Karol Wojtyla,
Discorsi al popolo di Dio,
a cura di F. Felice, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2006, pp. 272
Di Sonia Vazzano
Scriptamanent
Parole che non volano via. Che restano del cuore. Che
ci fanno un po’ compagnia. Soprattutto, che ci spronano ancora alla speranza,
che ci invitano ad assaporare una serenità troppo spesso assente. Che
ci danno la forza di continuare a credere, anche quando sembra davvero
difficile. Che ci indicano un cammino, che in cuor nostro sappiamo già
possa essere il migliore per noi, ma che inconsciamente, oppure no, non
intraprendiamo. Spesso vediamo un popolo attento ai discorsi della società
più che agli uomini. A quelli che ci propinano strade già precostituite,
valori già omologati, virtù universali e impersonali che finiscono col
non appartenerci realmente. E il paradosso è che finiamo tutti, o quasi,
per cascarci. Finché non arriva una scossa. Qualcuno che ci parla più
forte di tutto e tutti; che ci fa comprendere come le strade siano fatte
anche da sentieri interrotti coperti da sassi ed erba alta; che ci invita
a sperimentare quanto i valori siano universali solo se noi li rendiamo
tali per noi stessi, perché è così che acquistano davvero un “valore”;
che ci suggerisce di guardare alle virtù cercate dagli uomini come a sforzi
interiori profondi che ognuno compie a suo modo e con i propri mezzi.
L’uomo ha un bisogno costante di sentire queste parole. Perché ci sono
parole che si perdono nel vento ed altre che aleggiano sempre, anche attraverso
le ali dell’aria quando sembra per un attimo portarle via e poi farle
subito ritornare.
E le parole di amore e di fede non passano mai e fanno
parlare, ancora oggi, chi non le pronuncia più fisicamente, solo perché
lo fa in ogni istante della vita di tutti, interiormente, in un modo o
nell’altro.
Parole da… lontano
Papa Wojtyla è volato via già da un po’. E in tanti
si affannano a ricordarlo come possono, affinché rimanga vivo per sempre,
o almeno per il maggior tempo possibile, il ricordo di ciò che è stato
per il mondo intero. E, però, le sue parole sono ancora vive. Non solo
negli occhi e nel cuore, ma realmente. Così, è come se davvero non fosse
mai andato via, perché continua sempre a parlarci. Già nel 2000 Alceste
Santini aveva pubblicato Con Giovanni Paolo II per le vie del mondo.
La nuova geografia del papato (Rubbettino, pp. 452, ¤ 18,08), un volume
che si soffermava sul disegno del nuovo pontificato di Giovanni Paolo
II, inteso come “viaggio” nel mondo e tra gli uomini. Nel 2003, invece,
Graziano Borgonovo, con il suo Karol Wojtyla / Giovanni Paolo II: una
passione continua per l’uomo (Rubbettino, pp. 208, ¤ 10,00), ricostruiva
teoreticamente le questioni di carattere antropologico che avevano impegnato
il filosofo Wojtyla. Oggi, con i Discorsi al Popolo di Dio curati
da Flavio Felice con una Prefazione di Luca Volontè e una Introduzione
di Rocco Buttiglione (Rubbettino, pp. 276+XIV, ¤ 14,00), assaporiamo invece
il giovane Wojtyla, quello non ancora pontefice, ma che, in cuor suo,
lo era già realmente.
Quelle di Felice sono pagine che raccolgono le parole,
forse meno ascoltate, e che però rappresentano il sostrato vitale del
cammino di un pontefice che si è costruito proprio a partire da esse.
Felice riprende in questo testo alcune delle omelie che il cardinale Karol
Wojtyla, allora arcivescovo di Cracovia, pronunciò tra il gennaio del
1976 e l’ottobre del 1978, prima della sua elezione. Volontè presidente
della Fondazione “Novae Terrae”, nonché capogruppo dell’Udc alla Camera
dei Deputati definisce da subito Wojtyla, nella sua Prefazione,
come un «Uomo di fede, ma soprattutto […] grande Confessore della Fede,
uno di coloro che si invocano nelle Litanie del Santo Rosario». E con
una nota del tutto personale prosegue: «Già quando venne eletto, dopo
la prematura e Misteriosa scomparsa dell’Innamorato di Dio, Giovanni Paolo
I, la mia nonna ottuagenaria esclamò: “Carolu? Sarà africano!”, poi insieme
guardammo quella immagine e quel dolce e fermo invito, sprone: “Non abbiate
paura, aprite le porte a Cristo!”. In quel “mi corriggerete!”, stava il
mondo dell’Est, il vento e la tormenta ancora presenti e attive, allora
come oggi, contro il Cristo». Nella sua Introduzione Buttiglione
si sofferma, invece, sul centro dell’esperienza della vita di Wojtyla:
la fede cristiana. Non si tratta di un evento, ma di una scelta, di un
dono, di una testimonianza, «quella di un uomo che lo Spirito di Dio ha
scelto per reggere la Chiesa in tempi difficili». Buttiglione pare, tuttavia,
sostenere con amarezza che si tratti solo di una testimonianza.
Certo l’intento del suo intervento è quello di sottolineare come il cardinale
polacco promuovesse un tipo di fede attivo, che non seguisse le mode o
gli uomini del tempo, ma si costruisse a partire dal singolo. E ciò è
vero. In realtà, rileviamo quanto Wojtyla rappresenti qualcosa di più
di un semplice testimone di un’esperienza di fede. È così tanto di più
che a volte sembra proprio impossibile spiegare in cosa consista un tale
di più. E non parliamo in questo momento della sua esperienza di
pontefice, ma di ciò che egli si portò sulle spalle, nella mente e nel
cuore alla cattedra di Pietro. È il Wojtyla che combatteva per la sua
Polonia, quello che ce lo fa dire; il Wojtyla che da solo, a volte o quasi
sempre, si trovò a lottare contro un nemico più grande di tutto: il comunismo.
Un nemico che tanti avevano preferito non vedere o semplicemente non combattere.
La battaglia di Solidarnosc e il Muro di Berlino erano già stati preparati
dal prete polacco, dal vescovo e dal cardinale di Cracovia. Buttiglione
scandisce la fede di Wojtyla in storica e politica. Da un lato,
quella che si incarna nella figura di quel Cristo che il cardinale polacco
portò ad ogni angolo della terra. Dall’altro, quella che opera a partire
dal riconoscimento di distinzioni precise. Nel primo caso: «Una fede intesa
così la si incontra attraverso persone che ti raggiungono e ti scuotono
in quel torpore e in quella rassegnazione che sembrano essere la normalità
della condizione umana». Nel secondo: «La fede è politica perché unisce
gli uomini e come genera famiglie allo stesso modo genera nazioni».
L’uomo, la fede e la testimonianza
Cosa possono, allora, insegnare, ancora oggi, tali discorsi?
Si tratta solo di un’ulteriore celebrazione di chi ormai non ha più bisogno,
se mai ne avesse avuto, di celebrazioni? Per Volontè rappresentano «occasioni
d’esser confessore della fede, di essere cioè “testimoni” dell’irriducibilità
dell’incontro, della bellezza e della pienezza dell’amore a Colui che
fa ognuno di noi; sempre, istantaneamente e infaticabilmente». Per Buttiglione:
«Questi discorsi fatti al popolo polacco, negli anni in cui si preparava
un grande ed inaspettato rivolgimento, hanno la forza di illuminare il
momento presente della storia dell’Italia e del mondo». La scansione del
curatore in tre sezioni ci è apparsa da subito per nulla casuale. E, forse,
questo è il più grande merito che abbiamo rintracciato fin dalle prime
pagine del libro. Felice divide le varie omelie, pur mantenendo un ordine
di tipo cronologico, in tre grandi sezioni. La prima, dal titolo Sul
mistero di Dio e dell’uomo, raccoglie quelle pronunciate nelle feste
dell’anno liturgico; la seconda, Sulla storia della salvezza, ha
per oggetto quelle proferite nei santuari dei grandi pellegrinaggi; la
terza, Sulla testimonianza cristiana, quelle annunciate nelle feste
dei santi e nel cammino della chiesa. Se si fa un po’ di attenzione a
queste tre sezioni si rivede in ognuna una delle tappe della vita di Wojtyla,
prima, e di Giovanni Paolo II, poi. Wojtyla è quello che più di tutti
studiò Dio e l’uomo. Era un filosofo ed un poeta, colui che cercava e
quello che riusciva a tradurre in parole ciò che aveva trovato. E nessuno
più di lui aveva finora esaltato le feste liturgiche così mirabilmente:
il Giubileo su tutte, e i tre anni di preparazione ad esso, che non avevano
fatto altro che analizzare le tre persone della Trinità. Per quanto riguarda,
invece, la seconda sezione, c’è espresso in essa il Dio che salva e che
perdona, prima di ogni altra cosa, che è stato sempre quello presentato
da Wojtyla: nei giorni seguenti al suo attentato in prima persona; nelle
scuse al mondo intero per le persecuzioni operate dalla chiesa, soprattutto
medievale; nel bacio alla Terra Santa di Gerusalemme, riconoscendone la
superiorità per aver accolto il Salvatore. E, poi, i suoi viaggi per i
santuari del mondo; tra la gente che sembrava non credere in nulla e che
cominciò a credere, forse, anche grazie a quell’uomo vestito di bianco
che camminava tra loro, che sembrava con il suo sguardo salutarli tutti
individualmente, senza dimenticare la loro irripetibilità. Infine, la
testimonianza cristiana, quella che Wojtyla ha cercato di costruire dalla
sua sperduta terra di Polonia e, poi, da Roma a tutto il mondo. Quella
che da un lato gridava: «Non abbiate paura di essere i santi del nuovo
Millennio» e che dall’altro spronava, indirizzandosi ai giovani: «Voi
siete il futuro della Chiesa». Così, da una parte tanti dei grandi uomini
che già per il mondo erano santi lo divennero in realtà su tutti il
frate di Pietrelcina che allo stesso Wojtyla aveva predetto il pontificato.
Mentre, dall’altra nacquero le Giornate mondiali della gioventù, quelle
che portarono, allo stesso tempo, migliaia di giovani sotto quella finestra
il 2 aprile del 2005.
Ecco, perché sosteniamo con convinzione che Giovanni
Paolo II è stato preparato da Karol Wojtyla e non è nato dal nulla. Queste
omelie lo dimostrano. In questo caso lo Spirito Santo, in conclave, non
avrebbe davvero potuto sbagliare...
Alla ricerca della verità, contro l’ateismo, a partire dalla
Polonia
Proviamo, allora, a leggere le omelie del cardinale
polacco scandendole in relazione ai temi a lui più cari. Innanzitutto,
la riflessione riguardante la verità; una verità sull’uomo e sulla
ricerca di Dio che invita gli uomini a guardarsi attorno «“O sapienti
monarchi del mondo, dove andate così in fretta?”» (Epifania ’76) e a
cercarla sempre e comunque: «Dicono che in ogni uomo è innato il desiderio
della verità. La verità è come quella stella, alla quale si volge lo sguardo
dell’anima. L’uomo deve vivere della verità, deve cercarla, deve tendere
ad essa. Non può farne senza, non può vivere nella menzogna. Un clima
di menzogna è sempre un clima contro l’uomo» (Epifania ’77). La menzogna
più grande dei tempi moderni era, però, per Wojtyla l’ateismo, ciò che
proprio non riusciva a spiegarsi: «si può capire che l’uomo cerchi e non
trovi; si può capire che l’uomo neghi; ma non si può capire che all’uomo
si dia l’ordine: non ti è permesso credere!» (Epifania ’76). Questo perché
«Se si distrugge nell’uomo l’atteggiamento di adorazione verso Dio, allora
si distrugge anche ciò che è più profondo nell’uomo, nel rapporto dell’uomo
con se stesso e nel rapporto dell’uomo con gli altri uomini» (Epifania
’77). Se l’uomo si stacca da Dio, se tenta di cancellarlo, finisce per
cancellare se stesso, quasi che di lui non resti nulla. Così, una tale
lotta con Dio finisce col non arretrare di fronte alla distruzione di
Dio stesso nell’uomo, ma si ritorce sempre contro la creatura per eccellenza.
Per questo egli deve comprendere che la sua misura e dignità «è proprio
il farsi uomo di Dio» (Corpus Domini ’77).
Le parole più belle sono, tuttavia, riservate alla sua
Polonia: «Non ci può essere una sostanziale differenza fra quello
che siamo, che ci sentiamo di essere e il modo come siamo definiti e trattati.
Non può accadere che un gruppo di uomini, un gruppo sociale, anche se
ha molti meriti, imponga a tutta la Nazione un’ideologia, una visione
del mondo che è in contrasto con le convinzioni della maggioranza. […]
La Polonia infatti non è una realtà accidentale. La Polonia è mille anni
di storia» (Epifania ’76). La Polonia è, però, per Wojtyla, ogni polacco:
«Attraverso il cuore di ogni Polacco passa la Nazione intera e la Nazione
intera è in ognuno» (Jasna Góra, Festa di Maria Regina della Polonia,
’78). Il cardinale percepisce il timore della sua terra di fronte allo
stato attuale delle cose, ma nel medesimo istante invita alla speranza,
una speranza che si trova nel Cristo che ogni anno rinasce per il mondo
intero: è a quel Bambino che Wojtyla affida i diritti della sua nazione,
i diritti dell’uomo.
«Date a Cesare…»: libertà, giustizia e pace
Parlare in tali termini della propria patria lo porta
a scagliarsi contro il potere forte che tenta di distruggerla. Così, Wojtyla
si trova ad analizzare il rapporto tra lo stato e la chiesa. Il suo punto
di partenza, e forse anche di approdo, è chiaro: «Il regno di Erode fu
distrutto… il Regno di Cristo dura per l’eternità» (Epifania ’77), tant’è
che quando «“Dio nasce, il potere trema”!» (Fine d’anno ’77). Ciò che
va chiarito con distinzione sono i compiti dello stato: «Compito del governo
non è solo di dominare, di disporre di strumenti di dominio. Compito del
governo è vegliare affinché i diritti umani, i diritti dell’uomo, del
cittadino, del polacco, del cristiano siano rispettati in pieno! […] E
l’uomo integrale non è soltanto materia, ma anche spirito. Forse nell’impeto
della propaganda materialistica ci si dimentica di tutto ciò. Forse questo
è il grande errore storico che si sta attuando sotto i nostri occhi. Questo
è il grande errore, e dobbiamo correggerlo immediatamente» (Corpus Domini
’77). La frecciata è, ovviamente, al comunismo, a quel comunismo in particolare
arido, che dimentica l’uomo negli uomini. Al contrario, l’uomo deve essere
misurato non solo a partire dal suo corpo, dalla sua materia, dal consumo,
dall’utilitarismo, dalla produzione: «È necessario misurare l’uomo con
la misura dello spirito» (Piekary Slaskie, Pellegrinaggio degli uomini
’77). Wojtyla ci piace soprattutto per questo, per il suo parlare schietto,
teoretico, ma subito pratico: «È chiaro che i diritti dell’uomo sono i
diritti al lavoro, al salario. Sono i diritti al pane. Sono anche i diritti
dello spirito. Esiste il diritto alla verità, il diritto alla libertà,
il diritto all’amore» (Corpus Domini ’78). Lo aveva ripetuto già a Nowa
Huta Bienczyce il 15 maggio 1977, quando aveva sostenuto che la chiamata
dell’uomo all’amore è la vocazione suprema. Non va, poi, dimenticata,
l’attenzione alla giustizia e alla pace; come del resto tutta la sua vita,
dedicata all’amore e alla speranza di un mondo senza la guerra. Perché
«condizione di ogni pace è il rispetto dei diritti dell’uomo: dell’uomo!
Dell’uomo, non del gruppo, non della classe, non del partito: dell’uomo!
Sono i diritti alla verità, alla libertà, alla giustizia, all’amore. E
proprio essi costituiscono il test di verifica dell’azione di tutti i
gruppi e di tutte le classi, di tutti i partiti e di tutti i sistemi politici!
Questa è la verità sull’uomo nel mondo contemporaneo!» (Piekary Slaskie,
Pellegrinaggio degli uomini ’77). Cosicché «La vera libertà non è solamente
coscienza della necessità. La vera libertà è scelta, è l’atto dello spirito
umano, è libertà, anche se si tratta di una libertà che costa cara all’uomo»
(Jasna Góra, festa di Maria Regina della Polonia ’78).
Il «Totus tuus» gridato ai giovani
Che dire, poi, delle riflessioni sulle donne. In un
mondo che da sempre le vede sottomesse, bistrattate, violentate in ogni
contesto, fisico, sociale, spirituale. E insieme alle donne in generale
la riflessione di Wojtyla si concentra sulle mogli, le madri: in una parola
verso Maria. Perché una famiglia inizia, quando c’è una madre che concepisce
suo figlio; e allo stesso modo la chiesa ha inizio, quando la Madre di
Dio si fa suo strumento. La religiosità polacca di cui parla il futuro
Giovanni Paolo II è dichiaratamente “mariana”: «la maternità della Madonna
non è altro che una via diretta per giungere al mistero stesso di Dio,
alla paternità di Dio che fin dall’inizio ha riempito tutta la vita di
Lei e alla quale essa fu obbediente fino in fondo, da quel primo “avvenga
di me” pronunciato nel momento dell’annuncio fino all’ultimo fiat
della croce» (Ottava di Natale).
E ancora: «La donna è il cuore della famiglia. Sappiamo
che l’uomo muore, quando cessa di battere il suo cuore. Ugualmente, la
famiglia muore, quando cessa di battere il suo cuore» (Kalwaria Zebrzydowska,
Pellegrinaggio delle donne ’76). Perciò: «Grande e unica gioia nella storia
dell’umanità: la gioia della maternità di Dio» (Jasna Góra, Visitazione
della Vergine ’78). Si comprende anche in una tale riflessione il «Totus
tuus», espressione suprema del pontificato del papa polacco. E poi la
speciale predilezione per i giovani, per i quali la chiesa prega sapendo
di pregare per il proprio avvenire. Tuttavia, in questi anni le sue preoccupazioni
maggiori sono per i giovani polacchi, perché possano apprendere «il contenuto
della cultura polacca, della letteratura polacca, della musica polacca
e tutto ciò che lo spirito polacco e cristiano ha espresso nel corso dei
secoli» (Jasna Góra, Visitazione della Vergine ’78). L’interesse per la
gioventù si esprime nello specifico in un’attenzione costante verso la
cultura e l’educazione: la prima si crea secondo le leggi della mente,
della volontà e del cuore, non rappresenta un artificio, ma è frutto di
pensieri, sensazioni, espressioni e vita dell’uomo: «Non la si può creare
al di fuori dell’uomo, non la si può creare contro l’uomo. E non la si
può creare contro Dio! […] Non si può creare la cultura contro Dio, perché
la si crea contro l’uomo» (Gietrzward, ’77); la seconda, invece, risulta
intimamente connessa alla famiglia e alla scuola. Per ciò che nello specifico
riguardava la sua riflessione in quanto ministro di Dio, Wojtyla sembra
ripercorrere anche in ciò il suo futuro pontificato. Innanzitutto, con
l’attenzione posta all’Eucarestia, «cibo delle nostre anime. L’Eucarestia
è la fonte della vita di Dio, delle nostre esistenze umane. L’Eucarestia
è la fonte della comunità di tutto il Popolo di Dio». E, proprio attraverso
il più grande dei sacramenti, di nuovo a Maria, «la prima ancella dell’Eucarestia»,
perché in Lei la Parola si fa carne. (Kalwaria Zebrzydowska, Pellegrinaggio
delle donne ’76). Quindi, la catechizzazione, la famiglia, la parrocchia,
tutte preoccupazioni costanti di un uomo che non si stancava mai di innalzare
il suo inno alla vita, nonostante tutto, a non sprecarla, ad utilizzare
una tale prova proprio per darle il giusto valore, per giungere all’unione
con Dio e affinché «la nostra morte sia l’inizio della vita, della felicità,
del cielo non del rifiuto, non dell’inferno!» (Kalwaria Zebrzydowska,
Processione sui “Sentieri della Madonna” ’77). Karol, puoi esserne fiero:
la tua è stata proprio questo! Questo libro ne è una prova. E le nostre
semplici parole, forse, lo sono ancora di più…
La speranza che nasce da un… Grazie!
Giungiamo, così, all’ultima parte del volume, dedicata,
come dicevamo, alla testimonianza cristiana. In essa sono raccolte soprattutto
le omelie di Wojtyla sui grandi santi della storia del Cristianesimo:
il primo martire, Stefano, emblema dei nostri tempi e della necessità
di confessori della fede di Cristo; Paolo, il convertito per eccellenza;
Pietro, scelto tra tutti per sorreggere la Chiesa. La festa dell’esaltazione
della Croce a Nowa Huta nel ’76 gli dà, poi, l’occasione per una esaltazione
della croce di Cristo: «“Nella croce c’è sofferenza, nella croce c’è salvezza,
poiché nella croce d’amore c’è insegnamento!”; l’insegnamento di questo
amore conseguente di questo amore responsabile, di questo amore vero!
“Nella croce c’è conforto, nella croce c’è sollievo per l’anima ottenebrata
dalla tristezza”» (Nowa Huta Mogia, Festa dell’esaltazione della Croce,
19 settembre ’76). Si tratta non di un’esaltazione dell’uomo attraverso
la croce di Cristo, ma della possibilità di riscoprire ogni giorno questa
croce, perché è da essa che venne la liberazione dell’uomo. Ed è nello
specifico un invito a fare tutti i giorni il segno della Croce, così da
portarla sempre in noi e nelle nostre abitazioni. Quindi, l’invito alla
speranza, ad una speranza che non deluda: «La speranza è sempre legata
al desiderio di quello che supera l’uomo, che è difficile: quello che,
stando ai calcoli umani, sembra irraggiungibile ma a cui al tempo stesso
l’uomo non sa rinunciare, da cui non può staccarsi perché non si realizzerebbe,
non realizzerebbe quelli che considera i suoi compiti. […] La speranza
non è una virtù umana, non è una virtù a misura d’uomo: è una virtù divina.
Presuppone nell’uomo la misura di Dio. Ed è tale nell’uomo fin dal principio»
(Per l’unità dei Cristiani ’77). Perciò è una speranza in cui sperare
continuamente. Ed è, soprattutto, una speranza che deve farsi quanto più
possibile “ecumenica”, per poter sperare davvero e di continuo, senza
fermarsi mai. Le ultime due omelie sono quelle pronunciate in occasione
della morte di Paolo VI e di Giovanni Paolo I, in cui si esprimono i due
capisaldi forti che caratterizzeranno il pontificato di Wojtyla. Il primo
è quasi una predizione personale a partire dall’esperienza di Paolo VI:
«colui che sulla terra ha annunciato il mistero di Cristo crocifisso e
risorto deve portare a compimento questo mistero della fede con la propria
vita e la propria morte» (Cracovia, Cattedrale del Wawel, 10 agosto 1978).
Il secondo, pronunciato a Roma nella Chiesa di S. Stanislao l’8 ottobre
1978: «Andate e portate frutto, e che il vostro frutto rimanga. In questo
Santo Sacrificio preghiamo che il frutto dei 33 giorni di pontificato
di Giovanni Paolo I duri». E durò realmente in quello del suo successore.
Felice lo definisce, nella sua nota finale, «memorabile» e preferisce
ricordarlo una volta di più riportando le parole di Benedetto XVI nella
sua omelia di inizio Ministero del 24 aprile 2005: «Ancora, e continuamente,
mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: “Non abbiate paura,
aprite anzi spalancate le porte a Cristo!”. […] Così, oggi, io vorrei,
con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una
lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo!
Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo.
Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita».
Una vita che abbiamo avuto la fortuna di vedere, sulla Terra, nell’opera
e nei discorsi di Giovanni Paolo II.
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