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Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig von Mises

Albertina Oliverio

Premessa

E' sempre di estrema attualità il dibattito relativo all’individuazione dei tratti distintivi di politiche economico-sociali di centro-sinistra e di centro-destra. Ma in che cosa differiscono veramente le politiche e i provvedimenti di quelli che definiamo governi di sinistra e di destra? Il nostro scopo qui non è quello di rispondere in prima persona a questa domanda, bensì quello di stimolare delle possibili riflessioni in merito esponendo alcune delle considerazioni del celebre economista austriaco Ludwig von Mises sul ruolo e i limiti dello statalismo nella vita sociale ed economica di un paese, cosa che faremo cercando di rimanere il più fedeli possibile al suo pensiero originario.

Le idee di Mises sono infatti ancora oggi di grande attualità. E se per certi aspetti possono forse apparire in parte datate, anche alla luce dell'evoluzione del pensiero sociologico ed economico, va comunque tenuto conto del fatto che dati i tempi in cui egli scrisse gran parte delle sue opere più importanti, ossia ormai molti decenni fa nell'ambito della ‘Scuola austriaca di economia’, le sue teorie erano cariche di spirito innovativo e talvolta addirittura rivoluzionario.

Secondo quanto emerge complessivamente dal pensiero di Mises, laddove si tende ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’economia di mercato a favore di un apparato statale centralizzato e pianificato, diviene superfluo distinguere tra politiche economico-sociali di destra e di sinistra. Mises ritiene infatti che l’unica distinzione possibile sia quella tra sistemi che si fondano o meno sull’economia di mercato, ossia tra liberalismo economico, politico e sociale da una parte e centralizzazione statale dall’altra. E’ dunque rispetto a queste tematiche che il suo pensiero fornisce ancora oggi dei preziosi spunti di riflessione.

Se Ludwig von Mises avesse potuto assistere a quegli eventi susseguitisi a partire dal 1989 che hanno segnato la fine di decenni di statalismo di stampo sovietico, avrebbe constatato il successo di gran parte delle sue analisi e previsioni relative alle conseguenze catastrofiche e antidemocratiche della massiccia ingerenza statale nella vita politica, sociale ed economica di un paese: ciò infatti egli lo aveva già previsto sin dai lontani anni Venti del secolo scorso con i suoi studi sul sistema socio-economico socialista. Mises ha in effetti legato il proprio nome principalmente alle riflessioni sviluppate nelle classiche analisi del funzionamento della società socialista e dei motivi che, a suo giudizio, ne avrebbero prima o poi determinato l'impraticabilità ed il crollo[1]. Egli sostenne contemporaneamente che una società fondata su di un sistema economico di mercato fosse l'unica preferibile ed auspicabile. Dal contenuto delle pagine ormai celebri di Socialismo pubblicato nel 1922 emergono delle dure ma lucide critiche nei confronti di ogni forma di pianificazione, di centralizzazione o di interventismo economico. In esse Mises dimostra l'impossibilità del calcolo economico nell'ambito di una società socialista e sviluppa le sue tesi in favore dell'economia di mercato in quanto unica garanzia dei principi democratici.

Lo stretto intreccio tra analisi economiche e teorie politiche e sociali che contraddistingue il pensiero dell’economista austriaco si rispecchia nell'elaborazione di una teoria dell'azione umana che risponde pienamente ai criteri dell’individualismo metodologico[2]. Rifacendosi a questo approccio metodologico di analisi che è stato adottato anche dagli altri esponenti della Scuola austriaca a partire dal suo fondatore Carl Menger, Mises ha infatti considerato l'azione dell'individuo come l'elemento primo da cui muovere per comprendere ed analizzare tutte quelle entità ed istituzioni collettive (in primo luogo il mercato) che dagli esponenti del collettivismo metodologico sono invece spesso ‘reificate’ e considerate degli insiemi dotati di caratteristiche autonome che prescindono dalle singole azioni degli individui che li compongono. Ecco come si esprime a tale proposito Mises: «Anzitutto dobbiamo convenire che tutte le azioni sono compiute dagli individui. Una collettività funziona sempre per l’intermediazione di uno o parecchi individui le cui azioni sono relate alla collettività come a una fonte secondaria. E’ il significato che gli individui agenti e tutti coloro che sono toccati dalla loro azione attribuiscono a un’azione che ne determina il carattere. (…) La realtà di un tutto sociale consiste delle azioni degli individui che lo compongono»[3]. Questi concetti sintetizzano i cardini dell’individualismo metodologico misesiano per cui l’azione intenzionale è il punto di partenza da cui deve muovere lo scienziato sociale nelle sue ricerche in quanto è «l’unica cosa di cui possiamo avere conoscenza diretta»[4].

I veri ‘sovrani’ del mercato sono i consumatori

Il nucleo del lavoro d Ludwig von Mises consiste nel confrontare il sistema capitalista e quello socialista-pianificato al fine di analizzarne le differenze organizzative e funzionali e cercando di mettere in evidenza quei fattori che a suo giudizio impedirebbero ad un’economia di stampo socialista di svilupparsi efficacemente e razionalmente[5]. Lo studioso austriaco ritiene infatti che in assenza di proprietà privata dei mezzi di produzione non possa esistere alcuna economia razionale. Un’economia pianificata e centralizzata, nell'ambito della quale non è ammessa la proprietà privata dei mezzi di produzione (in quanto ritenuta prerogativa della società nella sua totalità), si caratterizzerebbe quindi agli occhi di Mises per un disinteresse generale nei confronti del profitto che scaturisce dall'attività lavorativa, non sussistendo in tale sistema economico quel gioco concorrenziale caratteristico dell'economia di mercato che premia gli individui più efficienti e più preparati nel rispondere alle domande dei consumatori attraverso l’offerta dei prodotti più richiesti.

Movendo da tali premesse Mises spiega come in un sistema capitalistico classico, dove prezzi e salari non sono stabiliti una volta per tutte dallo Stato ma al contrario variano a seconda delle leggi concorrenziali del mercato, coloro che dirigono la produzione non sono gli imprenditori bensì i consumatori. Sarebbero infatti questi ultimi i veri ‘sovrani’ del mercato che in base ai propri desideri scelgono tra vari prodotti simili uno al posto degli altri, premiando in tal modo la merce di un imprenditore o quella di un altro.

Nelle loro scelte gli individui sono vincolati dalla minore o maggiore soddisfazione che un bene è in grado di procurare loro e, sempre secondo Mises, essi tendono sempre alla ricerca di quel bene in grado di garantire il più alto livello possibile di soddisfazione[6]. E’ quindi sulla base dei desideri e delle necessità più urgenti che secondo Mises i consumatori determinano ciò che dovrebbe essere prodotto e le relative quantità e qualità: ciò comporta che tra i produttori si instauri un meccanismo concorrenziale che spinge ognuno di loro alla ricerca della soluzione meno costosa e più efficiente per la realizzazione del prodotto migliore, ossia di quella merce che maggiormente risponde alle qualità richieste dai consumatori. L’economista austriaco sottolinea inoltre come tale meccanismo fondato sul calcolo dei profitti e delle perdite influisca addirittura sulla personalità dell'imprenditore che può a volte apparire ‘insensibile’ a chi non è direttamente addentro a questo gioco concorrenziale. Tuttavia, egli reputa che queste siano caratteristiche quasi necessarie per colui che non vuole essere escluso dal processo produttivo non potendo far null'altro, per voltare a proprio favore le leggi del mercato, che rendersi più competitivo.

In netta opposizione a qualsiasi impostazione di stampo marxista, nelle pagine di Socialismo si legge inoltre che i consumatori in base alle loro preferenze non si limitano a decidere quali e quanti beni debbano essere prodotti ed a quale prezzo (ossia quello a cui sono disposti ad acquistarli), ma riescono anche a determinare i prezzi dei fattori della produzione e di conseguenza i salari di tutti coloro che prendono parte al processo produttivo. La posta in gioco è quindi molto elevata perché se l'imprenditore non riesce a soddisfare le richieste dei suoi acquirenti questi si limiteranno a comprare lo stesso prodotto da qualcun altro che riesca ad interpretare con maggiore successo tali richieste (cosa che a livello aggregato comporta delle ricadute su tutti i partecipanti all’intero sistema produttivo). Insomma chi produce, chiarisce Mises, deve obbedire incondizionatamente agli ordini dei consumatori, ed è dalla tensione concorrenziale che scaturisce un processo selettivo in continuo mutamento a seconda delle variazioni che registrano la domanda e l'offerta[7].

«La superiorità del sistema capitalistico consiste nel fatto che esso è l’unico sistema di cooperazione sociale e divisione del lavoro che rende possibile l’applicazione di un metodo di calcolo e stima economica nella programmazione di nuovi progetti e nella valutazione del grado di efficienza di impianti industriali, aziende agricole e officine già funzionanti»[8]. Mises fa a tale proposito notare come in un'economia di mercato siano presenti una serie di fattori fondamentali che contribuiscono al calcolo economico. Innanzi tutto per determinare il valore di scambio di un dato bene sul mercato si devono considerare le valutazioni soggettive di tutti i consumatori. Inoltre è proprio in base a tali valutazioni sui beni ed ai corrispettivi prezzi che si formano sul mercato, secondo la classica legge della domanda, che il produttore riesce a calcolare il livello di economicità con il quale lavora, quell'indice che possa mostrargli se dall'impiego dei suoi mezzi di produzione riesce a trarre un profitto maggiore di quello ottenuto da altri imprenditori concorrenti. In sostanza, come si è detto, secondo l'economista austriaco i prezzi di mercato alla base del calcolo economico, non rispecchiano altro che le preferenze dei singoli consumatori e come conseguenza i prezzi dei beni di consumo si riflettono direttamente sui prezzi dei fattori della produzione consentendo quindi tale calcolo. Questo permette quindi di adattare la produzione dei beni alle domande dei consumatori, cosa che invece non avviene in un'economia pianificata in cui si adotta un piano unico di produzione e distribuzione e dove, non essendo i prezzi stabiliti sul mercato in base alla legge della domanda e dell'offerta, ma essendo fissati e mantenuti stabili dall'autorità centrale pianificatrice, non è possibile alcun calcolo economico e quindi non si realizza un sistema economico pienamente razionale e democratico (ossia articolato sulla base delle preferenze dei consumatori e non degli imprenditori o di un’autorità pianificatrice). Secondo il ragionamento sviluppato da Mises ne consegue infatti che nell’ambito di un’economia pianificata e centralizzata in cui manca il libero mercato e la proprietà privata dei mezzi produttivi, sia il sistema economico che quello sociale sono completamente irrazionali in quanto sfuggono alle dinamiche fondamentali del calcolo economico e della continua interazione tra produttori e consumatori[9]: «l’impraticabilità di tutte le forme di socialismo e di pianificazione centralizzata risiede nell’impossibilità di qualsiasi tipo di calcolo economico in una situazione in cui non c’è proprietà privata dei mezzi di produzione e nella quale, conseguentemente, non ci sono prezzi di mercato per questi fattori»[10].

Va brevemente ricordato che un ulteriore tema che Mises ritiene strettamente collegato a quello del socialismo e dello statalismo e a cui dedica il volume Burocrazia che ha avuto un notevole impatto sul pensiero neoliberista statunitense, è il problema di quella burocratizzazione che incessantemente si estende anche nella direzione di quelli che, a suo giudizio, dovrebbero essere settori immuni da un tale tipo di intrusione. Ritenendo che la burocratizzazione della società sia intrinseca al socialismo, egli spiega come in sostanza una gestione burocratica degli affari sia tenuta ad osservare delle norme che sono fissate dall'autorità di un organo superiore, e come di conseguenza il burocrate altro non debba fare se non obbedire ciecamente agli ordini che provengono dall'alto, senza che vi sia spazio per quella discrezionalità e responsabilizzazione individuale che secondo Mises rappresentano al contrario dei fattori insostituibili di un sistema gestionale.

Al contrario, con una gestione di mercato si punta alla realizzazione di un profitto e quindi la responsabilità può essere suddivisa tra più individui. Ma perché in un sistema economico di mercato le decisioni dei singoli non hanno bisogno di essere limitate? La spiegazione è sempre riconducibile al discorso sul calcolo economico. Avviene infatti che nel sistema capitalistico quello che si cerca di raggiungere è la realizzazione di un profitto e il successo o il fallimento di questo obiettivo possono essere constatati per mezzo dei dati che emergono dalla contabilità di ogni azienda[11]. Ecco dunque che è possibile individuare il settore di provenienza di una determinata perdita e quindi l'errore o l'inefficienza di quel settore specifico. La conseguenza è immediata: tutte le parti che godono di un certo livello di responsabilità cercheranno di contribuire al profitto dell'impresa, sapendo che il successo o meno del settore in cui essi lavorano sarà imputato direttamente a loro. Al contrario, a giudizio di Mises in un sistema burocratico dove gli individui sono deresponsabilizzati non scatta questo meccanismo di controllo spontaneo che è una diretta conseguenza del calcolo economico e dunque in esso spesso prevale l'inefficienza e il disinteresse per l'attività lavorativa. Malgrado la forte critica alla burocratizzazione incessante della società, Mises non nega che ci siano dei settori dell'attività umana in cui è necessario attuare delle forme di gestione burocratica come nel caso di una centrale di polizia in cui non avrebbe alcun senso adottare un sistema di gestione orientato al profitto come si fa invece per un'azienda, in quanto i risultati di una centrale di polizia, sebbene apprezzabilissimi, non hanno prezzo sul mercato e perciò non è possibile valutare i risultati raggiunti da questo tipo di ‘imprese’ sulla base della spesa totale sostenuta per ottenerli.

Economia di mercato e democrazia

Mises individua un ‘nesso inscindibile’ tra economia di mercato e democrazia, tra libero mercato e politica liberale[12]. L’abolizione del libero mercato implicherebbe infatti a suo giudizio da un lato povertà e mancanza di benessere e dall’altro mancanza di libertà politiche e schiavitù[13]. Ecco come egli si esprime: «Non appena la libertà economica che l’economia di mercato concede ai suoi membri è rimossa, tutte le libertà politiche e le carte dei diritti diventano inganno. Habeas corpus e processi di fronte al magistrato sono una vergogna se, sotto il pretesto dell’opportunità economica, l’autorità ha il potere di relegare ogni cittadino indesiderato sull’Artico o in un deserto e di assoggettarlo ai “lavori forzati” a vita. La libertà di stampa è un puro inganno se l’autorità controlla tutti gli uffici-stampa e le cartiere. E così sono tutti gli altri diritti dell’uomo»[14]. In sostanza, nell'ottica di Mises, in un sistema politico-economico pianificato, centralizzato e fondato sulla proprietà statale dei mezzi produttivi non ci può essere democrazia: sia il benessere che la libertà non possono esistere laddove un’economia abbia abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Il liberale, spiega Mises, è a favore della libertà per ragioni economiche: l’argomento che egli accetta infatti a sostegno dell’abolizione della schiavitù è quello secondo cui chi non è libero non avrebbe alcun interesse e incentivo ad impegnarsi pienamente nel suo lavoro e la sua attività lavorativa sarebbe fondamentalmente rivolta a produrre solo quel minimo necessario che è essenziale per evitare delle sanzioni. Al contrario, un lavoratore libero sa che più il suo lavoro è efficiente più sarà pagato, e dunque si impegna al massimo affinché il suo salario possa aumentare. Sarebbe insomma la consapevolezza di poter guadagnare di più a distinguere l'efficienza di un normale lavoratore da quella di uno schiavo: la libertà sarebbe perciò strettamente legata, in questa interpretazione, al raggiungimento di una maggiore produttività economica. Si capisce così perché Mises ritenga che gli attacchi che i liberali rivolgono alle forme di schiavitù non siano fondati su motivazioni etiche, ma siano al contrario legati ad una valutazione critica dei risultati globali di un sistema basato sulla schiavitù che non farebbe altro che danneggiare gli interessi di tutti i membri della società, inclusi i produttori.

Quello basato sulla concorrenza di mercato è dunque, agli occhi di Mises, il solo sistema economico che meglio risponde ai canoni democratici proprio perché il controllo dell'attività economica non dipende da un'unica istituzione centrale, bensì è esercitato dall'insieme della popolazione, dal ‘popolo consumatore’. A questo proposito Mises delinea una metafora in cui immagina i capitalisti e i consumatori a bordo di una stessa nave (il mercato): i primi sono al timone della nave e tuttavia, pur potendola governare, non possono però fissarne liberamente la rotta. Infatti, in quanto semplici timonieri, devono obbedire ai comandi del loro capitano che in questo caso è il consumatore. La diretta conseguenza della piena sovranità del consumatore sul mercato è perciò il continuo sforzo dell'imprenditore teso a realizzare il prodotto migliore e ad ottenere il massimo rendimento. Solo a queste condizioni si può così realizzare un calcolo dei costi e dei benefici di una qualsiasi attività economica: la stima del costo di un dato fattore della produzione e del relativo ricavo che si può ottenere con la vendita del prodotto finito, orienta l'imprenditore verso la produzione più vantaggiosa, quella da cui deriva il guadagno maggiore.

Volendo riassumere ancora una volta quanto detto, secondo l'economista austriaco i prezzi di mercato alla base del calcolo economico non rispecchiano altro che le preferenze dei singoli consumatori e come conseguenza i prezzi dei beni di consumo si riflettono direttamente sui prezzi dei fattori della produzione rendendo possibile il calcolo economico. Questo permette quindi di adattare la produzione dei beni alle domande dei consumatori, cosa che invece non avviene secondo Mises nell’ambito di un'economia pianificata in cui si adotti un piano unico di produzione e distribuzione e in cui, non essendo i prezzi stabiliti sul mercato in base alla legge della domanda e dell'offerta, ma essendo fissati e mantenuti stabili dall'autorità centrale pianificatrice, non è possibile alcun calcolo economico e non può realizzarsi pertanto un sistema socio-economico pienamente democratico.

Come ebbe a far notare anche il discepolo di Mises Friedrich A. von Hayek, «chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini»[15]. Dunque, secondo la logica degli austriaci mentre in un sistema in cui vi sia una centralizzazione dei mezzi produttivi sia i mezzi che i fini dell'attività produttiva sono concentrati nelle mani delle autorità, in una società capitalista i fini sono invece espressamente decisi dai consumatori, veri sovrani. Ecco perché Mises afferma che è solo in quest'ultimo tipo di società che si concretizza una piena “democrazia dei consumatori”.

Mises fonda la dimostrazione dell’esistenza di un legame inscindibile tra mercato e democrazia in quello che egli reputa l’errore fondamentale della teoria socialista, ossia la gestione statale delle imprese. Per chiarire questo passaggio, egli fa un passo indietro e ricorda come in base alla dottrina del socialismo ‘classico’ non ci possa essere democrazia sino a quando ogni individuo è costretto a sottostare alla dittatura dei proprietari dei mezzi di produzione, ossia sino a quando il popolo dei consumatori e dei lavoratori non assume il controllo dell'economia ponendo fine all'assolutismo dei capitalisti. Tuttavia secondo Mises questa è una visione insostenibile ed errata: egli ritiene infatti che così come «la democrazia è quella forma di costituzione politica che rende possibile l’adattamento del governo al volere dei governati senza lotte violente»[16], anche il mercato è regolato dallo stesso meccanismo in quanto la libera concorrenza induce un pacifico ricambio tra i produttori. E pertanto in un'economia di mercato non esiste alcuna dittatura dei capitalisti sui lavoratori, al contrario «la società capitalistica è una democrazia in cui ogni spicciolo rappresenta una scheda per votare (...) una democrazia i cui rappresentanti hanno un mandato perentorio e immediatamente revocabile»[17]. Lo stesso non si può dire invece per un sistema socialista in cui secondo l’economista austriaco non esiste alcuna ‘democrazia economica’, bensì solo una grave e continua violazione della volontà e dei desideri degli individui. Questa, sempre secondo Mises, è la logica conseguenza di un sistema pianificato diretto dallo Stato che non offre ai consumatori i prodotti che essi desiderano, bensì fornisce loro quello che i governi pensano che essi vogliano.

Le posizioni di Mises implicano inoltre il fatto che il mercato e la sua logica interna godano di una sorta di superiorità ‘etica’ sugli altri sistemi economici: egli ci tiene a sottolineare come a suo giudizio l’economia di mercato non ammetta favoritismi, protezioni politiche e posizioni privilegiate. Sarebbe solo domandando e spendendo nell'acquisto dei beni desiderati che i consumatori sceglierebbero quotidianamente quale produttore si arricchirà, continuando ad essere presente sul mercato, e quale invece perdendo la competitività sarà costretto ad abbandonare la sua attività.

Mises va oltre in questo suo quadro della ‘democrazia economica’ sino a sostenere che il capitalista non possa esercitare arbitrariamente alcun potere sui lavoratori in quanto egli deve semplicemente limitarsi a sovrintendere alla produzione in base alle richieste dei consumatori: secondo il ragionamento di Mises, gli uomini, ad esempio, non berrebbero alcol perché esistono le fabbriche di birra, bensì esisterebbero le fabbriche di birra in quanto vi è una richiesta di bevande alcoliche; e con ironia sottolinea che quei capitalisti che investono nelle fabbriche di birra, investirebbero azioni in case editrici dedite alla pubblicazione di libri di pietà, se sul mercato ci fosse una maggiore domanda di «sostegno spirituale e non di "spirito"».

In sostanza secondo Mises, nell’ambito dell’economia di mercato non vi sarebbe alcuna necessità di prevedere dei mezzi particolari per esercitare un controllo sul comportamento del produttore: addirittura nemmeno quando si tratta dei suoi rapporti con gli operai in quanto se i risultati dei suoi comportamenti avessero delle conseguenze negative sui meccanismi e le dinamiche della produzione, egli sarebbe inevitabilmente emarginato dalle stesse leggi del mercato. Il controllo che viene esercitato dal mercato, ossia dai consumatori, sarebbe infatti secondo Mises molto più rigido e severo di quanto potrebbe esserlo quello di qualsiasi governo o apparato statale.

Liberalismo vuol dire anarchia?

Capita spesso e volentieri che i liberali siano considerati sia da destra che da sinistra come acerrimi nemici dello Stato desiderosi del suo totale annientamento. Tuttavia su questo punto Mises è in disaccordo. «Se uno ritiene che non sia opportuno affidare allo Stato il compito di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è un “nemico dello Stato”. Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare nemico dell’acido solforico perché ritiene che, per quanto esso possa essere utile per svariati scopi, non è certamente adatto ad essere bevuto o usato per lavarsi le mani»[18].

Mises ci tiene a precisare che il liberalismo non coincide affatto con l'anarchia nel senso che, al contrario di quanto avviene in una situazione di anarchia, nell’ambito di un sistema liberale la presenza di un apparato statale è ritenuta necessaria. Egli ritiene infatti che lo Stato abbia il compito di assolvere alle funzioni coercitive, ossia di garantire la protezione di quelli che abbiamo visto essere i fondamenti della politica liberale, la proprietà privata e la libertà a cui Mises aggiunge la pace.

La pace è per Mises «la teoria sociale del liberalismo»[19] la cui importanza è ancora una volta ai suoi occhi legata al mercato. A tale proposito egli precisa che bisogna distinguere tra coloro che scongiurano la guerra in quanto portatrice di morte e di sofferenze, e coloro che al contrario sono dei sostenitori della guerra in quanto ritengono che sia solo attraverso di essa che l’umanità possa compiere grandi progressi. E se le posizioni umanitarie dei primi non gli sembrano abbastanza convincenti per confutare le teorie di tutti coloro che pensano che se si abolissero le guerre l'umanità decadrebbe nella pigrizia e nella stagnazione, anche quelle dei secondi non lo trovano d’accordo. Egli articola così una critica ai sostenitori della guerra su basi diverse da quelle umanitarie. Mises ritiene che la pace possa essere considerata la ‘madre di tutte le cose’ e che la cooperazione sociale, di fondamentale importanza per il progresso umano, sia irrealizzabile in un periodo di ostilità. Ne deriva così che il carattere positivo della pace, proprio se letto in chiave economica, dovrebbe apparire evidente addirittura agli ipotetici vincitori delle guerre perché potrebbero imparare che la pace è la migliore condizione possibile per tutti. Mises fa ad esempio notare come gli aspetti benefici della divisione del lavoro sarebbero chiaramente messi in discussione da un conflitto. Gli individui in società non possono vivere indipendentemente l’uno dall’altro in quanto ognuno ha bisogno del sostegno reciproco. «Agricoltori autosufficienti che nella loro fattoria producono tutto il necessario per il fabbisogno personale e della loro famiglia, possono anche combattersi tra di loro. Ma se un villaggio si divide in due fazioni, e il fabbro e il calzolaio si schierano su fronti contrapposti, a una fazione verranno a mancare le scarpe e all’altra gli attrezzi e le armi»[20]. La guerra distrugge dunque la divisione del lavoro e i benefici che essa comporta sono possibili solo in un paese in cui la pace sia assicurata, se manca questo fondamentale prerequisito «la divisione del lavoro non supera i confini del villaggio, e forse nemmeno quelli del singolo nucleo familiare»[21]. Lo stesso ragionamento vale al livello mondiale. La pace favorisce, secondo Mises, il progresso e gli scambi internazionali. Lo sviluppo di una complessa rete di relazioni economiche internazionali è agli occhi di Mises un prodotto del liberalismo e del capitalismo del diciannovesimo secolo. Ecco un esempio che egli fa al proposito: in Inghilterra «il tè per la colazione proviene dal Giappone o da Ceylon, il caffè dal Brasile o da Giava, lo zucchero dalle Indie Occidentali, la carne dall'Australia o dall'Argentina, il vino dalla Spagna o dalla Francia; la lana arriva dall’Australia, il cotone dall'America o dall'Egitto, il cuoio dall'India o dalla Russia, e così via»[22]. Una guerra tra questi paesi non farebbe che danneggiare l’interesse e i vantaggi degli scambi reciproci. Mises nota inoltre che merci e beni inglesi vengono esportati in tutto il mondo e questo è possibile solo grazie al trionfo dei principi liberali ed alla consapevolezza che una guerra non farebbe che nuocere a tanto sviluppo.

Per motivi di utilità e per il mantenimento della pace va anche difesa, agli occhi di Mises, l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti gli uomini[23]: «è quasi impossibile mantenere una pace duratura in una società nella quale siano differenti i diritti e i doveri dei vari ceti. Chi delegittima una parte della popolazione deve sempre aspettarsi che i delegittimati si coalizzino contro i privilegiati. I privilegi di ceto devono scomparire, se si vuole che cessino le lotte per accaparrarseli»[24]. Strettamente collegata al discorso sull'uguaglianza è poi la risposta che Mises fornisce ai socialisti quando obiettano che l'uguaglianza degli individui davanti alla legge non significa nulla se prima non si aboliscono le differenze di ricchezza e di reddito. Egli reputa al contrario che la disuguaglianza dei redditi sia necessaria per il funzionamento dell’economia di mercato: «solo perché nel nostro ordinamento sociale la proprietà non è eguale per tutti, e solo perché questa ineguaglianza è un incentivo per ciascuno a produrre il massimo possibile al minimo costo, l’umanità si trova a disporre oggi della somma di ricchezza annua che può consumare»[25].

Anche se in apparente contraddizione con il suo approccio anti-interventista, lo Stato inteso come apparato sociale coercitivo teso a garantire alcune prerogative essenziali della società liberale non interferisce dunque, secondo Mises, con il mercato, al contrario «esso impiega il suo potere coercitivo solo per prevenire azioni distruttive e preservare il funzionamento regolare dell’economia di mercato. Protegge la vita, la salute e la proprietà dell’individuo contro l’aggressione violenta o fraudolenta dei malviventi interni e dei nemici esterni. Così lo Stato crea e preserva l’ambiente in cui l’economia di mercato può funzionare con sicurezza»[26]. Per garantire il mantenimento della pace sociale e dell’uguaglianza dei diritti il liberalismo ha bisogno dello Stato, e questo ricorso all'apparato statale smentisce secondo l’economista austriaco le teorie di tutti coloro che inquadrano il sistema liberale nei canoni dell'anarchia. In realtà, per il liberale lo Stato è «una necessità imprescindibile»[27].

Le basi economiche della società aperta

In sostanza è in questo nesso inscindibile tra economia di mercato e Stato democratico che Mises individua i fondamenti della società aperta, quella società che ha in sé delle istituzioni che ammettono e promuovono la critica degli individui in modo da perseguire un continuo miglioramento ed ottenere un controllo dal basso sul funzionamento istituzionale. Lo Stato liberale è quindi per Mises l'unica forma possibile di democrazia. Sono inutili le distinzioni tra destra e sinistra in quanto è solo nel liberalismo che si realizzano pienamente alcuni requisiti fondamentali dell'organizzazione politica democratica, dello Stato di diritto, quali la pace e la libertà; requisiti che hanno sempre, secondo Mises, un fondamento economico. Laddove l’economia di mercato non può svilupparsi, non ci sono nemmeno le condizioni per la democrazia. L’assenza di economia di mercato accomunerebbe quindi nell’ottica di Mises i regimi totalitari antidemocratici del passato, siano essi stati fascisti, nazisti o comunisti, che hanno abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione. Agli occhi dell’economista austriaco, questi regimi, abolendo il mercato, avrebbero abolito anche lo Stato di diritto, ossia le libertà politiche, la pace e l’uguaglianza.

Mises fa inoltre presente come tutti i totalitarismi e le dottrine antidemocratiche siano accomunate dalla teoria della violenza. «La dottrina antidemocratica sostiene il diritto di una minoranza a dominare lo Stato e la maggioranza. La legittimazione etica di questo diritto starebbe nella capacità di conquistare effettivamente il potere. I migliori, gli unici chiamati a governare e a comandare, si riconoscerebbero appunto dalla loro capacità di erigersi a dominatori della maggioranza contro la sua stessa volontà. Su questo punto convergono perfettamente, fino a coincidere, la dottrina dell’Action française e quella dei sindacalisti, la dottrina di Ludendorff e di Hitler e quella di Lenin e di Trotzkij»[28]. Egli sottolinea inoltre che «anche il democratico ritiene che debbano essere i migliori a governare. Però egli crede che il miglior modo per un individuo o per un gruppo di dimostrare la propria attitudine a governare sia quello di convincere i propri concittadini di essere capaci di ricoprire quell’incarico, cosicché siano i cittadini stessi ad affidare loro la cura degli affari politici e non loro a costringere con la violenza gli altri cittadini ad accettare le proprie pretese»[29].

Dunque gli antidemocratici sarebbero tutti accomunati dalla negazione del mercato e dello Stato di diritto[30]. Il fatto che fascismo, nazismo e comunismo siano tutti posti da Mises indistintamente sullo stesso piano emerge ancora una volta da queste sue riflessioni: «Il programma dei fascisti, come delineato nel 1919, era violentemente anti-capitalistico. I più radicali sostenitori del New Deal ed anche i comunisti sarebbero d’accordo con esso. Quando i fascisti giunsero al potere, essi avevano dimenticato quei punti del loro programma che si riferivano alla libertà di pensiero e di stampa e al diritto di associazione. Sotto questo aspetto essi furono discepoli scrupolosi di Bukharin e di Lenin. (…) La politica economica fascista non si diversificò – agli inizi – da quella di tutte le altre nazioni occidentali. Fu una politica di interventismo. Col trascorrere degli anni, essa si avvicinò, sempre più al modello nazista di socialismo. (…) La principale differenza stava nel fatto che i fascisti erano meno efficienti e ancor più corrotti dei nazisti»[31].

Come si è visto, per garantire il liberalismo economico e politico Mises chiama dunque in causa lo Stato che dovrebbe reprimere i comportamenti dei nemici della libertà che potrebbero mettere in pericolo l’ordinamento sociale. Il liberalismo, prosegue Mises, è pertanto intollerante solo con gli intolleranti. Non esistono altri nemici o capri espiatori (gli ebrei, i dissidenti politici, gli intellettuali, ecc.) al di là degli intolleranti: «Il liberalismo proclama la tolleranza verso qualsiasi fede e qualsiasi visione del mondo (…). Chiede tolleranza anche per le dottrine palesemente assurde, per folli eresie e puerili superstizioni (…) – e, prosegue Mises, ciò – non è per riguardo al contenuto delle dottrine da tollerare, ma perché sa che soltanto la tolleranza può creare e mantenere la pace sociale, senza la quale l’umanità ricadrebbe nei secoli bui dell’inciviltà e della miseria»[32].

Riassumendo è chiaro che secondo Mises lo Stato liberale è l’unica forma possibile di democrazia. Questo perché è solo nel liberalismo che trovano piena realizzazione alcuni requisiti fondamentali dell’organizzazione politica democratica quali la pace e la libertà, e come è già stato detto, secondo l’economista austriaco, questi requisiti acquistano valore in funzione dell’interpretazione in termini economici che gli viene attribuita. Seguendo questo ragionamento, il liberalismo non ha bisogno di ricorrere ad espedienti quali la guerra civile, la rivoluzione o l’insurrezione per far coincidere la volontà dei governati con quella dei governanti. Sono proprio questi i metodi che il liberalismo vuole evitare in quanto con il ricorso a tali strumenti non potrebbero esservi progressi economici nel senso di aumenti di produttività. La pace che garantisce il mantenimento della divisione del lavoro può essere assicurata solo da quel sistema democratico in cui non c’è alcuna eventualità che si verifichino delle guerre civili. Infatti, nota Mises, «se in uno Stato democratico il governo non è più condotto come la maggioranza dei cittadini vorrebbe, non c'è bisogno di una guerra civile per porre al potere coloro che vogliono lavorare in accordo con la volontà della maggioranza»[33] perché in un sistema democratico vige la regola delle libere elezioni e degli accordi parlamentari che rendono possibili dei cambiamenti senza violenze o frizioni. La democrazia è quella forma di costituzione politica che rende possibile l'adattamento del governo ai desideri dei governanti senza lotte violente[34]. E questi sono appunto i requisiti fondamentali dello Stato di diritto.

In conclusione, sebbene come è noto la concezione essenzialmente ‘economica’ di valori, principi etici e fondamenti dello Stato di diritto che caratterizza il pensiero di Mises abbia sollevato numerose critiche, ciò non intacca però l'originalità e l’importanza delle sue teorie in cui sono stati affrontati i rapporti tra società ed economia. Ciò che ha infatti caratterizzato con spirito profondamente innovativo e con grande capacità predittiva il pensiero di Mises è stata la formulazione di una elaborata critica della pianificazione economica di quei sistemi politici che si sono tradotti nel cosiddetto ‘socialismo reale’ o in regimi totalitari e che lo hanno portato, in tempi non sospetti, a prevedere il futuro crollo dei paesi ad economia pianificata. Riprendendo le teorie di quanti, come Bernard de Mandeville e Adam Smith, hanno sostenuto che la vita associata si sviluppa anche in mancanza di un intervento statale, egli si è dimostrato un profondo anti-interventista come fu poi il suo allievo Friedrich A. von Hayek.

Sfortunatamente tutte le teorie che postulavano la nascita e l’edificazione di una società socialista, o comunista, sono state lo strumento e l’alibi utilizzato da una ristretta élite politica al potere che, in nome dell’uguaglianza sociale e della parità economica tra i membri della comunità, si è consolidata e si è impossessata delle posizioni al vertice della piramide sociale dimenticandosi volutamente il resto del paese nella miseria, negando ogni libertà agli individui e lasciandogli solamente il ‘diritto di obbedire’. Mises tutto questo lo aveva predetto già nei lontani anni Venti del secolo scorso pur essendo consapevole del fatto che «chi difende la proprietà privata dei mezzi di produzione però non sostiene affatto automaticamente che l’ordinamento sociale capitalistico che si basa su di essa sia perfetto. La perfezione non è di questo mondo. Anche dell’ordinamento sociale capitalistico a ciascuno di noi può non piacere questa o quella cosa, molto o addirittura tutto»[35]. Ma per Mises questo era l’unico ordinamento sociale possibile in grado di garantire la massima libertà individuale.


Collana diretta da Dario Antiseri

1. Robert Sirico - Dario Antiseri, Il principio di sussidiarietà: la difesa della persona umana, a cura di Flavio Felice, 2003.

2. Flavio Felice, L’economia d’impresa come economia civile, 2003.

3. Enzo di Nuoscio, Epistemologia e libertà. Saggio sulla filosofia di John Stuart Mill, 2003.

4. Sergio Noto, Detti e contraddetti messedagliani, 2003.

5. Murray N. Rothbard, Sinistra e Destra : le prospettive della libertà, 2003.

6. Caterina Galluccio, Metodi di scelta negli investimenti etici, 2003.

7. Simona Fallocco, L'uso retorico della nozione di "effetto perverso": la polemica tra Albert O. Hirschman e Raymond Boudon, 2003.

8. Albertina Oliverio, Economia e democrazia nel pensiero di Ludwig von Mises, 2003.


Albertina Oliverio è docente di Metodologia e Tecnica della Ricerca Sociale all’Università ‘G. D’Annunzio’ di Chieti. E’ inoltre collaboratrice del Centro di Metodologia delle Scienze Sociali della Luiss Guido Carli e ha svolto la propria attività di ricerca all'Università di Parigi IV-Sorbona. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: con A. Bouvier, Azioni, razionalità e decisioni (Luiss Editore, Roma, 2001); con R. Boudon e D. Antiseri Teorie della razionalità e scienze sociali (Luiss Editore, Roma, 2002); Epistémologie de l’action et théorie de la rationalité (Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2003); Risky Choices and Rationality. The Case of Hiv/Aids Preventive Behaviours, in: Boudon R., Cherkaoui M., Demeulenaere P., The European Tradition in Qualitative Research (Sage Publications, London, 2003).



[1] Per una presentazione dei tratti principali del pensiero di Ludwig von Mises si vedano tra gli altri: Aa. Vv., The Marginal Revolution in Economics, a cura di R.D.C. Black, A.W. Coats, C.D.W. Goodwin, Duke University Press, Durham, 1973;Aa. Vv., On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, a cura di M. Sennholz, D. van Nostrand, Princeton, N.J., 1956;Aa. Vv., Method, Process, and Austrian Economics. Essays in Honour of Ludwig von Mises, a cura di I. M. Kirzner, D. C. Heath and Company, Lexington, 1982; D. Antiseri, Metodologia delle scienze sociali e teoria della politica nella scuola marginalista austriaca, in N. Abbagnano, Storia della filosofia, vol. IV, t. II, UTET, Torino, 1995; E. Butler, Ludwig von Mises, Gower Publishing Company, Aldershot, 1988;R. Cubeddu, Il liberalismo della scuola austriaca: Menger, Mises, Hayek, Morano Editore, Napoli-Milano, 1992; L. Infantino, Metodo e mercato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1998, specificamente il capitolo 3; L. von Mises, Individuo, mercato e Stato di diritto, a cura di D. Antiseri e M. Baldini, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1998.

[2] Sull’individualismo metodologico nel pensiero di L. von Mises si veda: L. Infantino, L’ordine senza piano, Armando, Roma, 1998.

[3] L. von Mises, L’azione umana, trad. it., Utet, Torino, 1959, cit., p. 40.

[4] L. von Mises, Problemi epistemologici dell’economia, trad. it., Armando, Roma, 1988, cit., p. 64.

[5] A tale proposito va ricordato che il capitalismo è da Mises definito come «quel sistema di cooperazione sociale e di divisione del lavoro che è basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione» (L. von Mises, Burocrazia, trad. it., Rusconi, Milano, 1991, cit., p. 37). A ciò Mises aggiunge che «la libera impresa costituisce la caratteristica tipica del capitalismo. Lo scopo di ogni imprenditore – sia industriale che agricoltore – è di realizzare profitti» (Ibidem).

[6] Considerando l'azione umana appunto come «un tentativo di sostituire uno stato di cose più soddisfacente a uno meno soddisfacente» (L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 93), Mises ritiene possibile paragonarla all'operazione di scambio in cui «una condizione meno desiderabile è barattata per una più desiderabile» (Ibidem). In sostanza si rinuncia a qualcosa per qualcos'altro a cui si tiene di più e diviene così plausibile affermare che ciò di cui si fa a meno è il prezzo che si paga per ottenere quello che si desidera di più. In sostanza si tratta di un costo che altro non è se non il «valore attribuito alla soddisfazione cui si deve rinunciare per raggiungere il fine al quale si tende» (op. cit., p. 94). Tuttavia questo accostamento tra azione umana e operazione di scambio non si ferma qui, perché se da una parte in ogni azione umana si può individuare un costo, dall'altra si può allo stesso modo individuare anche un guadagno. Tale guadagno è la differenza tra il costo sostenuto ed il valore dello scopo raggiunto. Di conseguenza, il guadagno-profitto ottenuto è puramente soggettivo: si tratta di un aumento della felicità dell'individuo agente che non può essere misurato o pesato in modo oggettivo.

[7] La logica concorrenziale del mercato descritta da Mises implica che tra gli imprenditori si attui una selezione di tipo darwiniano cosa che, come è stato notato, rende pertanto tale logica molto simile alla logica della ricerca scientifica intesa in senso popperiano (su questo punto di vedano: D. Antiseri, Liberi perché fallibili, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1995; M. Baldini, Popper e Benetton, Armando, Roma, 2003). Si può infatti sostenere che come nella scienza, anche nel mercato prevale chi ha saputo offrire una ‘merce’ (teoria) che sappia risolvere un problema meglio di tante altre merci (teorie) sulla base della domanda dei consumatori.

[8] L. von Mises, Burocrazia, cit., p. 39.

[9] Ma come si articola allora secondo Mises il processo produttivo nell’ambito della tanto criticata economia pianificata? Egli immagina centinaia di fabbriche ognuna delle quali si limiterebbe a produrre beni semilavorati non adatti alla vendita. Prima di giungere a quest'ultimo stadio, infatti, sarebbero necessari un'infinità di passaggi intermedi nel corso dei quali i dirigenti della produzione non potrebbero mai rendersi conto della maggiore o minore convenienza dei mezzi di produzione adottati in quanto manca un immediato riscontro sul mercato. Come si potrebbe allora rimediare a questo problema e giungere a delle valutazioni sulla convenienza dei meccanismi produttivi in assenza del calcolo economico? L'unica possibilità che si apre per un'economia collettivista per supplire alla mancanza di calcolo economico risiederebbe in una stima e valutazione riguardo ai beni richiesti più urgentemente; ma Mises indica che anche in tal caso ci si troverebbe di fronte ad uno solo dei due requisiti fondamentali nell'ambito del calcolo economico: mancherebbe infatti la valutazione dei fattori di produzione.

[10] Op. cit., p. 39.

[11] Va ricordato che nell'ambito delle sue analisi sui rapporti tra mercato e calcolo economico Mises attribuisce una considerevole importanza alla contabilità ed al bilancio di un'impresa. Egli ritiene che questi due elementi giochino un ruolo fondamentale per l'individuazione di quegli eventuali settori dell'azienda che non realizzano alcun profitto: infatti, sarebbe proprio grazie a questi fattori che il produttore si renderebbe conto del rapporto diretto sussistente tra il deficit della sua azienda ed il mercato, cosicché l'offerta eccessiva di quelle merci che sul mercato non sono richieste dai consumatori dovrebbe essere ridotta dal produttore se egli non vuole che la sua azienda registri delle perdite.

[12] Sul problema del calcolo economico nell’economia di mercato e del nesso inscindibile con la democrazia e la libertà individuale si veda: L. Infantino, Ludwig von Mises e la società aperta, in L’idea di società tra costruttivisti ed evoluzionisti, Borla, Roma, 1993, pp. 40-45.

[13] Va ricordato che anche secondo l’economista austriaco Friedrich A. von Hayek, e qui il suo pensiero coincide in parte con quello del suo maestro Mises, il sistema sociale gode di un funzionamento più efficiente e soddisfacente se gli individui che esso racchiude sono liberi. Libero è, per Hayek, chi non è sottoposto all'altrui volontà, chi non deve obbedire ai comandi altrui o soddisfarne i progetti in quanto vi è obbligato. Solo chi può agire sulla base delle proprie conoscenze seguendo i propri desideri può essere considerato libero.

Secondo Hayek è di importanza centrale la cooperazione che scaturisce dalla divisione del lavoro. Solo in una società in cui viga la libertà e in cui dunque siano possibili la divisione del lavoro e la cooperazione tra gli individui è possibile sfruttare positivamente la moltitudine di conoscenze che essa racchiude. Grazie a questi requisiti, nota Hayek, diviene possibile usufruire di «molte più conoscenze di quante non ne potrebbe contenere la mente del più saggio dei governanti» (F.A. von Hayek, La società libera, trad. it., Vallecchi, Firenze, 1969, cit., p. 50).

Ecco quindi l'importanza della libertà, essa «è essenziale per far posto all'imprevedibile e all'impredicibile; ne abbiamo bisogno perché (…) da essa nascono le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi» (op. cit., p. 49). In sostanza, secondo Hayek la libertà risiede nell'ignoranza che ognuno di noi ha circa i molteplici elementi da cui dipende il concretizzarsi dei nostri fini, ossia risiede nell’inevitabile fallibilità umana: «se esistessero uomini onniscienti, se potessimo sapere non solo tutto quanto tocca la soddisfazione dei nostri desideri di adesso, ma pure i bisogni e le aspirazioni future, resterebbe poco da dire in favore della libertà» (op. cit., p. 48).

Hayek riprende la massima socratica secondo cui riconoscere la propria ignoranza è il principio della saggezza e ritiene così che non si possa parlare di libertà se prima non si elimina quella presunzione fatale della ragione di stampo costruttivista che ipotizza l'esistenza di «un uomo già dotato di un intelletto capace di immaginare la costruzione della civiltà e di crearla» (op. cit., p. 42). In realtà, sottolinea Hayek, la civiltà non è certo il frutto di piani intenzionali degli individui: essa, così come la gran parte delle istituzioni e dei fenomeni sociali, è il risultato delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali.

[14] L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 277.

[15] F.A. von Hayek, La via della schiavitù, trad. it., Rusconi, Milano, 1995, cit., p. 133 e ss.

[16] L.von Mises, Liberalismo, trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997, cit., p. 76.

[17] L. von Mises, Socialismo, trad. it., Rusconi, Milano, 1990, cit., p. 93.

[18] L. von Mises, Liberalismo, cit., p. 71.

[19] L. von Mises, Socialismo, cit., p. 92.

[20] L. von Mises, Liberalismo, cit., p. 56.

[21] Op. cit., p. 57.

[22] Op. cit., p. 58.

[23] Il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge per Mises non può tuttavia fondarsi sulla convinzione dell’uguaglianza degli uomini in generale in quanto egli ritiene importante sottolineare che gli uomini sono tutti diversi e che è questa affermazione a diversificare il pensiero neoliberale da quello liberale del diciottesimo secolo. Gli esponenti di quest'ultima corrente di pensiero, sotto l'influenza della legge della natura e delle idee illuministiche, si battevano affinché tutti potessero ottenere uguaglianza di diritti politici e civili proprio perché erano convinto che ci fosse un'uguaglianza di fondo che dovesse accomunare tutti gli uomini e che le differenze fossero solo artificiali e prodotto delle istituzioni. In realtà, secondo Mises, ciò non è vero perché gli uomini per natura sono diversi.

[24] Op. cit., p. 60.

[25] Op. cit., p. 64.

[26] L. von Mises, L’azione umana, cit., p. 251.

[27] Su questo punto, simile è anche la posizione di Hayek. Anche Hayek, come Mises, ammette l'intervento dello Stato in quelli che egli ritiene essere alcuni settori la cui competenza gestionale non può essere affidata al sistema di profitto. Egli parla a questo proposito delle funzioni ‘legittime’ di governo e vi si sofferma più di quanto non abbia fatto il suo maestro Mises. Hayek elenca tra le funzioni proprie di un apparato statale la difesa del territorio e della proprietà privata sia dagli attacchi dei nemici esterni che da quelli dei nemici interni, tuttavia egli aggiunge anche la funzione di imposizione e riscossione fiscale, in modo da poter assicurare la gestione di quei servizi che non possono essere affidati alla ‘spietata logica del mercato’. Tra le funzioni che Hayek relega alla responsabilità statale vi sono anche la prevenzione delle calamità naturali, delle catastrofi, delle epidemie, e delle loro conseguenze dissestanti; vi è il dovere di provvedere a tutti coloro che, per varie ragioni, non possono guadagnarsi da vivere in un'economia di mercato ma che una società che goda di un determinato livello di benessere può aiutare: egli si riferisce ai malati, ai vecchi, ai portatori di handicap fisici e mentali, agli orfani, e così via; e infine vi è anche spazio per il dovere di assicurare almeno una soglia minima di reddito individuale a chi per diverse ragioni non può provvedere a sé stesso. D'altra parte vi sono però tutta una serie di settori e di funzioni che Hayek sottrae all'ambito della sfera statale, come ad esempio le poste, la scuola e la televisione. Potremmo dunque dire che Hayek introduce dei ‘correttivi’ al pensiero rigidamente liberista di Mises, correttivi che riguardano prevalentemente forme di assistenza e di sostegno degli individui più deboli o svantaggiati: ma vi sono dei settori che egli esclude da ogni forma di intervento tra cui quelli che riguardano la cultura e il mondo dei media, in tal modo differenziandosi dalle posizioni di un altro grande liberista, il teorico della società aperta Karl Raimund Popper, che pur concordando con l'anti-interventismo, ammette tuttavia la necessità di un intervento nel settore televisivo interrompendo in tal modo il gioco del libero mercato basato sulla legge della domanda e dell'offerta.

[28] L. von Mises, Liberalismo, cit., p. 78.

[29] Op. cit., p. 80.

[30] A proposito della negazione dei principi democratici e delle diverse forme di totalitarismo è importante ricordare ancora una volta la posizione di Hayek. Egli concentrò le sue critiche su quella presunzione fatale della ragione umana che a suo giudizio costituiva il fondamento ideologico del totalitarismo, della dittatura e del socialismo. Secondo Hayek, la presunzione fatale della ragione si manifesta ad esempio nel pensiero di Auguste Comte secondo il quale la mente umana sarebbe in una posizione talmente elevata da comprendere lo sviluppo della società e da controllare il suo proprio sviluppo. Nota infatti l’economista austriaco che la presunzione fatale assume le sue forme peggiori e pericolose in quegli intellettuali che immaginano di avere scoperto le leggi evolutive dell’umanità giocando il ruolo di ‘ostetrici della storia’. Ora, nota ancora Hayek, «affermare che siamo in grado di spiegare il nostro sapere equivale ad affermare che noi conosciamo più di quel che realmente conosciamo» (F.A. von Hayek, L’abuso della ragione, trad. it., Vallecchi, Firenze, 1967, cit., p. 108) ed equivale dunque a supporre di essere dotati di una 'super-mente'.

[31] L. von Mises, The Planned Chaos, ora appendice a Socialismo, cit., p. 630.

[32] L. von Mises, Liberalismo, cit., p. 94.

[33] L. von Mises, Socialismo, cit., p. 42.

[34] Ibidem.

[35] Op. cit., p. 133.

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