Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig von Mises
Albertina Oliverio
Premessa
E' sempre di estrema attualità il dibattito relativo all’individuazione
dei tratti distintivi di politiche economico-sociali di centro-sinistra
e di centro-destra. Ma in che cosa differiscono veramente le politiche
e i provvedimenti di quelli che definiamo governi di sinistra e di destra?
Il nostro scopo qui non è quello di rispondere in prima persona
a questa domanda, bensì quello di stimolare delle possibili riflessioni
in merito esponendo alcune delle considerazioni del celebre economista
austriaco Ludwig von Mises sul ruolo e i limiti dello statalismo nella
vita sociale ed economica di un paese, cosa che faremo cercando di rimanere
il più fedeli possibile al suo pensiero originario.
Le idee di Mises sono infatti ancora oggi di grande attualità.
E se per certi aspetti possono forse apparire in parte datate, anche alla
luce dell'evoluzione del pensiero sociologico ed economico, va comunque
tenuto conto del fatto che dati i tempi in cui egli scrisse gran parte
delle sue opere più importanti, ossia ormai molti decenni fa nell'ambito
della ‘Scuola austriaca di economia’, le sue teorie erano
cariche di spirito innovativo e talvolta addirittura rivoluzionario.
Secondo quanto emerge complessivamente dal pensiero di Mises, laddove
si tende ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione
e l’economia di mercato a favore di un apparato statale centralizzato
e pianificato, diviene superfluo distinguere tra politiche economico-sociali
di destra e di sinistra. Mises ritiene infatti che l’unica distinzione
possibile sia quella tra sistemi che si fondano o meno sull’economia
di mercato, ossia tra liberalismo economico, politico e sociale da una
parte e centralizzazione statale dall’altra. E’ dunque rispetto
a queste tematiche che il suo pensiero fornisce ancora oggi dei preziosi
spunti di riflessione.
Se Ludwig von Mises avesse potuto assistere a quegli eventi susseguitisi
a partire dal 1989 che hanno segnato la fine di decenni di statalismo
di stampo sovietico, avrebbe constatato il successo di gran parte delle
sue analisi e previsioni relative alle conseguenze catastrofiche e antidemocratiche
della massiccia ingerenza statale nella vita politica, sociale ed economica
di un paese: ciò infatti egli lo aveva già previsto sin
dai lontani anni Venti del secolo scorso con i suoi studi sul sistema
socio-economico socialista. Mises ha in effetti legato il proprio nome
principalmente alle riflessioni sviluppate nelle classiche analisi del
funzionamento della società socialista e dei motivi che, a suo
giudizio, ne avrebbero prima o poi determinato l'impraticabilità
ed il crollo[1]. Egli sostenne
contemporaneamente che una società fondata su di un sistema economico
di mercato fosse l'unica preferibile ed auspicabile. Dal contenuto delle
pagine ormai celebri di Socialismo pubblicato nel 1922 emergono
delle dure ma lucide critiche nei confronti di ogni forma di pianificazione,
di centralizzazione o di interventismo economico. In esse Mises dimostra
l'impossibilità del calcolo economico nell'ambito di una società
socialista e sviluppa le sue tesi in favore dell'economia di mercato in
quanto unica garanzia dei principi democratici.
Lo stretto intreccio tra analisi economiche e teorie politiche e sociali
che contraddistingue il pensiero dell’economista austriaco si rispecchia
nell'elaborazione di una teoria dell'azione umana che risponde pienamente
ai criteri dell’individualismo metodologico[2]. Rifacendosi a questo approccio metodologico di analisi che è
stato adottato anche dagli altri esponenti della Scuola austriaca a partire
dal suo fondatore Carl Menger, Mises ha infatti considerato l'azione dell'individuo
come l'elemento primo da cui muovere per comprendere ed analizzare tutte
quelle entità ed istituzioni collettive (in primo luogo il mercato)
che dagli esponenti del collettivismo metodologico sono invece spesso
‘reificate’ e considerate degli insiemi dotati di caratteristiche
autonome che prescindono dalle singole azioni degli individui che li compongono.
Ecco come si esprime a tale proposito Mises: «Anzitutto dobbiamo
convenire che tutte le azioni sono compiute dagli individui. Una collettività
funziona sempre per l’intermediazione di uno o parecchi individui
le cui azioni sono relate alla collettività come a una fonte secondaria.
E’ il significato che gli individui agenti e tutti coloro che sono
toccati dalla loro azione attribuiscono a un’azione che ne determina
il carattere. (…) La realtà di un tutto sociale consiste
delle azioni degli individui che lo compongono»[3]. Questi concetti sintetizzano i cardini dell’individualismo
metodologico misesiano per cui l’azione intenzionale è il
punto di partenza da cui deve muovere lo scienziato sociale nelle sue
ricerche in quanto è «l’unica cosa di cui possiamo
avere conoscenza diretta»[4].
I veri ‘sovrani’ del mercato sono i consumatori
Il nucleo del lavoro d Ludwig von Mises consiste nel confrontare il sistema
capitalista e quello socialista-pianificato al fine di analizzarne le
differenze organizzative e funzionali e cercando di mettere in evidenza
quei fattori che a suo giudizio impedirebbero ad un’economia di
stampo socialista di svilupparsi efficacemente e razionalmente[5].
Lo studioso austriaco ritiene infatti che in assenza di proprietà
privata dei mezzi di produzione non possa esistere alcuna economia razionale.
Un’economia pianificata e centralizzata, nell'ambito della quale
non è ammessa la proprietà privata dei mezzi di produzione
(in quanto ritenuta prerogativa della società nella sua totalità),
si caratterizzerebbe quindi agli occhi di Mises per un disinteresse generale
nei confronti del profitto che scaturisce dall'attività lavorativa,
non sussistendo in tale sistema economico quel gioco concorrenziale caratteristico
dell'economia di mercato che premia gli individui più efficienti
e più preparati nel rispondere alle domande dei consumatori attraverso
l’offerta dei prodotti più richiesti.
Movendo da tali premesse Mises spiega come in un sistema capitalistico
classico, dove prezzi e salari non sono stabiliti una volta per tutte
dallo Stato ma al contrario variano a seconda delle leggi concorrenziali
del mercato, coloro che dirigono la produzione non sono gli imprenditori
bensì i consumatori. Sarebbero infatti questi ultimi i veri ‘sovrani’
del mercato che in base ai propri desideri scelgono tra vari prodotti
simili uno al posto degli altri, premiando in tal modo la merce di un
imprenditore o quella di un altro.
Nelle loro scelte gli individui sono vincolati dalla minore o maggiore
soddisfazione che un bene è in grado di procurare loro e, sempre
secondo Mises, essi tendono sempre alla ricerca di quel bene in grado
di garantire il più alto livello possibile di soddisfazione[6]. E’ quindi sulla base dei desideri e delle necessità
più urgenti che secondo Mises i consumatori determinano ciò
che dovrebbe essere prodotto e le relative quantità e qualità:
ciò comporta che tra i produttori si instauri un meccanismo concorrenziale
che spinge ognuno di loro alla ricerca della soluzione meno costosa e
più efficiente per la realizzazione del prodotto migliore, ossia
di quella merce che maggiormente risponde alle qualità richieste
dai consumatori. L’economista austriaco sottolinea inoltre come
tale meccanismo fondato sul calcolo dei profitti e delle perdite influisca
addirittura sulla personalità dell'imprenditore che può
a volte apparire ‘insensibile’ a chi non è direttamente
addentro a questo gioco concorrenziale. Tuttavia, egli reputa che queste
siano caratteristiche quasi necessarie per colui che non vuole essere
escluso dal processo produttivo non potendo far null'altro, per voltare
a proprio favore le leggi del mercato, che rendersi più competitivo.
In netta opposizione a qualsiasi impostazione di stampo marxista, nelle
pagine di Socialismo si legge inoltre che i consumatori in base
alle loro preferenze non si limitano a decidere quali e quanti beni debbano
essere prodotti ed a quale prezzo (ossia quello a cui sono disposti ad
acquistarli), ma riescono anche a determinare i prezzi dei fattori della
produzione e di conseguenza i salari di tutti coloro che prendono parte
al processo produttivo. La posta in gioco è quindi molto elevata
perché se l'imprenditore non riesce a soddisfare le richieste dei
suoi acquirenti questi si limiteranno a comprare lo stesso prodotto da
qualcun altro che riesca ad interpretare con maggiore successo tali richieste
(cosa che a livello aggregato comporta delle ricadute su tutti i partecipanti
all’intero sistema produttivo). Insomma chi produce, chiarisce Mises,
deve obbedire incondizionatamente agli ordini dei consumatori,
ed è dalla tensione concorrenziale che scaturisce un processo selettivo
in continuo mutamento a seconda delle variazioni che registrano la domanda
e l'offerta[7].
«La superiorità del sistema capitalistico consiste nel fatto
che esso è l’unico sistema di cooperazione sociale e divisione
del lavoro che rende possibile l’applicazione di un metodo di calcolo
e stima economica nella programmazione di nuovi progetti e nella valutazione
del grado di efficienza di impianti industriali, aziende agricole e officine
già funzionanti»[8].
Mises fa a tale proposito notare come in un'economia di mercato siano
presenti una serie di fattori fondamentali che contribuiscono al calcolo
economico. Innanzi tutto per determinare il valore di scambio di un dato
bene sul mercato si devono considerare le valutazioni soggettive di tutti
i consumatori. Inoltre è proprio in base a tali valutazioni sui
beni ed ai corrispettivi prezzi che si formano sul mercato, secondo la
classica legge della domanda, che il produttore riesce a calcolare il
livello di economicità con il quale lavora, quell'indice che possa
mostrargli se dall'impiego dei suoi mezzi di produzione riesce a trarre
un profitto maggiore di quello ottenuto da altri imprenditori concorrenti.
In sostanza, come si è detto, secondo l'economista austriaco i
prezzi di mercato alla base del calcolo economico, non rispecchiano altro
che le preferenze dei singoli consumatori e come conseguenza i prezzi
dei beni di consumo si riflettono direttamente sui prezzi dei fattori
della produzione consentendo quindi tale calcolo. Questo permette quindi
di adattare la produzione dei beni alle domande dei consumatori, cosa
che invece non avviene in un'economia pianificata in cui si adotta un
piano unico di produzione e distribuzione e dove, non essendo i prezzi
stabiliti sul mercato in base alla legge della domanda e dell'offerta,
ma essendo fissati e mantenuti stabili dall'autorità centrale pianificatrice,
non è possibile alcun calcolo economico e quindi non si realizza
un sistema economico pienamente razionale e democratico (ossia articolato
sulla base delle preferenze dei consumatori e non degli imprenditori o
di un’autorità pianificatrice). Secondo il ragionamento sviluppato
da Mises ne consegue infatti che nell’ambito di un’economia
pianificata e centralizzata in cui manca il libero mercato e la proprietà
privata dei mezzi produttivi, sia il sistema economico che quello sociale
sono completamente irrazionali in quanto sfuggono alle dinamiche fondamentali
del calcolo economico e della continua interazione tra produttori e consumatori[9]: «l’impraticabilità di tutte le forme di socialismo
e di pianificazione centralizzata risiede nell’impossibilità
di qualsiasi tipo di calcolo economico in una situazione in cui non c’è
proprietà privata dei mezzi di produzione e nella quale, conseguentemente,
non ci sono prezzi di mercato per questi fattori»[10].
Va brevemente ricordato che un ulteriore tema che Mises ritiene strettamente
collegato a quello del socialismo e dello statalismo e a cui dedica il
volume Burocrazia che ha avuto un notevole impatto sul pensiero
neoliberista statunitense, è il problema di quella burocratizzazione
che incessantemente si estende anche nella direzione di quelli che, a
suo giudizio, dovrebbero essere settori immuni da un tale tipo di intrusione.
Ritenendo che la burocratizzazione della società sia intrinseca
al socialismo, egli spiega come in sostanza una gestione burocratica degli
affari sia tenuta ad osservare delle norme che sono fissate dall'autorità
di un organo superiore, e come di conseguenza il burocrate altro non debba
fare se non obbedire ciecamente agli ordini che provengono dall'alto,
senza che vi sia spazio per quella discrezionalità e responsabilizzazione
individuale che secondo Mises rappresentano al contrario dei fattori insostituibili
di un sistema gestionale.
Al contrario, con una gestione di mercato si punta alla realizzazione
di un profitto e quindi la responsabilità può essere suddivisa
tra più individui. Ma perché in un sistema economico di
mercato le decisioni dei singoli non hanno bisogno di essere limitate?
La spiegazione è sempre riconducibile al discorso sul calcolo economico.
Avviene infatti che nel sistema capitalistico quello che si cerca di raggiungere
è la realizzazione di un profitto e il successo o il fallimento
di questo obiettivo possono essere constatati per mezzo dei dati che emergono
dalla contabilità di ogni azienda[11].
Ecco dunque che è possibile individuare il settore di provenienza
di una determinata perdita e quindi l'errore o l'inefficienza di quel
settore specifico. La conseguenza è immediata: tutte le parti che
godono di un certo livello di responsabilità cercheranno di contribuire
al profitto dell'impresa, sapendo che il successo o meno del settore in
cui essi lavorano sarà imputato direttamente a loro. Al contrario,
a giudizio di Mises in un sistema burocratico dove gli individui sono
deresponsabilizzati non scatta questo meccanismo di controllo spontaneo
che è una diretta conseguenza del calcolo economico e dunque in
esso spesso prevale l'inefficienza e il disinteresse per l'attività
lavorativa. Malgrado la forte critica alla burocratizzazione incessante
della società, Mises non nega che ci siano dei settori dell'attività
umana in cui è necessario attuare delle forme di gestione burocratica
come nel caso di una centrale di polizia in cui non avrebbe alcun senso
adottare un sistema di gestione orientato al profitto come si fa invece
per un'azienda, in quanto i risultati di una centrale di polizia, sebbene
apprezzabilissimi, non hanno prezzo sul mercato e perciò non è
possibile valutare i risultati raggiunti da questo tipo di ‘imprese’
sulla base della spesa totale sostenuta per ottenerli.
Economia di mercato e democrazia
Mises individua un ‘nesso inscindibile’ tra economia di mercato
e democrazia, tra libero mercato e politica liberale[12]. L’abolizione del libero mercato implicherebbe
infatti a suo giudizio da un lato povertà e mancanza di benessere
e dall’altro mancanza di libertà politiche e schiavitù[13]. Ecco come egli si esprime:
«Non appena la libertà economica che l’economia di
mercato concede ai suoi membri è rimossa, tutte le libertà
politiche e le carte dei diritti diventano inganno. Habeas corpus
e processi di fronte al magistrato sono una vergogna se, sotto il pretesto
dell’opportunità economica, l’autorità ha il
potere di relegare ogni cittadino indesiderato sull’Artico o in
un deserto e di assoggettarlo ai “lavori forzati” a vita.
La libertà di stampa è un puro inganno se l’autorità
controlla tutti gli uffici-stampa e le cartiere. E così sono tutti
gli altri diritti dell’uomo»[14]. In sostanza, nell'ottica di Mises, in un sistema
politico-economico pianificato, centralizzato e fondato sulla proprietà
statale dei mezzi produttivi non ci può essere democrazia: sia
il benessere che la libertà non possono esistere laddove un’economia
abbia abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Il liberale, spiega Mises, è a favore della libertà per
ragioni economiche: l’argomento che egli accetta infatti a sostegno
dell’abolizione della schiavitù è quello secondo cui
chi non è libero non avrebbe alcun interesse e incentivo ad impegnarsi
pienamente nel suo lavoro e la sua attività lavorativa sarebbe
fondamentalmente rivolta a produrre solo quel minimo necessario che è
essenziale per evitare delle sanzioni. Al contrario, un lavoratore libero
sa che più il suo lavoro è efficiente più sarà
pagato, e dunque si impegna al massimo affinché il suo salario
possa aumentare. Sarebbe insomma la consapevolezza di poter guadagnare
di più a distinguere l'efficienza di un normale lavoratore da quella
di uno schiavo: la libertà sarebbe perciò strettamente legata,
in questa interpretazione, al raggiungimento di una maggiore produttività
economica. Si capisce così perché Mises ritenga che gli
attacchi che i liberali rivolgono alle forme di schiavitù non siano
fondati su motivazioni etiche, ma siano al contrario legati ad una valutazione
critica dei risultati globali di un sistema basato sulla schiavitù
che non farebbe altro che danneggiare gli interessi di tutti i membri
della società, inclusi i produttori.
Quello basato sulla concorrenza di mercato è dunque, agli occhi
di Mises, il solo sistema economico che meglio risponde ai canoni democratici
proprio perché il controllo dell'attività economica non
dipende da un'unica istituzione centrale, bensì è esercitato
dall'insieme della popolazione, dal ‘popolo consumatore’.
A questo proposito Mises delinea una metafora in cui immagina i capitalisti
e i consumatori a bordo di una stessa nave (il mercato): i primi sono
al timone della nave e tuttavia, pur potendola governare, non possono
però fissarne liberamente la rotta. Infatti, in quanto semplici
timonieri, devono obbedire ai comandi del loro capitano che in questo
caso è il consumatore. La diretta conseguenza della piena sovranità
del consumatore sul mercato è perciò il continuo sforzo
dell'imprenditore teso a realizzare il prodotto migliore e ad ottenere
il massimo rendimento. Solo a queste condizioni si può così
realizzare un calcolo dei costi e dei benefici di una qualsiasi attività
economica: la stima del costo di un dato fattore della produzione e del
relativo ricavo che si può ottenere con la vendita del prodotto
finito, orienta l'imprenditore verso la produzione più vantaggiosa,
quella da cui deriva il guadagno maggiore.
Volendo riassumere ancora una volta quanto detto, secondo l'economista
austriaco i prezzi di mercato alla base del calcolo economico non rispecchiano
altro che le preferenze dei singoli consumatori e come conseguenza i prezzi
dei beni di consumo si riflettono direttamente sui prezzi dei fattori
della produzione rendendo possibile il calcolo economico. Questo permette
quindi di adattare la produzione dei beni alle domande dei consumatori,
cosa che invece non avviene secondo Mises nell’ambito di un'economia
pianificata in cui si adotti un piano unico di produzione e distribuzione
e in cui, non essendo i prezzi stabiliti sul mercato in base alla legge
della domanda e dell'offerta, ma essendo fissati e mantenuti stabili dall'autorità
centrale pianificatrice, non è possibile alcun calcolo economico
e non può realizzarsi pertanto un sistema socio-economico pienamente
democratico.
Come ebbe a far notare anche il discepolo di Mises Friedrich A. von Hayek,
«chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini»[15].
Dunque, secondo la logica degli austriaci mentre in un sistema in cui
vi sia una centralizzazione dei mezzi produttivi sia i mezzi che i fini
dell'attività produttiva sono concentrati nelle mani delle autorità,
in una società capitalista i fini sono invece espressamente decisi
dai consumatori, veri sovrani. Ecco perché Mises afferma che è
solo in quest'ultimo tipo di società che si concretizza una piena
“democrazia dei consumatori”.
Mises fonda la dimostrazione dell’esistenza di un legame inscindibile
tra mercato e democrazia in quello che egli reputa l’errore fondamentale
della teoria socialista, ossia la gestione statale delle imprese. Per
chiarire questo passaggio, egli fa un passo indietro e ricorda come in
base alla dottrina del socialismo ‘classico’ non ci possa
essere democrazia sino a quando ogni individuo è costretto a sottostare
alla dittatura dei proprietari dei mezzi di produzione, ossia sino a quando
il popolo dei consumatori e dei lavoratori non assume il controllo dell'economia
ponendo fine all'assolutismo dei capitalisti. Tuttavia secondo Mises questa
è una visione insostenibile ed errata: egli ritiene infatti che
così come «la democrazia è quella forma di costituzione
politica che rende possibile l’adattamento del governo al volere
dei governati senza lotte violente»[16],
anche il mercato è regolato dallo stesso meccanismo in quanto la
libera concorrenza induce un pacifico ricambio tra i produttori. E pertanto
in un'economia di mercato non esiste alcuna dittatura dei capitalisti
sui lavoratori, al contrario «la società capitalistica è
una democrazia in cui ogni spicciolo rappresenta una scheda per votare
(...) una democrazia i cui rappresentanti hanno un mandato perentorio
e immediatamente revocabile»[17].
Lo stesso non si può dire invece per un sistema socialista in cui
secondo l’economista austriaco non esiste alcuna ‘democrazia
economica’, bensì solo una grave e continua violazione della
volontà e dei desideri degli individui. Questa, sempre secondo
Mises, è la logica conseguenza di un sistema pianificato diretto
dallo Stato che non offre ai consumatori i prodotti che essi desiderano,
bensì fornisce loro quello che i governi pensano che essi
vogliano.
Le posizioni di Mises implicano inoltre il fatto che il mercato e la
sua logica interna godano di una sorta di superiorità ‘etica’
sugli altri sistemi economici: egli ci tiene a sottolineare come a suo
giudizio l’economia di mercato non ammetta favoritismi, protezioni
politiche e posizioni privilegiate. Sarebbe solo domandando e spendendo
nell'acquisto dei beni desiderati che i consumatori sceglierebbero quotidianamente
quale produttore si arricchirà, continuando ad essere presente
sul mercato, e quale invece perdendo la competitività sarà
costretto ad abbandonare la sua attività.
Mises va oltre in questo suo quadro della ‘democrazia economica’
sino a sostenere che il capitalista non possa esercitare arbitrariamente
alcun potere sui lavoratori in quanto egli deve semplicemente limitarsi
a sovrintendere alla produzione in base alle richieste dei consumatori:
secondo il ragionamento di Mises, gli uomini, ad esempio, non berrebbero
alcol perché esistono le fabbriche di birra, bensì esisterebbero
le fabbriche di birra in quanto vi è una richiesta di bevande alcoliche;
e con ironia sottolinea che quei capitalisti che investono nelle fabbriche
di birra, investirebbero azioni in case editrici dedite alla pubblicazione
di libri di pietà, se sul mercato ci fosse una maggiore domanda
di «sostegno spirituale e non di "spirito"».
In sostanza secondo Mises, nell’ambito dell’economia di mercato
non vi sarebbe alcuna necessità di prevedere dei mezzi particolari
per esercitare un controllo sul comportamento del produttore: addirittura
nemmeno quando si tratta dei suoi rapporti con gli operai in quanto se
i risultati dei suoi comportamenti avessero delle conseguenze negative
sui meccanismi e le dinamiche della produzione, egli sarebbe inevitabilmente
emarginato dalle stesse leggi del mercato. Il controllo che viene esercitato
dal mercato, ossia dai consumatori, sarebbe infatti secondo Mises molto
più rigido e severo di quanto potrebbe esserlo quello di qualsiasi
governo o apparato statale.
Liberalismo vuol dire anarchia?
Capita spesso e volentieri che i liberali siano considerati sia da destra
che da sinistra come acerrimi nemici dello Stato desiderosi del suo totale
annientamento. Tuttavia su questo punto Mises è in disaccordo.
«Se uno ritiene che non sia opportuno affidare allo Stato il compito
di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è un “nemico
dello Stato”. Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare
nemico dell’acido solforico perché ritiene che, per quanto
esso possa essere utile per svariati scopi, non è certamente adatto
ad essere bevuto o usato per lavarsi le mani»[18].
Mises ci tiene a precisare che il liberalismo non coincide affatto con
l'anarchia nel senso che, al contrario di quanto avviene in una situazione
di anarchia, nell’ambito di un sistema liberale la presenza di un
apparato statale è ritenuta necessaria. Egli ritiene infatti che
lo Stato abbia il compito di assolvere alle funzioni coercitive, ossia
di garantire la protezione di quelli che abbiamo visto essere i fondamenti
della politica liberale, la proprietà privata e la libertà
a cui Mises aggiunge la pace.
La pace è per Mises «la teoria sociale del liberalismo»[19] la cui importanza è ancora
una volta ai suoi occhi legata al mercato. A tale proposito egli precisa
che bisogna distinguere tra coloro che scongiurano la guerra in quanto
portatrice di morte e di sofferenze, e coloro che al contrario sono dei
sostenitori della guerra in quanto ritengono che sia solo attraverso di
essa che l’umanità possa compiere grandi progressi. E se
le posizioni umanitarie dei primi non gli sembrano abbastanza convincenti
per confutare le teorie di tutti coloro che pensano che se si abolissero
le guerre l'umanità decadrebbe nella pigrizia e nella stagnazione,
anche quelle dei secondi non lo trovano d’accordo. Egli articola
così una critica ai sostenitori della guerra su basi diverse da
quelle umanitarie. Mises ritiene che la pace possa essere considerata
la ‘madre di tutte le cose’ e che la cooperazione sociale,
di fondamentale importanza per il progresso umano, sia irrealizzabile
in un periodo di ostilità. Ne deriva così che il carattere
positivo della pace, proprio se letto in chiave economica, dovrebbe apparire
evidente addirittura agli ipotetici vincitori delle guerre perché
potrebbero imparare che la pace è la migliore condizione possibile
per tutti. Mises fa ad esempio notare come gli aspetti benefici della
divisione del lavoro sarebbero chiaramente messi in discussione da un
conflitto. Gli individui in società non possono vivere indipendentemente
l’uno dall’altro in quanto ognuno ha bisogno del sostegno
reciproco. «Agricoltori autosufficienti che nella loro fattoria
producono tutto il necessario per il fabbisogno personale e della loro
famiglia, possono anche combattersi tra di loro. Ma se un villaggio si
divide in due fazioni, e il fabbro e il calzolaio si schierano su fronti
contrapposti, a una fazione verranno a mancare le scarpe e all’altra
gli attrezzi e le armi»[20]. La guerra distrugge dunque la divisione del lavoro e i benefici
che essa comporta sono possibili solo in un paese in cui la pace sia assicurata,
se manca questo fondamentale prerequisito «la divisione del lavoro
non supera i confini del villaggio, e forse nemmeno quelli del singolo
nucleo familiare»[21].
Lo stesso ragionamento vale al livello mondiale. La pace favorisce, secondo
Mises, il progresso e gli scambi internazionali. Lo sviluppo di una complessa
rete di relazioni economiche internazionali è agli occhi di Mises
un prodotto del liberalismo e del capitalismo del diciannovesimo secolo.
Ecco un esempio che egli fa al proposito: in Inghilterra «il tè
per la colazione proviene dal Giappone o da Ceylon, il caffè dal
Brasile o da Giava, lo zucchero dalle Indie Occidentali, la carne dall'Australia
o dall'Argentina, il vino dalla Spagna o dalla Francia; la lana arriva
dall’Australia, il cotone dall'America o dall'Egitto, il cuoio dall'India
o dalla Russia, e così via»[22]. Una guerra tra questi paesi
non farebbe che danneggiare l’interesse e i vantaggi degli scambi
reciproci. Mises nota inoltre che merci e beni inglesi vengono esportati
in tutto il mondo e questo è possibile solo grazie al trionfo dei
principi liberali ed alla consapevolezza che una guerra non farebbe che
nuocere a tanto sviluppo.
Per motivi di utilità e per il mantenimento della pace va anche
difesa, agli occhi di Mises, l’uguaglianza di fronte alla legge
di tutti gli uomini[23]:
«è quasi impossibile mantenere una pace duratura in una società
nella quale siano differenti i diritti e i doveri dei vari ceti. Chi delegittima
una parte della popolazione deve sempre aspettarsi che i delegittimati
si coalizzino contro i privilegiati. I privilegi di ceto devono scomparire,
se si vuole che cessino le lotte per accaparrarseli»[24].
Strettamente collegata al discorso sull'uguaglianza è poi la risposta
che Mises fornisce ai socialisti quando obiettano che l'uguaglianza degli
individui davanti alla legge non significa nulla se prima non si aboliscono
le differenze di ricchezza e di reddito. Egli reputa al contrario che
la disuguaglianza dei redditi sia necessaria per il funzionamento dell’economia
di mercato: «solo perché nel nostro ordinamento sociale la
proprietà non è eguale per tutti, e solo perché questa
ineguaglianza è un incentivo per ciascuno a produrre il massimo
possibile al minimo costo, l’umanità si trova a disporre
oggi della somma di ricchezza annua che può consumare»[25].
Anche se in apparente contraddizione con il suo approccio anti-interventista,
lo Stato inteso come apparato sociale coercitivo teso a garantire alcune
prerogative essenziali della società liberale non interferisce
dunque, secondo Mises, con il mercato, al contrario «esso impiega
il suo potere coercitivo solo per prevenire azioni distruttive e preservare
il funzionamento regolare dell’economia di mercato. Protegge la
vita, la salute e la proprietà dell’individuo contro l’aggressione
violenta o fraudolenta dei malviventi interni e dei nemici esterni. Così
lo Stato crea e preserva l’ambiente in cui l’economia di mercato
può funzionare con sicurezza»[26]. Per garantire il mantenimento della pace sociale
e dell’uguaglianza dei diritti il liberalismo ha bisogno dello Stato,
e questo ricorso all'apparato statale smentisce secondo l’economista
austriaco le teorie di tutti coloro che inquadrano il sistema liberale
nei canoni dell'anarchia. In realtà, per il liberale lo Stato è
«una necessità imprescindibile»[27].
Le basi economiche della società aperta
In sostanza è in questo nesso inscindibile tra economia di mercato
e Stato democratico che Mises individua i fondamenti della società
aperta, quella società che ha in sé delle istituzioni
che ammettono e promuovono la critica degli individui in modo da perseguire
un continuo miglioramento ed ottenere un controllo dal basso sul funzionamento
istituzionale. Lo Stato liberale è quindi per Mises l'unica forma
possibile di democrazia. Sono inutili le distinzioni tra destra e sinistra
in quanto è solo nel liberalismo che si realizzano pienamente alcuni
requisiti fondamentali dell'organizzazione politica democratica, dello
Stato di diritto, quali la pace e la libertà; requisiti che hanno
sempre, secondo Mises, un fondamento economico. Laddove l’economia
di mercato non può svilupparsi, non ci sono nemmeno le condizioni
per la democrazia. L’assenza di economia di mercato accomunerebbe
quindi nell’ottica di Mises i regimi totalitari antidemocratici
del passato, siano essi stati fascisti, nazisti o comunisti, che hanno
abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione. Agli occhi
dell’economista austriaco, questi regimi, abolendo il mercato, avrebbero
abolito anche lo Stato di diritto, ossia le libertà politiche,
la pace e l’uguaglianza.
Mises fa inoltre presente come tutti i totalitarismi e le dottrine antidemocratiche
siano accomunate dalla teoria della violenza. «La dottrina antidemocratica
sostiene il diritto di una minoranza a dominare lo Stato e la maggioranza.
La legittimazione etica di questo diritto starebbe nella capacità
di conquistare effettivamente il potere. I migliori, gli unici chiamati
a governare e a comandare, si riconoscerebbero appunto dalla loro capacità
di erigersi a dominatori della maggioranza contro la sua stessa volontà.
Su questo punto convergono perfettamente, fino a coincidere, la dottrina
dell’Action française e quella dei sindacalisti, la dottrina
di Ludendorff e di Hitler e quella di Lenin e di Trotzkij»[28]. Egli sottolinea inoltre che
«anche il democratico ritiene che debbano essere i migliori a governare.
Però egli crede che il miglior modo per un individuo o per un gruppo
di dimostrare la propria attitudine a governare sia quello di convincere
i propri concittadini di essere capaci di ricoprire quell’incarico,
cosicché siano i cittadini stessi ad affidare loro la cura degli
affari politici e non loro a costringere con la violenza gli altri cittadini
ad accettare le proprie pretese»[29].
Dunque gli antidemocratici sarebbero tutti accomunati dalla negazione
del mercato e dello Stato di diritto[30].
Il fatto che fascismo, nazismo e comunismo siano tutti posti da Mises
indistintamente sullo stesso piano emerge ancora una volta da queste sue
riflessioni: «Il programma dei fascisti, come delineato nel 1919,
era violentemente anti-capitalistico. I più radicali sostenitori
del New Deal ed anche i comunisti sarebbero d’accordo con
esso. Quando i fascisti giunsero al potere, essi avevano dimenticato quei
punti del loro programma che si riferivano alla libertà di pensiero
e di stampa e al diritto di associazione. Sotto questo aspetto essi furono
discepoli scrupolosi di Bukharin e di Lenin. (…) La politica economica
fascista non si diversificò – agli inizi – da quella
di tutte le altre nazioni occidentali. Fu una politica di interventismo.
Col trascorrere degli anni, essa si avvicinò, sempre più
al modello nazista di socialismo. (…) La principale differenza stava
nel fatto che i fascisti erano meno efficienti e ancor più corrotti
dei nazisti»[31].
Come si è visto, per garantire il liberalismo economico e politico
Mises chiama dunque in causa lo Stato che dovrebbe reprimere i comportamenti
dei nemici della libertà che potrebbero mettere in pericolo l’ordinamento
sociale. Il liberalismo, prosegue Mises, è pertanto intollerante
solo con gli intolleranti. Non esistono altri nemici o capri espiatori
(gli ebrei, i dissidenti politici, gli intellettuali, ecc.) al di là
degli intolleranti: «Il liberalismo proclama la tolleranza verso
qualsiasi fede e qualsiasi visione del mondo (…). Chiede tolleranza
anche per le dottrine palesemente assurde, per folli eresie e puerili
superstizioni (…) – e, prosegue Mises, ciò –
non è per riguardo al contenuto delle dottrine da tollerare, ma
perché sa che soltanto la tolleranza può creare e mantenere
la pace sociale, senza la quale l’umanità ricadrebbe nei
secoli bui dell’inciviltà e della miseria»[32].
Riassumendo è chiaro che secondo Mises lo Stato liberale è
l’unica forma possibile di democrazia. Questo perché è
solo nel liberalismo che trovano piena realizzazione alcuni requisiti
fondamentali dell’organizzazione politica democratica quali la pace
e la libertà, e come è già stato detto, secondo l’economista
austriaco, questi requisiti acquistano valore in funzione dell’interpretazione
in termini economici che gli viene attribuita. Seguendo questo ragionamento,
il liberalismo non ha bisogno di ricorrere ad espedienti quali la guerra
civile, la rivoluzione o l’insurrezione per far coincidere la volontà
dei governati con quella dei governanti. Sono proprio questi i metodi
che il liberalismo vuole evitare in quanto con il ricorso a tali strumenti
non potrebbero esservi progressi economici nel senso di aumenti di produttività.
La pace che garantisce il mantenimento della divisione del lavoro può
essere assicurata solo da quel sistema democratico in cui non c’è
alcuna eventualità che si verifichino delle guerre civili. Infatti,
nota Mises, «se in uno Stato democratico il governo non è
più condotto come la maggioranza dei cittadini vorrebbe, non c'è
bisogno di una guerra civile per porre al potere coloro che vogliono lavorare
in accordo con la volontà della maggioranza»[33] perché in un sistema
democratico vige la regola delle libere elezioni e degli accordi parlamentari
che rendono possibili dei cambiamenti senza violenze o frizioni. La
democrazia è quella forma di costituzione politica che rende possibile
l'adattamento del governo ai desideri dei governanti senza lotte violente[34]. E questi sono appunto i requisiti fondamentali
dello Stato di diritto.
In conclusione, sebbene come è noto la concezione essenzialmente
‘economica’ di valori, principi etici e fondamenti dello Stato
di diritto che caratterizza il pensiero di Mises abbia sollevato numerose
critiche, ciò non intacca però l'originalità e l’importanza
delle sue teorie in cui sono stati affrontati i rapporti tra società
ed economia. Ciò che ha infatti caratterizzato con spirito profondamente
innovativo e con grande capacità predittiva il pensiero di Mises
è stata la formulazione di una elaborata critica della pianificazione
economica di quei sistemi politici che si sono tradotti nel cosiddetto
‘socialismo reale’ o in regimi totalitari e che lo hanno portato,
in tempi non sospetti, a prevedere il futuro crollo dei paesi ad economia
pianificata. Riprendendo le teorie di quanti, come Bernard de Mandeville
e Adam Smith, hanno sostenuto che la vita associata si sviluppa anche
in mancanza di un intervento statale, egli si è dimostrato un profondo
anti-interventista come fu poi il suo allievo Friedrich A. von Hayek.
Sfortunatamente tutte le teorie che postulavano la nascita e l’edificazione
di una società socialista, o comunista, sono state lo strumento
e l’alibi utilizzato da una ristretta élite politica al potere
che, in nome dell’uguaglianza sociale e della parità economica
tra i membri della comunità, si è consolidata e si è
impossessata delle posizioni al vertice della piramide sociale dimenticandosi
volutamente il resto del paese nella miseria, negando ogni libertà
agli individui e lasciandogli solamente il ‘diritto di obbedire’.
Mises tutto questo lo aveva predetto già nei lontani anni Venti
del secolo scorso pur essendo consapevole del fatto che «chi difende
la proprietà privata dei mezzi di produzione però non sostiene
affatto automaticamente che l’ordinamento sociale capitalistico
che si basa su di essa sia perfetto. La perfezione non è di questo
mondo. Anche dell’ordinamento sociale capitalistico a ciascuno di
noi può non piacere questa o quella cosa, molto o addirittura tutto»[35]. Ma per Mises questo era l’unico
ordinamento sociale possibile in grado di garantire la massima libertà
individuale.
Collana diretta da Dario Antiseri
1. Robert Sirico - Dario Antiseri, Il principio di sussidiarietà:
la difesa della persona umana, a cura di Flavio Felice, 2003.
2. Flavio Felice, L’economia d’impresa come economia civile,
2003.
3. Enzo di Nuoscio, Epistemologia e libertà. Saggio sulla filosofia
di John Stuart Mill, 2003.
4. Sergio Noto, Detti e contraddetti messedagliani, 2003.
5. Murray N. Rothbard, Sinistra e Destra : le prospettive della libertà,
2003.
6. Caterina Galluccio, Metodi di scelta negli investimenti etici,
2003.
7. Simona Fallocco, L'uso retorico della nozione di "effetto
perverso": la polemica tra Albert O. Hirschman e Raymond Boudon,
2003.
8. Albertina Oliverio, Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig
von Mises, 2003.
Albertina Oliverio è
docente di Metodologia e Tecnica della Ricerca Sociale all’Università
‘G. D’Annunzio’ di Chieti. E’ inoltre collaboratrice
del Centro di Metodologia delle Scienze Sociali della Luiss Guido Carli
e ha svolto la propria attività di ricerca all'Università
di Parigi IV-Sorbona. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: con A. Bouvier,
Azioni, razionalità e decisioni (Luiss Editore, Roma, 2001);
con R. Boudon e D. Antiseri Teorie della razionalità e scienze
sociali (Luiss Editore, Roma, 2002); Epistémologie de l’action
et théorie de la rationalité (Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli, 2003); Risky Choices and Rationality. The Case of
Hiv/Aids Preventive Behaviours, in: Boudon R., Cherkaoui M., Demeulenaere
P., The European Tradition in Qualitative Research (Sage Publications,
London, 2003).
[1]
Per una presentazione dei tratti principali del pensiero di Ludwig von
Mises si vedano tra gli altri: Aa. Vv., The Marginal Revolution in
Economics, a cura di R.D.C. Black, A.W. Coats, C.D.W. Goodwin, Duke
University Press, Durham, 1973;Aa. Vv., On Freedom and Free Enterprise:
Essays in Honor of Ludwig von Mises, a cura di M. Sennholz, D. van
Nostrand, Princeton, N.J., 1956;Aa. Vv., Method, Process, and Austrian
Economics. Essays in Honour of Ludwig von Mises, a cura di
I. M. Kirzner, D. C. Heath and Company, Lexington, 1982; D. Antiseri,
Metodologia delle scienze sociali e teoria della politica nella scuola
marginalista austriaca, in N. Abbagnano, Storia della filosofia,
vol. IV, t. II, UTET, Torino, 1995; E. Butler, Ludwig von Mises,
Gower Publishing Company, Aldershot, 1988;R. Cubeddu, Il liberalismo
della scuola austriaca: Menger, Mises, Hayek, Morano Editore, Napoli-Milano,
1992; L. Infantino, Metodo e mercato, Rubbettino, Soveria Mannelli,
1998, specificamente il capitolo 3; L. von Mises, Individuo, mercato
e Stato di diritto, a cura di D. Antiseri e M. Baldini, Rubbettino,
Soveria Mannelli, 1998.
[2] Sull’individualismo
metodologico nel pensiero di L. von Mises si veda: L. Infantino, L’ordine
senza piano, Armando, Roma, 1998.
[3] L. von Mises, L’azione
umana, trad. it., Utet, Torino, 1959, cit., p. 40.
[4] L. von Mises, Problemi
epistemologici dell’economia, trad. it., Armando, Roma, 1988,
cit., p. 64.
[5] A tale proposito va ricordato che
il capitalismo è da Mises definito come «quel sistema di cooperazione
sociale e di divisione del lavoro che è basato sulla proprietà
privata dei mezzi di produzione» (L. von Mises, Burocrazia,
trad. it., Rusconi, Milano, 1991, cit., p. 37). A ciò Mises aggiunge
che «la libera impresa costituisce la caratteristica tipica del capitalismo.
Lo scopo di ogni imprenditore – sia industriale che agricoltore –
è di realizzare profitti» (Ibidem).
[6] Considerando l'azione
umana appunto come «un tentativo di sostituire uno stato di cose
più soddisfacente a uno meno soddisfacente» (L. von Mises,
L’azione umana, cit., p. 93), Mises ritiene possibile paragonarla
all'operazione di scambio in cui «una condizione meno desiderabile
è barattata per una più desiderabile» (Ibidem). In
sostanza si rinuncia a qualcosa per qualcos'altro a cui si tiene di più
e diviene così plausibile affermare che ciò di cui si fa
a meno è il prezzo che si paga per ottenere quello che si
desidera di più. In sostanza si tratta di un costo che altro
non è se non il «valore attribuito alla soddisfazione cui
si deve rinunciare per raggiungere il fine al quale si tende» (op.
cit., p. 94). Tuttavia questo accostamento tra azione umana e operazione
di scambio non si ferma qui, perché se da una parte in ogni azione
umana si può individuare un costo, dall'altra si può allo
stesso modo individuare anche un guadagno. Tale guadagno è
la differenza tra il costo sostenuto ed il valore dello scopo raggiunto.
Di conseguenza, il guadagno-profitto ottenuto è puramente soggettivo:
si tratta di un aumento della felicità dell'individuo agente che
non può essere misurato o pesato in modo oggettivo.
[7] La logica concorrenziale del mercato descritta da Mises
implica che tra gli imprenditori si attui una selezione di tipo darwiniano
cosa che, come è stato notato, rende pertanto tale logica molto
simile alla logica della ricerca scientifica intesa in senso popperiano
(su questo punto di vedano: D. Antiseri, Liberi perché fallibili,
Rubbettino, Soveria Mannelli, 1995; M. Baldini, Popper e Benetton,
Armando, Roma, 2003). Si può infatti sostenere che come nella scienza,
anche nel mercato prevale chi ha saputo offrire una ‘merce’
(teoria) che sappia risolvere un problema meglio di tante altre merci
(teorie) sulla base della domanda dei consumatori.
[8] L. von Mises, Burocrazia,
cit., p. 39.
[9] Ma come si articola
allora secondo Mises il processo produttivo nell’ambito della tanto
criticata economia pianificata? Egli immagina centinaia di fabbriche ognuna
delle quali si limiterebbe a produrre beni semilavorati non adatti alla
vendita. Prima di giungere a quest'ultimo stadio, infatti, sarebbero necessari
un'infinità di passaggi intermedi nel corso dei quali i dirigenti
della produzione non potrebbero mai rendersi conto della maggiore o minore
convenienza dei mezzi di produzione adottati in quanto manca un immediato
riscontro sul mercato. Come si potrebbe allora rimediare a questo problema
e giungere a delle valutazioni sulla convenienza dei meccanismi produttivi
in assenza del calcolo economico? L'unica possibilità che si apre
per un'economia collettivista per supplire alla mancanza di calcolo economico
risiederebbe in una stima e valutazione riguardo ai beni richiesti più
urgentemente; ma Mises indica che anche in tal caso ci si troverebbe di
fronte ad uno solo dei due requisiti fondamentali nell'ambito del calcolo
economico: mancherebbe infatti la valutazione dei fattori di produzione.
[10] Op. cit., p. 39.
[11] Va ricordato che
nell'ambito delle sue analisi sui rapporti tra mercato e calcolo economico
Mises attribuisce una considerevole importanza alla contabilità
ed al bilancio di un'impresa. Egli ritiene che questi due elementi giochino
un ruolo fondamentale per l'individuazione di quegli eventuali settori
dell'azienda che non realizzano alcun profitto: infatti, sarebbe proprio
grazie a questi fattori che il produttore si renderebbe conto del rapporto
diretto sussistente tra il deficit della sua azienda ed il mercato, cosicché
l'offerta eccessiva di quelle merci che sul mercato non sono richieste
dai consumatori dovrebbe essere ridotta dal produttore se egli non vuole
che la sua azienda registri delle perdite.
[12] Sul problema del calcolo economico
nell’economia di mercato e del nesso inscindibile con la democrazia
e la libertà individuale si veda: L. Infantino, Ludwig von Mises
e la società aperta, in L’idea di società tra
costruttivisti ed evoluzionisti, Borla, Roma, 1993, pp. 40-45.
[13] Va ricordato che anche secondo
l’economista austriaco Friedrich A. von Hayek, e qui il suo pensiero
coincide in parte con quello del suo maestro Mises, il sistema sociale
gode di un funzionamento più efficiente e soddisfacente se gli
individui che esso racchiude sono liberi. Libero è, per Hayek,
chi non è sottoposto all'altrui volontà, chi non deve obbedire
ai comandi altrui o soddisfarne i progetti in quanto vi è obbligato.
Solo chi può agire sulla base delle proprie conoscenze seguendo
i propri desideri può essere considerato libero.
Secondo Hayek è di importanza centrale la cooperazione che scaturisce
dalla divisione del lavoro. Solo in una società in cui viga la
libertà e in cui dunque siano possibili la divisione del lavoro
e la cooperazione tra gli individui è possibile sfruttare positivamente
la moltitudine di conoscenze che essa racchiude. Grazie a questi requisiti,
nota Hayek, diviene possibile usufruire di «molte più conoscenze
di quante non ne potrebbe contenere la mente del più saggio dei
governanti» (F.A. von Hayek, La società libera, trad.
it., Vallecchi, Firenze, 1969, cit., p. 50).
Ecco quindi l'importanza della libertà, essa «è essenziale
per far posto all'imprevedibile e all'impredicibile; ne abbiamo bisogno
perché (…) da essa nascono le occasioni per raggiungere molti
dei nostri obiettivi» (op. cit., p. 49). In sostanza, secondo Hayek
la libertà risiede nell'ignoranza che ognuno di noi ha circa i
molteplici elementi da cui dipende il concretizzarsi dei nostri fini,
ossia risiede nell’inevitabile fallibilità umana: «se
esistessero uomini onniscienti, se potessimo sapere non solo tutto quanto
tocca la soddisfazione dei nostri desideri di adesso, ma pure i bisogni
e le aspirazioni future, resterebbe poco da dire in favore della libertà»
(op. cit., p. 48).
Hayek riprende la massima socratica secondo cui riconoscere la propria
ignoranza è il principio della saggezza e ritiene così che
non si possa parlare di libertà se prima non si elimina quella
presunzione fatale della ragione di stampo costruttivista che ipotizza
l'esistenza di «un uomo già dotato di un intelletto capace
di immaginare la costruzione della civiltà e di crearla»
(op. cit., p. 42). In realtà, sottolinea Hayek, la civiltà
non è certo il frutto di piani intenzionali degli individui: essa,
così come la gran parte delle istituzioni e dei fenomeni sociali,
è il risultato delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane
intenzionali.
[14] L. von Mises, L’azione
umana, cit., p. 277.
[15] F.A. von Hayek, La via della
schiavitù, trad. it., Rusconi, Milano, 1995, cit., p. 133 e
ss.
[16] L.von Mises, Liberalismo,
trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997, cit., p. 76.
[17] L. von Mises, Socialismo,
trad. it., Rusconi, Milano, 1990, cit., p. 93.
[18] L. von Mises, Liberalismo,
cit., p. 71.
[19] L. von Mises, Socialismo,
cit., p. 92.
[20] L. von Mises, Liberalismo,
cit., p. 56.
[21] Op. cit., p. 57.
[22] Op. cit., p. 58.
[23] Il principio dell’uguaglianza
di fronte alla legge per Mises non può tuttavia fondarsi sulla
convinzione dell’uguaglianza degli uomini in generale in quanto
egli ritiene importante sottolineare che gli uomini sono tutti diversi
e che è questa affermazione a diversificare il pensiero neoliberale
da quello liberale del diciottesimo secolo. Gli esponenti di quest'ultima
corrente di pensiero, sotto l'influenza della legge della natura e delle
idee illuministiche, si battevano affinché tutti potessero ottenere
uguaglianza di diritti politici e civili proprio perché erano convinto
che ci fosse un'uguaglianza di fondo che dovesse accomunare tutti gli
uomini e che le differenze fossero solo artificiali e prodotto delle istituzioni.
In realtà, secondo Mises, ciò non è vero perché
gli uomini per natura sono diversi.
[24] Op. cit., p. 60.
[25] Op. cit., p. 64.
[26] L. von Mises, L’azione
umana, cit., p. 251.
[27] Su questo punto,
simile è anche la posizione di Hayek. Anche Hayek, come Mises,
ammette l'intervento dello Stato in quelli che egli ritiene essere alcuni
settori la cui competenza gestionale non può essere affidata al
sistema di profitto. Egli parla a questo proposito delle funzioni ‘legittime’
di governo e vi si sofferma più di quanto non abbia fatto il suo
maestro Mises. Hayek elenca tra le funzioni proprie di un apparato statale
la difesa del territorio e della proprietà privata sia dagli attacchi
dei nemici esterni che da quelli dei nemici interni, tuttavia egli aggiunge
anche la funzione di imposizione e riscossione fiscale, in modo da poter
assicurare la gestione di quei servizi che non possono essere affidati
alla ‘spietata logica del mercato’. Tra le funzioni che Hayek
relega alla responsabilità statale vi sono anche la prevenzione
delle calamità naturali, delle catastrofi, delle epidemie, e delle
loro conseguenze dissestanti; vi è il dovere di provvedere a tutti
coloro che, per varie ragioni, non possono guadagnarsi da vivere in un'economia
di mercato ma che una società che goda di un determinato livello
di benessere può aiutare: egli si riferisce ai malati, ai vecchi,
ai portatori di handicap fisici e mentali, agli orfani, e così
via; e infine vi è anche spazio per il dovere di assicurare almeno
una soglia minima di reddito individuale a chi per diverse ragioni non
può provvedere a sé stesso. D'altra parte vi sono però
tutta una serie di settori e di funzioni che Hayek sottrae all'ambito
della sfera statale, come ad esempio le poste, la scuola e la televisione.
Potremmo dunque dire che Hayek introduce dei ‘correttivi’
al pensiero rigidamente liberista di Mises, correttivi che riguardano
prevalentemente forme di assistenza e di sostegno degli individui più
deboli o svantaggiati: ma vi sono dei settori che egli esclude da ogni
forma di intervento tra cui quelli che riguardano la cultura e il mondo
dei media, in tal modo differenziandosi dalle posizioni di un altro grande
liberista, il teorico della società aperta Karl Raimund
Popper, che pur concordando con l'anti-interventismo, ammette tuttavia
la necessità di un intervento nel settore televisivo interrompendo
in tal modo il gioco del libero mercato basato sulla legge della domanda
e dell'offerta.
[28] L. von Mises, Liberalismo,
cit., p. 78.
[29] Op. cit., p. 80.
[30] A proposito della negazione
dei principi democratici e delle diverse forme di totalitarismo è
importante ricordare ancora una volta la posizione di Hayek. Egli concentrò
le sue critiche su quella presunzione fatale della ragione umana
che a suo giudizio costituiva il fondamento ideologico del totalitarismo,
della dittatura e del socialismo. Secondo Hayek, la presunzione fatale della
ragione si manifesta ad esempio nel pensiero di Auguste Comte secondo il
quale la mente umana sarebbe in una posizione talmente elevata da comprendere
lo sviluppo della società e da controllare il suo proprio sviluppo.
Nota infatti l’economista austriaco che la presunzione fatale
assume le sue forme peggiori e pericolose in quegli intellettuali che immaginano
di avere scoperto le leggi evolutive dell’umanità giocando
il ruolo di ‘ostetrici della storia’. Ora, nota ancora Hayek,
«affermare che siamo in grado di spiegare il nostro sapere equivale
ad affermare che noi conosciamo più di quel che realmente conosciamo»
(F.A. von Hayek, L’abuso della ragione, trad. it., Vallecchi,
Firenze, 1967, cit., p. 108) ed equivale dunque a supporre di essere dotati
di una 'super-mente'.
[31] L. von Mises, The Planned
Chaos, ora appendice a Socialismo, cit., p. 630.
[32] L. von Mises, Liberalismo,
cit., p. 94.
[33] L. von Mises, Socialismo,
cit., p. 42.
[34] Ibidem.
[35] Op. cit., p. 133. |