Melfi e Il Diritto di Sciopero
Matteo Gillerio
Lo sciopero allo stabilimento Fiat di Melfi e gli scontri dei manifestanti
con la polizia, hanno ricordato a tutti quanto sia delicato quel rapporto
umano che chiamiamo rapporto di lavoro. Non entro nel merito delle motivazioni
degli operai di Melfi né voglio attribuire torti e ragioni alle
parti in causa; osservo però che lo scontro nasce da cause complesse
che coinvolgono una azienda in ristrutturazione, una regione industrialmente
povera, condizioni di lavoro difficili, difficoltà nei rapporti
tra le confederazioni sindacali…Tutto questo rende difficile risolvere
il tutto con tranquillizzanti schemi ideologici (qualsiasi essi siano)e
nutro anche forti dubbi che fare di Melfi una bandiera per ulteriori vertenze,
o mezzo di lotta politica aiuti a superare lo scontro (per capire cosa
intendo navigate fino a www.marxist.com
e controllate la sezione italiana). Ma è appunto questo il nodo
della questione: c’è la volontà comune e concreta
di risolvere il conflitto a Melfi? Di trovare cioè un accordo equo
tra un’azienda con oggettivi problemi e operai che effettivamente
lavorano con turni più pesanti dei colleghi di altri stabilimenti
fiat, e con uno stipendio minore? Il conflitto sta costando moltissimo:
gli operai che scioperano sono senza stipendio dal 19 Aprile, la Direzione
alla fine dello stesso mese dichiarava un calo di produzione di 20.000
veicoli e conseguenze pesanti sugli altri stabilimenti del gruppo. Il
costo grava direttamente sulle parti in causa ma anche indirettamente
su moltissime altre persone (le famiglie dei lavoratori di melfi, gli
altri lavoratori del gruppo, l’economia della Basilicata…),
per cui il conflitto deve essere affrontato in maniera responsabile affinché
gli obiettivi effettivi siano adeguati e proporzionati ai mezzi utilizzati
e al loro costo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2435 dice:
“lo sciopero è moralmente legittimo quando appare come lo
strumento inevitabile, o quantomeno necessario, in vista di un vantaggio
proporzionato. Diventa moralmente inaccettabile allorché è
accompagnato da violenze oppure gli si assegnano obiettivi non direttamente
connessi con le condizioni di lavoro o in contrasto con il bene comune”.
Il bene comune in questo caso sarebbe dato dalle condizioni che permetterebbero
ai lavoratori di avere una retribuzione adeguata e turni adeguati da una
parte, e all’azienda di esistere come tale, producendo ricchezza.
Tali condizioni non sono facilmente determinabili né sono rinvenibili
in astratto, ma dovrebbero nascere dal confronto, anche conflittuale se
è inevitabile, delle parti in causa.
Ancora Giovanni Paolo II scrive nella Laborem exercens al numero 285:
“Adoperandosi per i giusti diritti dei loro membri, i sindacati
si servono anche del metodo dello «sciopero», cioè
del blocco del lavoro, come di una specie di ultimatum indirizzato agli
organi competenti e, soprattutto, ai datori di lavoro. Questo è
un metodo riconosciuto dalla dottrina sociale cattolica come legittimo
alle debite condizioni e nei giusti limiti. In relazione a ciò
i lavoratori dovrebbero avere assicurato il diritto allo sciopero, senza
subire personali sanzioni penali per la partecipazione ad esso. Ammettendo
che questo è un mezzo legittimo, si deve contemporaneamente sottolineare
che lo sciopero rimane, in un certo senso, un mezzo estremo. Non se ne
può abusare; non se ne può abusare specialmente per giochi
«politici». […]. L'abuso dello sciopero può condurre
alla paralisi di tutta la vita socio-economica, e ciò è
contrario alle esigenze del bene comune della società, che corrisponde
anche alla natura rettamente intesa del lavoro stesso”.
Il mezzo estremo è stato utilizzato a Melfi e ha reso palpabile
un conflitto che non è nato il 19 Aprile. Il costo che tutti stanno
pagando dovrebbe essere il prezzo di un confronto che mira a un accordo
tra le persone coinvolte (è bene ricordarci che dietro alle parole
“parti”, “operai”, “sindacati”, “direzione”
ci sono delle singole persone concrete) per il bene comune. Non c’è
mai da rallegrarsi per un conflitto, esso manifesta l’incapacità
di trovare accordi per vie pacifiche e il limite che segna ogni persona
(e che la Chiesa chiama peccato originale). Tuttavia una volta che esso
esiste è necessario affrontarlo chiarendo i termini del disaccordo
e cercando una soluzione che non sia possibilmente un compromesso al ribasso,
ma che diventi il vero bene delle parti, quindi delle singole persone
coinvolte.
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