Fame nel mondo, i numeri che la FAO non dice
di Anna Bono
Nel 1996 il Vertice mondiale sull'alimentazione della FAO,
l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura,
si era concluso con la 'Dichiarazione di Roma', un documento che poneva
come obiettivo il dimezzamento del numero degli affamati entro il 2015,
obiettivo poi ribadito nel 2000 dal programma di lotta globale alla povertà
dell'ONU intitolato 'Millenium Goals'. I dati disponibili allora riguardavano
il 1992-1993 e indicavano una cifra totale di 823 milioni di persone denutrite
e malnutrite.
A distanza di 10 anni, la FAO presenta a Roma in questi
giorni l'annuale rapporto sullo 'Stato di insicurezza alimentare nel mondo'
, in occasione della prima Conferenza mondiale sulla Comunicazione per
lo Sviluppo: vi si legge che nel 2003 gli affamati coloro cioè che vivono
con meno di 1.900 calorie al giorno sono diventati 854 milioni, 820
nei paesi in via di sviluppo, 25 in quelli in transizione e 9 in quelli
industrializzati. Il rapporto sottolinea come dato particolarmente negativo
il fatto che nel 1996 nei paesi in via di sviluppo le persone sottoalimentate
fossero scese a 800 milioni per poi ricominciare a crescere.
“Le promesse non nutrono” ha commentato Jacques Diouf,
direttore generale della FAO, nell'illustrare il contenuto del dossier
appena pubblicato ed è il caso di partire proprio da queste sue parole
per riflettere sullo stato del pianeta. La 'Dichiarazione di Roma', così
come il 'Millenium Goals', si sono posti dei traguardi che tutti sapevano
irrealizzabili. Dimezzare la fame in 15-20 anni comportava dei cambiamenti
economici e sociali strutturali straordinari: in concreto, significava
indurre centinaia di milioni di persone ad abbandonare le economie di
sussistenza e un radicato sistema di discriminazioni e violenze istituzionalizzate.
Perché ciò accadesse era indispensabile, prima di tutto, che i capi di
stato e di governo che li avevano sottoscritti rispettassero gli impegni
presi. Ma nessuno si illuse nel 1996 che Robert Mugabe, il tiranno dello
Zimbabwe, sarebbe stato di parola, né Omar Hassan el Bashir, leader del
Sudan, e neanche Sese Seko Mobutu, allora presidente dello stato africano
che si chiamava Zaire e oggi è diventato Repubblica Democratica del Congo,
per non dire dei leader di Corea del Nord, Myanmar, Somalia, Chad, Nigeria,
Sierra Leone o Liberia. I regimi incapaci e corrotti hanno bisogno della
fame dei loro connazionali, dello stato di inerzia intellettuale e morale
che genera l'inedia.
Naturalmente Diouf intendeva invece le promesse dei
paesi industrializzati, molti dei quali, inclusa l'Italia, non hanno devoluto
ai poveri lo 0,7% del PIL da tempo richiesto. Come al solito, l'evento
in corso a Roma si sta infatti trasformando in un pretesto per screditare
l'Occidente, incolpandolo come minimo di insensibilità al dramma della
povertà e, al peggio, di esserne addirittura la causa, benché sia proprio
grazie agli aiuti alimentari e sanitari e per lo sviluppo forniti dai
paesi occidentali che milioni di persone sono assistite e avviate verso
l'autosufficienza economica; senza dimenticare l'onere finanziario assunto
dai governi del G8 che nel 2005 hanno approvato l'azzeramento dei debiti
multilaterali contratti con Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale
e Banca Africana per lo Sviluppo da 27 stati poveri altamente indebitati.Si
deve molto a questi contributi se la lotta alla fame ottiene dei risultati,
malgrado gli ostacoli e le battute d'arresto: risultati che in realtà,
comunque, ci sono e a dircelo sono gli stessi dati forniti dalla FAO,
se letti con mente non offuscata dall'odio antioccidentale o semplicemente
dall'inesperienza.
Per capirlo basta confrontare quei dati con quelli demografici
e si scopre che nel periodo considerato, dall'inizio degli anni 90 al
2003, il numero dei denutriti è aumentato di 31 milioni nonostante che
la popolazione mondiale sia passata da 5.255 a 6.313 milioni: questo vuol
dire che l'ingegno e il lavoro dell'uomo sono stati in grado di provvedere
ai bisogni di oltre un miliardo di nuove vite. Altri dati incoraggiano
a perseverare: nello stesso arco di tempo la speranza di vita alla nascita
è salita da a 63 a 67 anni e la mortalità infantile è scesa da 62 a 54
decessi su mille.
Pubblichiamo da “Svipop”
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2006, pp. 272, di Sonia Vazzano
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Gianni Vattimo, Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo,
Transeuropa, Massa, 2006, pp.98, Stefano Taddei
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