronte presume anche il diritto di farlo. Una società
nella quale è sistematicamente negato tale diritto, nelle quali le
politiche economiche non consentono ai lavoratori di raggiungere un
soddisfacente livello di occupazione, non può essere giustificata da un
punto di vista morale, né è pensabile che quella società ottenga
la pace sociale[6].
Per questa ragione la moderna economia
d'impresa presenta aspetti positivi. La sua base è la libertà
umana esercitata nel campo economico, così come in tanti altri campi.
L'attività economica è, invero, un settore all'interno della
grande varietà delle attività umane e, come ogni altro settore,
include il diritto alla libertà, così come il dovere di
responsabilizzare l'uso della libertà[7].
Evidentemente, la Chiesa, con riferimento alle
istituzioni dell'economia libera, è più entusiasta oggi di quanto
non lo fosse nei precedenti autorevoli pronunciamenti degli ultimi cento anni.
Ciò perché ci sono delle particolari differenze tra le tendenze
della società moderna e quelle del passato, anche del recente passato: «Mentre
un tempo il fattore di produzione decisivo era la terra e più tardi il
capitale -- inteso come il complesso dei mezzi di produzione -- oggi il fattore
decisivo è sempre più la persona, ossia, la propria conoscenza,
specialmente quella scientifica, la capacità di dar vita ad
organizzazioni, così come l'abilità di conoscere i bisogni degli
altri e soddisfarli»[8].
Il papa riconosce che "il libero mercato
sia lo strumento più efficace per allocare le risorse e rispondere
efficacemente ai bisogni"[9].
Contro la realtà pervasiva dell'oppressione economica, il papa propone
"una società di lavoro libero, dell'impresa e della
partecipazione"[10].
La Chiesa «riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del
buon andamento dell'azienda. Quando un'azienda produce profitto, ciò significa
che i fattori di produzione sono stati adeguatamente impiegati e i
corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti»[11].
Dunque, piuttosto che il socialismo la Chiesa propone «un sistema
economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del
mercato, della proprietà privata e della conseguente
responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività
umana nel settore dell'economia»[12].
Il papa non può approvare il termine
capitalismo come talvolta esso è interpretato. Egli rigetta ogni sistema
«in cui la libertà nel settore dell'economia non è
inquadrato in un solido contesto giuridico che lo metta al servizio della
libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione
di questa libertà, il cui centro è etico e religioso»[13].
In particolare, il papa rigetta il consumismo, la dottrina in base alla quale i
risultati materiali necessitano di essere guidati da «un'immagine
integrale dell'uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e
subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali»[14].
Tuttavia il materialismo e il consumismo non
sono sempre e necessariamente associabili alle istituzioni del capitalismo. Il
papa ci invita a comprendere i modi in cui le politiche governative stesse possono
contribuire alla diminuzione della libertà e impedire il libero sviluppo
della vita spirituale. Egli ci invita a vigilare contro «l'ampliamento di
tale sfera di intervento, che ha portato a costruire, in qualche modo, uno
stato di tipo nuovo: lo "stato del benessere"»[15]
a detrimento delle libertà economiche e civili. Questo non è un
pericolo astratto, al contrario, è un pericolo che minaccia il mondo
contemporaneo.
Negli anni recenti il livello di tale
interventismo si è notevolmente esteso, al punto che è sorto un
nuovo tipo di stato, il cosiddetto "stato assistenziale". Le sue
"disfunzioni e difetti […] derivano da un'inadeguata comprensione
dei compiti propri dello stato"[16].
Il papa sferra un duro colpo contro
l'interventismo che domina quasi tutte le economie occidentali comunemente
dette capitaliste: Il papa scrive: «Intervenendo direttamente e
deresponsabilizzando la società, lo stato assistenziale provoca la
perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati
da logiche burocratiche più che dalla voglia di servire gli utenti, con
enorme crescita delle spese»[17].
L'espressione "logiche burocratiche"
contrasta direttamente con quella di "una società di libero lavoro,
di impresa e partecipazione". La prima si addice alle istituzioni della
politica e dà vita ad una pluralità di agenzie che sono
incentrate sulla propria sopravvivenza, piuttosto che sui bisogni della
società. La seconda si addice alle istituzioni di una società
libera rettamente ordinata, che tenta di trovare un posto per tutti all'interno
della divisione del lavoro e orienta i talenti di ciascuna persona verso i
bisogni degli altri.
Definendo i termini in tal modo, il papa ha
reso uno straordinario contributo alla comprensione convenzionale di termini
come homo oeconomicus e ci
incoraggia a rivedere la nostra idea sulla natura della politica. Da un lato ci
spinge a pensare in modo più realistico su come l'economia d'impresa
realmente opera e dall'altro ci invita a riflettere sui termini usuali con i
quali parliamo di riforma economica sia nell'Est sia nell'Ovest.
Homo politicus vs. Homo oeconomicus
Negli Stati Uniti, attualmente, stiamo
discutendo una serie di interventi politici che comportano nuovi e più
elevati livelli di spesa e maggiore regolamentazione da parte del governo. In
tale dibattito, coloro che si oppongono sono costretti a difendersi dal
linciaggio verbale di coloro che vogliono ampliare il potere governativo. Ogni
nuova spesa, non importa quanto piccolo possa essere il numero reale di
beneficiari, è stata etichettata come "investimento". La
domanda che normalmente ci viene posta è la seguente: dobbiamo favorire
più o meno "investimenti"? Ed ancora: vogliamo più o
meno "garanzie"? Messa così, la scelta diventa ovvia.
La scelta di termini come "investimenti"
e "assicurazione" al posto di termini più tradizionali come
spesa e stato assistenziale è la conseguenza di un calcolo politico.
Giocano con alcuni luoghi comuni che coinvolgono il rapporto tra politiche
d'intervento e mercato, affermazioni che la lettera e lo spirito della Centesimus
annus ci suggeriscono di
riconsiderare. L'investimento, per esempio, implica che il rendimento di lungo
periodo di un particolare programma superi le spese anticipate. Ecco
perché quando spendiamo perdiamo le nostre risorse. Ma quando investiamo
nel futuro, otteniamo un maggiore ritorno in termini economici. Quando i
politici sostituiscono la parola spesa con la parola investimento, vorrebbero
farci credere che il governo, nei singoli casi, è realmente più
capace del mercato nel conoscere quale sarà l'utile di lungo periodo
della società. Altrimenti sarebbe meglio che i soldi restassero nelle
mani dei privati e investiti sul mercato.
La stessa implicazione -- che il settore
pubblico è superiore nella conservazione delle risorse e nella
previsione del futuro -- è al cuore del termine
"assicurazione", almeno così come tale termine è usato
dai politici. Nell'ottica del mercato, un'assicurazione designa sempre la
copertura di un rischio e di un'incertezza futuri. Ad esempio, una persona
può guidare un'intera vita senza fare mai un solo incidente. Ma,
poiché nessuno può conoscere il futuro con assoluta certezza,
questa persona stipula un'assicurazione contro i danni che potrebbe causare in
un incidente d'auto che potrebbe accadere. La stipula di una polizza
assicurativa è un atto che poniamo in essere per tutelarci dal futuro a
noi sconosciuto.
Quando diciamo che il governo dovrebbe
introdurre un costante flusso di "assicurazioni", ci stiamo affidando
ad esso come fonte costante di sicurezza a fronte di un futuro incerto.
Più esattamente, stiamo implicitamente affermando che lo stato è
necessariamente più adatto alla nostra tutela contro il rischio inerente
la vita economica, di quanto non lo siano le assicurazioni private. Si consideri
che l'assicurazione di stato non funziona come le assicurazione private: in
quella di stato non si tiene pienamente conto del rischio. Le sue operazioni
non si basano sull'equilibrio tra un costante flusso di entrate ed un
altrettanto costante flusso di pagamenti. Rivendicando le pensioni di
anzianità e la nazionalizzazione del sistema sanitario, i politici sono
tentati di far leva sulle paure dalla gente, sul futuro incerto e sul desiderio
universale di sicurezza. Per questa ragione, tra le altre, dovremmo prendere
sul serio l'insegnamento del papa, il quale afferma che quando lo stato assume
una funzione spettante al mercato, quest'ultima deve essere «per quanto
possibile, limita nel tempo, per non sottrarre stabilmente a detti settori e sistemi
di impresa le competenze che sono loro proprie»[18].
Dato quanto sappiamo del socialismo, grazie
agli eventi del 1989, e dell'economia incentrata sul rispetto e la
dignità della persona umana, perché mai dovremmo continuare a
considerare lo stato più adatto a coprire le incertezze del futuro
rispetto al mercato? Perché mai così di rado ammettiamo che il
mercato e l'intrapresa privata sono più lungimiranti e orientati al
futuro dello stato, con la sua "logica burocratica"? Da sempre
l'economia di mercato è accusata di avidità e miopia, e quando
mai l'apparato statale è stato criticato per le stesse ragioni? Ed
ancora, quante volte abbiamo assistito al contrasto tra l'avarizia di breve
periodo della stato, da un lato, e la prospettiva di lungo periodo degli
imprenditori delle grandi, piccole e medie imprese dall'altro?
Invero, la promessa di sicurezza e di una
prospettiva di lungo periodo è la principale promessa dei governi che
operano all'interno di economie miste. Ad essere sinceri, tale promessa
è la meno ambiziosa tra quelle che i socialisti normalmente fanno;
affermavano che avrebbero garantito un'organizzazione scientifica delle forze
produttive della società (il che, naturalmente, necessita la quasi
totale statalizzazione della proprietà) e una giusta distribuzione del
reddito sociale annuo. Circa la prima promessa, più volte abbiamo
dimostrato la sua inconsistenza, quanto alla seconda, essa fallisce,
perché il tentativo di ridistribuire equamente la ricchezza annulla ogni
incentivo a lavorare e ad intraprendere.
La moderna economia mista non propone alcuna
di tali audaci proposte: essa si presenta come lo strumento migliore per
tutelarci contro l'incertezza, potendo scoprire il contenuto della scatola nera
che noi chiamiamo tempo ed avendo una prospettiva di lungo periodo maggiore
della libera economia di mercato. Sulla base di tale impostazione dottrinale, i
mercati sarebbero talmente accecati dai guadagni immediati che non riescono a
cogliere l'interesse di lungo periodo della gente. La presunzione è che
lo stato può coprire, o almeno sfruttare e riindirizzare, i fallimenti
dell'homo oeconomicus.
La promessa di sicurezza, investimenti e
assicurazione a partire dalla spesa pubblica è la vera base dell'accordo
che intercorre tra il settore pubblico e l'economia mista. La
rivendicazione-presunzione dello stato è che può coprire il tempo
e l'incertezza, affinchè la gente non si senta, rispettivamente,
prigioniera del passare degli anni e del rischio ad esso connesso; questa
è la fonte principale dell'autorità d'intervento del governo e lo
stato in cui versa oggi il mondo.
La grande promessa dell'economia mista e dello
stato burocratico, detto del benessere -- quella esplicitamente rigettata dalla
Centesimus annus --, non
si trova nelle opere di Marx, Lenin, Stalin o Mao, tutt'altro, è un
contributo dei pianificatori economici occidentali. In particolare, tale
prospettiva è stata descritta, nelle linee guida, da John Maynard
Keynes. Come ben sappiamo, Keynes non ha mai esplicitamente affermato che il capitalismo
dovesse essere abbattuto: in termini semplici, egli ha tentato di salvarlo
dalle proprie contraddizioni interne. Ma quali erano queste contraddizioni? A
suo modo di vedere ce n'erano tante: il sistema dei prezzi non funziona
adeguatamente, la propensione al risparmio rallenta la crescita economica, i
mercati generano cicli economici e tante altre. Questi sono punti di natura
tecnica che sono tuttora dibattuti dagli economisti[19].
Ad ogni modo, essenzialmente, Keynes
immaginava che l'homo oeconomicus, un singolo attore sottoposto alle condizioni del libero mercato,
molto probabilmente avrebbe commesso, nel prevedere il futuro, più
errori di quanti non ne avrebbero commessi i servitori del settore pubblico e
gli economisti che operano per un governo correttamente inteso. Keynes lo ha
scritto nel modo più chiaro possibile nell'ultimo capitolo del suo
classico The General Theory of Employment, Interest and Money[20].
La teoria è moderatamente conservatrice
nelle sue implicazioni, dal momento che, mentre indica l'importanza vitale di
stabilire alcuni controlli nei campi che oggi sono lasciati all'iniziativa
individuale, riconosce l'esistenza di vasti campi di attività non
soggetti a tali controlli; lo stato dovrà guidare la propensione al
consumo, in parte per mezzo della leva fiscale, in parte, fissando il tasso
d'interesse e in tanti altri modi.
Per di più, appare improbabile che la
politica bancaria o del tasso d'interesse sia sufficiente da sé a
determinare un ottimale tasso degli investimenti. Ritengo, inoltre, che una qualche
accettabile socializzazione degli investimenti avrebbe l'unico merito di
mettere alla prova i mezzi per assicurare l'approssimarsi alla piena
occupazione, sebbene questa necessità non escluda in nessun modo i
compromessi e gli stratagemmi attraverso i quali l'autorità pubblica
può cooperare con l'iniziativa privata[21].
Qui abbiamo la conclusione fondamentale ed
esposta con estrema chiarezza del grande classico di Keynes e la proposta
più sorprendente dell'intero libro: lo stato deve esercitare una
"guida influente" attraverso "una qualche accettabile
nazionalizzazione degli investimenti"; i mercati, egli pensava, non
compiranno i giusti passi per coprire le incertezze del futuro, senza dar vita
a fasi di squilibrio e di crisi; questo compito deve essere trasferito agli
uffici pubblici, notoriamente meno egoisti e con una prospettiva di lungo
periodo.
L'interesse per Keynes scaturiva dal suo
conservatorismo, un termine che egli ha utilizzato per descrivere la natura del
suo programma. Egli non era contro il mercato e il capitalismo, voleva
semplicemente governare la componente più creativa dell'homo
oeconomicus e sostituirla con
l'autorità politica, in grado di correggere gli errori del mercato.
L'affermazione di Keynes che l'economia di
mercato non possa agire per l'interesse generale -- sicuramente non nel lungo
periodo e certamente non al pari del governo -- ha avuto una grande influenza
sulla moderna politica economica. Mostrandosi disponibile all'intervento
statale per investire le risorse della società e provvedere
all'"assicurazione" contro le incertezze future, il settore pubblico
ha fatto propria tale congettura di Keynes senza farsi troppi problemi. Sebbene
Keynes fu il più strenue difensore della convinzione che l'homo
politicus fosse più
orientato al futuro rispetto all'homo oeconomicus, la sua fu una posizione moderata nell'ambito del
pensiero contemporaneo dei suoi tempi.
L'anno successivo alla pubblicazione del
volume di Keynes, Prentice Hall Publishers diede alle stampe un libro intitolato La Società
pianificata: ieri, oggi,
domani, a cura di Findlay
Mackenzie, professore presso il "Brooklyn College Economics". In tale
libro, Levis Mumford, all'epoca un famoso scienziato sociale, scrisse che
l'espressione economia di mercato rappresenta una "teologia", una
"superstizione", e «i suoi risultati pratici sono un disastro
[…]. Adesso il problema da risolvere non è se dovremo pianificare,
ma come farlo» (pp. V-VI).
Levis C. Gray, il capo degli economisti di
quello che oggi è il Dipartimento per l'Agricoltura, ha scritto che
«La pianificazione rappresenta il tentativo del popolo americano di
trovare una via di mezzo tra il laissez-faire del capitalismo e il socialismo» (pp. 160-161).
Rudolf K. Michels, professore di economia
all'Hunter College, mostrava tutto il suo sdegno nei confronti l'iniziativa
privata e per la sua presunta miope prospettiva. Egli scrive: «Nel lungo
periodo, tutti questi fini, che contribuiscono ad un livello di vita materiale
e spirituale più elevato possibile, possono essere realizzati soltanto
come esito di piani di lungo periodo e politiche che richiederanno un
cambiamento nel nostro sistema economico […] è necessario dar vita
ad un sistema nel quale la politica economica sia svolta nell'interesse del
benessere generale piuttosto che per il guadagno privato. Con ogni
probabilità un tale tentativo comporterà un controllo ed una
pianificazione maggiori» (pp. 387-388).
Anche Benito Mussolini contribuì come
autore al volume, essendo uno stimato pianificatore per gran parte degli anni '30.
Egli scrive che «Lo stato non è soltanto una realtà vivente
del presente, esso è anche legato al passato e soprattutto al futuro,
dunque, trascende il breve limite della vita umana. Rappresenta lo spirito
immanente della nazione» (p. 811).
Soltanto l'ultima affermazione è la
più estrema, circa la superiorità dell'homo politicus sull'homo oeconomicus, ed oggi il fascismo di Mussolini, a
differenza degli anni '30, è generalmente impopolare. Tuttavia, possiamo
forse affermare che le sue dichiarazioni sulla prospettiva miope dell'economia
di mercato, sull'avidità dell'homo oeconomicus e sul futuro dello stato siano state
ripudiate? Non credo. Non passa giorno che non si parli di imprese che
utilizzano i loro profitti di breve periodo per investimenti di lungo periodo,
oppure di consumatori che irragionevolmente pianificano per oggi e non per
domani.
Lo stato è ancora generalmente ritenuto
il correttivo per la miopia del mercato. Lo stato è costantemente
invocato per indirizzare il prodotto dell'economia di mercato nella direzione
di altri fini che si suppone siano di maggiore interesse generale.
Perché mai il politico non dovrebbe rivendicare che, sebbene il suo
programma costi di più oggi, farà risparmiare nel futuro? Si
assume che l'impresa privata possa apparire più efficiente oggi, ma solo
lo stato può sapere quale sia il bene per domani.
In tutti questi brani noi non troviamo un solo
assunto che riconosce l'imprevedibilità del passare del tempo in un
futuro incerto. Sono convinto che, sostanzialmente, tale aspetto della
mentalità pianificatrice mantengaancora la sua influenza sulla pubblica opinione.
Tolleriamo l'impresa privata fin quando è in grado di prevedere
correttamente il futuro, ma nel caso di fallimento, quando i profitti sembrano
non andare più nella direzione desiderata, ci rivolgiamo allo stato per
avere delle risposte. Quando pensiamo alle incertezze della vecchiaia ci
rivolgiamo allo stato, affinché si prenda cura di noi. Abbiamo paura di
improvvise malattie, così chiediamo un sistema sanitario che elevi lo
stato al rango di guaritore nazionale. Pensiamo che l'economia di mercato sia
interessata soltanto alla massimizzazione di breve periodo, questo è
tollerabile, ma quando intendiamo coprire la paura terribile che proviene da ciò
che ci accadrà domani e che non ci è dato sapere, guardiamo allo
stato, il quale speriamo sia relativamente più adatto a fronteggiare il
rischio della vita sociale e dell'intrapresa economica.
Ancora oggi, l'uomo moderno è convinto
che le imprese private e i consumatori agiscano avendo una benda davanti agli
occhi, mentre il governo sarebbe in possesso -- necessariamente -- di una sfera
di cristallo che gli consente di sapere dove ci condurrà il destino,
fornendogli i poteri speciali per reperire le risorse indispensabili a
garantirci un futuro più sicuro. Questo aspetto della mentalità
pianificatrice è onnipervasiva. È un errore che porta con
sé gravi conseguenze. Ci impedisce di sperimentare la consapevolezza che
la libertà, l'economia di impresa e l'assunzione di responsabilità
per il futuro possono stare insieme senza l'intervento dello stato
pianificatore e dell'assistenza statale.
La prospettiva di breve periodo
I luoghi comuni sulla capacità dello
stato di coprire le incertezze e la tendenza del mercato ad accrescerle non
sono solo sbagliati, tali presunzioni sono invertite. Consideriamo dapprima
l'ipotesi che il governo, nelle varie forme di interventismo, sia realmente
orientato al futuro. Nel discutere ciò, presumerò che stiamo
discutendo delle istituzioni che stanno alla base delle moderne democrazie (una
discussione del tutto differente richiederebbe la trattazione dello stesso
problema all'interno della monarchia).
Da che cosa è costituito lo stato
interventista in una democrazia? Usiamo il termine per identificare la
mentalità collettiva di coloro che amministrano quotidianamente gli
interessi di uno. A tal riguardo gli attori principali sono i politici. In che
senso la loro quotidiana occupazione può essere considerata orientata al
futuro? Purtroppo, la loro prima occupazione è troppo spesso
rappresentata dal desiderio di mantenere il proprio posto, il che significa
dover contare sull'iniziale e continuo aiuto degli elettori.
I politici non hanno necessariamente bisogno
di preoccuparsi dell'interesse generale per un lasso di tempo che vada oltre il
termine delle prossime elezioni; essi devono offrire agli elettori dei propri
collegi quello che vogliono, affinchè agiscano da leva nelle prossime
elezioni. Questa mentalità può anche condurre alla
«corruzione dei pubblici poteri ed alla diffusione di improprie fonti di
arricchimento»[22].
L'economista scolastico Juan de Mariana ha fatto notare: «quanto è
triste per le repubbliche e quanto è odioso per la brava gente vedere
coloro che entrano nella pubblica amministrazione senza un soldo crescere nella
ricchezza e ingrassare nel servizio pubblico»[23].
Con ciò non intendo affermare che i
politici non agiscono mai nell'interesse generale di lungo periodo, ma soltanto
che la struttura degli incentivi dei loro uffici fa sì che essi siano
più inclini a servire il proprio interesse privato, piuttosto che il
bene comune. Un'intera scuola economica, la Public Choice della Virginia di Gordon Tullock e James
Buchanan, è cresciuta intorno a questa intuizione.
Gli ufficiali pubblici, le cui funzioni non
dipendono dall'approvazione elettorale, hanno a che fare con un insieme di
incentivi leggermente diverso che, tuttavia, non orienta le loro menti verso il
lungo periodo. Essendo interessati a se stessi, non sono spinti a porre in essere
azioni orientate all'interesse generale, qualora esista la probabilità
che quelle azioni si ripercuotano sul loro statuslavorativo. Se, per esempio, ogni impiegato
del Dipartimento per l'energia improvvisamente concludesse che sarebbe
decisamente opportuno per il paese che l'energia fosse amministrata dal settore
privato, piuttosto che dal governo centrale, la struttura degli incentivi nella
quale operano non favorirebbe le dimissioni del personale in eccesso. È
quasi impossibile sotto le giuste condizioni culturali che loro le vogliano, ma
sarebbe decisamente più nel loro interesse sostenere la finzione che
l'impresa privata e il bene pubblico rimarrebbero prive di aiuto senza i loro
sforzi.
Le scelte prudenti che tali attori
quotidianamente compiono non li conducono ad una prospettiva orientata al
futuro. Le loro preoccupazioni, realisticamente, sono molto più
incentrate sulle loro vite individuali: andare d'accordo con il superiore,
ottenere un ufficio più grande e migliore, portare a termine i compiti secondo
scadenze settimanali e simili. Tutto ciò non spiega assolutamente la
ragione per cui bisognerebbe emarginare le questioni che interessano l'impresa
e dispensare ordini all'economia privata, dal momento che proprio quest'ultima
mostra di essere più vicina ai bisogni delle generazioni future. Un
burocrate tipico pensa più alla fine della sua giornata lavorativa che a
massimizzare il benessere sociale. È guidato da logiche burocratiche.
Gli incentivi e le costrizioni poste in essere
su base giudiziaria nel tentativo di orientare al lungo periodo sono più
difficili da attuare e valutare. Per di più, sarebbe ingenuo credere che
i giudici prevedono il futuro sicuramente meglio dei commercianti di beni di
consumo. I giudici sono lì per interpretare il diritto e, attraverso
tale strumento, anche le azioni di altri giudici, non per dar vita a piani
governativi che assumono il nome di investimenti per il futuro. Ai fini di una
complessiva valutazione dell'impegno governativo, il giudiziario sarà il
meno orientato al futuro tra tutti i poteri dello stato. Nello stesso tempo, i
giudici sono una parte integrante della struttura istituzionale dello stato,
che è orientata per lo più verso una logica di breve periodo.
Così, anche in queste superficiali
osservazioni vediamo che lo stato non è un essere spirituale senza
forma, capace di conoscere il futuro meglio di coloro che sono al di fuori
dell'apparato stesso: esso è composto da persone reali, in carne ed
ossa, che agiscono e reagiscono all'ambiente istituzionale nel quale sono
immersi. L'ambiente istituzionale dello stato è occupato in primo luogo
dalle preoccupazioni interne e non da quelle pubbliche, come sanno tutti coloro
che, almeno una volta nella vita, hanno avuto a che fare con gli sportelli di
un ufficio postale. Allora, la presunzione che lo stato può e dovrebbe
pianificare il nostro futuro, deve essere immediatamente confrontata con la
realtà concreta, fatta di attori che operano nel settore pubblico, ma
che non sono poi così orientati al futuro per il bene dell'intera
società: al contrario, essi tendono a soddisfare i bisogni immediati di
coloro che la fanno sempre da padroni e dai quali dipendono i loro stipendi,
ossia i politici e i burocrati posti nella scala di grado in una posizione
superiore.
Come conseguenza, lo stato interventista
è pervaso da una prospettiva di breve periodo che la Centesimus annus biasima con tanta forza. Infatti, la maggior
parte degli aggettivi comunemente usati per descrivere gli imprenditori e gli
investitori nel settore privato possono essere applicati con uguale o anche
maggior enfasi ai funzionari dello stato. Se diamo un'occhiata alle litanie --
che comprendono parole come avidità, egoismo, miopia, spendaccione e
meschino -- si può facilmente immaginare come questi termini calzino
perfettamente ai funzionari dello stato. Questi attributi, a causa della
mancanza di strumenti efficaci per correggere gli errori e i vizi dei
funzionari, tendono ad invadere l'intero settore pubblico. È nostro
compito, allora, ponderare i relativi meriti dello stato interventista con il
comportamento degli attori della libera economia di mercato che sono tenuti
dalla natura della loro intrapresa economica a lavorare con gli altri al
servizio del bene comune.
La prospettiva di lungo periodo
L'economia di mercato è data dalla rete
di scambi e produzione che fanno leva sul contratto volontario e sulla
proprietà privata per l'allocazione delle risorse sociali. Gran parte
dei suoi membri sono i consumatori, i produttori e i lavoratori. Il produttore
nel sistema capitalistico è solitamente considerato il perfetto homo
oeconomicus, che è
biecamente interessato al breve periodo e deliberatamente omette di considerare
il lungo. Tuttavia, i profitti degli imprenditori che operano in un libero
mercato giungono solo in un modo: servendo il pubblico consumo. Invero, il
capitalista può perseguire il profitto per se stesso e la sua famiglia e
non essere affatto caritatevole. Tuttavia, nel perseguimento del profitto, egli
è eterodiretto, servendo, e anche anticipando, i bisogni e i desideri
degli altri, ossia di tutte quelle persone reali e acquirenti potenziali dei
beni e servizi della sua azienda.
Un produttore nel sistema capitalistico
è costantemente spinto a coprire le incertezze del futuro con un'attenta
previsione. Il proprietario di una vigna ne è un esempio. L'agricoltore
deve coltivare la terra e piantare la vigna molti anni prima che la sua terra
possa produrre i grappoli che vengono trasformati in vino da vendere al
pubblico; nel frattempo, l'agricoltore deve acquistare il capitale, pagare i
salari, rinunciare alla porzione di reddito che potrebbe essere investito in
modo alternativo. Lo stesso vale per l'imprenditore industriale: deve
acquistare la terra e i materiali, pagare i salari e promuovere i suoi prodotti
a lungo, prima che tali sforzi producano un qualche profitto. Anche se un
imprenditore fosse impegnato nella produzione o distribuzione di qualche
insignificante bene di consumo (patatine fritte), il capitale dovrebbe essere
prima acquistato e i salari dovrebbero essere comunque pagati prima che il
prodotto veda il mercato. Tutto ciò richiede necessariamente una
mentalità di lungo periodo.
Invero, l'imprenditore è per molti
versi un veggente, dato che la sua professione si esercita anticipando gli eventi
futuri; egli gestisce i fattori di produzione e considera una vasta gamma di
rischi e incertezze per l'impresa. Ciò non significa che avrà
sempre ragione, le sue previsioni alla fine potranno rivelarsi sbagliate.
Tuttavia, l'adozione di una prospettiva miope lo esporrebbe a previsioni
sbagliate e a fallimenti nella gestione della propria impresa. I profitti sono
ottenuti da coloro che riescono a mettere tra parentesi le preoccupazioni del
presente e ad anticipare quel che il mondo vorrebbe nel prossimo mese, anno,
decennio o anche di più. Gli imprenditori sono chiamati anche ad
investire su progetti che non garantiscono alcun profitto prima della prossima
generazione. Ancora, gli operatori economici potrebbero essere motivati ad
accrescere il loro conto in banca. Prima che ogni investimento dia frutto,
l'imprenditore è chiamato a scrutare il futuro e servire il pubblico con
ciò di cui ha bisogno, nonché monitorare costantemente e curare
il proprio patrimonio. Solo così il valore potrà essere
preservato ed accresciuto.
L'imprenditore, in un'economia d'impresa,
è punito per la sua prospettiva di corto raggio. Il capitale investito,
in tal caso, dovrebbe essere considerato una perdita e, come risultato,
l'imprenditore sarebbe più povero. Ad ogni modo, la società nel
suo complesso è solo marginalmente più povera, perché gli
imprenditori rischiano i soldi propri o di altri che condividono lo stesso
incentivo a prevedere il futuro. Gli attori politici non hanno a che fare con
una simile punizione quando commettono degli errori, bensì è la
società nel suo complesso che porta il peso dei loro errori: le risorse
estorte dalle mani pubbliche e sperperate, tutto ciò espelle imprese che
potrebbero sorgere e fiorire.
Spesso si dice che lo sviluppo della
civiltà deve molto al differimento nel tempo della gratificazione.
L'incertezza del futuro richiede costantemente che le persone rinuncino alle
gratificazioni dell'oggi e che siano attente e frugali. Non si può dire
la stessa cosa degli attori politici i quali, dal momento che le risorse che
controllano non sono loro, ma dell'intera società, con molta
probabilità, tenderanno a spendere per la loro gratificazione immediata.
Come dice il professor Alexander Smith, al quale devo tale intuizione:
«Un caso forte può essere prodotto con l'affermazione che nel
perseguimento delle attività economiche, piuttosto che di quelle
politiche, le persone sono portate a differire l'attuale gratificazione a
vantaggio di fini futuri. Tale argomento, naturalmente, presenta importanti
implicazioni per coloro che professano la fede nella capacità dei
governi di operare nell'ambito della pianificazione di lungo periodo»[24].
Cosa possiamo dire del consumo? A volte i
consumatori sembrano essere interessati esclusivamente all'accumulazione
presente piuttosto che alla pianificazione di lungo termine. Questo è un
aspetto del consumismo individuato da Giovanni Paolo II. Nondimeno, quanto
è vero per l'economia di mercato, lo è altrettanto per le stesse
persone che partecipano al processo politico. Non ha senso condannare i
consumatori per essere di corta veduta se dopo riconosciamo a quelle stesse
persone, della stessa natura, un ruolo nel governo finalizzato a domare
l'orientamento di breve periodo degli altri esseri umani.
In un'economia di mercato, anche i consumatori
hanno a che fare con incentivi e costrizioni che li spingono verso una
mentalità di lungo periodo. Gli individui devono rendere conto dei loro
debiti individualmente, per non dire della dichiarazione di un fallimento che
ha come conseguenza la distruzione di una buona reputazione, la risorsa
più preziosa di cui una persona possa disporre in un'economia
capitalistica. D'altro lato, uno stato interventista può accumulare
molti più debiti di un'impresa privata o dei singoli consumatori. Lo
stato assume un prestatore di ultima istanza per disporre del suo credito
tempestivamente per far fronte alle emergenze e per garantire le proprie
obbligazioni contro l'inadempienza. La penale per l'eccessivo debito è
pagata dai cittadini sotto forma di inflazione.
In ogni caso, considerando il principio di
sussidiarietà, il consumatore è posto in una posizione molto
più favorevole per prevedere i bisogni economici individuali, rispetto
ad un distante funzionario del governo. I funzionari del governo potranno prevedere
i loro bisogni, ma non potranno fare nulla di più di quanto i singoli
individui già fanno, prevedendo i bisogni di coloro che vivono nella
loro stessa città o anche dirimpetto. Le costrizioni dovute alla
scarsità e il trascorrere del tempo non consentono al consumatore di
concentrarsi totalmente sull'oggi senza rendersi conto delle conseguenze che lo
attendono in fondo alla via. Gli operatori economici pagano in proprio nel
lungo periodo le conseguenze della loro miope mentalità, mentre gli
attori politici sono spesso intoccabili (se la cavano non "offrendo un
servizio ai loro clienti") oppure sono ricompensati per la loro miope
mentalità (con un "aumento disordinato delle agenzie
pubbliche", accompagnato da "un enorme incremento della spesa").
Forse il miglior esempio di orientamento al
futuro in un'economia di mercato è l'agente di borsa. La sua intera vita
consiste nel raccogliere e interpretare ogni singolo frammento di informazione
correntemente disponibile che potrebbe influenzare il futuro. L'agente deve
pensare nell'intervallo di tempo compreso tra un minuto e trent'anni. I prezzi
correnti di mercato per tutti i titoli sono immediatamente influenzati dal
cambiamento nella disponibilità delle risorse, così le persone
possono sintonizzare le proprie abitudini ai consumi per coordinarsi con la
disponibilità futura. Nessuna di queste previsioni può essere
perfetta, ma è probabile che i funzionari del servizio pubblico non
abbiano ad ogni livello i mezzi a disposizione per sistemare i piani
così velocemente. Invero, è il mercato azionario che ha reso il
piano quinquennale così anacronistico. I pianificatori statali hanno
smesso di elaborare i loro piani, quando il comportamento dei liberi individui
ha mostrato di essere in grado di spostare i dati fondamentali, facendo
sì che i piani diventassero senza speranza.
L'immoralità dell'economia mista
Joseph Schumpeter ha definito la complessiva
prospettiva di lungo periodo del libero mercato come di una
"sovrastruttura socio-psicologica" del capitalismo, volendo rievocare
la terminologia marxiana.
Le cose economiche e sociali si muovono per
inerzia e le circostanze alle quali danno vita costringono gli individui e i
gruppi a comportarsi in un certo modo, a prescindere dal fatto che essi lo
vogliano o meno. Per nulla affatto annientando la loro libertà di
scelta, ma formando le mentalità e restringendo il ventaglio delle
possibilità di scelta.
In una economia mista (o in un sistema
statalista) la maggior parte dei settori della vita economica è toccata
dalla politica e influenzata dalla prospettiva miope dell'azione di governo. Lo
stato, in un'economia di mercato, si può rendere responsabile della
contrazione della prospettiva temporale degli attori economici. Quando
l'apparato statale cresce nelle dimensioni, proietta ovunque la sua prospettiva
di breve periodo e forza le scelte degli attori economici che danno vita a
ciò che l'ex direttore al bilancio Richard Darman definì il
"now-nowism".
Consideriamo l'esempio dell'inflazione, che io
tratterò, secondo la riflessione Milton Freedman, come un fenomeno
esclusivamente monetario reso possibile dall'istituzione delle banche centrali.
In un'economia con un livello dei prezzi stabile o in diminuzione, le persone
possono pianificare il loro futuro con fiducia. Sotto inflazione, i dollari di
domani valgono meno di quelli di oggi, dunque è interesse di tutti
consumare nel frattempo che il potere d'acquisto è ancora alto. Una
volta alimentato il fervore inflazionistico, non ci sono limiti a quanto le
persone possono diventare meschine. Decideranno deliberatamente di indebitarsi,
dal momento che potranno pagare in seguito un valore monetario inferiore. La
storia dell'iperinflazione è ricca di aneddoti su imprese che sono
cadute molto in basso. Le persone sacrificano la loro intera vita per
risparmiare e dilapidano l'eredità dei loro figli come se tutto stesse
per svanire.
L'inflazione orienta le persone al presente --
meno virtuose e molto più simili ai bambini. Questo stato puerile della
mente è dovuto ad una politica del governo di tipo inflazionistica. Il
papa ha offerto un contributo speciale al fenomeno dell'inflazione,
argomentando che il mercato non può funzionare bene al di fuori di
alcune condizioni istituzionali, giuridiche e politiche, in aggiunta alle "garanzie
della libertà individuale e della proprietà, oltre che ad unamoneta stabile"[25].
Similmente, Mariana ha avvertito che "se ci prendiamo la licenza di
ridurre la purezza dell'oro e dell'argento", come conseguenza, "la
distruzione caratterizzerà il commercio interno e necessariamente
seguirà una paralisi della produzione, generando scarsità, alti
prezzi, povertà, confusione e disordine"[26].
Tuttavia, l'inflazione non è l'unica
manovra politica in grado di restringere l'orizzonte temporale. Qualsiasi
politica che riduce il valore della ricchezza individuale fa sì che
anche il risparmio e gli investimenti per il futuro siano meno consistenti.
L'alta tassazione, specialmente quella sul capital gain, ne è un ottimo esempio. Se corrette
previsioni sono penalizzate a causa del peso fiscale, gli attori sul mercato
assumeranno tale incentivo per esaurire le proprie risorse in beni di consumo.
"L'origine della povertà è l'alta tassazione", scriveva
lo scolastico spagnolo Pedro Fernandez Navarette[27].
Politiche come il controllo dei prezzi e dei salari rendono le persone
più avide, ansiose
di prendere il più possibile adesso alle spese degli altri. Lo stato
assistenziale rappresenta la tentazione di accomodarsi oggi, piuttosto che
lavorare per la sicurezza economica di domani. Le strutture legali,
incredibilmente complesse, relative alla regolamentazione economica,
scoraggiano la libera ed aperta intrapresa, causando disuguaglianze nel futuro.
Tutte queste politiche sono caratteristiche
delle economie miste, così come realmente operano nel mondo reale. Le
nostre società sono diventate generalmente più politicizzate dal
momento in cui hanno subito la lenta trasformazione da società libere a
regolate, dall'essere fondate sulla proprietà privata a diventare stati
assistenziali, dal poter contare su una moneta stabile all'essere dominate da
politiche monetarie inflazionistiche, e ciò significa anche essere
inclini al breve periodo. Quando le persone sono governate da economie miste,
il loro comportamento è maggiormente influenzato dall'attore politico
egoista, non interessato al bene comune e con scarsa dimestichezza per una
prospettiva di largo respiro, così come si addice ad un operatore
politico abile e socialmente orientato.
In una società politicizzata, le
persone cominciano a sviluppare un'etica dell'avere piuttosto che dell'essere,
il che rappresenta la genesi del declino culturale. Le persone iniziano ad
accontentarsi di un presente sicuro per i piaceri dell'oggi, inseguendo
appetiti puerili, piuttosto che agire in modo maturo. Il papa parla
direttamente di questo problema sociale e spirituale dei nostri tempi:
«Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo
stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato
all'avere e non all'essere e vuole avere di più non per essere di
più, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se
stesso»[28].
Sarebbe oltremodo utile pensare alle dispute
sulle azioni politiche nel moderno dibattito politico come ad una dicotomia tra
breve e lungo periodo, come Alexander Smith ha argomentato[29].
Quando un uomo politico preme per un nuovo programma di spesa, che lo chiami o
meno "investimento", egli agisce nella speranza di un immediato
beneficio per sé e per gli interessi particolari che sta servendo. Al
contrario, coloro che vi si oppongono possono vedere chiaramente che quel
problema sociale è falso o forse si potrebbe risolvere meglio e
più tempestivamente per mezzo dell'azione dei privati. Coloro che si
oppongono ad una nuova spesa da parte del governo, non è escluso che intravedano il bene di lungo
periodo proprio nell'allocazione delle risorse nelle mani del settore privato,
anche se i benefici non si vedranno prima delle prossime elezioni.
Quando le conseguenze di un'azione politica
pervasiva invadono il campo proprio dell'economia di mercato, il risultato
è un restringimento dell'orizzonte temporale in tutta la cultura. Se
desideriamo una società nella quale le persone siano disposte a
differire nel tempo le gratificazioni, ad usare con prudenza le risorse, a prendersi
cura della proprietà e ad amare le generazioni future, dovremmo essere
disposti ad affidare nelle mani del settore privato e dei suoi alleati, come ad
esempio la famiglia e le comunità intermedie, una maggiore
responsabilità sociale. Abbiamo potuto osservare come il controllo
totale della stato sulla vita economica abbia ridotto popolazioni intere in
avidi cacciatori, del tutto consumati dall'avere piuttosto che dall'essere. La
via di mezzo tra il capitalismo e il socialismo ci rende tutti generalmente più
orientati al presente e simili ai bambini rispetto a quanto dovremmo essere o
saremmo sotto un'economia di mercato stabile e rettamente governata, composta
da operatori che perseguono il bene mentre migliorano la loro condizione
materiale. In definitiva, ed è naturale, la moralità e la
coscienza non consentono che la responsabilità per l'egoismo umano sia
ricercata al di fuori di noi stessi.
Conclusioni
Il coerente esercizio della
spiritualità esige la retta condotta della nostra vita privata: impone
che ci prendiamo cura della nostra famiglia e della nostra comunità e
che ci interessiamo al loro benessere di lungo periodo; dovremo risparmiare non
soltanto per il nostro piacere personale, ma anche per i nostri figli e per i
figli dei nostri figli. Questo è il retto esercizio delle virtù
morali che scaturisce dal prendere sul serio la vita spirituale. Il presupposto
della libertà naturale che si manifesta nel corso dell'evoluzione di una
economia di mercato fortifica la prospettiva di lungo periodo, l'etica e la responsabilità.
Al contrario, l'economia mista procede nella
direzione di una pianificazione del futuro sempre più invasiva, tassando
la crescita del numero degli occupati, inflazionando i risparmi e regolando
eccessivamente le opportunità economiche. In un sistema istituzionale
così complesso, vengono meno le opportunità per il corretto
esercizio del bene, della generosità e della carità. Intervenendo
eccessivamente nella vita economica, lo stato ci allontana da coloro nei confronti
dei quali è nostro precipuo dovere prenderci cura. Verremmo meno ai
nostri obblighi di coltivare, custodire e dominare la terra. Nondimeno, quando
lo stato si assume obblighi che appartengono propriamente all'azione privata,
siamo tentati di trascurare gli obblighi nei confronti della nostra famiglia e
di coloro che versano nel bisogno. Sostituendo in molte sfere il mercato con
l'azione dello stato, le convinzioni errate di Keynes hanno causato un alto
costo sia economico sia spirituale.
Se continuiamo a credere che le forze economiche
del mercato non possano aiutarci a programmare il futuro e continuiamo a
sostituirle con le forze politiche, nell'illusione che lo stato sia in grado di
pianificare il nostro futuro, continueremo a vivere in società orientate
unicamente al presente.
Pensiamo alla
Parabola del Talenti come viene narrata dal Vangelo di Matteo (25:14-30):
quando il Signore si rivolse ai suoi servi, affinché usassero i talenti,
si spalancava loro un mondo d'impresa e di investimenti; il Signore lodò
colui che ebbe un profitto sui talenti e castigò colui che
sotterrò il suo.
Immaginiamo gli effetti della stessa parabola
in un'economia inflazionistica. Pensiamo alla risposta dei servi al ritorno del
loro Signore. Il primo direbbe: "Signore, viviamo in un'economia
inflazionistica. Ho speso i miei talenti e mi sono indebitato, perché
l'indice di rendimento del capitale è più basso dell'aumento
dell'indice dei prezzi dei beni al consuno". Il secondo direbbe:
"Signore, ho speso i miei talenti per ottenere una licenza per aprire un'azienda,
per pagare le tasse e per ottenere l'autorizzazione dall'ispettore alla
sanità. Non avevo alternativa". Il terzo direbbe: "Signore,
tutti i miei talenti sono stati presi dalla previdenza sociale e, sebbene
probabilmente potrò prelevare un po' di soldi tra qualche anno, al
momento non ho nulla". Infine, il quarto direbbe: "Signore, ho
sotterrato il mio talento e adesso eccolo qui". Il Signore dovrebbe lodare
quest'ultimo servo -- l'unico che ha sotterrato il suo talento -- come il più
saggio all'interno di un ordinamento economico inflazionistico, iper regolato e
iper controllato.
Il punto è questo: esiste un costo
etico e spirituale nell'attribuire allo stato funzioni che sono più
propriamente di competenza dell'impresa e degli imprenditori che operano
nell'ambito di una libera economia di mercato. Abbiamo forse dimenticato
ciò, anche di fronte al manifestarsi del fallimento socialista? Credo di
sì. Il socialismo è finito, ma i miti sul mercato che hanno
assegnato al socialismo una tale autorità sono ancora tra noi.
Non c'è alcuna ragione essenziale
perché un'economia di mercato rettamente ordinata sia sulla difensiva e
chieda continuamente scusa per sé. Dobbiamo iniziare un arduo lavoro per
elevare l'economia d'impresa ad un livello morale e sociale più alto
dell'economia che si regge sulla corruzione e sull'avidità pubblica. Il
libero mercato, rispetto a qualsiasi alternativa, non è soltanto il
sistema più efficiente e produttivo: è superiore nell'aiutarci a
superare le incertezze della natura e a programmare il futuro, come esige la
coerente condotta spirituale.
* Il presente saggio è pubblicato in: Robert Sirico,
Personalismo economico e
società libera, a cura di Flavio Felice, Rubbetino Editore, Soveria
Mannelli 2002.
[1] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1 maggio 1991, n. 43.
[2] Ibid. n. 24.
[3] Ibid., n. 56.
[4] Cfr. ibid., n.15.
[5] Ibid., n. 31.
[6] Ibid., n. 43.
[7] Ibid., n. 32.
[8] Ibidem.
[9] Ibid., n.34.
[10] Ibid. n. 35.
[11] Ibidem.
[12] Ibid., n. 42.
[13] Ibidem.
[14] Ibid., n. 36.
[15] Ibid., n. 48.
[16] Ibidem.
[17] Ibidem.
[18] Ibidem.
[19] Cfr. Hanry
Hazlitt, The Failure of
the "New Economics", University Press of America, Lenhm MA 1983
[20] John Maynard Keynes, The General
Theory of Employment, Interest, and Money, Brace and Company, New York 1936; trad. it.,
J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e
della moneta, UTET,
Torino 1971..
[21] Ibid.
[22] Ibidem.
[23] Alejandro Chafuen Christians for Freedom: Late
Scolastiche Economics, Ignatius Press, San Francisco 1986, p. 65; trad. it., Cristiani per la libertà, Liberilibri,
Macerata 1999.
[24] Alexander Smith, Time and Public Policy, The University
of Tennessee Press, Knoxville 1988.
[25] Centesimus annus, n. 48.
[26] A. Chafuen, Op. Cit..
[27] Ibidem.
[28] Centesimus annus, n. 36.
[29] Cfr. A. Smith, Op. Cit..
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