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Acton Focus

  Numero 16  

Karol Wojtyla,
Discorsi al popolo di Dio,
a cura di F. Felice, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2006, pp. 272

Scriptamanent

Parole che non volano via. Che restano del cuore. Che ci fanno un po’ compagnia. Soprattutto, che ci spronano ancora alla speranza, che ci invitano ad assaporare una serenità troppo spesso assente. Che ci danno la forza di continuare a credere, anche quando sembra davvero difficile. Che ci indicano un cammino, che in cuor nostro sappiamo già possa essere il migliore per noi, ma che inconsciamente, oppure no, non intraprendiamo. Spesso vediamo un popolo attento ai discorsi della società più che agli uomini. A quelli che ci propinano strade già precostituite, valori già omologati, virtù universali e impersonali che finiscono col non appartenerci realmente. E il paradosso è che finiamo tutti, o quasi, per cascarci. Finché non arriva una scossa. Qualcuno che ci parla più forte di tutto e tutti; che ci fa comprendere come le strade siano fatte anche da sentieri interrotti coperti da sassi ed erba alta; che ci invita a sperimentare quanto i valori siano universali solo se noi li rendiamo tali per noi stessi, perché è così che acquistano davvero un “valore”; che ci suggerisce di guardare alle virtù cercate dagli uomini come a sforzi interiori profondi che ognuno compie a suo modo e con i propri mezzi. L’uomo ha un bisogno costante di sentire queste parole. Perché ci sono parole che si perdono nel vento ed altre che aleggiano sempre, anche attraverso le ali dell’aria quando sembra per un attimo portarle via e poi farle subito ritornare.

E le parole di amore e di fede non passano mai e fanno parlare, ancora oggi, chi non le pronuncia più fisicamente, solo perché lo fa in ogni istante della vita di tutti, interiormente, in un modo o nell’altro.

Parole da… lontano

Papa Wojtyla è volato via già da un po’. E in tanti si affannano a ricordarlo come possono, affinché rimanga vivo per sempre, o almeno per il maggior tempo possibile, il ricordo di ciò che è stato per il mondo intero. E, però, le sue parole sono ancora vive. Non solo negli occhi e nel cuore, ma realmente. Così, è come se davvero non fosse mai andato via, perché continua sempre a parlarci. Già nel 2000 Alceste Santini aveva pubblicato Con Giovanni Paolo II per le vie del mondo. La nuova geografia del papato (Rubbettino, pp. 452, ¤ 18,08), un volume che si soffermava sul disegno del nuovo pontificato di Giovanni Paolo II, inteso come “viaggio” nel mondo e tra gli uomini. Nel 2003, invece, Graziano Borgonovo, con il suo Karol Wojtyla / Giovanni Paolo II: una passione continua per l’uomo (Rubbettino, pp. 208, ¤ 10,00), ricostruiva teoreticamente le questioni di carattere antropologico che avevano impegnato il filosofo Wojtyla. Oggi, con i Discorsi al Popolo di Dio curati da Flavio Felice con una Prefazione di Luca Volontè e una Introduzione di Rocco Buttiglione (Rubbettino, pp. 276+XIV, ¤ 14,00), assaporiamo invece il giovane Wojtyla, quello non ancora pontefice, ma che, in cuor suo, lo era già realmente.

Quelle di Felice sono pagine che raccolgono le parole, forse meno ascoltate, e che però rappresentano il sostrato vitale del cammino di un pontefice che si è costruito proprio a partire da esse. Felice riprende in questo testo alcune delle omelie che il cardinale Karol Wojtyla, allora arcivescovo di Cracovia, pronunciò tra il gennaio del 1976 e l’ottobre del 1978, prima della sua elezione. Volontè ­ presidente della Fondazione “Novae Terrae”, nonché capogruppo dell’Udc alla Camera dei Deputati ­ definisce da subito Wojtyla, nella sua Prefazione, come un «Uomo di fede, ma soprattutto […] grande Confessore della Fede, uno di coloro che si invocano nelle Litanie del Santo Rosario». E con una nota del tutto personale prosegue: «Già quando venne eletto, dopo la prematura e Misteriosa scomparsa dell’Innamorato di Dio, Giovanni Paolo I, la mia nonna ottuagenaria esclamò: “Carolu? Sarà africano!”, poi insieme guardammo quella immagine e quel dolce e fermo invito, sprone: “Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!”. In quel “mi corriggerete!”, stava il mondo dell’Est, il vento e la tormenta ancora presenti e attive, allora come oggi, contro il Cristo». Nella sua Introduzione Buttiglione si sofferma, invece, sul centro dell’esperienza della vita di Wojtyla: la fede cristiana. Non si tratta di un evento, ma di una scelta, di un dono, di una testimonianza, «quella di un uomo che lo Spirito di Dio ha scelto per reggere la Chiesa in tempi difficili». Buttiglione pare, tuttavia, sostenere con amarezza che si tratti solo di una testimonianza. Certo l’intento del suo intervento è quello di sottolineare come il cardinale polacco promuovesse un tipo di fede attivo, che non seguisse le mode o gli uomini del tempo, ma si costruisse a partire dal singolo. E ciò è vero. In realtà, rileviamo quanto Wojtyla rappresenti qualcosa di più di un semplice testimone di un’esperienza di fede. È così tanto di più che a volte sembra proprio impossibile spiegare in cosa consista un tale di più. E non parliamo in questo momento della sua esperienza di pontefice, ma di ciò che egli si portò sulle spalle, nella mente e nel cuore alla cattedra di Pietro. È il Wojtyla che combatteva per la sua Polonia, quello che ce lo fa dire; il Wojtyla che da solo, a volte o quasi sempre, si trovò a lottare contro un nemico più grande di tutto: il comunismo. Un nemico che tanti avevano preferito non vedere o semplicemente non combattere. La battaglia di Solidarnosc e il Muro di Berlino erano già stati preparati dal prete polacco, dal vescovo e dal cardinale di Cracovia. Buttiglione scandisce la fede di Wojtyla in storica e politica. Da un lato, quella che si incarna nella figura di quel Cristo che il cardinale polacco portò ad ogni angolo della terra. Dall’altro, quella che opera a partire dal riconoscimento di distinzioni precise. Nel primo caso: «Una fede intesa così la si incontra attraverso persone che ti raggiungono e ti scuotono in quel torpore e in quella rassegnazione che sembrano essere la normalità della condizione umana». Nel secondo: «La fede è politica perché unisce gli uomini e come genera famiglie allo stesso modo genera nazioni».

L’uomo, la fede e la testimonianza

Cosa possono, allora, insegnare, ancora oggi, tali discorsi? Si tratta solo di un’ulteriore celebrazione di chi ormai non ha più bisogno, se mai ne avesse avuto, di celebrazioni? Per Volontè rappresentano «occasioni d’esser confessore della fede, di essere cioè “testimoni” dell’irriducibilità dell’incontro, della bellezza e della pienezza dell’amore a Colui che fa ognuno di noi; sempre, istantaneamente e infaticabilmente». Per Buttiglione: «Questi discorsi fatti al popolo polacco, negli anni in cui si preparava un grande ed inaspettato rivolgimento, hanno la forza di illuminare il momento presente della storia dell’Italia e del mondo». La scansione del curatore in tre sezioni ci è apparsa da subito per nulla casuale. E, forse, questo è il più grande merito che abbiamo rintracciato fin dalle prime pagine del libro. Felice divide le varie omelie, pur mantenendo un ordine di tipo cronologico, in tre grandi sezioni. La prima, dal titolo Sul mistero di Dio e dell’uomo, raccoglie quelle pronunciate nelle feste dell’anno liturgico; la seconda, Sulla storia della salvezza, ha per oggetto quelle proferite nei santuari dei grandi pellegrinaggi; la terza, Sulla testimonianza cristiana, quelle annunciate nelle feste dei santi e nel cammino della chiesa. Se si fa un po’ di attenzione a queste tre sezioni si rivede in ognuna una delle tappe della vita di Wojtyla, prima, e di Giovanni Paolo II, poi. Wojtyla è quello che più di tutti studiò Dio e l’uomo. Era un filosofo ed un poeta, colui che cercava e quello che riusciva a tradurre in parole ciò che aveva trovato. E nessuno più di lui aveva finora esaltato le feste liturgiche così mirabilmente: il Giubileo su tutte, e i tre anni di preparazione ad esso, che non avevano fatto altro che analizzare le tre persone della Trinità. Per quanto riguarda, invece, la seconda sezione, c’è espresso in essa il Dio che salva e che perdona, prima di ogni altra cosa, che è stato sempre quello presentato da Wojtyla: nei giorni seguenti al suo attentato in prima persona; nelle scuse al mondo intero per le persecuzioni operate dalla chiesa, soprattutto medievale; nel bacio alla Terra Santa di Gerusalemme, riconoscendone la superiorità per aver accolto il Salvatore. E, poi, i suoi viaggi per i santuari del mondo; tra la gente che sembrava non credere in nulla e che cominciò a credere, forse, anche grazie a quell’uomo vestito di bianco che camminava tra loro, che sembrava con il suo sguardo salutarli tutti individualmente, senza dimenticare la loro irripetibilità. Infine, la testimonianza cristiana, quella che Wojtyla ha cercato di costruire dalla sua sperduta terra di Polonia e, poi, da Roma a tutto il mondo. Quella che da un lato gridava: «Non abbiate paura di essere i santi del nuovo Millennio» e che dall’altro spronava, indirizzandosi ai giovani: «Voi siete il futuro della Chiesa». Così, da una parte tanti dei grandi uomini che già per il mondo erano santi lo divennero in realtà ­ su tutti il frate di Pietrelcina che allo stesso Wojtyla aveva predetto il pontificato. Mentre, dall’altra nacquero le Giornate mondiali della gioventù, quelle che portarono, allo stesso tempo, migliaia di giovani sotto quella finestra il 2 aprile del 2005.

Ecco, perché sosteniamo con convinzione che Giovanni Paolo II è stato preparato da Karol Wojtyla e non è nato dal nulla. Queste omelie lo dimostrano. In questo caso lo Spirito Santo, in conclave, non avrebbe davvero potuto sbagliare...

Alla ricerca della verità, contro l’ateismo, a partire dalla Polonia

Proviamo, allora, a leggere le omelie del cardinale polacco scandendole in relazione ai temi a lui più cari. Innanzitutto, la riflessione riguardante la verità; una verità sull’uomo e sulla ricerca di Dio che invita gli uomini a guardarsi attorno ­ «“O sapienti monarchi del mondo, dove andate così in fretta?”» (Epifania ’76) ­ e a cercarla sempre e comunque: «Dicono che in ogni uomo è innato il desiderio della verità. La verità è come quella stella, alla quale si volge lo sguardo dell’anima. L’uomo deve vivere della verità, deve cercarla, deve tendere ad essa. Non può farne senza, non può vivere nella menzogna. Un clima di menzogna è sempre un clima contro l’uomo» (Epifania ’77). La menzogna più grande dei tempi moderni era, però, per Wojtyla l’ateismo, ciò che proprio non riusciva a spiegarsi: «si può capire che l’uomo cerchi e non trovi; si può capire che l’uomo neghi; ma non si può capire che all’uomo si dia l’ordine: non ti è permesso credere!» (Epifania ’76). Questo perché «Se si distrugge nell’uomo l’atteggiamento di adorazione verso Dio, allora si distrugge anche ciò che è più profondo nell’uomo, nel rapporto dell’uomo con se stesso e nel rapporto dell’uomo con gli altri uomini» (Epifania ’77). Se l’uomo si stacca da Dio, se tenta di cancellarlo, finisce per cancellare se stesso, quasi che di lui non resti nulla. Così, una tale lotta con Dio finisce col non arretrare di fronte alla distruzione di Dio stesso nell’uomo, ma si ritorce sempre contro la creatura per eccellenza. Per questo egli deve comprendere che la sua misura e dignità «è proprio il farsi uomo di Dio» (Corpus Domini ’77).

Le parole più belle sono, tuttavia, riservate alla sua Polonia: «Non ci può essere una sostanziale differenza fra quello che siamo, che ci sentiamo di essere e il modo come siamo definiti e trattati. Non può accadere che un gruppo di uomini, un gruppo sociale, anche se ha molti meriti, imponga a tutta la Nazione un’ideologia, una visione del mondo che è in contrasto con le convinzioni della maggioranza. […] La Polonia infatti non è una realtà accidentale. La Polonia è mille anni di storia» (Epifania ’76). La Polonia è, però, per Wojtyla, ogni polacco: «Attraverso il cuore di ogni Polacco passa la Nazione intera e la Nazione intera è in ognuno» (Jasna Góra, Festa di Maria Regina della Polonia, ’78). Il cardinale percepisce il timore della sua terra di fronte allo stato attuale delle cose, ma nel medesimo istante invita alla speranza, una speranza che si trova nel Cristo che ogni anno rinasce per il mondo intero: è a quel Bambino che Wojtyla affida i diritti della sua nazione, i diritti dell’uomo.

«Date a Cesare…»: libertà, giustizia e pace

Parlare in tali termini della propria patria lo porta a scagliarsi contro il potere forte che tenta di distruggerla. Così, Wojtyla si trova ad analizzare il rapporto tra lo stato e la chiesa. Il suo punto di partenza, e forse anche di approdo, è chiaro: «Il regno di Erode fu distrutto… il Regno di Cristo dura per l’eternità» (Epifania ’77), tant’è che quando «“Dio nasce, il potere trema”!» (Fine d’anno ’77). Ciò che va chiarito con distinzione sono i compiti dello stato: «Compito del governo non è solo di dominare, di disporre di strumenti di dominio. Compito del governo è vegliare affinché i diritti umani, i diritti dell’uomo, del cittadino, del polacco, del cristiano siano rispettati in pieno! […] E l’uomo integrale non è soltanto materia, ma anche spirito. Forse nell’impeto della propaganda materialistica ci si dimentica di tutto ciò. Forse questo è il grande errore storico che si sta attuando sotto i nostri occhi. Questo è il grande errore, e dobbiamo correggerlo immediatamente» (Corpus Domini ’77). La frecciata è, ovviamente, al comunismo, a quel comunismo in particolare arido, che dimentica l’uomo negli uomini. Al contrario, l’uomo deve essere misurato non solo a partire dal suo corpo, dalla sua materia, dal consumo, dall’utilitarismo, dalla produzione: «È necessario misurare l’uomo con la misura dello spirito» (Piekary Slaskie, Pellegrinaggio degli uomini ’77). Wojtyla ci piace soprattutto per questo, per il suo parlare schietto, teoretico, ma subito pratico: «È chiaro che i diritti dell’uomo sono i diritti al lavoro, al salario. Sono i diritti al pane. Sono anche i diritti dello spirito. Esiste il diritto alla verità, il diritto alla libertà, il diritto all’amore» (Corpus Domini ’78). Lo aveva ripetuto già a Nowa Huta Bienczyce il 15 maggio 1977, quando aveva sostenuto che la chiamata dell’uomo all’amore è la vocazione suprema. Non va, poi, dimenticata, l’attenzione alla giustizia e alla pace; come del resto tutta la sua vita, dedicata all’amore e alla speranza di un mondo senza la guerra. Perché «condizione di ogni pace è il rispetto dei diritti dell’uomo: dell’uomo! Dell’uomo, non del gruppo, non della classe, non del partito: dell’uomo! Sono i diritti alla verità, alla libertà, alla giustizia, all’amore. E proprio essi costituiscono il test di verifica dell’azione di tutti i gruppi e di tutte le classi, di tutti i partiti e di tutti i sistemi politici! Questa è la verità sull’uomo nel mondo contemporaneo!» (Piekary Slaskie, Pellegrinaggio degli uomini ’77). Cosicché «La vera libertà non è solamente coscienza della necessità. La vera libertà è scelta, è l’atto dello spirito umano, è libertà, anche se si tratta di una libertà che costa cara all’uomo» (Jasna Góra, festa di Maria Regina della Polonia ’78).

Il «Totus tuus» gridato ai giovani

Che dire, poi, delle riflessioni sulle donne. In un mondo che da sempre le vede sottomesse, bistrattate, violentate in ogni contesto, fisico, sociale, spirituale. E insieme alle donne in generale la riflessione di Wojtyla si concentra sulle mogli, le madri: in una parola verso Maria. Perché una famiglia inizia, quando c’è una madre che concepisce suo figlio; e allo stesso modo la chiesa ha inizio, quando la Madre di Dio si fa suo strumento. La religiosità polacca di cui parla il futuro Giovanni Paolo II è dichiaratamente “mariana”: «la maternità della Madonna non è altro che una via diretta per giungere al mistero stesso di Dio, alla paternità di Dio che fin dall’inizio ha riempito tutta la vita di Lei e alla quale essa fu obbediente fino in fondo, da quel primo “avvenga di me” pronunciato nel momento dell’annuncio fino all’ultimo fiat della croce» (Ottava di Natale).

E ancora: «La donna è il cuore della famiglia. Sappiamo che l’uomo muore, quando cessa di battere il suo cuore. Ugualmente, la famiglia muore, quando cessa di battere il suo cuore» (Kalwaria Zebrzydowska, Pellegrinaggio delle donne ’76). Perciò: «Grande e unica gioia nella storia dell’umanità: la gioia della maternità di Dio» (Jasna Góra, Visitazione della Vergine ’78). Si comprende anche in una tale riflessione il «Totus tuus», espressione suprema del pontificato del papa polacco. E poi la speciale predilezione per i giovani, per i quali la chiesa prega sapendo di pregare per il proprio avvenire. Tuttavia, in questi anni le sue preoccupazioni maggiori sono per i giovani polacchi, perché possano apprendere «il contenuto della cultura polacca, della letteratura polacca, della musica polacca e tutto ciò che lo spirito polacco e cristiano ha espresso nel corso dei secoli» (Jasna Góra, Visitazione della Vergine ’78). L’interesse per la gioventù si esprime nello specifico in un’attenzione costante verso la cultura e l’educazione: la prima si crea secondo le leggi della mente, della volontà e del cuore, non rappresenta un artificio, ma è frutto di pensieri, sensazioni, espressioni e vita dell’uomo: «Non la si può creare al di fuori dell’uomo, non la si può creare contro l’uomo. E non la si può creare contro Dio! […] Non si può creare la cultura contro Dio, perché la si crea contro l’uomo» (Gietrzward, ’77); la seconda, invece, risulta intimamente connessa alla famiglia e alla scuola. Per ciò che nello specifico riguardava la sua riflessione in quanto ministro di Dio, Wojtyla sembra ripercorrere anche in ciò il suo futuro pontificato. Innanzitutto, con l’attenzione posta all’Eucarestia, «cibo delle nostre anime. L’Eucarestia è la fonte della vita di Dio, delle nostre esistenze umane. L’Eucarestia è la fonte della comunità di tutto il Popolo di Dio». E, proprio attraverso il più grande dei sacramenti, di nuovo a Maria, «la prima ancella dell’Eucarestia», perché in Lei la Parola si fa carne. (Kalwaria Zebrzydowska, Pellegrinaggio delle donne ’76). Quindi, la catechizzazione, la famiglia, la parrocchia, tutte preoccupazioni costanti di un uomo che non si stancava mai di innalzare il suo inno alla vita, nonostante tutto, a non sprecarla, ad utilizzare una tale prova proprio per darle il giusto valore, per giungere all’unione con Dio e affinché «la nostra morte sia l’inizio della vita, della felicità, del cielo ­ non del rifiuto, non dell’inferno!» (Kalwaria Zebrzydowska, Processione sui “Sentieri della Madonna” ’77). Karol, puoi esserne fiero: la tua è stata proprio questo! Questo libro ne è una prova. E le nostre semplici parole, forse, lo sono ancora di più…

La speranza che nasce da un… Grazie!

Giungiamo, così, all’ultima parte del volume, dedicata, come dicevamo, alla testimonianza cristiana. In essa sono raccolte soprattutto le omelie di Wojtyla sui grandi santi della storia del Cristianesimo: il primo martire, Stefano, emblema dei nostri tempi e della necessità di confessori della fede di Cristo; Paolo, il convertito per eccellenza; Pietro, scelto tra tutti per sorreggere la Chiesa. La festa dell’esaltazione della Croce a Nowa Huta nel ’76 gli dà, poi, l’occasione per una esaltazione della croce di Cristo: «“Nella croce c’è sofferenza, nella croce c’è salvezza, poiché nella croce d’amore c’è insegnamento!”; l’insegnamento di questo amore conseguente ­ di questo amore responsabile, di questo amore vero! “Nella croce c’è conforto, nella croce c’è sollievo per l’anima ottenebrata dalla tristezza”» (Nowa Huta Mogia, Festa dell’esaltazione della Croce, 19 settembre ’76). Si tratta non di un’esaltazione dell’uomo attraverso la croce di Cristo, ma della possibilità di riscoprire ogni giorno questa croce, perché è da essa che venne la liberazione dell’uomo. Ed è nello specifico un invito a fare tutti i giorni il segno della Croce, così da portarla sempre in noi e nelle nostre abitazioni. Quindi, l’invito alla speranza, ad una speranza che non deluda: «La speranza è sempre legata al desiderio di quello che supera l’uomo, che è difficile: quello che, stando ai calcoli umani, sembra irraggiungibile ma a cui al tempo stesso l’uomo non sa rinunciare, da cui non può staccarsi perché non si realizzerebbe, non realizzerebbe quelli che considera i suoi compiti. […] La speranza non è una virtù umana, non è una virtù a misura d’uomo: è una virtù divina. Presuppone nell’uomo la misura di Dio. Ed è tale nell’uomo fin dal principio» (Per l’unità dei Cristiani ’77). Perciò è una speranza in cui sperare continuamente. Ed è, soprattutto, una speranza che deve farsi quanto più possibile “ecumenica”, per poter sperare davvero e di continuo, senza fermarsi mai. Le ultime due omelie sono quelle pronunciate in occasione della morte di Paolo VI e di Giovanni Paolo I, in cui si esprimono i due capisaldi forti che caratterizzeranno il pontificato di Wojtyla. Il primo è quasi una predizione personale a partire dall’esperienza di Paolo VI: «colui che sulla terra ha annunciato il mistero di Cristo crocifisso e risorto deve portare a compimento questo mistero della fede con la propria vita e la propria morte» (Cracovia, Cattedrale del Wawel, 10 agosto 1978). Il secondo, pronunciato a Roma nella Chiesa di S. Stanislao l’8 ottobre 1978: «Andate e portate frutto, e che il vostro frutto rimanga. In questo Santo Sacrificio preghiamo che il frutto dei 33 giorni di pontificato di Giovanni Paolo I duri». E durò realmente in quello del suo successore. Felice lo definisce, nella sua nota finale, «memorabile» e preferisce ricordarlo una volta di più riportando le parole di Benedetto XVI nella sua omelia di inizio Ministero del 24 aprile 2005: «Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!”. […] Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo ­ e troverete la vera vita». Una vita che abbiamo avuto la fortuna di vedere, sulla Terra, nell’opera e nei discorsi di Giovanni Paolo II.

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In this issue:

Articoli:
Interesse e responsabilità, di Robert Sirico
Fame nel mondo, i numeri che la FAO non dice, di Anna Bono
L’economia sociale di mercato: alcune osservazioni, di Flavio Felice
 
Libri:
Tito Lucrezio Rizzzo, Le ragioni del diritto, Gangemi Editore, Roma 2006, pp. 94, di Pier Luigi Torre.
Karol Wojtyla, Discorsi al popolo di Dio, a cura di F. Felice, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2006, pp. 272, di Sonia Vazzano
René Girard – Gianni Vattimo, Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo, Transeuropa, Massa, 2006, pp.98, Stefano Taddei

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