Epistemologia e Liberta’
Saggio sulla filosofia di John Stuart Mill
Enzo Di Nuoscio
”Rivelare al mondo qualcosa che lo riguarda profondamente,
e che fino ad allora ignorava, dimostrargli che si è sbagliato
su una questione essenziale di interesse temporale e spirituale, questo
è il maggior servizio che un uomo possa rendere ai suoi simili,
e in certi casi […] il dono più prezioso che si sia potuto
fare all’umanità”.
John Stuart Mill
“Dovunque non vi è concorrenza, vi è monopolio;
e che il monopolio in tutte le sue forme, è una tassazione sugli
uomini attivi per il mantenimento dell’indolenza, se non della
ruberia”.
John Stuart Mill
“L’unica fonte infallibile e permanente del progresso
è la libertà, giacche grazie ad essa vi sono altrettanti
possibili centri indipendenti di progresso quanti sono gli individui”.
John Stuart Mill
Premessa
Pochi autori negli ultimi cento anni hanno suscitato tanto interesse
quanto John Stuart Mill. Dalla filosofia alla teoria politica, dalla teoria
della scienza all’economia, la riflessione milliana costituisce
una delle espressioni più significative delle grandi trasformazioni
in corso nella cultura europea dell’ottocento. Consapevole e quasi
angosciato dai grandi cambiamenti epocali del suo tempo, Mill, a differenza
di un Comte o di un Marx, non le interpreta mediante sistemi teorici definiti
e coerenti, sicuramente di maggiore presa e forza esplicativa, ma anche
più soggetti all’usura del tempo. Di fronte alla massificazione
della società ottocentesca e alle inedite minacce di nuovi e più
potenti leviatani, Mill ha quasi una reazione umanitaria. Esalta
l’individualità, delinea una spazio “sacro” e
inviolabile intorno ad ogni individuo, e teorizza, da economista classico,
l’intervento dello Stato a favore dei più svantaggiati. E
questo slancio umanitario lo portò, pur senza rinnegare gli insegnamenti
di Smith e di Tocqueville, di cui era seguace, a simpatizzare con il socialismo
filantropico pre-marxista.
E’ per questo che pochi autori, come Mill, hanno suscitato interpretazioni
così diverse. Egli è stato di volta in volta considerato
democratico e socialista, liberale e radicale, liberista ed interventista,
e non è addirittura mancato chi ha scorto, nella sua esaltazione
degli individui dotati di elevate facoltà intellettuali, propensioni
illiberali[1]. E tuttavia, la difesa
delle libertà individuali e l’insistenza sulla necessità
di un’elevazione morale ed intellettuale degli individui rappresenta
l’indubbio fil rouge del suo accidentato e complesso percorso
intellettuale. Dal Sistema di logica al Saggio sulla libertà,
da Utilitarismo alle Considerazioni sul governo rappresentativo,
è possibile ricostruire in tutta la sua profondità l’individualismo
di Mill, ed in particolare la sua filosofia della libertà,
che costituisce il lascito più prezioso di questo liberale vittoriano
che ha consacrato la sua intensa vita di grande intellettuale, di infaticabile
pubblicista e di sfortunato uomo politico all’emancipazione degli
individui.
I fondamenti filosofici della libertà
In una lettera al suo amico e corrispondente Alexis de Tocqueville,
John Stuart Mill scrive: “Io non credo che alcun pensatore un
po’ serio possa godere di una vera tranquillità di spirito
e di anima, finché non abbia raggiunto qualche soddisfacente
soluzione a questo grande problema. Io non desidero affatto imporre
la mia soluzione a coloro che sono soddisfatti della loro, ma credo
che ci siano molti uomini per i quali essa costituirà, come ha
costituito per me, una vera ancora di salvezza”[2]. Mill si riferisce alla soluzione che egli
aveva avanzato nel sesto libro del Sistema di logica, intitolato
Libertà e necessità, in merito alla annosa contrapposizione
tra “dottrina del libero arbitrio” e “dottrina della
necessità filosofica”, che ha profonde ripercussioni a
livello epistemologico, etico e politico. L’ammissione dell’esistenza
di un certo margine di autonomia individuale, infatti, pone, da un dato,
il problema dell’applicabilità del metodo positivista dello
scire per causas al campo delle azioni umane e, dall’altro,
quello della responsabilità morale e della tutela della libertà
politica; problemi che sarebbero evitati alla radice sposando una concezione
rigidamente deterministica.
Pur abbracciando, da positivista, la dottrina della necessità
filosofica, Mill, nel suo tentativo di applicare il metodo scientifico
alle “scienze morali”, ne propone una nuova e più
avanzata versione, depurandola dalle incrostazioni deterministiche,
in modo da renderla compatibile con una effettiva autonomia individuale.
Le azioni umane, per il filosofo inglese, non sono il mero effetto delle
“circostanze” nelle quali si svolgono, ma sono l’esito
dell’azione congiunta di queste ultime, del “carattere”
e delle “volizioni” del singolo[3]. Ma ciò non basterebbe per emanciparsi
dal determinismo “fatalista”, che rappresenta il bersaglio
polemico di Mill, senza specificare, come egli fa, che a loro volta
il carattere ed i motivi che il soggetto ha di agire non sono il prodotto
meccanico né delle circostanze né degli “stati fisiologici”.
Respinto il determinismo sociologico ed il monismo mente/cervello, Stuart
Mill sostiene che ogni individuo “ha, sino ad un certo punto,
il potere di alterare il proprio carattere”[4]. Il carattere, spiega Mill, “è
formato dalle circostanze, ma il desiderio di plasmarlo in modo particolare
è una di codeste circostanze, e nient’affatto una delle
meno influenti”[5], tanto
che “siamo esattamente capaci di fare il nostro carattere, se
vogliamo, quanto altri di farlo per noi”[6].
Con quel “se vogliamo”, sulla cui indeterminatezza epistemologica
si potrebbe discutere, Mill introduce un elemento di intenzionalità
che rappresenta uno dei più significativi elementi distintivi
di ogni forma di individualismo. Il soggetto ha un suo margine di autonomia
nel proporsi fini e nel perseguirli attraverso le sue azioni, e queste
ultime sono condizionate dalle “circostanze”. Per meglio
evidenziare le caratteristiche dell’individualismo di Mill, si
potrebbe, senza troppe forzature, utilizzando il linguaggio del moderno
individualismo metodologico, sostituire il temine “carattere”
con “intenzione”, o forse meglio con “razionalità”,
ed il termine “circostanze” con “situazione”,
per evidenziare meglio le caratteristiche della sua metodologia individualistica[7]. Fermo restando, che da un punto di vista
meramente metodologico, quello di Mill si configura - come meglio si
vedrà in seguito - come un individualismo psicologistico, data
la tendenza milliana a proporre la spiegazione dei fenomeni sociali
ricorrendo alla “Psicologia”, che studia le leggi universali
della natura umana, e all’”Etologia”, che studia le
leggi di formazione del carattere[8].
La libertà morale e il distacco dal radicalismo filosofico
La sostanziale attenuazione del determinismo filosofico ha un immediato
risvolto in ambito morale. Se il singolo ha un margine di autonomia
ed agisce intenzionalmente,egli è allora responsabile
delle sue azioni. Essendo, almeno in parte, libero, può agire
responsabilmente, poiché la libertà d’azione è
il presupposto della responsabilità morale. Per questo - scrive
Mill - il “sentimento di essere capaci di modificare il proprio
carattere se lo desideriamo è precisamente il sentimento di libertà
morale di cui siamo consci”[9]. Si sente infatti moralmente libero “chi
sente che le sue abitudini e le sue tentazioni non sono le sue padrone,
ma egli il padrone loro”[10]. Può avere piena consapevolezza
della propria libertà quell’individuo che riesce a modificare
la situazione in cui agisce e quindi che riesce ad affermare la propria
volontà. Solo così egli potrà essere moralmente
libero[11].
Con l’ammissione - contenuta nel Sistema di logica e
poi riaffermata in An Examination of a Sir William Hamilton’s
Philosophy - dell’esistenza di una certa autonomia individuale,
e quindi di una “libertà morale”, Mill prende le
distanze dal rigido determinismo utilitaristico del suo maestro Jeremy
Bentham e di suo padre James, il doloroso distacco dal quale era cominciato
già dai tempi della mental crisis dei vent’anni,
per poi venir ufficialmente sancito con i saggi su Bentham e su Coleridge[12] e soprattutto con Utilitarimo[13].
Se Bentham faceva derivare la morale, la teoria politica e l’intera
filosofia sociale dal calcolo dei piaceri, sostenendo che le
azioni sono la deterministica conseguenza dei motivi su cui si fondano
(che consistono nella massimizzazione dei piaceri e nella minimizzazione
delle pene), Mill, insistendo sulla libertà e sulla intenzionalità
soggettiva, finiva per colpire uno dei principali dogmi del radicalismo
filosofico. Per il funzionario dell’Indian House, infatti,
l’azione umana non può essere ridotta ad uno schema semplicistico
e deterministico, ma è l’esito di un calcolo razionale
ed intenzionale, condizionato dalle circostanze, attraverso il quale
il soggetto seleziona prima i fini e poi i mezzi che ritiene più
idonei per perseguirli. “Ogni azione - scrive Mill - è
indirizzata verso uno scopo determinato e le regole dell’azione,
è ovvio, non possono non avere una fisionomia e una struttura
adatte allo scopo cui devono servire”[14].
Ma lo scopo dell’azione, il motivo che spinge l’individuo
ad agire, non è solo la felicità. Ci sono altri “desideri”
(la virtù, il potere, il denaro, ecc.) che sono diventati essi
stessi dei fini dell’azione, tanto che “ciò che fu
un tempo desiderato come strumento per raggiungere la felicità
è venuto ad essere oggetto di particolare desiderio”[15]. E tuttavia, benché desiderabili
in se, questi fini, a giudizio di Mill, comunque concorrono alla felicità,
“sono un tutt’uno con la felicità; sono elementi
di cui è strutturato il desiderio della felicità”[16].
Il filosofo inglese si riferisce dunque ad una felicità intesa
in senso lato, che corrisponde ad una generica soddisfazione degli individui,
e che ha poco in comune con il felicific calcus benthamiano.
Essa viene nella sostanza a coincidere con la naturale tendenza degli
individui ad agire per rimuovere le loro insoddisfazioni, sulla base
di un calcolo razionale, valido soggettivamente, attraverso il quale
il singolo definisce la sua strategia di azione. E quando Mill spiega
che l’utilità che rappresenta “il criterio ultimo
in tutte le questioni etiche”, è una utilità intesa
“nel suo senso più ampio”, cioè “fondata
sugli interessi permanenti dell’uomo in quanto essere progressivo”[17], egli si riferisce a qualcosa che non
è molto diverso dalla razionalità delle azioni, così
come intesa dagli individualisti metodologici contemporanei, secondo
i quali è razionale quell’attore che agisce in maniera
congruente con la situazione in cui si trova per conseguire un
determinato scopo, cioè per soddisfare un suo desiderio. In questo
senso, ogni azione è necessariamente utile per Mill, così
come è necessariamente razionale per Mises[18].
L’utilitarismo di John Stuart Mill - che è innanzitutto
una forma mentis ed una filosofia morale, perché ciò
che è utile diventa moralmente desiderabile - si fonda dunque
sull’individualismo, cioè sul riconoscimento e sulla difesa
dell’autonomia individuale come condizione affinché il
singolo possa elaborare la propria soluzione per rimuovere le proprie
insoddisfazioni. Basandosi sul calcolo razionale del soggetto, l’utilitarismo
così inteso porta ad un nominalismo etico: non può esistere
un’etica universalistica fondata, come volevano i radical philosophers,
sulla scoperta di alcune costanti universali della natura umana, dalle
quali derivare scientificamente ed una volta per tutte le soluzioni
per i problemi morali, sociali e politici[19]. L’etica, infatti, non può
essere definita prima delle azioni degli individui, ma deve essere
in funzione di tali azioni, é quindi basata sul
carattere utilitaristico (razionale) di queste ultime[20].
La rottura con il radicalismo filosofico rappresenta dunque il presupposto
filosofico dell’individualismo e del liberalismo milliano, che
lo indurrà a criticare duramente le concezioni olistiche della
società, a distaccarsi dal costruttivismo sociale dei suoi maestri
e a sviluppare in tutta la sua complessità il grande tema della
libertà individuale[21].
Contro la concezione olistica della società
Il sofisticato connubio tra individualismo e determinismo, che rappresenta
uno dei passaggi più delicati e al tempo stesso irrinunciabili
dell’intera filosofia di Mill, acquista un significato più
definito alla luce della critica milliana alle concezioni collettivistiche
della società, cosicché questo difficile equilibrio degli
opposti tende a spostarsi progressivamente verso il primo termine della
diade[22]. Da un punto di vista
prettamente ontologico, infatti, il filosofo inglese è un sostenitore
di una concezione individualistica della società, negando che
essa sia un’entità distinta e sovraordinata rispetto agli
individui e quindi soggetta a dinamiche strutturali che assoggettano
i singoli.
La società, per Mill, non è costituita da nient’altro
che dall’insieme degli individui che ne fanno parte e dalla “composizione”
delle loro azioni. “Gli uomini - scrive Mill - non si convertono,
se messi insieme, in un altro genere di sostanza con proprietà
differenti, come l’idrogeno e l’ossigeno sono differenti
dall’acqua, o come l’idrogeno, l’ossigeno, il carbonio
e l’azoto sono differenti dai nervi, dai muscoli dai tendini.
Gli esseri umani in società non hanno altre proprietà
che quelle derivate dalle leggi della natura dell’uomo singolo,
ed in esse risolvibili”[23].
“Società”, dunque, è solamente un nome collettivo,
e, a giudizio di Mill, si commetterebbe un grave errore nel reificarlo.
Vanno quindi respinte tutte quelle concezioni - a partire dalla dottrina
delle essenze degli scolastici, la quale pretende di individuare delle
sostanze universali - che hanno commesso “l’errore
di attribuire valore di realtà alle astrazioni”[24].
Questo realismo filosofico è sopravvissuto al medioevo e, ai
tempi Stuart Mill, costituisce ancora uno dei più spinosi problemi
per filosofi e sociologi, tanto che, nel suo primo saggio su Comte,
il filosofo inglese osserva che “è certo una difficoltà
della filosofia quella di spiegare come il genere umano, dopo avere
inventato una serie di nomi per comprendere certe combinazioni di idee
e di immagini, si sia talmente dimenticato di ciò che aveva fatto,
da attribuire a queste creazioni della propria volontà la realtà
oggettiva, e di scambiare il nome di un fenomeno per la sua causa efficiente”[25].
Da tale individualismo filosofico Mill fa derivare direttamente
un individualismo metodologico: se la società non è
nient’altro che somma degli individui che la compongono, i fenomeni
sociali sono “il risultato delle azioni e del carattere umano”[26] e vanno spiegati quindi riconducendoli
alle leggi che governano l’azione umana. “Le leggi dei fenomeni
della società - sostiene Mill - non sono e non possono essere
altro che le leggi delle azioni e delle passioni degli essere umani
uniti insieme nello stato sociale. Tuttavia gli uomini, in uno stato
di società, sono pur sempre uomini; le loro azioni e passioni
obbediscono alle leggi della natura umana individuale”[27]. Le azioni e le passioni dei singoli
sono dunque “i fatti elementari”[28] e le cause dei fenomeni sociali, cosicché per
spiegare questi ultimi occorre: a) individuare le azioni che li hanno
prodotti; b) ricostruire il legame causale tra il fenomeno da spiegare
e le azioni; c) spiegare queste ultime mediante le leggi della psicologia
e dell’etologia. Qualsiasi fatto sociale va in ultima analisi
spiegato sulla base delle leggi che regolano la psicologia umana. La
sociologia è tendenzialmente ridotta a psicologia[29].
E’ l’individuo, dunque, l’atomo logico della
spiegazione sociologica teorizzata da Mill. Non un individuo astrattamente
inteso, ma un attore sociale situazionalmente collocato, che interagisce
con il contesto in cui si trova e che è in grado di cambiarlo.
Un individuo che nell’evoluzione del pensiero milliano è
progressivamente sottratto ad un opprimente determinismo e sempre più
riconosciuto come un attore autonomo, la cui libertà d’azione
è un valore e come tale va difesa e sviluppata. Scriverà
a questo proposito Mill nell’Autobiografia: “Mi
resi conto inoltre che della dottrina del libero arbitrio realmente
attraente e nobilitante è la convinzione che noi possediamo un
potere reale sulla formazione del nostro carattere: vale a dire la volontà,
influenzando alcune circostanze della vita, le future abitudini o capacità
di volere. Questa convinzione era del tutto compatibile con la dottrina
delle circostanze, o meglio, con quella dottrina intesa in maniera appropriata”[30].
Sono gli individui che fanno progredire l’umanità
Se la società non può essere considerata un sistema
autonomo dalle logiche individuali, allora essa non potrà avere
dinamiche di evoluzione che prescindono dalle azioni dei singoli. Dalla
sua prospettiva individualistica, Stuart Mill critica così quelle
filosofie della storia che pretendono di scoprire le leggi ineluttabili
dell’evoluzione della società. “La successione degli
stati […] della società umana - scrive nel Sistema di
logica - non può avere una legge indipendente sua propria;
deve dipendere dalle leggi psicologiche ed etologiche che governano
l’azione delle circostanze sugli uomini e degli uomini sulle circostanze”[31].
Dipendendo dalle azioni degli uomini, il “progresso dell’umanità”
è soggetto ad un elemento di imprevedibilità rappresentato
dalla capacità intellettiva del singolo. “L’evoluzione
della storia e della natura umana” ci dimostrano, secondo Mill,
che le “facoltà speculative dell’uomo, compresa la
natura delle credenze cui comunque essi sono giunti intorno a se stessi,
o al mondo da cui sono circondati”[32], rappresentano “la causa
determinante principale del progresso sociale”[33]. E ciò perché “ogni
considerevole progresso nella civiltà materiale è stato
preceduto da un progresso della conoscenza, e quando un grande mutamento
sociale si è prodotto, o in forma di sviluppo graduale o di conflitto
subitaneo, ha avuto per precursore un grande mutamento nelle opinioni
e nei modi di pensare della società”[34].
Se la conoscenza è alla base di ogni trasformazione sociale,
è evidente che “l’ordine del progresso umano per
ogni rispetto dipenderà soprattutto dall’ordine di progresso
delle convinzioni intellettuali degli uomini, cioè della legge
di trasformazioni successive delle opinioni umane. Rimane la questione
- continua Mill - se si possa determinare questa legge, prima come legge
empirica tratta dalla storia, poi convertita in teorema scientifico,
deducendo a priori dai principi della natura umana. Siccome il
progresso della conoscenza e i mutamenti delle opinioni degli uomini
sono molto lenti e si manifestano in maniera ben definita solo a lunghi
intervalli, non ci si può attendere di scoprire l’ordine
generale di sequenza esaminando una parte meno considerevole della durata
del progresso sociale. E’ necessario prendere in considerazione
tutto il passato, dalla prima condizione che si ricordi del genere umano
sino ai fenomeni memorabili della generazione scorsa e di quella presente”[35].
Mill arriva dunque a definire quello che poi sarà, a distanza
di un secolo, il noto argomento antistoricista di Popper, circa l’impossibilità
di costruire un “autopredittore scientifico”[36].
Tuttavia, la sua fiducia positivistica nella possibilità di poter
scoprire le leggi dei comportamenti umani, e la mancata scoperta
delle conseguenze inintenzionali[37], lo inducono a credere che in un prospettiva
di lunghissimo periodo l’accidentalità costituita
dall’imprevedibilità soggettiva possa essere in qualche
modo neutralizzata e, grazie al metodo positivo, possano essere così
scoperte delle costanti generali dell’evoluzione sociale. Mill
pensa a delle tendenze generali, non meglio precisate, che siano compatibili
con le imprevedibili iniziative di quegli “individui eccezionali”
dotati di “grandi capacità intellettuali”, che sono
in grado di cambiare o di accelerare il corso degli eventi e dei quali
è costellata la storia dell’umanità.
Tuttavia, le condizioni iniziali che egli stesso pone per questa
impresa - “prendere in considerazione tutto il passato”
- sono talmente difficili da realizzare, che può essere notevolmente
ridimensionata questa posizione di Mill. Inoltre, la continua insistenza
di Mill sul peso che hanno gli individui sull’evoluzione della
società e quindi sull’imprevedibilità di quest’ultima,
finisce per non lasciare soverchi dubbi sull’autenticità
dell’individualismo milliano[38].
Egli infatti sostiene che “non possiamo prevedere l’avvento
di grandi uomini” [39]
e che “tutto quel che dipende dalle peculiarità individuali,
combinate con l’accidentalità della posizione che gli individui
occupano, è necessariamente incapace di essere previsto”[40].
Gli individui sono quindi determinanti per il progresso umano, tanto
che “pochi dubiteranno che se non ci fossero stati Socrate, Platone
ed Aristotele, non ci sarebbe stata la filosofia per duemila anni dopo,
né con ogni probabilità anche dopo; né che se non
ci fossero stati Cristo e S. Paolo, non ci sarebbe stato il Cristianesimo”[41].
La critica al “sistema dispotico” di Comte
Queste considerazione antiolistiche inducono Mill, dopo un’adesione
piuttosto entusiastica, a prendere decisamente le distanze da Auguste
Comte, soprattutto dal Conte del Système de politique positive
e del Catéchisme positive, che teorizzava la “religione
dell’umanità”, reificando il genere umano.
Mill, filosofo delle libertà individuali, critica duramente
il totale assoggettamento del singolo agli interessi dell’umanità
propugnato dal filosofo e sociologo francese ed in particolare la sistematica
demolizione di ogni interesse individuale che, nell’ottica comtiana,
era di per sé in contrasto con l'interesse generale. “Non
può darsi invece - obbietta Stuart Mill - che il genere umano,
che dopo tutto è composto di individui, ottenga una somma maggiore
di felicità quando ognuno, pur rispettando le norme e le condizioni
richieste per il bene degli altri, ricerca il proprio piacere, che quando
ciascun agisce esclusivamente in vista della felicità altrui;
e s’interdice ogni godimento personale, se non quelli che sono
indispensabili alla conservazione delle sue facoltà?”[42] .
Comte ha dunque commesso il grave errore di non tener “conto
affatto della libertà legittima che ha l’individuo di giudicare
da se stesso delle proprie condizioni fisiche, secondo il grado delle
sue cognizioni, e di assumere la responsabilità del risultato”[43].
Per avere scientificamente eliminato ogni forma di autonomia individuale,
il Sistema di politica positiva di Comte può essere considerato
“il più completo sistema di dispotismo spirituale e temporale
mai venuto fuori da un cervello umano, se non forse da quello di Ignazio
di Loyola: un sistema mediante il quale l’opinione pubblica in
generale, controllata da un corpo di istruttori spirituali e di governanti,
avrebbe comandato in maniera assoluta su ogni azione e, nei limiti delle
umane possibilità, su ogni pensiero di ciascun membro della comunità,
sia nelle cose private, sia in quelle coinvolgenti interessi altrui”[44]. Queste degenerazioni del pensiero di
Comte rappresenta per Mill “un monumentale ammonimento, per i
teorici dei problemi sociali e ipotetici, su quel che succede quando
gli uomini perdono di vista, nelle loro speculazioni, il valore delle
libertà e dell’individuo”[45].
Le scienze sociali individuano tendenze e non leggi
Il sostanziale indebolimento del concetto di necessità
e l’adozione di una prospettiva individualistica, per Mill non
si rivelano incompatibili con l’utilizzo del metodo di spiegazione
causale sperimentato nelle scienze naturali, la cui applicazione nel
campo delle “scienze morali” rappresentava uno dei problemi
di fondo dell’intera riflessione epistemologica milliana. Per
spiegare un’azione, infatti, occorre da un lato riconnetterla
causalmente ai motivi e al carattere dell’individuo e dall’altro
alle circostanze nell’ambito delle quali si è sviluppata.
E gli stessi fenomeni sociali, che, come si è visto, non sono
entità autonome staccate dagli individui, vanno spiegate causalmente
sulla base delle azioni individuali che li hanno generati.
Pur insistendo sul legame tra la psicologia e l’etologia umana
da un lato ed fenomeni sociali dall'altro, sfortunatamente Mill non
esamina sistematicamente questo legame causale, che rimane uno dei passaggi
più incerti della sua filosofia delle scienze sociali. Tuttavia,
per il positivista Mill la forma logica della spiegazione è sempre
la stessa: riconnettere il fenomeno da spiegare a condizioni iniziali,
cioè a cause, sulla base di leggi universali elaborate, grazie
al metodo induttivo, dalle varie discipline. Questo schema logico -
che nella sostanza anticipa il covering law model, che a distanza
di un secolo sarà meglio definito da Popper e da Hempel - è
lo stesso per la spiegazione e per la previsione, sia nelle scienze
naturali che in quelle sociali[46].
La differenza tra questi due ambiti, per Mill, non risiede nel metodo
scientifico ma negli esiti prodotti dalla sua applicazione. Infatti,
le “condizioni” che influiscono sui fenomeni macro-sociali
sono “innumerevoli ed in perpetua mutazione”[47],
e “per quanto tutte mutino obbedendo a cause e quindi a leggi,
la moltitudine delle cause è tanto grande da sfidare i nostri
limitati poteri di calcolo. Per non dire della impossibilità
d’applicare numeri precisi a fatti di tale sorta porrebbe un insuperabile
limite alla possibilità di calcolarli in anticipo, anche se i
poteri dell’intelletto umano fossero altrimenti adeguati al compito”[48]. L’impossibilità di ricostruire
tutte le circostanze nel quale si è sviluppato il fenomeno sociale,
e quindi di individuare tutti i fattori causali, fa sì che nelle
scienze sociali possiamo pervenire solamente a spiegazioni imperfette.
“Possiamo essere in grano di concludere, dalle leggi della natura
umana applicate alle circostanze d’uno stato della società,
che una causa particolare opererà in una data maniera se non
contrastata; ma non possiamo mai essere sicuri sino a quale punto o
quanto intensamente opererà, né affermare con certezza
che non sarà contrastata, perché raramente possiamo conoscere,
sia pure approssimativamente, tutti i fattori che possono coesistere
con essa, ed ancor meno calcolare il risultato collettivo di tanti elementi
combinati”[49]. Alla luce di queste considerazioni Mill
conclude che “la sociologia, considerata come sistema di deduzioni
a priori, non può essere una scienza di predizioni positive,
ma solo di tendenze”[50]. E sarebbe un errore supporre che tali
tendenze siano “vere in ogni società senza eccezioni”[51], perché “tale supposizione
sarebbe inconciliabile con la natura eminentemente modificabile dei
fenomeni sociali, e con la moltitudine e varietà delle circostanze
da cui sono modificati, circostanze che non sono mai le stesse, o magari
quasi le stesse, in due società differenti, o in due differenti
periodi della medesima società”[52].
Da queste considerazioni ne segue che possiamo approdare ad una spiegazione
scientifica solo di fenomeni sociali limitati, per i quali è
possibile una accettabile ricostruzione delle cause, che tuttavia sarà
sempre necessariamente imperfetta; per questo motivo “le proposizioni
generali che la scienza deduttiva (della società) può
formare sono […] ipotetiche, nel senso più rigoroso della
parola”[53]. Naturalmente, le conclusioni a cui si
perviene sono sempre relative a quelle condizioni iniziali che sono
state assunte e quindi hanno una validità limitata. “Se
- invece - desideriamo una maggiore approssimazione alla verità
concreta, possiamo mirarvi solo prendendo nel computo, o tentando di
prendere, un maggior numero di circostanze individualizzanti”[54]. “Considerando come l’incertezza
delle nostre conclusioni - spiega Mill - aumenti in proporzione accelerata
secondo che tentiamo di tener calcolo dell’effetto d’un
maggior numero di cause concorrenti, le combinazioni ipotetiche di circostanze,
su cui costruiamo i teoremi generali della scienza, non possono essere
rese molto complesse senza accumulare una probabilità di errori
in modo così rapido da privare presto di ogni valore le nostra
conclusioni. Questo modo di indagine - conclude Mill - considerato come
mezzo per ottenere proposizioni generali, si deve perciò limitare,
sotto pena di faciloneria, a quelle classi di fatti sociali che, sebbene
subiscano come il resto l’influenza di tutti gli agenti sociologici,
sono sotto l’influenza immediata, per lo meno principalmente,
solo di pochi”[55].
Mill, quindi, basa le sue posizioni anticollettivistiche su un fondamento
epistemologico, dimostrando che per motivi strettamente epistemologici
non è possibile un’analisi scientifica della società
nella sua totalità. E’ dunque vano ogni tentativo di individuare
caratteristiche universali e permanenti e presunte leggi ineluttabili
di evoluzione della società[56].
Lo spazio della “libertà civile”
Dopo aver salvato l’individuo dal determinismo ed avergli
attribuito la responsabilità morale delle sue azioni, Stuart
Mill si trova di fronte al problema di dover definire lo spazio sociologico
entro il quale il singolo deve agire. Tutta la sua filosofia politica
più che sulla libertà è incentrata sull’individualità:
lo sviluppo dell’individualità è un valore in sé,
perché grazie ad esso progredisce il genere umano. La libertà
è la più importante condizione di tale sviluppo, e per
Mill essa consiste innanzitutto nella determinazione di un ambito protetto,
dentro il quale ogni individuo possa crescere intellettualmente e sviluppare
liberamente la sua personalità senza subire l’oppressione
del “potere della società”.
Individuare il giusto equilibrio tra “indipendenza individuale”
e “controllo sociale”[57], cioè tracciare i confini della “libertà
civile”[58], è a giudizio di Mill “la
questione vitale del futuro”[59]. La progressiva disgregazione dell’ordine
politico aristocratico e l’affermazione dei regimi democratici
nella seconda metà dell’ottocento, rendevano più
drammatica questa necessità, poiché la libertà
individuale si trovava di fronte ad un nuovo e più minaccioso
nemico, la “tirannia dell’opinione”[60]. Mill condivide a pieno il grande allarme
lanciato a questo proposito da Tocqueville, che, come si vedrà,
è stato uno degli autori che maggiormente ha influenzato il pensiero
politico milliano[61]. Agli occhi
di un individualista e illuminista, quale Mill era, il potere del popolo,
se non opportunamente arginato, rischiava di trasformarsi in “una
tirannia sociale più potente di qualsiasi oppressione politica”[62], che avrebbe omologato e assoggettato
le individualità alle opinioni della maggioranza, ricacciandole
in una mediocrità indistinta.
Alla luce di questa sensibilità che gli derivava dalle letture
tocquevilliane ed ormai in aperto contrasto con il dispotismo “liberticida”
teorizzato dall’ultimo Comte, il filosofo inglese in On Liberty
definisce un criterio in base al quale demarcare un’ingerenza
lecita della società sugli individui da una illecita. “Il
principio è - scrive Mill - che il solo scopo per il quale l’umanità
è giustificata ad interferire, individualmente o collettivamente,
nella libertà d’azione di chiunque, è quello di
autoproteggersi. Il solo scopo per il quale si può legittimamente
esercitare un potere su un qualunque membro di una comunità civilizzata,
contro la sua volontà, è quello di impedirgli di nuocere
agli altri. Il bene, fisico e morale, di questo individuo non è
una giustificazione sufficiente. Non lo si può costringere a
fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché
lo renderà felice, perché, secondo l’opinione altrui
ciò sarebbe più saggio e perfino giusto: queste sono buone
ragioni per fargli qualche rimostranza, per ragionare con lui, per convincerlo
o per supplicarlo, ma non già per costringerlo o per recargli
alcun male quando agisce altrimenti ”[63].
Perché tale costrizione sia giustificata “occorre che l’azione
da cui si desidera distoglierlo sia intesa a recar danno ad un altro.
Il solo aspetto che della condotta di un individuo, per il quale egli
deve rispondere alla società, è quello che riguarda gli
altri. Per ciò che concerne soltanto lui, la sua indipendenza
è di diritto assoluta. Su di esso, sul suo corpo e sulla sua
mente, l’individuo è sovrano”[64] .
La libertà civile, dunque, coincide con la non interferenza
della società (in On Liberty Mill affronta in generale
la questione del rapporto individuo-società, tralasciando il
problema individuo-stato) su quelle azioni dei singoli che non arrecano
alcun danno agli altri. Tale libertà comprende tre grandi categorie
del pensare e dell’agire umano: a) “la sfera interiore della
coscienza, ed esige la libertà di coscienza nel senso più
ampio, libertà di pensiero e di sentimento, assoluta libertà
di opinione in tutti i campi, pratico e speculativo, scientifico, morale
teologico”[65]; b) “la libertà di seguire
i propri gusti e le proprie inclinazioni, ovvero di programmare la nostra
vita in conformità al nostro carattere, di fare quel che ci piace,
con tutte le possibili conseguenze, senza essere ostacolati dai nostri
simili, fintantoché non arrechiamo loro danno, anche se essi
dovessero ritenere il nostro comportamento stupido sbagliato o perverso”[66]; c) la “libertà di associazione
tra gli individui”, che è strettamente legata alle prime
due, cioè “la libertà di unirsi per uno scopo qualsiasi
che non nuoccia agli altri, posto che si tratta di persone adulte, non
costrette con la forza o con l’inganno”[67]. Solo se queste libertà sono “assolute
e incondizionate” una società potrà essere “completamente
libera”[68].
La distinzione tra self regarding acts e other regarding
acts, con specifico riferimento al danno che arrecano o possono
arrecare, è forse uno dei passaggi più deboli di On
Liberty. La grande differenza nel trattamento che devono subire
questi due insiemi di atti (i primi devono essere inviolabili e i secondi
regolati) si scontra con l’enorme difficoltà di tracciare
il confine che li divide. Infatti, gli atti individuali sono sottoposti
ad un processo di composizione che genera conseguenze inintenzionali,
per cui un atto che oggi può tranquillamente rientrare nella
prima categoria, domani può rivelarsi dannoso per gli altri,
e quindi afferire alla seconda categoria, e viceversa. Essendo
infinite le conseguenze delle singole azioni e le possibili combinazioni
casuali di catene di azioni indipendenti, sarà impossibile prevedere
tutte le conseguenze inintenzionali; al più, si potrà
ridefinire il confine tra self regarding acts e other
regarding acts sulla base di quelle conseguenze inintenzionali
storicamente accreditate, che non ci fanno dubitare che
un certo atto è un vantaggio a livello individuale ma
si trasforma in un danno a livello collettivo. Per far ciò,
naturalmente, l’effetto perverso si deve essere già manifestato
e ci deve essere la ragionevole aspettativa che, date quelle condizioni,
si ripeterà in futuro con le stesse caratteristiche. Ma di ciò
non possiamo avere alcuna garanzia.
Un ulteriore, ed ancor più serio problema, si pone per quegli
atti che intaccano gli interessi altrui e che danneggiano gli altri
individui, e che devono essere in qualche modo regolati, al fine di
comporre gli interessi individuali e di tutelare la convivenza
civile[69]. In linea con una consolidata tradizione liberale che
va da Locke a Kant, fino a von Humboldt e Tocqueville, Mill risolve
questo problema sostenendo che la libertà dell’individuo
va limitata quando reca “disturbo alla libertà degli altri”[70]. Questa limitazione non può che
essere fatta dal potere costituito, sulla base dei valori socialmente
condivisi in un determinato periodo storico[71]. Nei regimi democratici, che costituiscono
l’orizzonte politico-istituzionale di queste riflessioni milliane,
questa lecita interferenza sulla condotta individuale non sarà
altro che l’opinione della maggioranza imposta con legge alla
minoranza; e tale opinione, confessa il filosofo inglese, “ha
eguali probabilità di essere giusta o sbagliata”[72]. Essa, infatti, non è altro che l’opinione
di alcuni individui “su ciò che è bene e ciò
che è male per altri; e molto spesso non significa neanche questo:
il pubblico passa con la più perfetta indifferenza, sopra i piaceri
o la convenienza di coloro di cui biasima la condotta, e considera solo
le proprie preferenze”[73]. Il vero problema è dunque quello
dell’abuso che la maggioranza può fare di questo suo legittimo
potere di limitare la libertà dei singoli per tutelare l’ordine
sociale. Con questa confessione Mill sembra tornare al punto di partenza:
occorre tutelare la libertà individuale per difendere il singolo
soprattutto dallo strapotere della maggioranza, cioè dello stato
democratico; ma per garantire la libertà dei singoli occorre
in molti casi limitarla, e tale limitazione non può che essere
una decisione politica, quindi dello Stato. Per tentare
di spezzare questo circolo vizioso, che rappresenta un nodo gordiano
per ogni filosofia liberale, Mill, come si vedrà, nelle Considerazioni
sul governo rappresentativo seguirà sino in fondo l’insegnamento
tocquevilliano, dedicandosi alla messa a punto di un assetto istituzionale
che avesse come prima finalità quella di ridurre al minimo il
rischio che la maggioranza abusi del suo potere.
John Stuart Mill e Wilhelm von Humboldt:l o sviluppo dell’individuo
è un bene in sé
La filosofia liberale di Stuart Mill, come quella di qualsiasi altro
autore che, in ambito filosofico, politico e istituzionale, si è
impegnato nella difesa dell’individuo, finisce inevitabilmente
per imbattersi nella domanda che è a fondamento di ogni forma
di individualismo: per quale motivo occorre difendere l’individuo
e consentirgli di svilupparsi al meglio delle sue possibilità?
In altri termini, il fondamento epistemologico di tale scelta è
un principio razionale ovvero essa non può che basarsi
su un’opzione di valore? Stuart Mill, che è l’espressione
più emblematica di una delicata fase di transizione nella quale
convivono elementi tardo illuministi ed elementi pre-romantici, e che
ha temperato il suo razionalismo positivistico con una sistematica frequentazione
di una tradizione di pensiero empirista e fallibilista che va da Locke
a Hume, fino a Burke, è consapevole dell’impossibilità
di dare alle scelte di valore un fundamentum inconcussum. Il
suo individualismo, quindi, si fonda su una scelta di valore, la quale
non si può dimostrare razionalmente ma che si può
solo argomentare criticamente sulla base di buone ragioni. Questa
opzione assiologica è rappresentata dall’assunzione che
l’individualità “ha un valore intrinseco”[74] e quindi è “di per se degna
di considerazione”[75], e come tale va sviluppata al meglio.
A questo riguardo Mill riprende quasi alla lettera le posizioni di
Wilhelm von Humboldt, che insieme a Tocqueville è l’autore
ha maggiormente influenzato il liberalismo milliano. Nel Saggio sui
limiti dell’azione dello stato, scritto nel 1792 e pubblicato
solo nel 1850, il filosofo ed uomo politico tedesco aveva sostenuto
che “il vero fine dell’uomo, assegnatogli dalla ragione
eterna, è lo sviluppo più ampio e compiuto di tutte le
sue attività”[76], e di conseguenza “la vera ragione non può
desiderare per l’uomo un stato diverso da quello nel quale il
singolo goda della più completa libertà di sviluppare
in sé e intorno a sé la propria personalità”[77]. Partendo da queste considerazione humboldtiane,
Stuart Mill sostiene che sviluppare l’individualità vuol
dire consentire a ciascuno di poter manifestare nel modo più
completo ed originale la propria personalità, nutrendo e sviluppando
il proprio intelletto ed elevando la propria coscienza e la propria
moralità. “La natura umana - scrive Mill - non è
una macchina da costruire secondo un modello e da far funzionare esattamente
per compiere il lavoro prescrittole, ma un albero che ha bisogno di
crescere e svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle
forze interiori che lo rendono una creatura vivente”[78].
L’unicità e l’originalità
individuale può essere esaltata solo laddove c’è
diversità, cioè quando i singoli possono condurre
stili di vita diversi, poiché “persone diverse richiedono
anche condizioni diverse per il loro sviluppo spirituale”[79]. E ci può essere diversità
sono se sono garantiti due requisiti fondamentali la “libertà”
e la “diversità delle situazioni”[80]. Mill ripropone la soluzione avanzata da Humboldt, per
il quale lo sviluppo “più ampio” dell’uomo
“richiede oltre alla libertà, la diversità delle
condizioni”, perché “l’uomo il più libero
e indipendente si svilupperà tanto più lentamente quanto
più uniformi saranno le sue condizioni di vita”[81]. Tale varietà di condizioni può
essere effettiva, per Humboldt, solo in presenza di uno stato minimo,
“che non intervenga più di quel che è necessario
per dar loro [ai cittadini] la sicurezza interna ed esterna; che non
limiti mai la loro libertà per uno scopo diverso”[82] .
Questa posizione di Humboldt circa la salvaguardia della sfera individuale
sembra apparentemente sovrapponibile a quella milliana, secondo cui
solo quando c’è un danno (o un imminente rischio di danno)
si può ridurre la libertà individuale. Senonché,
mentre Humboldt si rifà specificamente all’azione dello
stato, Mill si riferisce invece al potere della “società”
genericamente intesa, mentre quando andrà a specificare i compiti
dello stato si rivelerà molto più interventista del filosofo
tedesco. Più che combattere lo statalismo, Mill in On Liberty
è preoccupato dall’omologazione di massa e dallo strapotere
della maggioranza, che sembravano un inevitabile degenerazione della
democrazia. La liberty e la variety of situations costituiscono,
dal suo punto di vista, il più potente “contravveleno”
al dominio della “mediocrità”, poiché avrebbero
favorito quegli spiriti liberi ed originali che sanno sottrarsi ad una
adesione acritica alla “consuetudine”[83], e che possono “respirare liberamente solo in
un’atmosfera dilibertà”[84].
L’assuefazione alla consuetudine e soprattutto alle opinioni
dominanti rappresenta per Mill uno dei principali mali del suo tempo,
che non va evitato con un rifiuto aprioristico di queste credenze. Ogni
idea, invece, va valutata razionalmente e criticamente;
l’adesione ad essa, da parte di altri, è una “prova
indiziaria”, ma ogni singolo deve valutare caso per caso, consapevole
che non ci sono consuetudini “buone in sè” e che
ciò che può essere positivo per uno può essere
invece negativo per un altro[85]. In sostanza, il singolo deve aderire
ad un’opinione sulla base di una libera scelta, valutando, dal
suo punto di vista e sulla base della sua razionalità, le ragioni
a favore e quelle contro. Solo l’opzione per questo atteggiamento
critico può consentire all’occidente di evitare “il
dispotismo della consuetudine”, il quale, osserva Mill, ormai
domina in Oriente[86], dove le individualità sono sacrificate sull’altare
dell’uniformità e della mediocrità collettiva.
Le nazioni europee hanno imboccato la strada del progresso anziché
quella di una ristagnante stazionarietà perché hanno saputo
salvaguardare la diversità “di caratteri e culture”[87]. E’ a questa “pluralità
di vie” che l’Europa deve “il suo sviluppo progressivo
e multiforme”[88]. Ma per
poter continuare a godere di questo privilegio, per poter evitare lo
spettro “cinese” dell’”uniformità universale”[89], l’Europa dovrà difendersi
dagli effetti perversi della tirannia dell’opinione generati
dai regimi democratici, salvaguardando la diversità. Quest’ultima
è una conquista che va continuamente difesa ed è ancora
più precaria poiché “gli uomini diventano rapidamente
incapaci di comprenderla quando per qualche tempo si sono assuefatti
a non vederla”[90].
Nella riflessione milliana la variety of situations rimane
un concetto generale, che nella sostanza coincide con la libertà
di scelta dei singoli riguardo alla propria vita. Questa libertà
di scelta è ciò che rende una società
veramente umana, poiché fa sì che gli uomini siano liberi,
intellettualmente maturi e moralmente elevati. “Chi sceglie autonomamente
come vivere - scrive infatti Mill - usa tutte le sue facoltà.
Deve usare l’osservazione per vedere, il ragionamento e il giudizio
per prevedere, l’attività per raccogliere elementi di decisione,
la discriminazione per decidere e, quando abbiamo deciso, la fermezza
e l’autocontrollo per attenersi alla sua decisione deliberata.
E queste qualità gli servono e le esercita esattamente nella
misura in cui determina la propria condotta secondo il proprio giudizio
e i propri sentimenti”[91]. Tale libertà di scelta, e quindi l’indipendenza
degli individui, può essere fortificata e difesa anche con l’educazione,
che stimola i singoli al ragionamento e alla moralità[92].
E per raggiungere questo scopo, l’educazione deve quanto più
possibile libera, e quindi sottratta al controllo dello stato[93].
La varietà di situazioni è quindi una libertà
negativa, una libertà dalla società, ma è
anche una forma di libertà positiva, poiché le
diverse situazione entro cui si muove il singolo sono dispensatrici
di opportunità di pensiero e di azione per l’individuo
stesso.
Fallibilità umana e discussione critica
La variety of situations, e quindi la libertà di
scelta, può effettivamente consentire all’individuo
di sottrarsi al livellamento delle opinioni solo se essa si traduce
innanzitutto nella libertà di opinione, solo cioè se il
singolo ha la possibilità di dissentire liberamente dalle opinioni
dominati e di confrontare il suo punto di vista con quello altrui. In
questo modo, non solo si dà ad ogni individuo la possibilità
di poter manifestare al meglio la propria personalità, poiché
senza la libertà di pensiero si mortificherebbero pesantemente
le sue qualità intellettuali e morali, ma si creano anche le
condizioni per un continuo miglioramento della conoscenza, che non può
che essere alimentata dalla contrapposizione tra idee diverse. La varietà
di situazione, dunque, significa in primo luogo varietà di idee
e di azioni.
La pretesa di essere infallibili e quindi di poter approdare a certezze
assolute è, per Mill, uno dei pericoli più gravi per l’umanità,
tanto che in nome di tale infallibilità la storia è stata
tappezzata di quelle “occasioni in cui una generazione commette
quegli spaventosi errori che suscitano lo sgomento e l’orrore
dei posteri”[94]. Proibire o non prestare ascolto ad un’opinione,
poiché si è sicuri della sua falsità, “significa,
scrive Mill, che la propria certezza coincide con la certezza assoluta.
Ogni soppressione della discussione è una presunzione di infallibilità”[95]. Senonché, “gli uomini non
sono infallibili; le loro verità sono per la maggior parte delle
mezze verità”[96].
Se guardiano al corso della storia, osserva Mill, notiamo che anche
quelle che ai contemporanei di quell’epoca sembravano certezze
incrollabili, nelle epoche successive si sono rivelate “non solo
false, ma assurde; ed è altrettanto certo che molte opinioni
oggi correnti saranno respinte nelle epoche future, così come
molte opinioni un tempo diffuse sono respinte dal presente”[97]. La storia dunque ci insegna che non dobbiamo scambiare
una certezza psicologica con una certezza razionale, “sentirsi
sicuri di una dottrina, quale che sia, non significa pretendere l’infallibilità”[98]; di conseguenza, “non possiamo
mai essere certi che l’opinione che noi cerchiamo di soffocare
sia falsa e, quand’anche ne fossimo sicuri, rimarrebbe un danno
reprimerla”[99].
Se presupponiamo la fallibilità umana, ne consegue che se vogliamo
sviluppare la conoscenza dobbiamo confrontare criticamente le nostre
“mezze verità”. E quanto più effettiva e reale
è questa competizione, tanto più ci possiamo avvicinare
alla verità. “La libertà completa di contraddire
e confutare la nostra opinione è precisamente la condizione che
ci giustifica quando ne presumiamo la verità ai fini della nostra
azione; e un essere umano non può avere in alcun altro modo la
sicurezza razionale di essere nel vero”[100].
Stuart Mill avanza una concezione relazionale della verità:
non ci sono verità certe e assolute e quella che noi consideriamo
come verità non è altro che il risultato di una valutazione
comparativa tra idee diverse; essendo il risultato della divergenza
di opinioni essa “dipende dal raggiungimento di un equilibrio
tra due serie di ragioni contrastanti”[101]. Le nostre verità sono dunque
sempre provvisorie e smentibili, e devono essere continuamente
sottoposte a critica . “Persino nella filosofia naturale, osserva
Mill, si dà sempre qualche altra spiegazione possibile degli
stessi fatti; una teoria geocentrica anziché eliocentrica, il
flogisto invece dell’ossigeno; e bisogna dimostrare perché
l’altra teoria non può essere quella vera: e fino a quando
non è stata data la dimostrazione e non sappiamo come svolgerla,
non comprendiamo i fondamenti della nostra opinione”[102].
Il contrasto di opinione è dunque il bene più prezioso
per chi ha a cuore il progresso intellettuale dell’umanità,
e “chi conosce solo le proprie opinioni, conosce ben poco”[103];
dobbiamo quindi essere grati a chi si ribella anchealleopinionipiùaccreditate.
”Rivelare al mondo qualcosa che lo riguarda profondamente, e che
fino ad allora ignorava, dimostrargli che si è sbagliato su una
questione essenziale di interesse temporale e spirituale, questo è
il maggior servizio che un uomo possa rendere ai suoi simili, e in certi
casi […] il dono più prezioso che si sia potuto fare all’umanità”[104]. La verità, quindi, non coincide
con l’opinione prevalente, anzi, ci si può avvicinare ad
essa quando si ha il coraggio di mettere in dubbio anche quelle che
sembrano certezze inattaccabili, e per questo dobbiamo incoraggiare
all’eresia[105]. Consensum non facit veritatem, e l’opinione
di una sola persone può valere di più di quella di una
moltitudine[106]. Va dunque evitato quell’atteggiamento relativista
- che per Tocqueville[107] è una conseguenza negativa
dell’egualitarismo delle società democratiche -, il quale
induce a credere che siccome gli uomini tendono ad essere uguali, anche
le opinioni sono uguali; e così come non c’è gerarchia
tra gli individui non è possibile gerarchizzare neanche tali
credenze, talchè sono vere quelle che sono sostenute dalla maggioranza.
Va dunque capovolto un pericoloso luogo comune: è il dissenso
e non l’unanimità la condizione per avvicinarsi alla verità.
E ciò vale sia se le credenze che sosteniamo sono false sia
che sono vere. Se le nostre idee sono false, il confronto critico con
le altre opinioni ci mostrerà che è opportuno abbracciare
altre credenze che al confronto si sono rivelate migliori; se esse invece
sono vere, la loro messa in discussione dimostrerà che non sono
dei dogmi da accettare a priori e che invece ci sono buone ragioni
per aderire ad esse. Ma molto spesso accade che le opinioni in contrasto
contengano ognuna una parte di verità, in questo caso ogni individuo
non ha che da imparare dal confronto con gli altri[108].
Come sarà un secolo dopo per il razionalismo critico
di Popper ed Albert, anche la concezione evoluzionistica della conoscenza
di Mill si fonda sulla consapevolezza della fallibilità della
conoscenza umana. Se siamo esseri fallibili, possiamo avvicinarci alla
verità cooperando attraverso un confronto critico, il
quale può portarci a nuove e più fondate teorie solo se
dimostriamo false quelle che già abbiamo. La scoperta dell’errore
diventa così la molla per l’accrescimento della conoscenza.
“Le credenze per le quali abbiamo il massimo di garanzie, sostiene
Mill, non si fondano su alcun’altra salvaguardia se non quella
di un invito permanente al mondo intero a dimostrarle infondate”[109]. Di conseguenza, “vi è
la massima differenza fra il presumere che un’opinione sia vera,
poiché con tutte le probabilità di essere contestata non
è stata rifiutata, e il presumere la verità allo scopo
di impedire che sia confutata. La libertà completa di contraddire
e confutare la nostra opinione è precisamente la condizione che
ci giustifica quando ne presumiamo la verità ai fini della nostra
azione; e un essere umano non può avere in altro modo la sicurezza
razionale di essere nel vero”[110]. La falsificazione va dunque ricercata e perseguita
sistematicamente se vogliamo far avanzare e consolidare la nostra conoscenza.
“Se non fosse stato permesso di mettere in dubbio la filosofia
di Newton, afferma Mill, gli uomini non avrebbero potuto sentirsi così
certi della verità come lo sono”[111]. La discussione critica deve essere
lo strumento attraverso il quale si tenta di falsificare le teorie,
ed essa si deve avvalere oltre che dell’”esperienza”,
anche della “discussione”, la quale deve “mostrare
come l’esperienza deve essere interpretata”[112].
Il metodo del confronto critico, secondo il filosofo inglese, vale
oltre che per le teorie scientifiche, anche nel campo della morale,
dove la competizione tra differenti proposte etiche aiuta ad evitare
cristallizzazioni e pericolosi dogmatismi, soprattutto in campo religioso[113]. “Credo che per produrre la
rigenerazione morale dell’umanità dovrebbero coesistere,
accanto alla morale cristiana - scrive l’agnostico Mill a cui
stava a cuore la pacifica convivenza tra religioni diverse - anche etiche
di derivazione diversa; che il sistema cristiano non rappresenta una
eccezione alla regola secondo cui, in uno stadio imperfetto delle sviluppo
intellettuale umano, gli interessi della verità esigono una diversità
di opinioni”[114].
Questo atteggiamento critico per Mill è un attributo
dell’uomo “saggio”, che, consapevole della propria
fallibilità, vuole scoprire i propri errori ed imparare da essi[115]. Infatti, “nessun uomo saggio
ha acquisito la sua saggezza diversamente; né la natura dell’intelletto
umano consente di diventare saggi in altro modo”[116]. Ma questa saggezza può essere conseguita solo
in un clima di libertà, che consente agli individui di poter
sfidare senza alcun timore anche le idee più consolidate
[117].
Il pluralismo delle idee è dunque una valore in sé,
e l’atteggiamento antidogmatico consente all’individuo di
procedere per tentativi, permettendogli di crescere intellettualmente
e di maturare al meglio il suo atteggiamento verso la vita. Per Mill,
nemico di ogni finalismo e di ogni perfettismo, la verità ha
mille facce, e l’unica bussola per orientarci un questo labirinto
è quella del ragionamento; un ragionamento tra interlocutori
consapevoli della parzialità delle loro soluzioni e quindi consci
di poter imparare l’uno dall’altro. Fallibilità umana,
falsificabilità e discussione critica, i temi cardine di quello
che sarà il razionalismo critico popperiano, non potevano trovare
una più chiara e sistematica esplicitazione[118].
La competizione come fonte di benessere
Lo sviluppo dell’individuo va perseguito perché è
un fine in sé. Ma per un individualista come Mill, che evita
di reificare la società, il bene collettivo non è altro
che il bene degli individui che la compongono. Il progresso del
singolo significa dunque anche progresso collettivo. Di
conseguenza, la libertà di opinione e il libero confronto critico
tra le diverse idee, oltre a consentire la migliore manifestazione possibile
delle singole personalità, è un potente fattore di progresso
dell’intera società[119], per questo Mill sostiene che con l'eliminazione della
libertà di pensiero e di opinione, oltre a provocare un “danno
puramente personale”, si “defrauda la specie, la posterità,
non meno che la generazione presente”[120].
La libertà di discussione consente alla nostra conoscenza di
evolversi rimuovendo gli errori contenuti nelle nostre teorie, e questo
sviluppo della conoscenza non può che favorire il benessere materiale
della società, dato che le idee, come si è visto, sono
alla base di qualsiasi trasformazione sociale[121]. Il benessere della società,
dunque, dipende dalla possibilità di una libera competizione
tra idee e punti di vista diversi; e quando tale confronto è
impedito non solo si “intorpidisce” la mente umana, ma diventa
“impossibile ogni progresso considerevole anche negli affari comuni
della vita”; e se l’oppressione è molto forte si
perde “a poco a poco anche quello che si era precedentemente conseguito”[122]. Occorre quindi salvaguardare la diversità
e le libertà individuali se si ha a cuore il progresso materiale
dell’umanità e se si vuole evitare quella asfissiante stagnazione
delle consuetudini che per Mill stava impoverendo l’Oriente[123].
E’ soprattutto in nome di questi principi che il filosofo inglese,
in polemica con i socialisti, difenderà il mercato, il quale,
grazie al meccanismo della concorrenza, crea dei vantaggi economici
per i singoli e gli consente di realizzare meglio i loro obbiettivi.
I socialisti “dimenticano, scrive Mill nei Principi di economia
politica, che dovunque non vi è concorrenza, vi è
monopolio; e che il monopolio in tutte le sue forme, è una tassazione
sugli uomini attivi per il mantenimento dell’indolenza, se non
della ruberia. Essi dimenticano inoltre che, eccettuando la concorrenza
tra i lavoratori, ogni altra concorrenza è a vantaggio dei lavoratori,
riducendo il costo degli articoli che essi consumano; che perfino la
concorrenza nel mercato del lavoro è una fonte non di salari
bassi, ma di salari alti, ogni qual volta la concorrenza per
il lavoro supera la concorrenza dei lavoratori, come avviene
in America, nelle colonie e nei mestieri specializzati; […] mentre
se l’offerta di lavoratori è eccessiva, nemmeno il socialismo
può impedire che la loro remunerazione sia bassa”[124]. La concorrenza dunque è “indispensabile
al progresso”[125], e “invece di considerarla come
il principio rovinoso e antisociale come è sostenuto dalla generalità
dei socialisti, io ritengo, spiega Mill, che, anche allo stato attuale
della società e dell’attività produttiva, ogni restrizione
della concorrenza è un male, ed ogni sua estensione, anche se
per un certo tempo possa danneggiare alcune categorie di lavoratori,
è sempre in definitiva un bene. Essere protetti contro la concorrenza
significa essere protetti nell’ozio, nell’apatia mentale,
significa avere risparmiata la necessità di essere attivi e intelligenti
quanto gli altri”[126].
La competizione, quindi, consentendo di esaltare le potenzialità
soggettive favorisce il benessere sociale, ma, ancora una volta, per
dispiegare i suoi effetti essa ha bisogno della libertà. Mill
definisce così un rapporto diretto tra individualità
e progresso dell’umanità e quindi tra libertà
e progresso. Scrive infatti in uno dei passaggi più celebri
di On Liberty che “l’unica fonte infallibile e permanente
del progresso è la libertà, giacche grazie ad essa vi
sono altrettanti possibili centri indipendenti di progresso quanti sono
gli individui”[127]. Le argomentazioni milliane a favore della libertà
sono dunque latu sensu utilitaristiche: se si è d’accordo
che lo sviluppo degli individui ed il benessere sociale sono valori
da incrementare, la libertà è utile ai singoli e all’umanità;
ma si tratta di un utilitarismo à la Mill, edulcorato
da un forte individualismo, e che ha poco in comune con il riduzionismo
antropologico su cui si fonda l’ortodosso utilitarismo benthamiano.
La democrazia è il controllo del potere
Come era successo per Bentham e James Mill, John Stuart segue un percorso
intellettuale che, muovendo da posizioni filosofiche, finisce inesorabilmente
per imbattersi in una dimensione prettamente politico-istituzionale.
La sua filosofia della libertà gli impone
di non lasciare irrisolta la magna quaestio di quale fosse l’organizzazione
istituzionale più idonea per sviluppare i singoli e proteggere
la loro libertà. E, anche su questo terreno, egli imprime una
svolta liberale alle proposte politiche dei radical philosophers,
attestati su posizioni di democrazia radicale.
Jeremy Bentham e James Mill erano convinti che l’unico modo
per realizzare l’idea utilitarista della greatest happiness
of the greatest number fosse l’introduzione di un sistema
radicalmente democratico, poiché il governo di uno o dei pochi
sarebbe inevitabilmente mosso da un sinister interest, cioè
da un interesse di parte in nome del quale la classe al potere avrebbe
assoggettato i governati. Al contrario, con la democrazia si sarebbe
evitata questa degenerazione e si sarebbe perseguito il bene collettivo
poiché, come sostiene James Mill, “La Comunità non
può avere un interesse opposto al proprio. Affermare ciò
sarebbe una contraddizione in termini. La Comunità in se stessa,
e rispetto a se stessa, non può avere sinister interest
[...]. Questa è una proposizione indubitabile”[128]. Occorreva dunque realizzare una democrazia
pura, superando qualsiasi forma di governo misto e togliendo alla aristocrazia
ogni potere, cominciando con l’abolizione della Camera dei Lord.
E l’unico sistema democratico che può realmente funzionare
è la democrazia rappresentativa, fondata su una rappresentanza
che fosse lo specchio della società, e quindi eletta a suffragio
universale. Solo così si sarebbe potuta manifestare quella identità
di interessi tra rappresentanti e rappresentati, che per i filosofi
radicali era un fatto naturale, e che doveva essere collocata a fondamento
del regime politico[129] .
Avendo prontamente intuito la dimensione epocale della lezione
tocquevilliana sulla tirannia della maggioranza e fortemente condizionato
dalle critiche che i romantici Carlyle e Maculay muovevano ai suoi maestri,
John Stuart Mill tempera il radicalismo democratico con una maggiore
sensibilità storicista. A suo giudizio la democrazia non
è uno schema astratto che, essendo derivato dalle attitudini
antropologiche dei singoli, è dotato di una sua intrinseca universalità;
essa è invece un regime politico che deve essere realizzato in
armonia con i “gusti e le abitudini” del popolo[130], e più in generale con le forze
sociali esistenti, al fine di modulare le soluzioni istituzionali. Occorre
dunque respingere, per Mill, sia la posizione razionalistica di chi
ritiene che le forme di governo vanno semplicemente scelte sulla base
di astratto calcolo mezzi/fini, sia quella di coloro che al contrario
ritengono che essa non può essere oggetto di scelta, in quanto
è il “prodotto spontaneo” di processi storici sui
quali l’uomo non può intervenire [131]. Il regime politico, secondo il filosofo
inglese, può essere oggetto di scelta, a condizione che tale
decisione da un lato si fondi su precise opzioni ideali e dall’altro
tenga conto delle condizioni storiche e sappia sfruttare al meglio le
forze sociali che operano in una certa comunità[132]. Vanno dunque esplicitate quelle “condizioni”
che, se soddisfatte, fanno sì che la scelta del regime democratico
si riveli la migliore possibile.
La prima condizione sulla base della quale Mill sceglie il sistema
democratico non può che essere la scelta di valore dell’individualità.
Se lo sviluppo intellettuale e morale di ogni individuo costituisce
un valore, come lo è per Mill, allora il sistema democratico
si rivela la migliore forma di governo, perché è quella
che meglio consente la libera manifestazione delle qualità soggettive.
Garantendo ad ognuno un margine di libertà e coinvolgendo tutti
nel circuito politico, questo regime favorisce il pieno sviluppo delle
attitudini individuali ed assicura ad ognuno un margine di autonomia
per realizzare i propri progetti. Ciò fa sì che questa
forma di governo sia qualcosa di più di una semplice soluzione
istituzionale, essa viene invece ad acquisire una connotazione morale.
Ma la democrazia è quel tipo di organizzazione politica che
garantisce anche il più alto benessere individuale e collettivo,
perché lascia gli individui liberi di cooperare per risolvere
i loro problemi. Se guardiamo alla storia, osserva Mill, non possiamo
fare a meno di constatare che “tutte le comunità libere
hanno potuto lamentare un minore numero di delitti e di ingiustizie
sociali, e hanno goduto maggiore prosperità da ogni punto di
vista che non le altre comunità, o esse medesime dopo aver perduto
la libertà”[133]. Questo sistema, inoltre, è
durevole perché non si oppone alle dinamiche delle forze sociali,
non le reprime, ma cerca di incanalarle in un meccanismo di cooperazione,
consentendo ad esse di perseguire i loro interessi.
Fissato il principio resta da definire il fatto che
da esso deriva, cioè le caratteristiche che deve avere il sistema
democratico. La democrazia - spiega Mill, anticipando nella sostanza
le note tesi popperiana sulla società aperta - si caratterizza
non per il governo del popolo, ma perché permette al popolo di
controllare coloro che esercitano il potere[134]. “Governo rappresentativo, scrive
il filosofo inglese, significa che la nazione tutta, o almeno una parte
di essa, esercita per mezzo dei deputati, periodicamente eletti, il
supremo controllo del potere, controllo che non manca in nessuna costituzione.
Questo supremo controllo deve essere posseduto per intero dalla nazione”[135]. E non bisogna confondere questo controllo
con l’esercizio diretto del potere, perché “la stessa
persona o il medesimo corpo possono essere capaci di controllare ogni
cosa ma non possono far tutto, e in molti casi il controllo sarà
più perfetto quanto meno si tenderà ad esplicare direttamente
l’esercizio dei poteri”[136] . Sul piano istituzionale ne consegue
che “il vero compito dell’assemblea governativa non è
di governare, al quale è inadatta; ma di sorvegliare e controllare
il governo, di sottoporre a critica tutti i suoi atti, di esigerne l’esposizione
e la giustificazione quando essi appaiono discutibili, di biasimarli
se sono condannabili, di allontanare dal loro impiego gli uomini che
compongono il governo se abusano del loro incarico o se l’assolvono
in modo contrario alla volontà della nazione, e di nominare virtualmente
o espressamente i loro successori”[137].
Il vero problema è che questo controllo di chi comanda è
difficile da realizzare in una democrazia, perché i governanti
godono del sostegno della maggioranza dei cittadini, e “non è
possibile un’organizzazione numericamente abbastanza forte per
sostenere le opinioni dissidenti e gli interessi minacciati o pericolanti”[138]. E’ difficile cioè mantenere
quel pluralismo che ha consentito a tutte le società di progredire,
garantendo “un punto di appoggio per le resistenze individuali
contro le tendenze del potere che è al governo; una protezione,
un punto di difesa contro le opinioni e gli interessi che l’opinione
pubblica dominante guarda con disfavore”[139].
Nel definire gli strumenti istituzionali per consentire al popolo
di esercitare tale controllo, Mill è quindi fortemente condizionato
dalla sorprendente scoperta tocquevilliana, che ha “mutato
il volto della filosofia politica”[140], stando alla quale una democrazia
rappresentativa si sarebbe potuto affermare un sinister interest,
e che esso, sotto forma di tirannia della maggioranza, rischiava di
essere addirittura più subdolo e quindi più pericoloso
di quelle degenerazioni a cui erano soggetti i governi dispotici ed
aristocratici, tanto da rivelarsi insufficiente il solo controllo della
minoranza sulla maggioranza. Muovendo da questi presupposti, Stuart
Mill mette a punto la sua proposta politico-istituzionale.
Il governo rappresentativo secondo il filosofo inglese deve
prevedere una camera eletta a suffragio universale maschile e femminile.
Qualsiasi limitazione del voto avrebbe favorito il cristallizzarsi di
interessi di parte e avrebbe impedito agli esclusi di agire per tutelare
i propri interessi. Le uniche esclusioni ammissibili sono quelle degli
analfabeti, che per Mill non hanno i requisiti minimi intellettuali
per poter decidere di politica, di coloro che non pagano le tasse, perché
sarebbero poco responsabili nelle loro decisioni, e di coloro che, pur
avendone la possibilità, si fanno mantenere dallo stato, perché
hanno rinunciato ad essere individui uguali agli altri[141]. Il sistema elettorale deve essere
proporzionale - Mill è un grande sostenitore del metodo del single
trasferible vote proposto da Hare[142] - poiché le minoranze devono
avere la possibilità di essere rappresentate. Andava quindi superato
il sistema maggioritario del plurality siystem in vigore in Inghilterra
che, sovrarappresentando la maggioranza, le conferiva un enorme potere
a scapito delle minoranze, alcune delle quali erano completamente escluse
dal parlamento. Il sistema elettorale proporzionale - che insieme alla
richiesta di suffragio universale sono stati i cavalli di battaglia
del Mill pubblicista e parlamentare - è un baluardo fondamentale
contro lo strapotere della maggioranza perché, nella versione
inventata da Hare, consente a quasi tutti i cittadini di avere in parlamento
il rappresentante per il quale ha votato, cosicché l’organo
rappresentativo diventa in qualche modo lo specchio delle opinioni
e degli interessi esistenti nel paese[143].
Tuttavia, l’estensione alla grande massa del diritto di voto
avrebbe inevitabilmente abbassato il livello intellettuale di coloro
che adottano decisioni politiche, con grave rischio per il funzionamento
di un regime che, a giudizio di Mill, può invece funzionare solo
se i cittadini hanno raggiunto quel livello intellettuale che gli consente
di occuparsi dei pubblici affari. Questo inconveniente può essere
ovviato introducendo il voto plurimo, cioè permettendo
ad ogni elettore di dare più voti, in una stessa elezione, a
seconda del suo livello culturale. Grazie a questo sistema, l’educazione
avrebbe potuto “controbilanciare il peso numerico delle classi
meno colte”[144]. Ma la competenza nella gestione della
cosa pubblica doveva avere un peso anche nella formazione delle leggi,
che sono lo strumento principale per il governo di una comunità.
Così Stuart Mill propone l’istituzione di una Legislative
Commission, formata dalle persone più competenti in materia
di affari pubblici, sul modello de Senato romano, con il compito di
elaborare le leggi che l’assemblea legislativa avrebbe poi dovuto
votare[145]. In questo modo
si sarebbe conciliata la necessità di avere delle competenze
indispensabili per far funzionare un regime politico, con la sovranità
popolare e con il controllo popolare del governo che sono l’essenza
della democrazia.
Mill, inoltre, propone l’introduzione di “istituzioni
rappresentative locali”[146],
che sarebbero state un ottimo antidoto alle degenerazioni del potere
centrale e al tempo stesso avrebbero favorito l’educazione politica
delle grandi masse, perché in tali istituzioni si richiede un
livello inferiore di competenze e perché in esse vengano trattati
interessi più vicini a quelli privati di ogni singolo cittadino[147]. Per questi motivi, sostiene Mill,
l’organizzazione dello stato deve contemplare “la più
ampia diffusione del potere compatibile con l’efficienza”[148].
Per una teoria della liberaldemocrazia: John Stuart Mill e Alexis
de Tocqueville
Con le Considerazioni sul governo rappresentativo - ultima
grande opera di Mill - si compie la svolta liberale del filosofo
inglese. Partendo dalle posizioni di democrazia radicale dei radical
philosophers Mill, illuminato dall’insegnamento tocquevilliano,
si rende conto che una democrazia senza liberalismo rischia di trasformarsi
in una nuova forma di dispotismo. Per rendere veramente democratico
un regime non è sufficiente il libero consenso, perché,
come era accaduto con Napoleone III in Francia, anche una degenerazione
antidemocratica può avvenire tramite libere elezioni. Occorre
dunque fondare il governo rappresentativo sulla tutela delle libertà
degli individui e delle minoranze, e definire meccanismi istituzionali
che consentano a queste ultime di poter diventare maggioranze. Solo
così è possibile controllare il potere, e salvaguardare
quell’”antagonismo” che rende veramente democratico
un regime politico. “L’annientamento spirituale della minoranza,
scrive Mill, non è il frutto naturale o necessario della libertà,
bensì qualche cosa di diametralmente opposto al principio fondamentale
della democrazia [...]. Al di fuori di questo principio non è
possibile una vera democrazia, ma solo una falsa apparenza di democrazia”[149].
Mill, per certi versi, compie un percorso inverso rispetto a quello
seguito da Tocqueville, che, da aristocratico liberale scopre la democrazia,
e rendendosi conto che è di fronte ad un processo inarrestabile,
la disseziona in tutti i suoi aspetti al fine di individuarne le caratteristiche
fisiologiche e di trovare i rimedi alle sue intrinseche tendenze degenerative[150]. Il filosofo inglese, invece, non
ha mai dubitato della sua fede democratica, ma le frequentazioni tocquevilliane
lo hanno indotto a edulcorare notevolmente il suo radicalismo per concentrarsi
sui rimedi liberali alle minacce insite nel regime democratico[151].
Condividendo, con il suo amico e corrispondente francese, l’ansia
per le sorti della libertà in un mondo che presentava rivolgimenti
epocali, Stuart Mill in fondo pensa che, oltre che con i rimedi istituzionali,
il singolo si poteva difendersi dalle nuove minacce elevandosi culturalmente[152]. Egli non teme il disordine che può
essere provocato dall’ingresso sulla scena politica delle grandi
masse, ma è assillato dalla preoccupazione che queste ultime
- e quindi la maggioranza - potessero realizzare un ordine troppo rigido,
oppressivo, che avrebbe azzerato le differenze soggettive, instaurando
una tirannia sugli spiriti[153].
E la crescita culturale, la cui promozione per Mill deve essere uno
dei compiti principali dello stato[154], rappresenta a suo avviso il rimedio ulteriore e forse
decisivo contro questa incombente minaccia e la via migliore per esaltare
gli individui e per metterli in grado di far fronte agli inediti scenari
e alle nuove opportunità che si dischiudevano agli occhi dell’uomo
del tardo ottocento, non solo in ambito politico ma in tutti i campi
del sapere.
L’elevazione intellettuale e morale degli individui ai suoi
occhi rappresentava la migliore garanzia per governare questi processi
e per sfruttare le nuove opportunità. Naturalmente, lo sviluppo
dei singoli può avvenire solo in un regime di libertà,
e uno dei modi per difendere quest’ultima è la maturazione
degli individui e la loro educazione ad uno spirito pubblico che consenta
loro di impegnarsi con profitto nelle faccende politiche. Ancora una
volta, dunque, libertà ed individualità si richiamano
e si rafforzano reciprocamente e sono il più potente antidoto
contro i due più pericolosi nemici della democrazia: “l’ignoranza
e l’incapacità generale del corpo controllante o più
precisamente l’insufficienza delle sue qualità intellettuali”[155] e il pericolo “di una legislazione
di classe della maggioranza numerica, in quanto questa sia composta
da una medesima classe”[156].
Mill derivava da Comte e da Saint-Simon la convinzione che, al di
là di tutto, fosse la competenza la molla del progresso dell’umanità,
e quindi - attraverso il voto multiplo e la Commissione legislativa
- essa doveva avere gli strumenti per svolgere una funzione privilegiata
anche nelle questioni politiche. Sulle scia di Saint-Simon, secondo
il quale la storia è un susseguirsi di periodi ”organici”
e periodi “critici”, Mill sostiene che storicamente si alternano
fasi di “transizione”, caratterizzate da instabilità
politica e sociale e da un insufficiente livello intellettuale e morale,
e fasi “naturali”, nella quali si affermano le persone culturalmente
e moralmente più dotate[157]. Il problema milliano è dunque
quello di far sì che la transizione verso la democrazia porti
al più presto ad una fase “naturale”, che consenta
alla collettività di continuare e di accelerare il suo progresso.
Le critiche al comunismo
Moralmente e politicamente schierato nella difesa dei ceti più
deboli, Stuart Mill ha nei confronti delle dottrine socialiste che si
andavano affermando intorno alla metà dell’ottocento un
atteggiamento oscillante. Se nella terza edizione dei Principi
egli fa ampie concessioni al socialismo, alcuni anni dopo riaffermerà
con forza, in On Liberty,il suo individualismo e nei Chapters
on Socialism - che rappresentano degli appunti per uno studio sul
socialismo che Mill non riuscì ad ultimare - egli renderà
ancora più chiara la sua posizione di difesa, ad alcune condizioni,
del capitalismo. Naturalmente, il socialismo con il quale si confronta
Mill è un socialismo pre-scientifico, che non è
ancora stato rivoluzionato da Marx - il quale, benché contemporaneo,
è stato completamente ignorato da Mill.
Nell’ambito delle dottrine socialiste genericamente intese,
il filosofo inglese assume una posizione fortemente critica nei confronti
del “socialismo rivoluzionario”, cioè di quelle prime
forme di comunismo proposte da Owen e da Blanc, che a suo giudizio avrebbero
annullato le individualità; mentre manifesta la sua simpatia
per quel socialismo cooperativistico ed associazionistico propugnato
da Saint Simon e soprattutto da Fourier, che non era incompatibile con
la concorrenza e con la proprietà privata.
Il sistema comunista, caratterizzato dalla collettivizzazione dei
mezzi di produzione e dalla distribuzione egualitaria del lavoro e dei
prodotti, va incontro a delle obiezioni decisive. Per funzionare infatti
esso richiede un forte potere centrale che configurerebbe inevitabilmente
un “dispotismo assoluto nei capi della società”[158], che assoggetterebbe i singoli individui.
Una società assolutamente egualitaria nella distribuzione del
lavoro e dei prodotti, è per Mill “una presupposizione
troppo chimerica per meritare di essere combattuta” e molto pericolosa[159];
questo tipo di uguaglianza potrebbe essere infatti realizzato solo da
un potere “esercitato da esseri ritenuti di natura superiore alla
umana, e protetti da terrori soprannaturali”[160]. Il comunismo, quindi, distrugge qualsiasi
spazio per le libertà individuali, realizzando il maggiore assoggettamento
possibile del singolo nei confronti del potere[161]. Verrebbero quindi fortemente mortificate le soggettività,
poiché gli individui non avrebbero la possibilità di realizzare
pienamente le proprie personalità, e di conseguenze si penalizzerebbero
quelle competenze che per Mill sono il motore del progresso dell’umanità[162]. Inoltre, si rinuncerebbe ai vantaggi
derivanti dalla divisione del lavoro e dalla ineguale remunerazione
del lavoro, che sono potenti stimoli ad agire per i singoli e che favoriscono
l’efficienza e quindi il progresso economico[163].
Il miglioramento delle condizioni di vita dei più svantaggiati
va invece perseguito, secondo il filosofo inglese, mantenendo la proprietà
privata e soprattutto sviluppando la competizione[164]. Quest’ultima, come si è
visto, oltre a permettere ai singoli di esprimere al meglio le loro
potenzialità e quindi la loro personalità, si rivela un
potente fattore di progresso dei più disagiati, perché
favorisce una riduzione del prezzo dei prodotti, l’eliminazione
di posizioni di privilegio e, in alcuni casi, anche un aumento dei salari[165]. In polemica con Louis Blanc, secondo il quale la
competizione è “un sistema di sterminio” che genera
“indigenza”[166], Stuart Mill sostiene che grazie ad
essa, il sistema economico capitalistico stava lentamente migliorando
le condizioni dei più poveri, favorendo, più in generale
il progresso della civiltà[167].
La competizione, dunque, non va limitata ma accentuata, e deve essere
lo stato ad intervenire per svilupparla quando è insufficiente
e per garantire, attraverso le leggi, che essa non si traduca in una
frode nei confronti dei soggetti più deboli e che la qualità
dei prodotti non scenda sotto un certo livello[168].
Scartato il comunismo, Mill guarda con interesse al socialismo di
Fourier, che prevedeva che dovevano essere delle associazioni di operai
a detenere i mezzi di produzione, al fine di una più equa distribuzione
della ricchezza[169]. Profondamente colpito dal grande
divario nelle condizioni economiche delle varie classi, Mill vede nel
fourierismo un possibile strumento per ridurle senza rinunciare alla
proprietà privata e alla concorrenza. Tuttavia, il filosofo inglese
sospende il giudizio, sostenendo - nei Principi - che allo stato
attuale “siamo troppo ignoranti sulle possibilità offerte
sia dal regime individualistico nella sua forma migliore, sia dal socialismo
nella sua forma migliore, per decidere quale delle due forme sarà
quella finale della società umana”[170].
In ogni caso, continua Mill, “è probabile che la decisione
dipenda in gran parte da un’unica considerazione: quale dei due
sistemi sia compatibile con il massimo sviluppo della libertà
e della spontaneità umane”[171].
Nel frattempo, però, “possiamo affermare che per parecchio
tempo a venire l’economista dovrà principalmente occuparsi
delle condizioni dell’esistenza e del progresso pertinenti ad
una società fondata sulla proprietà privata e sulla concorrenza;
e che nello stadio attuale del progresso umano lo scopo cui si deve
principalmente mirare non è il sovvertimento del sistema della
proprietà individuale, ma il miglioramento di tale sistema, e
la piena partecipazione di ogni membro della collettività ai
benefici che esso offre”[172].
La radicale opzione individualistica e liberale che Mill farà
negli scritti successivi ai Principi di economia politica non
fa dubitare della sua totale avversione ad ogni forma di organizzazione
sociale che elimini la proprietà privata e la concorrenza e che
quindi annulli le libertà individuali, concentrando tutti i poteri
in un oppressivo governo centrale. Scriverà infatti nell’Autobiografia,
di considerarsi un democratico e non un socialista[173]
e che ripudiava “con il massimo vigore quella tirannia della società
sugli individuo che la maggior parte dei sistemi socialisti si suppone
implichi [...]”[174]. Essendo il suo liberalismo prima di tutto un atteggiamento
morale, Mill, con il suo proverbiale approccio sperimentale, si avvicina
alle nuove dottrine con l’intento di capire se esse possono essere
in qualche modo un rimedio alla diffusa miseria presente nella società
in cui viveva. Rifiutato il comunismo e sospendendo il giudizio sulla
scelta socialista egli, nella sostanza, ritiene che il vero rimedio
alla povertà e alle ingiustizie sociali fosse una ridistribuzione
della ricchezza nell’ambito del sistema capitalistico, che i governi
dovevano attuare mediante una “legislazione sociale”.
Laisser faire con le dovute eccezioni
La definizione dei margini di intervento dello stato, diventa dunque
un passaggio decisivo del riformismo milliano. E Mill nei Principi,
che è molto di più di un semplice trattato di economia,
non si sottrae a questo compito.
Egli delinea innanzitutto quelle che devono essere le “funzioni
necessarie del governo”, cioè quelle funzioni che “universalmente
si riconoscono ad esso spettanti”[175]. La più importante è
certamente l’elaborazione e l’applicazione di quella complessa
struttura giuridica, costituita dalle norme civili, penali, commerciali
e fiscali, che costituisce l’ossatura di qualsiasi convivenza
civile. E lo stato deve prestare particolare attenzione a garantire
la proprietà e la sicurezza personale, poiché quando esse
“sono in certo grado insicure, tutti i possessi dei deboli sono
alla mercè dei forti”[176]. Va garantito l’ordine pubblico ed una certezza
nei rapporti giuridici tra i privati e tra questi ultimi e lo stato,
non solo per consentire la convivenza pacifica, ma anche per favorire
lo sviluppo economico, che ha bisogno di stabilità nei rapporti
giuridici, di tutela della proprietà e delle libertà individuali.
In particolare, occorrono norme che evitino indebite ed arbitrarie interferenze
dello stato nelle attività economiche private, che avrebbero
“un effetto deleterio sugli incentivi della prosperità
nazionale”[177]. “Nessun paese - spiega Mill - in cui il popolo
fosse esposto senza limiti alle esazioni arbitrarie da parte dei funzionari
del governo, ha mai continuato ad avere un’attività produttiva
o una ricchezza. Bastano poche generazioni di tale governo per estinguere
sia l’una che l’altra”[178].
Oltre ad esercitare queste “funzioni necessarie” lo stato,
osserva Mill, spesso ha esteso indebitamente il suo campo d’azione,
intervenendo, sulla base di “teorie erronee”, in settori
nei quali è opportuno che si astenesse[179]. In particolare, esso ha spesso interferito con le
dinamiche della produzione provocando degli effetti economici negativi.
Il caso più importante è rappresentato dalla “dottrina
della protezione dell’industria nazionale” attraverso dazi
ed altre barriere doganali. Lo stato, per Mill, si deve astenere da
questi interventi, perché essi sono contrari agli interessi dei
consumatori, poiché gli impediscono di acquistare merci estere
ad un prezzo più basso o migliori[180].
E sulla base dello stesso principio l’economista inglese condanna
le interferenze governative con le dinamiche dei prezzi. Fissare prezzi
massimi o prezzi minimi significa danneggiare la concorrenza che, come
si è visto, per Mill è uno strumento per il progresso
economico e civile e anche una garanzia per i più svantaggiati.
E lo stesso discorso vale anche per la fissazione dei salari, che devono
essere determinati dalla libera contrattazione tra le classi lavoratrice
e i detentori dei mezzi di produzioni, sulla base delle rispettive esigenze
economiche. Vanno quindi condannate le leggi contro le associazioni
operaie perché limitano le libertà soggettive e interferiscono
indebitamente nei processi economici. “Finche le coalizioni per
elevare i salari erano vietate per legge - spiega Mill - la legge appariva
agli operai essere l’unica causa dei bassi salari, mentre nessuno
negava che essa avesse fatto del suo meglio per produrre dei salari
bassi. L’esperienza degli scioperi è stato il migliore
insegnamento, per le classi lavoratrici, sull’argomento della
relazione tra salari e la domanda e l’offerta di lavoro; ed è
molto importante che questo corso di istruzione non venga disturbato”[181].
Pur ammettendo che non c’è una “soluzione generale”[182], Mill afferma che per quel che riguarda
il ruolo dello stato “il lasciar fare dovrebbe essere la pratica
generale; ogni distacco da tale norma, salvo che sia richiesto da una
necessità impellente, è certamente un male”[183].
Ed è un male perché “non vi è nessuno più
adatto a condurre un affare o a decidere come o da chi debba essere
condotto, quanto coloro che vi hanno un interesse personale”[184].
Inoltre, non limitare l’iniziativa privata significa dare a ognuno
la possibilità di sviluppare nel migliore dei modi la propria
personalità e soprattutto evitare di accrescere “senza
necessità” i poteri dello stato[185]. Mill, come si è visto, ritiene che ogni estensione
dell’intervento statale “debba essere guardata con estremo
sospetto”[186], perché la dilatazione del
potere centrale “trasforma sempre più i cittadini attivi
ed ambiziosi in appendici del governo o di qualche partito che aspiri
a diventarlo”[187]. “Se le strade, le ferrovie,
le banche, le compagnie di assicurazione, le grandi società per
azioni, le università e gli istituti di beneficenza - spiega
Mill - fossero altrettante branche del governo; se inoltre le amministrazioni
municipali e locali, con tutte le loro funzioni fossero altrettanti
dipartimenti dell’amministrazione centrale; se i dipendenti di
tutte queste imprese e istituzioni fossero nominati e pagati dal governo
e da questo soltanto di aspettassero un miglioramento di vita, tutta
la libertà di stampa e il fondamento democratico del potere legislativo
non basterebbero a rendere questo o altri paesi liberi se non di nome”[188]. E quanto più l’apparato
amministrativo fosse “organizzato in modo scientifico”,
tanto più “il male sarebbe grande”[189].
Ma non è solo una questione di libertà, è anche
una questione di efficienza. Innanzitutto perché i funzionari
statali che attueranno un certo intervento hanno un minor interesse
al risultato di quanto non lo possa avere un privato[190]; ed in secondo luogo perché ogni nuova funzione
finisce per appesantire ulteriormente il governo che è già
“sovraccarico di doveri” , con la conseguenza che “la
maggior parte delle cose sono mal fatte”[191]. Ed anche ammettendo, ipotizza Mill, che “un
governo fosse superiore come intelligenza e cultura a ciascun singolo
individuo della nazione, deve essere inferiore a tutti gli individui
della nazione presi assieme. Esso non può possedere in se stesso,
nè può assumere al proprio servizio, più di una
parte delle capacità di cui il paese dispone, applicabili a qualsiasi
scopo dato”[192]. Per il filosofo inglese non è
dunque possibile centralizzare la conoscenza, perché - spiega
Mill, con evidente assonanza con quelle che poi saranno le note tesi
hayekiana sulla dispersione della conoscenza, - ci sono “molte
persone ugualmente qualificate al lavoro di quelle impiegate dal governo
[...], nelle cui mani, nei casi più comuni, un sistema di azione
individuale tende naturalmente ad affidare il lavoro, giacche esse sono
ca |