Lo Sviluppo Del Magistero Sociale Cattolico*
Robert A. Sirico
L'ultima parte del diciannovesimo secolo ha visto notevoli cambiamenti
dovuti alla rivoluzione industriale. Nel tentativo di declinare i principi
della fede e del trascendente nelle questioni del mondo reale, Papa Leone
XIII, il cui pontificato durò dal 1878 al 1903, scrisse una lettera
enciclica che sarà ricordata per sempre come la magna carta
dell'insegnamento sociale cristiano. I mutamenti rivoluzionari di cui
Leone XIII fu testimone trasformarono i modelli di vita europea sia sotto
il profilo tecnologico sia dal punto di vista sociale e fornirono l'occasione
propizia per promulgare quella lettera: la Rerum novarum, nel maggio
1891[1].
La Rerum novarum fu la prima delle encicliche dell'era moderna[2]. Per quanto in questi documenti siano espressi
alcuni dei fondamentali insegnamenti morali, la gran parte degli argomenti
che le encicliche affrontano hanno a che fare con questioni di natura
prudenziale e contingente.
Inoltre, gli studiosi di dottrina sociale cattolica noteranno che esse
sono dinamiche e sempre soggette a sviluppo. In onore del centenario dell'enciclica
di Leone XIII, Papa Giovanni Paolo II stabilì che il 1991 fosse
un anno dedicato alla dottrina sociale della Chiesa e promulgò
una nuova ed innovativa enciclica: la Centesimus annus, che a tutt'oggi
rappresenta un incredibile sviluppo nella tradizione delle encicliche
a favore della libera economia di mercato.
Tenterò di esaminare la Rerum novarum, avendo alcune precise
intenzioni, senz’altro e in primo luogo quella di fornire uno sfondo
per comprendere anche le ragioni dell'importanza della Centesimus annus.
Il mio scopo, in questa sede, non è tanto di scrivere da teologo,
bensì da studioso di quelle che Ludwig von Mises chiamava "le
forze che pongono in essere la società", ossia le attività
del libero mercato. Non v'è dubbio che tali osservazioni presentano
anche una dimensione teologica, per la cui diffusione io scrivo con la
piena consapevolezza di quale sia allo stato attuale il grado di dialogo
ecumenico inter-religioso, nonché con il desiderio che tutti gli
uomini di buona volontà imparino come edificare una società
che sia giusta, libera e prospera.
Il ruolo delle encicliche nell'insegnamento cattolico ufficiale
La nostra discussione sulla Rerum novarum e la Centesimus annus
andrà in profondità, nel tentativo di comprendere che cosa
significhi parlare in modo autorevole all'interno dell'intellighenzia
ecclesiastica cattolico-romana e quali possano essere i limiti dell'insegnamento
di una tale autorità o magistero.
La Chiesa cattolica rivendica per il suo magistero una posizione privilegiata
per quanto concerne le questioni di fede e di morale, nondimeno, tale
autorità riconosce alcuni limiti alla propria competenza e ha delineato,
molto generalmente, i parametri all'interno dei quali essa è circoscritta.
Ci sono volte in cui i confini possono essere sfumati e capita che siano
oltrepassati, sconfinando oltre la competenza che le è propria,
ma tutto ciò, lungi dal viziare le ragioni dell'interesse della
Chiesa nei confronti delle questioni sociali, ci invita ad una interpretazione
più ardita di questi documenti.
Una prima distinzione da notare è tra i pronunciamenti autorevoli
compiuti dai rappresentanti della Chiesa e gli specifici pronunciamenti
infallibili. In questa sfera non mancano i fraintendimenti sia da parte
di coloro che vivono al di fuori della Chiesa sia dagli stessi cattolici.
L'insegnamento della Chiesa piò essere esercitato in modo solenne
o straordinario, come, ad esempio, una certa dottrina pronunciata dai
vescovi in occasione di un concilio ecumenico o ex cathedra in
modo individuale dal papa. L'insegnamento ordinario dei papi, come ad
esempio le encicliche, è distinto da questo esercizio[3].
Possono essere individuati ulteriori livelli nel magistero della Chiesa:
le allocuzioni papali, le lettere e gli insegnamenti delle varie segreterie
e commissioni vaticane, le omelie del papa, gli insegnamenti dei vescovi,
tanto nelle loro diocesi quanto nelle conferenze episcopali nazionali
e l'insegnamento dei parroci e dei loro parrocchiani, come ad esempio
i catechisti a coloro che si interessano alla fede cattolica. Tutti questi,
così come altri, partecipano in vario modo alla missione e al carisma
dell'insegnamento della Chiesa.
La nostra discussione in questa sede è in relazione all'enciclica,
che è una lettera papale diffusa in tutto la Chiesa cattolica;
e, più recentemente, una lettera indirizzata oltre la Chiesa stessa,
a tutte le persone di buona volontà. In quanto encicliche, la Rerum
novarum e la Centesimus annus, inoltre, godono di una posizione
relativamente privilegiata all'interno della gerarchia dell'insegnamento
ufficiale della Chiesa cattolica.
Ci sarebbero due aspetti da notare: in primo luogo, la Rerum novarum
e la Centesimus annus, in quanto tali, non rivendicano alcuna infallibilità;
in secondo luogo, è necessario leggere attentamente i documenti
per discernere quando Leone XIII e Giovanni Paolo II sostengono di parlare
dal cuore e dal fulcro dell'insegnamento della Chiesa e quando tentano
di compiere una pratica e prudente applicazione di quell'importante insegnamento
nel mondo di tutti i giorni.
L'intenzione di questo saggio non è di esaminare la funzione dell'insegnamento
cattolico dogmatico, bensì di esplorare due istanze dell'insegnamento
ecclesiale che hanno a che fare con il regno sociale.
Lo scenario storico della Rerum novarum
Gli eventi del tardo diciottesimo e del primo diciannovesimo secolo costituiscono
l'immediato contesto storico dell'enciclica, specialmente le due grandi
rivoluzioni che hanno definito e contrassegnato quel secolo: la Rivoluzione
francese e quella industriale. Lo sfondo filosofico di queste rivoluzioni
fu, naturalmente, l'Illuminismo dei secoli precedenti che offrì
la riflessione filosofica, religiosa, politica ed economica che diede
forma al liberalismo continentale.
La libertà dall'autorità fu l'assioma sul quale tale liberalismo
poggiava, e sarebbero dovute trascorrere decadi prima che emergesse una
distinzione tra esercizio legittimo e illegittimo dell'autorità,
così come, ad esempio, Lord Acton nello scorso secolo e Robert
Nisbet nel presente hanno tracciato una linea di demarcazione tra potere
e autorità[4].
Per molti liberali continentali ciò significava soprattutto l'opposizione
all'autorità emanata dalla forza religiosa dominante, la Chiesa
cattolica romana, in entrambe le sue manifestazioni: quella morale e quella
civile. La Rivoluzione francese distrusse l'ancien régime
che aveva determinato il corso della civiltà occidentale dal tardo
Medioevo. L'esito rappresentò una specie di maremoto che propagò
la sua onda d'urto su una Chiesa politicamente e socialmente da troppo
tempo collusa con il vecchio ordine costituito. Così, la Rivoluzione
francese condusse un assalto diretto contro l'autorità della Chiesa,
non soltanto nella sfera spirituale; essa si ribellò contro la
tradizionale autorità temporale di cui, all'epoca, la Chiesa cattolica
godeva.
Quest'ultimo fattore, specialmente l'attacco contro le proprietà
della Chiesa, fu ciò che indusse Leone XIII nella Rerum novarum
a difendere la proprietà privata. Tale intervento, probabilmente,
rappresentò la più concisa e solida difesa del diritto alla
proprietà privata operata dal magistero della Chiesa cattolica
fino alla promulgazione della Centesimus annus. Tuttavia, l'eccitazione
di odio anticattolico fomentato dalla Rivoluzione francese fece sì
che la Chiesa fosse molto sospettosa nei confronti delle idee liberali.
La storia del pensiero sociale cattolico sarebbe stata molto diversa se
la Chiesa avesse incontrato il liberalismo nella sua manifestazione britannica,
piuttosto che in quella continentale[5].
Nel frattempo, Karl Marx aveva partorito il pensiero socialista e fornito
una completa analisi filosofica della situazione industriale con la propria
dottrina economica, antropologica ed escatologica, nel tentativo di rispondere
al laissez faire del liberalismo.
Un'analisi della Rerum novarum
Il fulcro della Rerum novarum è espresso dal suo vero titolo:
Sulla condizione dei lavoratori; perdere di vista ciò significa
allontanarsi dal pensiero e dalle intenzioni di Leone XIII, nonché
dal suo punto d'approdo e rendere incomprensibili le sue affermazioni
fondamentali, così come i suoi suggerimenti prudenziali. L'esito
sarebbe l'affuscamento di alcune distinzioni nodali e la confusione della
causa con l'effetto. Purtroppo, questa fu la sorte dell'interpretazione
di quel documento.
Sarebbe impossibile, dato lo spazio limitato assegnato a questo saggio,
esaminare la spinta e lo sviluppo complessivo dell'insegnamento sociale
cattolico che vede nella promulgazione della Rerum novarum l'inizio
della sua era moderna. Per il perseguimento delle nostre intenzioni, dovremo
analizzare il documento in se stesso e osservare l'ambito culturale che
condivide con un approccio essenzialmente favorevole al libero mercato
nel campo dell'organizzazione sociale. Ciò ci permetterà
di guardare la Centesimus annus come un autentico sviluppo del
pensiero di Leone XIII.
Leone XIII all'inizio del suo lavoro nota che i grandi sconvolgimenti
verificatisi durante il suo tempo hanno a che fare sia con il campo della
politica sia con quello dell'economia e si rende conto che “La questione
[è] difficile e pericolosa”[6].
Il socialismo si propone come la soluzione dei mali della società;
non è esagerato dire che nella Rerum novarum Leone XIII
disdegna in modo fulmineo tale offerta. Del programma socialista, egli
scrive: “questa via, non che risolve le contese, non fa che danneggiare
gli stessi operai”[7]. La ragione di ciò, argomenta il papa, è
che il socialismo viola il diritto delle persone di gestire le proprie
vite e di migliorare la propria porzione e che viola il diritto stesso
dell'uomo: “E infatti non è difficile capire che lo scopo
del lavoro, il fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà
privata”[8].
In difesa della proprietà privata
La difesa di Leone XIII della proprietà privata si fonda sulla
dottrina del diritto naturale elaborata a John Locke. Dopo aver distinto
la natura umana da quella degli altri animali, sottolineando la facoltà
dell'uomo di ragionare, il papa dice:
«Ora, posto che a conseguire i beni della natura l'uomo impieghi
l'industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso
egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse
a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua
personalità, sicché giustamente può tenerla per
sua ed imporre agli altri l'obbligo di rispettarla»[9].
Si noti la somiglianza di tale argomento con quello impiegato di John
Locke nel suo Two Treatises of Government, scritto intorno al 1690.
Nella sua argomentazione sulla proprietà Locke scrive:
«Sebbene la terra e tutte le creature inferiori siano comuni
a tutti gli uomini, ognuno ha una proprietà nella sua persona;
ma nessuno possiede il diritto al tutto, soltanto al suo. Quanto produce
con il suo corpo e con le sue mani, si potrebbe dire, è propriamente
suo. Qualsiasi cosa, allora, egli trasformi dallo stato in cui la natura
l'ha provvista e lasciata, la mescoli con il suo lavoro ed unisca a
ciò qualcosa che gli è propria, conseguentemente se ne
appropria […]. Egli grazie al suo lavoro si appropria di qualcosa
sul quale gli altri uomini non hanno alcun diritto di comune proprietà»[10].
Per Leone XIII, così come per Locke e per San Tommaso prima di
entrambi[11], il diritto alla proprietà
privata non è una mera teoria astratta: è, piuttosto, un'estensione
dei diritti che trovano la loro origine e risiedono nell'individuo e che
devono essere goduti e difesi dalla legittima autorità, la quale
esiste per questa ragione. Così, il pontefice conclude: "deve
porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata"[12].
Nello stesso modo, la Rerum novarum ripudia ogni forma di egualitarismo
coercitivo e asserisce: «Poiché la più grande varietà
esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno,
la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado:
e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza
delle condizioni sociali»[13].
Nei paragrafi 31-32 Leone XIII sottolinea una serie di obbligazioni che
i datori di lavoro hanno nei confronti dei loro lavoratori. Sebbene alcuni
abbiano interpretato le espressioni di cura di Leone XIII nei confronti
dei lavoratori in senso interventista, un'analisi ponderata rivela che
non solo contengono una chiara condanna del socialismo, ma il Sommo Pontefice
suggerisce modi concreti per evitare il conflitto di classe. Il fulcro
della cura pastorale del papa viene qui mostrato dal modo in cui esprime
la preoccupazione che ai lavoratori venga data la "giusta mercede".
Il papa, inoltre, si scaglia contro l'uso di quelle che chiama "le
arti dell'usura", ma questa ammonizione andrebbe letta all'interno
della sua discussione sulla frode e la coercizione. Leone XIII aveva un'idea
chiara del ruolo che gioca il mercato nello stabilire i tassi d'interesse,
egli probabilmente avrebbe condiviso un'osservazione più favorevole
nei confronti del prestito con interessi, così come fecero i suoi
successori[14]. Questi riferimenti dovrebbero essere letti come una serie di
affermazioni prudenziali e non come precetti di morale fondamentale. In
definitiva, sarebbe difficile trovare in questa sezione qualche passaggio
che offenda in via generale la sensibilità morale e l'etica dei
datori di lavoro.
L'enciclica muove da una prospettiva economica per mirare a ciò
che considera un ideale più elevato. Ecco il punto in cui la distinzione
tra i suggerimenti di azione politica e le premesse morali di base sembra
svanire. La responsabilità dell'ordine civile è, in parte,
far sì che le persone agiscano in modo tale da essere giuste anche
nello svolgimento delle loro relazioni economiche. L'uso che Leone XIII
fa del termine "giustizia" deriva dal suo significato classico,
aristotelico-tomistico: "trattamento secondo il merito". L'uso
odierno del termine "giustizia", al contrario, sembra offrire
una cambiale in bianco ai governi per la realizzazione di una moltitudine
di programmi cui si ha diritto[15].
Il Cristianesimo, ad ogni modo, non ostacola la domanda fondamentale
di giustizia: offrendo una prospettiva trascendente, chiama le persone
alla virtù dell'amore reciproco. Leone XIII non commette l'errore
di creare un rapporto di dipendenza dell'uno dall'altro. Tuttavia, nel
dire che "nessuno, ovviamente, è obbligato ad assistere gli
altri oltre quanto è richiesto dal suo stato di necessità",
non dispensa i fedeli dall'obbligo di prendersi cura dei poveri. Al contrario,
propende per una distinzione spesso dimenticata: «Ci sono doveri,
non di giustizia, eccetto i casi di estremo bisogno, ma di carità
cristiana, che ovviamente non possono essere comandati dall'azione legale»[16].
Questa sezione della Rerum novarum offre un profilo della visione
trascendente della persona umana che è propria del Cristianesimo.
L'adesione all'ideale cristiano può avvenire solo con l'esercizio
della libera volontà, poiché il vivere in conformità
con un tale impegno non può che essere dettato dalla libertà.
In questo contesto, Leone XIII si colloca nella tradizione del liberalismo
classico, credendo che la libertà, benché sia sufficiente
per l'edificazione di una società giusta, non lo è per l'edificazione
di una società buona.
I limiti della legge
L'enciclica esprime anche una preoccupazione che riguarda più
i nostri tempi che quelli di quando, un secolo fa, fu scritta. Tale preoccupazione
è data dall'occupazione da parte dello stato di ambiti, nel campo
dei bisogni umani, dei quali in precedenza era titolare la Chiesa[17].
Il paragrafo 29 offre un buon esempio della confusione che emerge a causa
del mancato distinguo tra i principi morali, ai quali l'insegnamento della
Chiesa resta ancorato, e i suggerimenti prudenziali forniti per attuarli.
Qui Leone XIII fa un chiaro riferimento alle condizioni dei lavoratori
e al loro benessere morale e spirituale. Egli enumera una serie di preoccupazioni:
sciopero, dissolvimento della vita familiare, decadenza religiosa, "incentivi
al male" a causa della promiscuità dei sessi e l'eccesso di
lavoro. Conclude, allora, che «in questi casi si deve adoperare,
entro i debiti confini, la forza e l'autorità della legge. I quali
fini sono determinati dalla causa medesima che esige l'intervento dello
Stato; e ciò significa che le leggi non devono andare al di là
di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del pericolo»[18].
In questo passaggio dovremmo fissare la nostra attenzione su due elementi.
Il primo è che la preoccupazione numero uno del pontefice è
la condizione morale, religiosa e fisica dei lavoratori e non semplicemente
il loro benessere materiale. La seconda è che, purammettendo l'intervento
governativo, Leone XIII è acuto nello stabilire un insieme di limiti
posti dalla ragione, ed espressi dall'affermazione che la legge non può
oltrepassare i suoi limiti pur di porre rimedio ad una data situazione.
I paragrafi 30-35 contengono un ragionamento complesso. Il papa afferma
che il libero consenso tra le parti non è un criterio sufficiente
per stabilire il "giusto salario": il libero consenso, egli
dice, non è adeguato a stabilire la moralità del salario
offerto quando il salario non è sufficiente alla sussistenza[19]. Egli scrive: “Infatti, conservarsi in vita è dovere,
a cui nessuno può mancare senza colpa”[20].
Ci sono vari aspetti del delicato argomento affrontato da Leone XIII
che meritano un'attenta osservazione. Solo apparentemente egli non coglie
il modo in cui il livello dei salari incide sull'intera economia. Se il
livello dei salari è artificiosamente alto, il costo dei beni prodotti
dalla forza lavoro crescerà proporzionalmente in tutta l'economia,
escludendo i lavoratori -- che nel contempo sono anche consumatori --
dal godimento di molti di quei beni. È una sfortuna che Leone XIII
non abbia delineato nella relazione tra salario di mercato e sistema dei
prezzi la via economicamente più efficiente per assicurare un salario
che garantisca la sussistenza dei lavoratori. Tale intuizione, che il
"giusto salario" è meglio garantito dal salario di mercato,
non è in alcun modo estraneo al pensiero sociale cattolico[21].
Un altro elemento dell'argomentazione di Leone XIII che merita di essere
osservato è rappresentato dall'intenzione (ben sottolineata) di
raccomandare una particolare azione politica. Si potrebbe immaginare che
avrebbe voluto creare un sistema socialista o quasi socialista, considerandolo
un sistema economico moralmente superiore? Semmai è vero il contrario:
la sua premura di assicurare ai lavoratori il più alto salario
possibile si spiega con il fatto che li sollecitava a diventare piccoli
capitalisti; una volta entrati in possesso di una proprietà e,
potendola gestire in proprio, sarebbero divenuti membri della borghesia.
Al riguardo egli scrive:
«Quando l'operaio riceve un salario sufficiente a mantenere se
stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è
saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l'impulso
della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alle spese una
parte da impiegare nell'acquisto di qualche piccola proprietà.
Perché abbiamo dimostrato che l'inviolabilità del diritto
di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica
ed efficace della questione operaia»[22].
Così, Leone XIII in buona fede e in modo inconsapevole compie
un errore in un ambito circoscritto della sua riflessione politica-economica,
ma non nel delineare l'insieme della struttura economica. Su quest'ultima
egli afferma che la proprietà privata è una cosa buona per
tutti e che deriva la sua legittimità dal diritto naturale. Inoltre,
evidenzia una chiara comprensione della cultura dinamica del mercato e
del modo in cui la protezione del diritto di proprietà possa spingere
il povero alla produttività e all'armonia sociale[23]. Ad ogni modo, un tale dinamismo economico
può avvenire solo se la ricchezza privata non viene dissipata da
una vessatoria imposizione fiscale.
Reazioni
Una tale lettura della Rerum novarum oggi non è quella
prevalente, ma discende da una prospettiva che è tipica del liberalismo
classico. Ad ogni modo, è mia profonda convinzione che il contenuto
del documento si presti a tale tipo di analisi ed è, invero, del
tutto coerente con lo sviluppo che il pensiero liberale classico ha avuto
nel corso del ventesimo secolo, così come lo è con la spinta
inferta dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Chiaramente,
Leone XIII nello scrivere l'enciclica non intendeva articolare una dottrina
sulla crisi sociale così come l'avevano in mente gli interpreti
del liberalismo classico. Tuttavia, ritengo che il pensiero liberale classico
sia tanto presente nella tradizione della Rerum novarum quanto
storicamente è stata recepita l'interpretazione collettivista.
Invero, l'interpretazione tipica della Rerum novarum, formulata
presso autorevoli circoli, ha finito per offuscare buona parte di quanto
c'è di autenticamente liberale nel pensiero sociale cattolico.
Sfortunatamente, l'interpretazione di certi teorici ha dominato in modo
così preponderante la discussione sull'autentica risposta cristiana
ai problemi sociali, politici, alle sventure economiche e alle ingiustizie,
al punto che oggi qualsiasi interpretazione liberale classica delle ingiustizie
contemporanee è vista come ingenua, insensibile e persino eretica.
Ciò ha avuto l'effetto di bloccare sul nascere il dialogo tra
cattolici e liberali, un incontro essenziale per chiunque si mostri interessato
alla ricerca di un'autentica, consapevole ed efficace soluzione morale
alla crisi sociale per la soluzione della quale noi tutti siamo chiamati
ad impegnarci. La carenza di scienziati sociali, tanto liberali classici
quanto cattolici, e l'ostile opposizione che essi hanno subito e tuttora
subiscono in molti circoli, testimoniano una sorta di monopolio intellettuale
detenuto dai non liberali nell'interpretazione "corretta" dei
documenti pontifici. Avendo abbozzato il retroterra culturale che la Rerum
novarum condivide con un approccio orientato al libero mercato nel
campo dell'organizzazione sociale, sarà utile gettare un breve
sguardo sul modo in cui tale documento è stato recepito, specialmente
in America, per mostrare come l'attuale egemonia culturale si sia sviluppata
e radicata.
Nell'affrontare la questione sociale, la Rerum novarum non ruppe
del tutto con la tradizione. Benché fosse la prima risposta da
parte di un papa, esisteva già una tradizione del pensiero sociale
che influenzò l'enciclica di Leone XIII.
I pensatori sociali precedenti a Leone XIII erano divisi in varie fazioni.
Alcuni condannavano apertamente il nuovo ordine economico, mentre altri
lo approvavano. Nel diciannovesimo secolo sorsero molti centri studi,
si organizzarono tavole rotonde che influenzarono notevolmente il pensiero
di Leone XIII.
Tra le tante esperienze, sono particolarmente rappresentative l'Alleanza
di Ginevra e l'Unione di Friburgo. Lo stesso Leone XIII prestò
grande attenzione a questi gruppi e all'analisi storica da loro elaborata.
Del nuovo ordine economico il papa rigettò con forza quanto gli
parve materialistico, pur non essendo contrario al progresso tecnologico,
si interessò al pensiero dei primi scienziati sociali tedeschi,
il Vescovo Emmanuel von Ketteler di Mainz, così come dell'economista
tedesco Lujo Brentano. Secondo Franz H. Muller, “Ketteler […]
era sempre più convinto della necessità dell'intervento
governativo nel campo economico-sociale, ed in particolare nell'ambito
del lavoro. Brentano […] aveva insistito sul fatto che solo con
la sindacalizzazione il mercato del lavoro sarebbe potuto diventare veramente
competitivo”[24]. Questa era una convinzione autorevole condivisa da
molti leader della Chiesa.
La condizione del lavoro, tema affrontato da molti, rappresentò
la spinta maggiore all'interno del dibattito sociale. La Rerum novarum
diede il proprio sostegno a varie associazioni di lavoratori e sindacati.
Lo sforzo americano di garantire il riconoscimento dei Cavalieri del Lavoro
da parte del Vaticano impressionò moltissimo Leone XIII. I Cavalieri
del Lavoro erano gli immediati antesignani dell'American Federation
of Labor (A.F.L.). Essi erano visti con sospetto da Roma e
rischiavano la condanna a causa dei riti segreti d'iniziazione e della
leadership incerta[25].
Ad ogni modo, una volta che questi problemi furono risolti per il gradimento
del Vaticano ed in particolar modo dopo che il Cardinal Gibbons di Baltimora
fornì un brillante memoriale a favore dei Cavalieri, ogni timore
di condanna svanì. Leone XIII era particolarmente sensibile alla
condizione del lavoro e dedicò grande attenzione alle attività
dei Cardinali Gibbons e Henry Edward Manning in Inghilterra a favore del
lavoro. Grazie alla sua influenza e attività, la Rerum novarum
divenne il trampolino di lancio per la nascita del movimento dei lavoratori
in America e in Europa.
Lo sviluppo del pensiero
L'America, al pari dell'Europa, ha una tradizione di pensiero sociale
precedente alla Rerum novarum. Per i riformisti l'enciclica di
Leone XIII forniva il supporto e il riconoscimento necessari per portare
avanti il loro programma. Leone XIII era convinto che fossero necessari
profondi cambiamenti e che non bisognasse temere il progresso. Così
come il liberalismo, anche il socialismo era da rigettare. Mentre il liberalismo
nega l'interventismo politico nel mercato e nel campo dell'industria,
il socialismo enfatizza il ruolo che lo stato dovrebbe svolgere sia nella
comunità sia nella vita industriale.
Leone XIII percepì il laissez faire come la filosofia dell'estabilishment
politico e imprenditoriale e vide nel socialismo, che faceva incursione
nelle idee delle masse, la minaccia di chi eccita all'invidia, di chi
incoraggia aspettative irreali e, in definitiva, il vero oppio dei popoli.
Per Leone XIII la proprietà privata, fondata sulla giustizia e
sulla carità, dovrebbe essere la base e lo strumento per assicurare
il benessere delle lavoratrici e dei lavoratori. Non esiste una soluzione
al problema del lavoro senza il contributo della Chiesa e della religione.
Secondo Leone XIII i gruppi di carità cattolica avrebbero dovuto
operare a difesa di coloro che soffrono per le pessime condizioni di vita
e di lavoro fino a quando non si fosse sviluppata una più prospera
base economica. Tali gruppi avrebbero dato una mano tanto allo stato quanto
alle associazioni dei lavoratori per fuoriuscire dal baratro della povertà.
Il compito di interpretare socialmente la Rerum novarum venne
prontamente assunto dalla sinistra progressista. Mentre Leone XIII difendeva
in modo misurato la sua convinzione sull'importanza del "salario
di sussistenza", di abolire la domenica lavorativa, di ridurre l'orario
di lavoro giornaliero e di proibire e regolare il lavoro dei bambini e
delle donne nelle fabbriche, questi punti venivano assunti dagli attivisti
e utilizzati come piattaforma di lancio per un maggior numero di rivendicazioni
sociali e per una massiccia regolamentazione. Coloro che simpatizzavano
con questi punti dell'enciclica di Leone XIII hanno prestato attenzione
quasi esclusivamente ad essi, troppo spesso trascurando il resto dell'enciclica,
la grande parte della quale ha tentato di resistere all'espansione dello
stato.
Un esempio di questa interpretazione selettiva è evidenziato da
Ayron Abell, anche lui vicino all'analisi sociale della sinistra, quando
nota che dopo aver argomentato a favore dei principi contenuti nella Rerum
novarum, questi teorici concludevano affermando di volere "utilizzare
il contributo fiscale per favorire la moltiplicazione dei proprietari"[26]. La Rerum novarum metteva espressamente in guardia
contro una tale pratica.
Ad ogni modo, gli scienziati sociali erano convinti che per superare
il generale, men che desiderabile, stato del lavoratore, si sarebbe dovuto
compiere uno sforzo che avrebbe coinvolto tanto la sfera privata quanto
quella pubblica. Secondo tali attivisti, la risposta pubblica coincideva
quasi sempre con un incremento del ruolo dello stato. Invero, percepivano
il ruolo del governo primariamente come quello di promotore del benessere
umano. Inoltre, dal momento che la classe dei lavoratori, sulla base del
loro modo di pensare, contribuiva più di ogni altra alla prosperità
e al benessere materiale della nazione, lo stato avrebbe dovuto legiferare
a loro favore.
I movimenti sociali americani sono stati utili, in alcuni casi, a far
emergere la convinzione che la proprietà privata è un diritto
naturale, ma che può e deve essere regolata dallo stato. Secondo
Abell, "Una visione sociale della proprietà […] è
servita come un cuneo che è penetrato e ha reso possibile la più
recente e futura partecipazione dei cattolici americani alla vita sociale".
Tale visione sembrerebbe essere il contrario di quella espressa da Leone
XIII, il quale aveva una visone della proprietà fondata
sull'individuo, con una dimensione sociale.
Molti interpreti della Rerum novarum, dunque, hanno enfatizzato
oltremodo la visione sociale della proprietà. Ciò riflette
un pregiudizio nei confronti dell'individualismo e dell'interesse privato,
a causa della convinzione che inevitabilmente i proprietari opprimeranno
i poveri. In questa prospettiva, il compito di sollevare i poveri spetta
direttamente allo stato. Secondo Abell, «questi primi sostenitori
dello statalismo sostenevano il diritto dei lavoratori di organizzarsi
e di sfidare i datori di lavoro sul campo di battaglia dell'industria,
dubitavano che la forza dei lavoratori, senza l'aiuto dello stato, potesse
conquistare la giustizia contro il forte capitale»[27]. Secondo un sacerdote, il Reverendo Edward
Priestly, prima della promulgazione dell'enciclica, le persone erano giunte
alla conclusione che «dobbiamo, più di quanto abbiamo fatto
fino ad ora, trasferire allo stato un più stretto controllo dei
rapporti tra le classi»[28].
Dunque, durante il decennio 1880, in tanti cattolici influenti e socialmente
impegnati si diffuse una certa simpatia per il movimento dei lavoratori,
oltre alla simpatia per l'apparato dello stato che avrebbe dovuto consentire
agli oppressi di sollevarsi. Questi furono, secondo le parole del Cardinale
Gibbons, "i mezzi più efficaci, quasi gli unici" per
combattere la crescita dei monopoli e controllare la «loro feroce
avarizia che, attraverso l'avidità del guadagno, in modo spietato,
distrugge non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini nelle svariate
occupazioni»[29]. L'entusiastico sostegno della gerarchia
ecclesiale al movimento dei lavoratori fece sì che l'attenzione
pubblica si focalizzasse sulle condizioni del lavoro. Inoltre, due congressi
cattolici furono funzionali a saldare nelle menti della gente tale sentimento
a favore del lavoro; il primo si svolse a Baltimora nel 1889, due anni
prima della promulgazione della Rerum novarum; il secondo (1893)
si svolse a Chicago due anni dopo. Tali incontri furono organizzati dalla
gerarchia ecclesiale con il supporto di laici influenti; essi miravano
a mobilitare la Chiesa e il mondo laico a favore di "un'azione sociale
progressista". I congressi videro un'alta partecipazione e l'avido
capitalismo venne equiparato al socialismo e al comunismo e tutti e tre
condannati.
In questi congressi vennero presentate relazioni e si sostenne la necessità
del cambiamento politico, sociale ed economico. Molti si appellarono all'aumento
dell'intervento statale, specialmente attraverso la maggiore imposizione
fiscale sui ricchi. Inoltre, i congressi votarono una mozione per l'istituzione
di gruppi di studio e la diffusione più ampia possibile dell'enciclica.
I sindacati fecero propria l'analisi dell'enciclica relativa agli organi
del lavoro e vollero prendere parte alle discussioni che precedettero
le sessioni sul lavoro. I protestanti, favorevoli alla nozione di "vangelo
sociale" che allora cominciava a riscuotere un successo sempre più
ampio, reagirono in modo moderatamente entusiastico. Erano convinti che
il papa, incoraggiando lo stato ad intervenire per riparare agli abusi
contro il lavoro, si fosse "dichiarato infallibile nel campo della
nuova politica economica"[30]. Tale "nuova politica economica" diede inizio, almeno
nel contesto americano, alla lunga marcia verso l'economia di stato, l'assistenzialismo
e lo statalismo.
Anche l'American Economic Association fu entusiasta della nuova
enciclica. Mentre la maggior parte degli economisti non condivise l'impianto
complessivo, nessuno poté negare la sua grande importanza. La questione
emerse dopo la promulgazione della nuova enciclica in ordine alla tassazione
unica. Henry George vide in ciò un rifiuto del suo programma. Scrisse
una lettera aperta al papa, tentando di spiegare che nel suo piano solo
l'affitto sarebbe stato trasformato in proprietà comune. Michael
A. Corrigan, l'Arcivescovo di New York, spinse i sostenitori di George
presenti nella sua diocesi a manifestare pubblicamente il loro dissenso.
Ma i laici cattolici accorsero a difesa di George e sostennero che quanto
era presente nell'enciclica in materia di azione politica era tutt'altro
che infallibile. Gibbons, tra gli altri, affermò che ai sostenitori
della tassazione unica si sarebbe dovuto permettere di giudicare l'efficacia
della proposta di George al pari di qualsiasi altra proposta politica.
L'Arcivescovo Corrigan venne ripreso da Roma, dando a tutti i cattolici
di orientamento progressista la libertà di perseguire proposte
politiche senza l'interferenza della Chiesa. Teoricamente, tutte le proposte
politiche erano accettabili tranne nei casi in cui queste fossero state
contro la fede e l'insegnamento morale della Chiesa.
Le radici del movimento per la giustizia sociale
Questa nuova libertà riconosciuta dal Vaticano alla fine diede
vita ad un nuovo movimento per la giustizia sociale. Nel 1899 il reverendo
Thomas J. Ducey affermò che la Chiesa avrebbe dovuto adesso guidare
il popolo verso l'emancipazione "dalla schiavitù sociale ed
economica" impostagli dai "re dei cartelli e dei monopoli"[31]. Ad ogni modo, secondo Abell, il movimento sociale non
uscì mai dal seminato per tutta la durata della decade e una buona
metà seguì l'insegnamento dell'enciclica. Abell attribuisce
questa situazione di dissenso radicale alle ondate migratorie che attraversarono
il Paese tra l'ultima metà del diciannovesimo secolo e la prima
parte del ventesimo e che causarono divisioni e profonda disunità
tra i cattolici.
Gli immigrati di recente arrivo entrarono in conflitto con quelli giunti
da tempo e meglio sistemati. Questi ultimi erano meno sensibili alla condizione
lavorativa dei primi e, per di più, si sentivano minacciati dalla
loro competizione. I nuovi immigrati, dopo il 1900, che giungevano dall'Europa
centrale e orientale, erano spesso accusati di essere attivisti del movimento
socialista. Il Partito socialista, guidato da Eugene Debs, venne costituito
quasi ovunque in America. Il lasso di tempo tra il 1912 e l'inizio della
prima guerra mondiale fu il periodo della sua massima espansione. Nel
1912 la American Federation of Labor era per un terzo socialista.
L'Industrial Workers of the World (I.W.W .) offrì
uno sbocco ai sindacalisti più radicali fino allo scoppio della
guerra, mentre molti cattolici -- chierici e laici -- furono coinvolti
e divennero sempre più attivi nel movimento socialista.
La gerarchia ecclesiale americana ripetutamente censurò il socialismo
in quanto materialistico, motivando tale posizione ricordando la condanna
del socialismo di Leone XIII nella Rerum novarum. Gli attivisti,
a loro volta, affermavano che queste condanne da parte della gerarchia
ecclesiale erano "esagerate" e che essa aveva "mal interpretato"
l'attenzione di Leone XIII verso il socialismo. Inoltre, tali condanne
"ignoravano il positivo programma socialista a favore della riforma
cristiano-sociale"[32]. Nonostante lo scontento da parte della gerarchia, il
socialismo stava operando una rimarchevole incursione nella comunità
cristiana.
Padre John Ryan e il "semi socialismo"
Intorno al 1905 la gerarchia iniziò ad elaborare un programma
per mantenere all'interno della Chiesa quei cattolici attratti dal socialismo.
Il fine di queste persone era quello di guidare la nascente alleanza tra
i lavorati cattolici e i socialisti. Gli attivisti cattolico-sociali e
gli studiosi svilupparono una strategia per dar vita ad una riforma economica
improntata su quelli che loro ritenevano fossero "i passaggi veramente
più importanti" della Rerum novarum[33]. Ciò, naturalmente, per la gran
parte significò agevolare lo statalismo, l'assitenzialismo e l'emarginazione
di coloro che mettevano in guardia contro queste politiche. Questi riformatori
affermavano che il socialismo contiene in sé i semi della verità
cattolica, rubati dai socialisti, e che i teorici cattolico-sociali li
avrebbero dovuti rivendicare come propri. A guidare questo nuovo approccio
fu John A. Ryan, "il più importante accademico del movimento
cattolico-sociale americano"[34].
Il primo libro di Ryan: A Living Wage, fu pubblicato nel 1906
e difendeva il salario minimo per tutti. Egli estese il suo argomento
in successivi libri e articoli, rivendicando la necessità di altre
riforme e interventi. Tra queste riforme c'erano: «metodi indiretti
di aumento del reddito dei lavoratori per via legislativa; [incluso] le
otto ore lavorative giornaliere; diminuzione del lavoro delle donne e
dei bambini; regolamentazione dello sciopero, della persuasione e del
boicottaggio; conciliazione e arbitrato tra stato e i comitati nazionali
con poteri vincolanti; riduzione della disoccupazione attraverso l'assunzione
nella pubblica amministrazione, il lavoro coloniale e l'assicurazione
sociale. Similmente, si dovrebbero attuare previsioni sugli incidenti,
le malattie e la vecchiaia. Infine, lo stato dovrebbe lanciare un piano
residenziale, non solo per scongiurare la presenza di abitazioni insane
e affollate, ma anche per costruire abitazioni decenti per le classi povere,
che potrà affittare o vendere -- preferibilmente vendere -- a condizioni
vantaggiose»[35]. Ryan difese anche la proprietà
pubblica dei monopoli naturali, l'imposta progressiva sul reddito e la
tassa di successione, la tassazione sul futuro incremento del valore dei
terreni e il divieto di speculazione sugli scambi.
Ryan capì che il socialismo tende ad annientare la fede di coloro
che vi aderiscono; sotto tale profilo egli pensava che dovesse essere
condannato. Ad ogni modo, egli riteneva che l'aspetto economico dovesse
essere separato dagli aspetti negativi del versante religioso.
Dunque, chiamò il suo programma "Socialismo Economico Essenziale"
o "Semi-Socialismo", ed era convinto che non sarebbe occorso
nella condanna della Chiesa. Egli credeva di essere molto vicino al pensiero
di Leone XIII per il quale "i diritti e le possibilità di
accedere alla proprietà privata fossero sufficientemente estesi
da salvaguardare il benessere sociale e individuale"[36]. Ryan sosteneva che il socialismo era
in grado di tutelare meglio la proprietà privata dei beni di consumo
e che sarebbe stato sufficiente convertire i mezzi di produzione in beni
collettivi senza intaccare i beni di consumo.
Ryan era convinto che il socialismo non solo si collocava nella migliore
tradizione delineata da Leone XIII, ma che la sua diffusione sarebbe stata
un'ottima strategia. Egli sentiva che, se i riformisti avessero decisamente
rigettato le convinzioni negative del movimento socialista antireligioso
nel mentre accettavano i suoi principi economici, i cattolici probabilmente
si sarebbero sentiti meno attratti dal movimento socialista in quanto
già attivi nel promuoverlo praticamente; la Chiesa sarebbe stata
vista come il bastione di quelle riforme sociali che le masse andavano
chiedendo.
Dopo il 1908, con a capo Ryan, nacque un movimento cattolico per la riforma
sociale molto diffuso. Il primo gruppo importante che si batteva per la
riforma sociale fu quello tedesco chiamato Catholic Central Verein.
Nel 1908 iniziarono con 120.000 associati e costituirono un Central
Bureau for the Promotion of Social Education e diedero vita ad una
rivista chiamata Central Blatt and Social Justice. Nel 1909 il
Central Varein organizzò una convention durante la
quale venne avanzata la richiesta di una legislazione più progressista
sul lavoro. La Varein lavorò instancabilmente per promuovere
la formazione sociale e il movimento dei lavoratori; promosse borse di
studio per approfondire i problemi sociali che interessavano la situazione
tedesca; nel 1912 organizzò corsi estivi di scienze sociali a Sping
Bank nel Wisconsin e alla Fordham University; fece pressione
affinché si costituisse una scuola cattolica di scienze sociali.
Ryan si sentì incoraggiato dal fiorire di un così vasto
movimento e predisse che in dieci anni sarebbe nato un esercito di uomini
"capaci di rendere ragione dell'opposizione cattolica tanto agli
abusi del capitalismo quanto agli eccessi del socialismo" con "la
forza e il coraggio di difendere i programmi di un attivo riformismo sociale"[37].
Il sostegno cattolico al movimento dei lavoratori
Anche la convention di Verein del 1909 si pronunziò per
un sostegno al movimento dei lavoratori. Si espresse per una costante
cooperazione tra i gruppi come la l'American Federation of Labor,
la National Civic Federation e l'American Association for Labor
Legislation. L'influenza di Verein fu avvertita non solo tra i tedeschi;
i suoi programmi vennero adottati da quasi tutti i cattolici. Ciò
accadde in gran parte grazie agli sforzi del reverendo Peter E. Dietz
di New York, uno dei suoi membri più assidui. Abell scrive che
"proprio come John A. Ryan ne fu l'accademico, così Peter
E. Dietz fu l'organizzatore del movimento cattolico-sociale americano"[38].
Nel 1909 Dietz partecipò alla convention della American
Federation of Labor (A.F.L.) a Toronto. Egli non credeva che
i cattolici fossero in grado di offrire un buon servizio nel sostenere
ufficialmente la delegazione, almeno tanto quanto quello delle diverse
denominazioni protestanti. Così si propose come delegato alla convention
del 1910, costituendo una delegazione permanente in seno alle convention
dell'A.F.L. in corso, e nel suo discorso ai delegati diede il massimo
delle assicurazioni sul sostegno cattolico al sindacalismo.
Durante la convention egli riunì i rappresentanti dei sindacati
cattolici e costituì la Militia of Christ for Social Service.
L'intento della Militia era quello di promuovere la comprensione
del programma sociale della Chiesa e la causa dei lavoratori. La nuova
Commissione per il Servizio Sociale, diffuse con sistematicità
l'enciclica di Leone XIII, affinché venisse studiata e applicata
con un'impostazione statalista. La Social Service Commission fu
una Militia of Christ allargata. Questi gruppi spinsero per la
formazione e incalzarono per la costituzione di scuole, così come
per l'inserimento nei piani di studio delle scienze sociali.
Questi istituti costituirono l'Eunomic League per discutere di
problemi sociali, furono inoltre attivati corsi per riflettere sulle questioni
di attualità, i primi a Loyola-Chicago e a Fordham, essendo le
più importanti. Alcuni seminari, oltre alla Catholic University
of America, inserirono le scienze sociali nel loro ordo studiorum.
Con il successo del lancio di questi programmi formativi, il pensiero
sociale cattolico precedente la prima guerra mondiale giunse al termine:
questo fu il momento più critico ed importante nella storia del
pensiero sociale. Il resto è stato semplicemente un'aggiunta, una
sistemazione e un'estensione dei programmi avviati durante il periodo
precedente.
In seguito alla guerra il movimento socialista iniziò a disintegrarsi
e sorsero problemi economici che la American Federation of Catholic
Societies non seppe affrontare. Nel 1917 la gerarchia ecclesiale costituì
la National Catholic War Council per intervenire sui problemi relativi
alla ricostruzione del dopoguerra[39]. Sebbene avesse condannato il socialismo in un paio
di occasioni, riprese esattamente da dove il pensiero si era interrotto.
Nel 1919 il Comitato Amministrativo del War Council pubblicò
ciò che era stato chiamato Bishop's Program of Social Recounstruction.
La dichiarazione venne preparata da John A. Ryan e propose tali rimedi
per i mali del Paesi:
«Assicurazione sociale contro disoccupazione, malattia, invalidità
e vecchiaia; una legge federale sul lavoro minorile; rafforzamento legale
del diritto di organizzazione dei lavoratori; case popolari per la classe
dei lavoratori; tassazione progressiva sulla successione, sul reddito
e sugli alti profitti; ferrea regolazione sui tassi di pubblica utilità;
competizione governativa con monopoli […]; partecipazione dei
lavoratori alla direzione di società cooperative e partecipazione
all'organizzazione per dare la possibilità alla maggioranza dei
salariati di "diventare proprietari dei mezzi di produzione"»[40]
Esistevano buone ragioni perché Ryan sarebbe stato chiamato il
"Reverendo di destra del New Deal".
Nel 1922 il vescovo cambiò il nome del Concilio in National
Catholic Welfare Council ed è oggi conosciuto come la National
Conference of Catholic Bishops. È stata costituita anche una
sezione dedicata all'azione sociale chiamata Department of Social Action
che ha il compito di indagare se il programma dei vescovi viene realizzato.
Con essa, Abell afferma che "la ricezione dell'enciclica sul lavoro
di Leone XIII è stata completata"[41].
D'allora fino ai nostri giorni, il movimento cattolico-sociale ha continuato
ad affermare in modo essenziale gli stessi punti e a difendere lo stesso
programma politico ed economico; i nomi, i concili e le circostanze sono
cambiati, ma fondamentalmente da Pio XI a Giovanni Paolo II il movimento
cattolico sociale ha conservato il suo carattere.
Il contesto con il quale tale agenda si confronta, ovviamente, è
mutato con il passare del tempo. Secondo G. J: Hebert, «I cambiamenti
sociali durante il periodo successivo alla seconda guerra mondiale hanno
naturalmente avuto un riflesso sul movimento cattolico-sociale. La specializzazione
e l'organizzazione lo hanno sempre più caratterizzato, come pure
altri sforzi. Nel momento in cui in America venne regolamentato il lavoro
organizzato […], il movimento dei lavoratori perse d'importanza,
così come la battaglia per la giustizia sociale»[42].
Più che per il lavoro, oggi la sinistra cristiana combatte la
sua battaglia per la "giustizia sociale" sul terreno dell'ambientalismo.
Invero, sebbene sia andata in ogni direzione, la sinistra cattolica si
è spinta ancora più a sinistra, così come ha recentemente
affermato lo studioso cattolico di sinistra Gregory Baum[43].
Uno sviluppo intenso
L'ultima puntata nel pensiero sociale cattolico e, probabilmente, il
suo più intenso sviluppo è dato dalla Centesimus annus
di Giovanni Paolo II che omaggia l'enciclica di Leone XIII. Essa può
ben rappresentare una svolta nella tradizione cattolica dal centralismo
pianificato e un capovolgimento dell'impostazione di sinistra sintetizzata
nelle pagine precedenti[44].
Più di ogni altro documento ecclesiale, quest'ultimo celebra la
creatività degli imprenditori e le virtù necessarie per
la produzione. Giovanni Paolo II descrive tali virtù come: «la
diligenza, la laboriosità, la prudenza nell'assumere i ragionevoli
rischi, l'affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali,
la fortezza nell'esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie
per il lavoro comune dell'azienda e per far fronte agli eventuali rovesci
di fortuna»[45].
Il papa afferma la legittimità pratica e morale del profitto,
dell'imprenditorialità, del giusto interesse privato, della produttività
e di una moneta stabile. Egli approva il diritto alla proprietà
privata insieme alla sua dimensione sociale e lo definisce un diritto
umano. Inoltre, distingue tra consumismo ed economia d'impresa.
In nessun modo il Santo Padre suggerisce che socialismo e capitalismo
sono moralmente uguali, un sentimento che alcuni intravidero nella sua
enciclica del 1987, Sollicitudo rei socialis. Questa ponderata
affermazione del papa ha sorpreso coloro che, avendo visto in Giovanni
Paolo II uno dei maggiori artefici degli eventi che hanno seppellito il
collettivismo, avevano anticipato che adesso avrebbe impiegato l'alto
prestigio e il potere della sua autorità morale per condannare
il sistema economico fondato sul libero scambio. Al contrario, Giovanni
Paolo II incoraggia tale sistema, purché sia fondato sulla legge,
sull'etica e sulla tradizione religiosa.
Oltre a non ravvisare alcuna contraddizione tra virtù e libertà
(un termine usato molte volte in questa lettera), il papa esprime profonde
riserve in tutto il documento sulle varie forme di interventismo economico.
A proposito di questo aspetto, la lettera del papa colpisce per il tono
estremamente diverso rispetto a quello che emerge dalla dichiarazione
dei vescovi americani del 1986 sull'economia americana: Economic Justice
for All. Quest'ultima faceva ripetutamente appello al crescente ruolo
dello stato per risolvere i problemi sociali ed è stata letta da
molti leader del mondo imprenditoriale e dagli economisti come un'accettazione
morale dell'interventismo statale.
Il papa, al contrario, avendo constatato l'impatto deleterio dell'abuso
dell'azione governativa nei paesi dell'Europa orientale, mette in dubbio
la legittimità dell'interventismo per mezzo del welfare state,
o di quello che egli chiama "stato sociale assistenziale". Giovanni
Paolo II scrive: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando
la società, lo stato assistenziale provoca la perdita di energie
umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche
burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti,
con enorme crescita delle spese»[46].
All'inizio del suo pontificato alcuni teologi pensavano che Giovanni
Paolo II, avendo vissuto in una società socialista, avrebbe affrontato
le questioni economiche e sociali con una certa sensibilità vicina
alla prospettiva marxista. Ciò che apparve ad alcuni commentatori[47] della sua prima enciclica sociale, la
Laborem exercens, come un ritorno al dialogo con i marxisti, ha
finito per essere non solo un rifiuto dell'intera agenda collettivista,
radici e rami, ma il più caloroso sostegno alla libera economia
dai tempi della Scolastica.
La Centesimus annus rappresenta un autentico passo in avanti nella
tradizione delle encicliche e allo stesso tempo un ritorno alla tradizione
favorevole alla proprietà privata degli scolastici; tra i più
importanti ricordiamo quelli appartenenti alla Scuola di Salamanca della
metà del sedicesimo secolo. Questa scuola di pensiero asseriva
che il Cristianesimo sulla proprietà privata afferma esattamente
quanto sostiene per l'intero ordine materiale: esso è buono ma
relativo. Solo Dio è assoluto[48].
Per cogliere l'autentico significato della Centesimus annus si
richiede una miscela di due approcci. In primo luogo leggerla nel contesto
che le è proprio. Nei limiti del possibile, si può compiere
un'analisi esegetica dei suoi brani per comprenderne la forza e le priorità,
sulla base dei testi dell'enciclica stessa. In secondo luogo, si può
leggere il documento nel contesto dei precedenti pronunciamenti dell'insegnamento
sociale cattolico, succedutisi nel corso degli ultimi cento anni, per
vedere quali nuovi temi, sviluppi e direzioni il presente documento sostiene.
Nel primo caso, la Centesimus annus si presenta come un rifiuto
senza compromessi del collettivismo nelle sue manifestazioni marxista,
comunista, socialista ed anche assistenzialista. La Centesimus annus,
mentre consente in alcuni ambiti un certo numero di interventi dello stato,
come ad esempio il livello dei salari, la previdenza sociale, l'assicurazione
per la disoccupazione e simili, esprime la rinnovata preoccupazione per
il rispetto del principio di sussidiarietà e mette in guardia contro
i pericoli dello statalismo, pericoli che gravano tanto sulla prosperità
economica della nazione quanto sulla dignità e i diritti di ciascuna
persona.
La Centesimus annus, allora, indica una netta preferenza per "l'economia
d'impresa", "l'economia di mercato" o "economia libera",
fondata sulla legge, l'etica e una struttura religiosa. Mentre rigetta
l'idea che un tale sistema di economia libera possa soddisfare tutti i
bisogni umani, distingue il sistema economico dal contesto etico e culturale
nei quali esso opera. In tal modo la Centesimus annus può
criticare l'eccesso di materialismo e consumismo e continuare a presentare
il capitalismo in sintonia con il Cristianesimo.
Il secondo modo di leggere l'enciclica ci svela quest'ultima come un
documento ancor più decisivo. Quando la si legge con la consapevolezza
del moderno pensiero sociale della Chiesa, che inizia dalla Rerum novarum
di Leone XIII, emerge il suo significato storico. Infatti, la Centesimus
annus sottolinea il più evidente debito storico del pensiero
sociale cattolico alla scienza economica e il più consapevole (e
amichevole) abbraccio con il sistema del libero scambio degli ultimi cento
anni e, probabilmente, dal medioevo, come è già stato fatto
notare; inoltre, essa contiene un apprezzamento inedito per la
natura dinamica del libero scambio e del modo in cui la ricchezza viene
prodotta.
Da quanto detto, la Centesimus annus rappresenta l'inizio di una
svolta e di una fuoriuscita da una prospettiva statica, di una realtà
economica a somma zero che ha portato la Chiesa a mostrarsi sospettosa
nei confronti del capitalismo e a pronunziarsi a favore della giustizia
distributiva come unica risposta alla povertà.
Ci sono alcune implicazioni connesse a questa nuova direzione che meritano
di essere considerate. Come già notato, c'è una chiara differenza
nella spinta e nell'intenzione tra la Centesimus annus e la lettera
dei vescovi del 1986: Una giustizia economica per tutti. Quest'ultima
ha lasciato i sostenitori della giustizia sociale impreparati a considerare
le questioni sociali così come Giovanni Paolo II le ha sistemate
nella struttura della Centesimus annus. Quando qualcuno va oltre
la lettura dei materiali che tale intellighenzia ha prodotto, risulta
evidente che essa non ha alcuna familiarità con la tradizione economica
continentale rappresentata da Wilhelm Röpke, Ludwig von Mises, F.
A. von Hayek, Israel Kirzner, cosi come con i risultati raggiunti dalla
scuola della public-choise della Virginia e da altri.
Un'ulteriore implicazione di questa enciclica è che imprenditori
e capitalisti sono stati invitati ad uscire dalla fredda morale nella
quale da tempo si sentivano esiliati. Il Santo Padre ha delineato la loro
vocazione di base ed il loro ruolo, inoltre li ha sfidati ad andare oltre
la soglia dell'economia e a considerare anche gli aspetti morali del loro
lavoro.
Una terza implicazione è che tale enciclica rappresenta l'epitaffio
per la teologia della liberazione e i movimenti collettivisti, in termini
di legittimazione ecclesiastica. Il "dialogo cristiano-marxista"
è morto, come persino Gustavo Gutierrez -- padre della teologia
della liberazione -- ha recentemente ammesso.
La Centesimus annus rappresenta una svolta, da parte dalla Chiesa
cristiana più grande del mondo, verso l'autentica libertà
umana in quanto principio per l'organizzazione sociale. Dunque è
iniziato un nuovo dialogo.
Quest'ultima enciclica sarà ricordata nella storia accanto alla
Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II, sulla libertà
religiosa, che diede l'impronta dell'esperimento americano sull'insegnamento
della Chiesa universale. Tanto la Dignitatis Humanae contribuì
ad aprire la Chiesa ai diritti di coscienza e alla libertà religiosa,
quanto la Centesimus annus contribuirà ad aprire la Chiesa
ad un pieno ed intenso dialogo con il principio di libertà economica
e, dato che è un principio inaugurato dalla cultura cattolica,
come abbiamo constatato negli scolastici, è giusto che sia proprio
questo papa a rinnovarlo.
Conclusione
L'egemonia della sinistra in materia sociale ha avuto, nel corso degli
anni, effetti deleteri sulla missione autenticamente progressista e tradizionalmente
sociale della Chiesa, e forse solo adesso si appresta a finire. Tuttavia,
è importante comprendere che le cause vanno ricercate in un essenziale
malinteso sul contesto necessario per lo sviluppo economico. Altrove è
stato affermato che gli ideali falsamente progressisti della sinistra
sono stati cooptati da agenti di reazione nel tentativo di preservare
il controllo centralizzato[49]. Così la mia obiezione qui non
è rivolta ai fini dei riformatori sociali (per esempio:
salario minimo, condizioni decenti di lavoro, disponibilità di
assistenza sanitaria), quanto ai programmi sostenuti per raggiungere questi
fini.
È giunto il momento di un più intenso dialogo tra libero
mercato e teorici socialisti all'interno delle comunità religiose.
Qualche accordo dovrà essere raggiunto, se vogliamo che il nostro
fine di "liberare" i poveri dalle catene della povertà
e dell'ingiustizia sia veramente conseguito. Ci sono segni incoraggianti
che ci dicono che tale incursione stia finalmente per iniziare.
Soprattutto se considerato alla luce del crollo delle economie di comando
dell'Europa dell'Est, il programma dei cosiddetti "progressisti"
è divenuto qualcosa di stantio, ed è visto sempre più
come una politica che in modi diversi comprime il progresso e la libertà
economica. Troppo spesso i vecchi traguardi politici, prima articolati
da John A. Ryan, sono riproposti e promossi come valide soluzioni contro
l'oppressione politica ed economica. Talvolta, sembra quasi che gli eventi
-- politici, economici e sociali -- degli ultimi cento anni, che hanno
mostrato l'inutilità di gran parte di quel programma, non fossero
accaduti.
Ronald Nash, un filosofo cristiano evangelico, indica un semplice fatto
che dovrebbe rimanere nelle menti di tutti gli scienziati sociali cristiani:
«La compassione e l'amore devono essere correlati da un'attenta
base composta da rilevanti questioni filosofiche, economiche, politiche
e sociali. Se […] l'attivista sociale procede nell'ignoranza degli
elementi noti dell'analisi economica, rischia di passare da situazioni
difficili ad altre di gran lunga peggiori»[50].
La Rerum novarum non è priva di alcuni malintesi sulla
pratica della libera economia. Papa Leone XIII si preoccupava del fatto
che, se il governo non avesse esercitato alcun controllo sulle transazioni
economiche, i "potenti" avrebbero comandato e abusato dei deboli.
Leone XIII, nel vedere le attività di un imprenditore come J. P.
Morgan, che usava il potere coercitivo dello stato per conquistare e mantenere
monopoli, reagì agli abusi appellandosi all'intervento dello stato,
che sperava avrebbe assicurato la distribuzione più vasta possibile
della proprietà privata. Egli non capì che un mercato che
opera liberamente è la migliore garanzia per raggiungere tale obiettivo,
ma questo era un errore di analisi economica, non nel campo dei principi
morali. Si può affermare che l'analisi economica è stata
aggiornata grazie alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II.
Mentre la Rerum novarum manifesta la speranza che la società
sia organizzata in modo tale da garantire che una ricca rete di quelli
che oggi vengono chiamati enti intermedi sia attiva nel proteggere e promuovere
il benessere della nazione, la Centesimus annus in modo esplicito
fa appello a tali "comunità intermedie", affinché
siano lasciate libere di manifestare il loro impatto positivo sulla società[51]. Presa come un tutt'uno, e letta nel
contesto storico nel quale venne pensata, la Rerum novarum rappresenta
una delle più lucide difese del libero mercato e della proprietà
privata presenti nelle cronache del pensiero sociale cattolico -- invero
cristiano -- fino all'apparizione della Centesimus annus, che ha
ampliato la nozione di proprietà privata oltre il possesso della
terra, per includere "il possesso della conoscenza, della tecnologia
e dell'intelligenza"[52].
Sia la Rerum novarum sia la Centesimus annus meritano di
essere celebrate da coloro che credono che la libertà individuale
offra la migliore speranza per il bene comune; e meritano di essere studiate
dai credenti collettivisti i quali, erroneamente, pensano che la religione
in generale e il Cristianesimo in particolare debbano optare per il socialismo.
* Il presente saggio è pubblicato in: Robert Sirico, Personalismo
economico e società libera, a cura di Flavio Felice, Rubbetino
Editore, Soveria Mannelli 2002.
[1] Letteralmente, Rerum novarum significa "sulle
cose nuove", sebbene realmente il titolo generale dell'enciclica
sia "sulla condizione dei lavoratori", o come il neo tomista
Etienne Gilson più attentamente ha intitolato: Il diritti e i doveri
del capitale e del lavoro".
[2] La Rerum novarum sarebbe stata seguita dalla
Quadragesimo anno nel 1931, dal Radio Messaggio di Pentecoste di Pio XI
(1941), dalla Mater magistra (1961), dalla Pacem in Terris (1963), dalla
Gaudium et Spes (1965), dalla Dignitatis Humanae (1965), dalla Populorium
progressio (1967), dalla Octagesima adveniens (1971) dalla Laborem exercens
(1981), dalla Sollicitudo rei socialis (1987) e dalla Centesimus annus.
[3] Francis A. Sullivan, Magisterium: Teaching
Authority in the Catholic Church, Paulist Press, New York 1983. Padre
Sullivan, un professore di ecclesiologia alla Pontificia Università
Gregoriana di Roma offre un equilibrato ed ampio panorama del ruolo dell'insegnamento
della Chiesa.
[4] Cfr. Robert Nisbet, The Quest For Community:
A Study in the Ethics and Order of Freedom, ICS Press, San Francisco 1990.
Egli scrive: «Per autorità non intendo potere. Intendo il
potere come qualcosa di esterno e fondato sulla forza. L'autorità,
al contrario, è fondata sugli statuti, le funzioni la fedeltà
che sono i componenti di ogni associazione. L'autorità è
invero inscindibile dall'organizzazione e forse il mezzo principale attraverso
il quale l'organizzazione […] diventa parte della personalità
umana. L'autorità, al pari del potere, è una forma di costrizione,
ma a differenza del potere si fonda sul consenso di coloro che sono soggetti
all'autorità […] Il potere emerge solo quando l'autorità
si indebolisce» p. xxvi.
[5] A.M.C. Waterman, "Christian Political
Economy: Malthus to Tatcher", Religion, Economics and Social Thought,
Walter Block & Irving Hexham, eds., The Fraser Institute, Vancouver
1986; vedi anche l'eccellente discussione di Michael Novak su John Stuart
Mill nel quinto capitolo di Freedom with Justice, Harper and Row, San
Francisco 1986, pp. 81-107 e Reflections of a Conservative di Irving Kristol,
Basic Books Inc., New York 1983, particolarmente il dodicesimo capitolo:
"Adam Smith and the Spirit of Capitalism", pp. 139-176.
[6] Leone XIII, Rerum novarum, 15 maggio 1891,
n. 1.
[7] Ibid., n. 3.
[8] Ibid., n. 4.
[9] Ibid., n.7.
[10] Jhon Locke, Two Treatises of Government,
a cura di Thomas Cook, Hafner Publishing Co, New York 1947, p. 134. Bisogna
notare che è in corso un dibattito se il modo i cui Leone XIII
utilizza l'argomento di Locke non sia un abbandono della tradizione cattolica
sulla proprietà privata ovvero uno sviluppo ed una sua estensione.
[11] «Chi arrivando per primo in teatro,
preparasse la strada per gli altri, non agirebbe in maniera illecita:
agisce invece illecitamente per il fatto che esclude gli altri […]
Parimenti il ricco non agisce in maniera illecita se, occupando un bene
che prima era comune, ne fa partecipe gli altri: ma pecca se irragionevolmente
impedisce ad altri l'uso di codesto bene»; Tommaso d'Aquino, Summa
Theologica, II-II, q 66 a. 2, trad. it. Casa Editrice Adriano Salani.
[12] Rerum novarum, n. 12.
[13] Ibid., n. 14.
[14] Cfr. J. T. Noonan, The Scolastic Analysis
of Usury, Harvard University Press, Cambridge 1957.
[15] F. A. von Hayek, The Constitution of
Liberty, The University of Chicago Press, Chicago 1960, pp. 93, 99-100,
231-232; trad. it., La società libera, Seam; Roma 1998.
[16] Leone XIII, Op. cit., n. 36.
[17] Ibid., n. 28.
[18] Ibid., n. 29.
[19] Il papa distingue quella che chiama la
dimensione "personale" dalla "dimensione necessaria"
del livello del salario. Per "personale" intende quello che
un lavoratore e un datore di lavoro concordano come salario; per "necessario"
egli intende un salario sufficiente per consentire ad un lavoratore di
procurarsi le necessità della vita.
[20] Leone XIII, Op. cit., n. 34.
[21] Cfr. Alejandro Chafuen, Christians for
freedom, Ignatius Press, San Francisco 1966, pp. 180-186. Trad. It., Cattolici
per la libertà, Liberilibri, Macerata 1999.
[22] Leone XIII, Op. cit., n. 35.
[23] Cfr. ibid., n. 36.
[24] Franz H. Mueller, The Church and the
Social Question, American Enterprise Institute Press, Washington DC 1984,
p. 72.
[25] Brother William J. Keifer, SM, Leo XIII:
A Light From Heaven, Bruce Publishing Company, Milwaukee 1961, pp. 146-149.
[26] Aron I. Abell, The Reception of the Leo
XIII's Labor Encyclical in America, 1891-1919, in "Rewiev of Politics",
vol. vii, ottobre 1945, p. 466.
[27] Ibid., p. 471
[28] Ibid., p. 472
[29] Ibidem.
[30] Ibid., p. 476.
[31] Ibidem.
[32] Ibid., p. 481.
[33] Ibid., p. 493.
[34] Ibid., p. 483.
[35] Ibid., p. 484.
[36] Ibidem.
[37] Ibid., pp. 486-487.
[38] Ibid., p. 488
[39] Per una storia interessante su questo
periodo cfr. John B. Sheerin, CSP, Never Look Back: The Career and Concerns
of John J. Burke, Paulist Press, New York 1975. Burke fu il fondatore
del National Catholic War Council.
[40] Abel, Op. cit., p. 494.
[41] Ibidem.
[42] G. J. Hebert, Social Movements, Catholic,
in "New Catholic Encyclopedia", vol. 13, p. 332.
[43] Gregory Baum, Recent Catholic Social
Teaching: A Shift to the Left, Religion, Economics and Social Thought,
Walter Block & Irving Hexham, eds., The Frase Institute, Vancouver
1986, pp. 47-70.
[44] Questa sezione è estrapolata dal
mio articolo sul "National Catholic Reporter", 24 maggio 1991,
p. 6, e sul "National Review", 23 giugno 1991, pp. S19-S10.
[45] Giovanni Paolo II, Centesimus annus,
1 maggio 1991, n. 32.
[46] Ibid., n. 48.
[47] Cfr. Gregory Baum, The Priority of Labor,
Paulist Press, New Jersey 1982.
[48] Per un'analisi sulla tarda scolastica,
cfr. A. Chafuen, Op. cit..
[49] Cfr. Don Lavoie, National Economic Planning:
What is Left?, Ballinger Publishing Company, Cambridge 1985.
[50] Ronald H. Nash, Social Justice and the
Christian Church, Mott Media, Milford 1983, p. 2.
[51] Cfr. Centesimus annus, nn. 48-49.
[52] Ibid., n. 32.
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