Armonia Sociale e Pace Tra I Popoli: La Liberta’ al Servizio Dell
’Umanita’
Michael Novak*
1. Le quattro dimensioni della globalizzazione
All’inizio della Rerum novarum, Leone XIII espone i motivi
dello sconfinamento del suo magistero nell’ordine economico, prestando
attenzione alle nuove domande che il mutato ordine sociale del XIX secolo
pone alla famiglia cristiana[1]. Oggi, nel XXI secolo, abbiamo a che fare con
un altro ordine sociale e, nuovamente, sarà necessario riflettere
sulle sue implicazioni con la famiglia cristiana. Tale nuovo ordine è
raffigurato in modo ambiguo e chiamato globalizzazione. Per comprendere
autenticamente il mondo concreto che esso evidenza, bisogna prestare attenzione
a quattro distinte dimensioni.
1.1. La dimensione religiosa
Quando Gesù disse ai suoi apostoli: “Andate e insegnate
a tutte le nazioni”, individuò il significato più
profondo della globalizzazione. Il nuovo popolo di Dio non appartiene
a nessun raggruppamento razziale, gruppo etnico o nazione, è universale.
Si compone di tutte le donne e gli uomini di buona volontà che
aprono il loro intelletto e la loro volontà; è globale.
Più tardi, quando Sant’Agostino definì la Città
di Dio come la comunità di tutti coloro le cui menti e volontà
sono fuse con la Caritas, che rappresenta la dimensione intima
di Dio, anch’egli ha evidenziato la comunità globale: globale
nello spazio e nel tempo. Ed ancora, l’espressione contemporanea
di Giovanni Paolo II, la civiltà dell’amore, si rivolge
alla comunità universale di tutti gli uomini e di tutte le donne
della quale la Chiesa cattolica è l’araldo, essendo una,
globale e multiculturale[2]. Dunque, proprio qui, all’inizio della
nostra discussione, dobbiamo ricordare a noi stessi che un’altra
parola per esprimere il termine “cattolico” è “globale”.
Tuttavia, esistono altre forme di globalizzazione che sono giudicate contrarie
al livello della Caritas universale di Dio, offerta a tutti e ovunque.
Di contro, l’attuale fenomeno di globalizzazione economica, politica
e culturale è di gran lunga più superficiale e potrebbe
risultare distruttiva per il disegno di Dio. Tuttavia, alcune correnti
al suo interno potrebbero servirsene in maniera creativa per il disegno
di Dio, preparando il campo ad una forma di comunità umana più
profonda: la comunità universale del diverso e pluralistico popolo
di Dio. In tale contesto, “cattolico” non significa uniforme
e omogeneo, ma unità nella diversità. Ciò poiché
ogni famiglia cattolica è, simultaneamente, fondata su un particolare
linguaggio e una particolare cultura e unita a tutte le famiglie dalla
solidarietà universale. Quando le famiglie cristiane partecipano
all’Eucarestia, prendono parte alla presenza spirituale dell’intera
comunità universale, unita in Cristo crocifisso.
1.2 La dimensione culturale
Globalizzazione significa che al giorno d’oggi stiamo sperimentando
un’inedita rete di contatti tra popoli e culture. Iniziamo con alcuni
esempi minori, ma più facilmente comprensibili. I programmi televisivi,
quasi simultaneamente, uniscono le famiglie di una parte del mondo con
quelle di un’altra parte. Tutti possono vedere nello stesso tempo
le stesse immagini. Tra il 1980 e il 1995, il numero degli apparecchi
televisivi su mille persone è quasi raddoppiato, passando da 121
a 235 e continua a crescere[3]. Restando
seduti nelle nostre case o uffici, seguiamo i bollettini meteorologici
in televisione che ci informano sulle temperature e sui mutamenti del
clima in un gran numero di città in tutti i continenti del mondo.
I principi dei diritti umani e della democrazia si diffondono rapidamente
nel mondo, al pari delle immagini di sofferenza e ingiustizia. Così
come, ahimè, le immagini di seduzione, edonismo e ribellione contro
il bene e il vero.
Inoltre, mai tante persone come oggi si spostano da un paese all’altro.
Il traffico aereo è divenuto abbastanza economico e conveniente,
al punto che le moltitudini che giungono a Roma (e in altre grandi città)
non sono formate soltanto da aristocratici e colti, come un tempo, ma
anche da persone molto più umili. Ad un livello più stabile,
sono tante le famiglie i cui membri vivono in altri paesi, in parti distanti
del mondo: anche le nostre famiglie sono diventate planetarie.
Tuttavia, ciò non è tutto. Le molteplici rotte del commercio
internazionale stanno intessendo un unico circolo di scambi. Sempre più
persone, spontaneamente, ragionano a partire dai bisogni e dai desideri
di altre persone che vivono in zone lontane del pianeta. Ecco come lo
scrittore americano Thomas Friedman racconta di un giornalista politico
giordano che gli manifestava tutta la sua soddisfazione perché
la CNN aveva da poco inserito Amman nei suoi bollettini meteorologici
e nelle previsioni del tempo; da quel momento, per lui, la Giordania esisteva
in un modo del tutto nuovo rispetto a prima; agli occhi degli altri il
suo Paese era oggetto di un qualche interesse. E brevemente, di lì
a poco, un imprenditore israeliano spiegò a Freedman che sia lui
sia i suoi soci non erano più interessati unicamente alle condizioni
economiche locali e a cosa produrre in base ad esse, bensì alle
opportunità offerte dalla capacità di esportare. A differenza
di un tempo, cominciavamo a pensare all’intero pianeta e a cosa
esportare, soltanto dopo a come produrlo. Siamo diventate persone
diverse, spiegava l’uomo; pensiamo a noi stessi in un altro modo:
in modo planetario[4].
Si consideri qualche altro indicatore:
- Tra il 1980 e il 1996 il numero dei viaggiatori da un paese all’altro
è raddoppiato, da 260 milioni è passato a quasi 600 milioni
per anno. Un decimo della popolazione mondiale.
- Tra il 1990 e il 1996 il tempo speso per le telefonate internazionali
è più che raddoppiato, passando da 33 miliardi di minuti
a 70 miliardi di minuti.
- Prendendo come riferimento l’indice dei prezzi al consumo del
1990, il costo di una chiamata telefonica di tre minuti da New York
a Londra è sceso da 245$ nel 1930 a quasi 50$ nel 1950, a 3$
nel 1990, a 35 centesimi nel 1999.
Gli stessi notevoli cambiamenti stanno avvenendo nelle oceaniche profondità
delle culture. In Indonesia, in Birmania, nel Burundi, nel Ghana e in
tutti gli angoli del mondo, chiunque ammetterà l’esistenza
di un numero sempre maggiore di persone che fanno appello agli stessi
principi universali: la dignità umana, il diritto all’iniziativa
economica personale, la liberazione dalla povertà. Quasi tutte
queste idee universali, come ha evidenziato l’economista Barbara
Ward, sono state introdotte nel mondo grazie all’influenza del Cristianesimo[5]. Con ciò, l’economista
non intendeva dire che il mondo sta diventando cristiano, suggeriva che
da un lato certi ideali sociali e cristiani hanno una forza universale
e che dall’altro tali ideali stanno ispirando i popoli ovunque nel
mondo. Infatti, le nazioni del mondo, così giunte ad una universale
cultura del rispetto dei diritti umani, daranno vita ad un mondo molto
più vicino ad alcuni fondamentali ideali cristiani: la dignità
della persona, la solidarietà tra i popoli. In molti campi estremamente
importanti, il mondo intero sta vivendo un generale dramma culturale:
il tentativo di edificare società degne di tali ideali.
1.3 La dimensione politica
Anche le espressioni politiche della globalizzazione sono molteplici.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, con la sua condanna
di certi mali (genocidio, tortura, ecc…) è nello stesso tempo
un atto politico e un atto profondamente influenzato da pensatori cattolici[6]. Fuori dal palazzo delle
Nazioni Unite di New York è posta una statua di Francesco de Vitoria
(1486-1546), il grande pensatore cattolico, considerato il “padre
del diritto internazionale”. La connessione tra il diritto internazionale,
una visione cattolica della vita e la portata multiculturale delle civiltà
cristiane è alquanto profonda. Il Cristianesimo è la religione
che vede le popolazioni del mondo come un’unità, tenute insieme
dalle leggi di un unico Creatore e chiamate ad una nuova vocazione dal
solo e universale Redentore. Inoltre, a tutte è stata data la vocazione
di “edificare il regno di Dio” sulla terra, un regno senza
fine, ma prima dell’ultimo giorno sempre imperfetto, incompleto
e popolato da membri che nello stesso tempo sono peccatori e redenti.
Lo sforzo di pensare ad un sistema in cui il diritto positivo guidi,
insegni e formi le persone in un modo che si mostri degno del destino
che il Creatore ha voluto per loro, comporta un duro sforzo fatto di tentativi
ed errori contro la resistenza e la ribellione, l’ignoranza, l’errata
passione e la ceca volontà. Il sacrificio per il governo della
legge è una lunga avventura. La famiglia è la prima istituzione
nella quale gli esseri umani apprendono la via della legge e come appropriarsi
delle sue fonti in modo intimo.
All’inizio del XX secolo, Hitler, Mussolini e Stalin hanno sconvolto
lo scenario mondiale, urlando al mondo che la dittatura era la forma di
governo più efficiente per il perseguimento della volontà
generale e per sollevare i poveri. Ma il mondo ha imparato la lezione
amara ed indimenticabile dell’era delle dittature. Come Giovanni
Paolo II ha evidenziato nella Centesimus annus, la democrazia ha
molti punti deboli, ma nessun sistema protegge meglio i diritti umani
delle minoranze e degli individui, tanto dai singoli tiranni quanto dalla
tirannia della maggioranza. Al punto che oggi quasi tutte le dittature
sono state rigettate, e le persone sono impegnate a sviluppare partiti
e coalizioni che promuovono la costituzione di governi fondati sul consenso
dei governati e rispettosi del governo della legge: una legge uguale per
tutti, per la quale nessuno è titolare di diritti speciali.
Una seconda accezione politica della globalizzazione è il movimento
simultaneo, proveniente tanto dall’“alto” quanto dal
“basso”, contro l’egemonia dello stato nazionale. In
Europa, ad esempio, i singoli stati stanno attribuendo alcune loro sovranità
e prerogative alla Comunità Europea. Stanno dando vita a nuove
realtà più ampie dello stato nazionale. Simultaneamente,
molti stati nazionali sono posti sotto pressione dalle istanze autonomiste
provenienti dalle regioni situate all’interno del loro dominio.
Così, il Regno Unito (o Gran Bretagna) sta devolvendo sempre più
autonomia alla Scozia e al Galles; la Lombardia scuote lo stato centrale
italiano per il riconoscimento di una maggiore autonomia; così
in Francia, in Germania e ovunque le regioni degli stati nazionali cerchino
maggiore spazio per l’autogoverno locale.
Tale duplice movimento, orientato da un lato verso le unioni più
ampie (verso l’alto) e dall’altro verso quelle più
piccole (verso il basso), anche se sorge da un insieme complesso di motivi,
inclusa qualche ragione poco nobile, è sostenuto dal principio
cattolico di sussidiarietà. Alcuni problemi sono meglio risolti
ad un livello più locale, mentre altri necessitano entità
culturali trasversali più ampie. L’attitudine del pensiero
cattolico all’”incarnazione” favorisce l’individuazione
del livello più concreto ed immediato, compatibile con la saggezza
pratica, mentre, la tendenza all’“universale” favorisce
l’individuazione di organizzazioni e istituzioni più estese,
anche su scala globale.
1.4 La dimensione economica
Al giorno d’oggi, la dimensione economica della globalizzazione,
essendo la più recente, è oggetto di grande interesse. Prima
del 1989, pochi pensatori avevano previsto l’improvviso crollo del
socialismo, almeno dal punto di vista economico. Più o meno, erano
in molti a considerare il socialismo come una proiezione nel futuro e
in tanti sostenevano la necessità di una terza via tra il socialismo
e le società capitalistiche esistenti. La caduta del socialismo
come idea economica, ad ogni modo, ha eliminato l’alternativa socialista
e gettato dubbi sulle fondamenta della “terza via”[7]. Ad ogni modo, i fautori di una
“terza via” stanno perdendo fiducia nella capacità
dello stato nazionale di pagare i suoi conti. Lo stato assistenziale ha
fatto promesse ai futuri pensionati che non potrà onorare, poiché
la sua popolazione sta invecchiando rapidamente e il numero dei suoi lavoratori
più giovani cresce lentamente. Molti paesi stanno sperimentando
una preoccupante “carenza delle nascite”, il contrario di
un’esplosione delle nascite, una consistente diminuzione della popolazione,
sia a causa della pratica abortiva sia perché si riduce la volontà
delle giovani coppie di avere famiglie numerose [8].
Pensatori di tutto il mondo che un tempo condividevano le idee socialiste,
o almeno l’idea socialdemocratica, soltanto adesso cominciano a
rendersi conto dell’immane crisi finanziaria. Intorno allo stato
assistenziale - ossia, l’idea che lo stato centrale sia in grado
di evitare i rischi tipici del mondo dell’economia – non c’è
più un vasto consenso. Come venti tempestosi, le forze internazionali
dell’invenzione e della scoperta, il commercio internazionale di
inedite dimensioni, i mercati aperti, il libero flusso dei capitali e
la mobilità del lavoro che attraversa i confini corrono spediti
attraversando il mondo interno dei singoli stati assistenziali. I sistemi
sociali dei singoli stati nazionali, ordinati e autosufficienti, chiusi
nelle forme di stato assistenziale sviluppate nel XX secolo, sono sottoposti
ad uno stress continuo e intenso. Tale situazione, qualora conducesse
a nuovi modi di pensare e a nuove istituzioni sociali, potrebbe offrire
nuove opportunità per la ripresa della famiglia umana. Lo stato
assistenziale ha indebolito la vita familiare[9].
Ecco alcuni dei maggiori cambiamenti nel campo economico che influenzano
l’inizio del nostro promettente secolo: nel 1965, la ricchezza lorda
prodotta era pari a 1,7 miliardi di dollari, nel 1996 è passata
a 29,5 miliardi di dollari. In parte, tale impressionante aumento della
ricchezza nel mondo è dovuta alle nuove invenzioni e scoperte,
nonché a milioni di piccole nuove imprese poste in essere da persone
povere che in passato non avrebbero mai avuto la possibilità di
diventare imprenditori. In parte, tuttavia, questa immensa crescita della
ricchezza è dovuta anche ad un ancor più ampio incremento
del commercio. Tra il 1965 e il 1996, il commercio tra i paesi è
balzato da 186 miliardi di dollari a 6,37 mila miliardi di dollari.
A crescere con tale enorme rapidità non sono state soltanto le
dimensioni del commercio mondiale, ma anche la natura dei prodotti
esportati dai paesi meno sviluppati che è cambiata in modo emblematico.
Nel 1965, l’85% delle esportazioni totali di tali paesi era sotto
forma di materie prime, normalmente beni di prima necessità come
il legno, il petrolio, il grano, il caffè. Dal 1997, il 70% delle
loro esportazioni si è spostata sui prodotti manifatturieri e solo
il 30% è ancora rappresentato da materie prime. Un grande impulso
alla nuova produzione manifatturiera nel mondo sta interessando quei paesi
dove, soltanto qualche decade fa, praticamente non esisteva tale industria.
Soltanto una piccola percentuale della loro popolazione oggi è
impegnata nel settore manifatturiero, tale minoranza, però, vede
crescere il suo reddito e i benefici molto più di quanto avevano
potuto sperimentare le generazioni passate. Stanno imparando anche nuove
abilità e attitudini.
Dunque, negli ultimi trent’anni la produzione di ricchezza è
esplosa; il commercio mondiale è esploso così come l’investimento
estero che è balzato a 400 miliardi di dollari nel 1997, in termini
reali, quattordici volte il livello di tre decadi fa. Il volume quotidiano
degli scambi esteri è cresciuto da circa 20 miliardi del 1970 a
1.500 miliardi di dollari nel 1998. Il prestito bancario internazionale
è cresciuto da 265 miliardi di dollari nel 1975 a 4 mila miliardi
di dollari nel 1994.
Questi indicatori spiegano perché viviamo in modo così
diverso nel 2000, rispetto a come vivevamo appena trent’anni fa.
Il mondo oggi è di gran lunga più ricco, più interconnesso
e più dinamico. Ogni nazione è in rapporto con altre nazioni
più di quanto non lo fosse prima. Molti sono spaventati da questa
nuova interdipendenza globale. Preferirebbero la sicurezza dell’isolamento.
Inoltre, l’interdipendenza di un paese con un altro ha il vantaggio
di diffondere meglio la solidarietà di tutti gli esseri umani,
rispetto al loro relativo isolamento e non conoscenza dell’altro.
Come alcuni padri della Chiesa del Medio Oriente hanno evidenziato nel
terzo e quarto secolo dell’era cristiana, il commercio internazionale
esprime in modo concreto il bisogno che ciascuna nazione ha delle altre
- una produce il vino, un’altra la lana, un’altra ancora il
grano o l’olio d’oliva - e in questo modo sono testimoni della
fondamentale unità dalla razza umana.
D’altro lato, questi cambiamenti, relativamente repentini, richiedono
alti costi. Le industrie locali, per molte generazioni protette dal mondo
esterno, adesso devono affrontare i venti difficili della competizione
proveniente da altre popolazioni che producono gli stessi prodotti in
modo più economico, più efficiente e talvolta di qualità
più elevata. Miriadi di tensioni e frizioni sono state causate
dall’emergere dell’economia globale sin dai tempi delle guerre
mondiali, sconvolgendo il XX secolo. Nel modo più assoluto, però,
tali frizioni rappresentano il punto debole dell’aperta filosofia
della globalizzazione. La maggior parte delle ideologie del nostro tempo
(fascismo, socialismo, socialdemocrazia, ecc…) sono state ostili
alle sorgenti del dinamismo economico: le forze della creatività
individuale, dell’iniziativa, dell’immaginazione e dei mercati
che rendono possibile il libero ingresso dei poveri e degli emarginati
nel “circolo dello sviluppo”. I pensatori progressisti sono
stati contro il capitalismo; così, non sono preparati a fronteggiare
le attuali fonti del dinamismo, dell’invenzione e della crescita.
Un appello ai leader religiosi di tutte le nazioni
Mettendo da parte le ideologie, ecco l’ambito nel quale la Chiesa
può offrire - e lo sta offrendo - un contributo cruciale al progresso
umano. Ritengo che gli amici della libertà siano abbastanza pochi
e che sia a dir poco saggio cercare il loro aiuto ovunque siano. Ad ogni
modo, riguardo alla globalizzazione, è importante ricordare ai
leader religiosi di tutte le nazioni che la Chiesa dispone di una prospettiva
universale aperta alla diversità e all’unicità di
ogni popolo. La sua visione della globalizzazione non è l’omogeneizzazione,
l’uniformità, la monotonia. Nella Centesimus annus[10] la Chiesa esprime una visione
dell’economia, della politica e della cultura sotto forma di “civiltà
dell’amore”. La Chiesa comprende entrambi, sia i limiti sia
i contributi positivi alla vita sociale umana della democrazia, del capitalismo
e delle visioni pluralistiche della vita. Infatti, l’enciclica pone
l’accento sul fatto che tutti e tre questi sistemi possono essere
intesi “rettamente” o “erroneamente”.
Così, la democrazia, in assenza del governo della legge e senza
la protezione dei diritti individuali e delle minoranze, è una
mera tirannia della maggioranza. Un’economia fondata sulla libera
iniziativa economica e sulla creatività, che non si basi sul governo
della legge e non sia limitata da una moralità sociale rettamente
intesa, è disordinata e condannata alla distruzione[11]. Una cultura che intende erroneamente il pluralismo,
come una forma di relativismo o di nichilismo morale, non può dar
vita a uomini e donne liberi e non può che preparare la strada
al trionfo del potere bruto e dittatoriale[12].
La Centesimus annus, innanzi al mondo intero, individua l’obiettivo
di portare tutti i popoli poveri all’interno del circolo dello sviluppo[13]. Identifica la causa della ricchezza delle
nazioni nel capitale umano: conoscenza, know-how, abilità, attitudini,
le virtù del lavoro e della cooperazione e un ampio ventaglio di
altre virtù[14]. Identifica nella famiglia
l’unità sociale fondamentale nella quale tale capitale è
trasmesso, sebbene naturalmente in tutti questi aspetti la famiglia ha
bisogno dell’assistenza di altre istituzioni e forze culturali.
La famiglia è la cellula fondamentale della civiltà dell’amore[15], delle virtù democratiche[16], dell’iniziativa economica creativa,
del rispetto per la diversità umana e della solidarietà.
Invero, un limite delle società impostate sul modello dello stato
assistenziale è che la concentrazione di potere da parte dello
stato centrale indebolisce gravemente le famiglie e gli altri enti intermedi[17].
Se prendiamo le condizioni dei paesi poveri come guida per comprendere
il modo in cui la comunità globale sta progredendo, allora la Centesimus
annus può fornire alcuni utili orientamenti. La meta finale
di un buon ordine economico globale dovrebbe essere questo: il reddito
reale dei più poveri delle nazioni più povere dovrebbe crescere
stabilmente, decade dopo decade, affinché tutti, universalmente,
possano raggiungere un livello di vita decente. Ma il reddito reale può
crescere solo se la produttività cresce e l’inflazione è
tenuta sotto controllo. La maggiore produttività consente alla
stessa unità di lavoro impiegata nel processo produttivo di ottenere
un livello di reddito reale sempre più elevato. Per mantenere questi
livelli, è anche indispensabile mantenere stabile il valore del
reddito attraverso il controllo dell’inflazione. Queste sono solo
due linee guida verso un progresso economico universale, attraendo tutti
i poveri nel circolo virtuoso dello sviluppo.
Inoltre, i leaders cattolici dovrebbero stimolare l’attenzione
del mondo intero su ciò che accade alla famiglia. Per ragioni teologiche
e filosofiche, i cattolici devono pensare alla famiglia come alla cellula
fondamentale della famiglia umana. Sebbene abbiamo un’alta reputazione
dell’individuo e crediamo con San Tommaso d’Aquino che la
persona umana è la creatura più bella dell’universo
e l’unica che Dio ha creato per se stesso, un fine e non soltanto
un mezzo, dobbiamo riconoscere che la persona non è la cellula
fondamentale della specie umana. Le persone nascono in famiglia. Inoltre,
è soltanto all’interno delle famiglie che le virtù
e la cultura proprie della civiltà dell’amore possono essere
comunicate. Ciò perché, in primo luogo, ogni bambino sperimenta
l’amore incondizionato tra le braccia della madre e nella quotidiana
esperienza di molti anni vissuti nel seno della famiglia, sotto la duplice
guida del padre e della madre e idealmente in una famiglia generosa con
più di un figlio[18].
Anche i laici stimano la famiglia. Se per gli ebrei e i cristiani la
famiglia è uno specchio della presenza di Dio tra gli uomini (“a
Sua immagine li creò […] maschio e femmina li creò”),
anche per i laici la famiglia è l’istituto nel quale impariamo
nel modo più autentico il significato dell’amore, della lealtà,
dell’onestà, della laboriosità, del sacrificio e della
partecipazione al sentimento dell’altro.
“La gloria di Dio è l’uomo pienamente vivo”
(Sant’Ireneo). L’ardente desiderio di questa realizzazione,
in tutte le sue dimensioni, vede la luce e riceve il primo nutrimento
nella famiglia. A livello pratico, allora, è utile tentare di immaginare
le riforme sociali che potranno rinforzare le famiglie del futuro.
Un capitale universale per la famiglia
In conclusione, vorrei richiamare l’attenzione su una brillante
proposta di un economista cileno: José Piñera[19]. Lo studioso cileno ha elaborato la riforma
previdenziale più significativa dell’ultimo secolo: la personalizzazione
della pensione di vecchiaia. Questo programma è di enorme importanza
per la vita della famiglia e potrebbe diventare l’innovazione pratica
di maggior respiro del pensiero sociale cattolico degli ultimi cento anni.
Il suo programma, introdotto in Cile più di dieci anni fa, ha già
mostrato un significativo successo in una dozzina di altri paesi del mondo.
Ecco come funziona. Sin dai tempi di Bismarck, molte nazioni hanno sviluppato
piani di pensionamento per i cittadini anziani, normalmente chiamate pensioni
di vecchiaia. Quando l’età media era di 45 anni, Bismarck
fissò l’età pensionabile a 65 anni, per garantirsi
un numero continuo di giovani lavoratori che mantenessero in equilibrio
il sistema che ogni anno doveva pagare le piccole coorti di pensionati.
In molti paesi non esiste alcun vero “fondo di risparmio”
o “fondo assicurativo” nel quale i contributi pagati al sistema
sono investiti e possano aumentare di valore. I fondi di oggi, in effetti,
servono a pagare le pensioni attuali e, a loro volta, le generazioni future
ottengono il mero diritto a riscuotere una volta andati in pensione. L’idea
di Piñera è totalmente differente, in tre aspetti cruciali.
In primo luogo, il singolo lavoratore, invece di versare in un consorzio
di fondi gestiti dallo stato, apre a suo nome un conto personale esentasse
attraverso uno strumento d’investimento riconosciuto dallo stato
(fondo di risparmio, fondo comune, certificati di deposito, ecc…).
Tale conto è posseduto personalmente da lui. In secondo luogo,
la mastodontica burocrazia statale spende tantissimo per raccogliere i
contributi delle pensioni di vecchiaia ed erogare tali fondi; in tal modo
i costi potrebbero essere notevolmente ridotti (o scomparire), ottenendo
un considerevole risparmio. In terzo luogo, diversamente dai piani pensionistici
statali, questi fondi personali possono essere trasferiti agli eredi designati
dai possessori. Se il lavoratore dovesse morire prima di raggiungere l’età
pensionabile, gli investimenti, crescendo grazie all’interesse composto
del suo fondo, saranno trasferiti sotto forma di eredità. Lo schema
elaborato da Piñera consente a ciascuna generazione successiva
di essere, in termini di capitale accumulato, in una posizione migliore
rispetto alla precedente. Ciascuno può iniziare la propria vita
con un fondo trasmesso di generazione in generazione dalla famiglia. Ogni
generazione può aggiungervi nuovo benessere.
Il grande miraggio del XX secolo, mai realizzato, è stato la redistribuzione
del reddito. Lo schema di Piñera prevede, invece, la distribuzione
universale del capitale, attraverso la trasformazione delle attuali
pensioni di vecchiaia in fondi personali e tramandabili[20].
Piñera ha provato, attraverso il successo di questo programma in
varie nazioni, che tale creazione di un fondo universale per ogni famiglia
è possibile.
I fondi familiari accrescono enormemente le possibilità delle
famiglie comuni. Offrono collaterali per l’ipoteca nell’acquisto
e nella costruzione delle case. Pagano per gli anni di studio. Provvedono
al capitale iniziale per avviare nuove piccole imprese e per realizzare
progetti nel campo economico. Inoltre, tutte quelle nazione che già
hanno le pensioni di vecchiaia, per le quali i lavoratori stanno già
pagando, avrebbero a disposizione un metodo per stabilire un fondo universale
per ogni famiglia.
I fondi pensione personali della proposta Piñera, investiti al
5% o al 6% per anno, raddoppiano il proprio valore ogni decade, e grazie
all’interesse composto sono cresciuti di una somma veramente sorprendente,
andando oltre quella di una vita di investimenti regolari. Ad esempio,
un europeo che ha iniziato ad investire l’equivalente di tre dollari
ogni giorno lavorativo, o 15 dollari per ogni settimana lavorativa dall’età
di 25 anni fino a 65, avrà al momento della pensione un fondo di
126.000 dollari. È una crescita piuttosto considerevole se rapportata
ad un simile modesto investimento. In un paese con un reddito medio più
basso come il Cile, somme inferiori mostrano una crescita sufficiente
per acquistare una rendita vitalizia; possono essere utilizzati anche
come collaterali per le ipoteche. Chiunque può comprendere quanto
più consistente sarebbe la crescita se ogni giovane investisse
in tali fondi l’intera somma che attualmente paga sotto forma di
contributi per la pensione di vecchiaia. (Molti americani ed europei pagano
una quantità di contributi per la pensione di vecchiaia superiore
a quella della tassazione sul reddito.)
Non esiste un motivo, all’inizio del XXI secolo, per non offrire
al maggior numero possibile di famiglie della terra tali fondi d’investimento.
Non bisogna essere un economista per vedere i tanti benefici personali
e sociali che potrebbero scaturire da tali fondi. Essi danno alla famiglia
il senso della proprietà, un senso di partecipazione al dinamismo
della crescita economica grazie anche ai propri investimenti e una inedita
consapevolezza di poter contribuire all’assistenza medica, alla
formazione e alla realizzazione di altre finalità. Tali fondi consentono
l’emancipazione dalla dipendenza dallo stato e aiutano a cementare
le famiglie tra di loro. Offrono uno strumento attraverso il quale le
generazioni attuali possono dimostrare il loro affetto e il loro impegno
per il benessere delle generazioni future.
Anche nei paesi più poveri, e tra i più poveri ovunque
nel mondo, la proprietà di capitale (sebbene piccola) è
portatrice di un nuovo spirito di orgoglio, responsabilità e possibilità.
E se generalizziamo la proposta di Piñera, possiamo pensare ad
altri modi attraverso i quali convertire gli attuali programmi distributivi
in programmi di capital-ownership. Ad esempio l’assistenza
medica potrebbe essere ripensata sotto forma di fondi di risparmio posseduti
da ciascun lavoratore e investiti così: una parte nell’assicurazione
medica per coprire le malattie maggiori o gli incidenti, e una parte in
fondi d’investimento per le ordinarie spese mediche. La porzione
non utilizzata di tale somma verrebbe ereditata da coloro che amiamo.
Più rapidamente di qualsiasi altro meccanismo, tali fondi di investimento
personali, generazione dopo generazione, potrebbero sollevare i poveri
dall’indigenza. Garantirebbero ad ogni nuova generazione un punto
di partenza più elevato rispetto a quello dal quale erano partite
le generazioni precedenti.
Conclusioni
Non intendo concludere queste considerazioni in modo del tutto ottimistico.
Siamo appena riemersi da uno dei secoli più brutali, oscuri e assassini
della storia. È del tutto possibile che gli errori del XX secolo
siano commessi di nuovo nel XXI. Tuttavia, nulla ci condanna ad un simile
destino. Vivere da persone libere significa avere una opportunità.
Nessuno ci garantisce che avremo successo. Ma possiamo almeno tentare.
Dio che ci ha donato la vita, ci ha donato anche la libertà. La
nostra dignità è fondata sull’uso responsabile della
libertà. Di certo, quando guardiamo negli occhi i nostri familiari,
sentiamo quella responsabilità in modo più penetrante.
Come Blaise Pascal ci ha insegnato, il primo obbligo morale è
pensare in modo chiaro. Dobbiamo riflettere in modo più attento
sui suggerimenti e sulle possibilità che la nostra fede può
offrirci nell’azione politica. Se dobbiamo edificare la civiltà
dell’amore, dobbiamo farlo in modo sano e concreto. Tali modi sono
spesso molto umili. Tuttavia, non è poi così disdicevole
operare per i grandi fini servendoci di strumenti umili. Dopotutto, il
fondatore della nostra Fede, la fonte della Speranza, ha iniziato la sua
vita come falegname.
* Relazione tenuta a Aix-en-Procence,
Summer University, settembre 1 – 7, 2001.
[1] I diritti che appartengono
ad ogni singolo individuo sono visti in una luce più forte se sono
considerati in relazione alla dimensione sociale dell’uomo e ai
doveri domestici: «L’uomo è libero di scegliere il
proprio stato: la verginità, o il legame matrimoniale e nessuna
legge umana può vietarlo, né può limitarne comunque
sia, lo scopo a cui Iddio l’ha ordinato, quando disse: “Crescete
e moltiplicatevi”. Ecco pertanto la famiglia, ossia la società
domestica, società piccola ma vera, ed anteriore ad ogni civile
società; perciò con diritti e doveri indipendenti dallo
Stato. Ora quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà
inerente all’individuo, va applicato all’uomo come capo di
famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto
più estesa e completa è nella società domestica la
sua personalità», Leone XIII, Rerum novarum, n. 9.
[2] Giovanni Paolo II, Sollicitudo
rei socialis, n. 33: «Per essere tale, lo sviluppo deve realizzarsi
nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare
mai l’una e l’altra per nessun pretesto. Il carattere morale
dello sviluppo e la sua necessaria promozione sono esaltati quando c’è
il più rigoroso rispetto di tutte le esigenze derivanti dall’ordine
della verità e del bene, propri della creatura umana. Il cristiano,
inoltre, educato a vedere nell’uomo l’immagine di Dio, chiamato
alla partecipazione della verità e del bene, che è Dio stesso,
non comprende l’impegno per lo sviluppo e la sua attuazione fuori
dell’osservanza e del rispetto della dignità unica di questa
«immagine». In altre parole, il vero sviluppo deve fondarsi
sull’amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti
tra individui e società. Ecco la «civiltà dell’amore»,
di cui parlava spesso il Papa Paolo VI.»
[3] Tutti i dati statistici di
questa parte sono presi dal World Development Report, 1998, che
può essere consultato al sitto:www.worlbank.org/wdr/wdr98/contennts.htm.
[4] Thomas L. Friedman, The
Lexus and the Olive Tree: Understanding Globalization, Farrar, Straus
e Giroux, New York 1999.
[5] Barbara Ward, Faith and
Freedom, Image Books, New York 1958, Capitolo 1: “Foundations”,
pp.13-78.
[6] Mary Ann Glendon, A World
Made New: Eleanor Roosevelt and the Universal Declaration of Human Rights,
Random House, New York 2001; l’autrice mostra l’influenza
dei negoziatori cattolici, ebrei e laici nella redazione della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo.
[7] Per le questioni relative
al quarto punto cfr. Michael Novak, Is there a Third Way?, The
IEA Health and Welfare Unit, Londra 1998; trad. it. Esiste una terza
via, Fondazione Nova Res Publica, Milano 1999.
[8] Cfr. Ben J. Wattemberg, The
Birth Dearth: What Happens When People in Free Countries Don’t Have
Enough Babies?, Ballantine Books, New York 1987.
[9] Cfr., AA.VV., The New
Consensus on Family and Welfare, a cura di Michael Novak, AEI Press,
Washington D.C. 1987.
[10] Giovanni Paolo II, Centesimus
annus, n. 10.
[11] «Ritornando ora
alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento
del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso
di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire
la loro economia e la loro società? É forse questo il modello
che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del
vero progresso economico e civile? La risposta è ovviamente complessa.
Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce
il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della
proprietà privata e della conseguente responsabilità per
i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore
dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se
forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa»,
o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia
libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema
in cui la libertà nel settore dell’economia non è
inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della
libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione
di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora
la risposta è decisamente negativa», ibid. n. 42;
«Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato
di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa
esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia
delle singole persone mediante l’educazione e la formazione ai veri
ideali, sia della «soggettività» della società
mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità»,
ibid. n. 46.
[12] «Oggi si tende
ad affermare che l’agnosticismo ed il relativismo scettico sono
la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme
politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere la verità
ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista
democratico perché non accettano che la verità sia determinata
dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici.
A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità
ultima la quale guida ed orienta l’azione politica, allora le idee
e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di
potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo
aperto oppure subdolo, come dimostra la storia», ibid. n.
46.
[13] «É stretto
dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali
rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano.
É, inoltre, necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati
ad acquisire le conoscenze ad entrare nel circolo delle interconnessioni,
a sviluppare le loro attitudini per valorizzare al meglio capacità
e risorse. Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e
delle forme di giustizia, che le son proprie, esiste un qualcosa che è
dovuto all’uomo perché è uomo in forza della sua eminente
dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità
di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità.
Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validità (in certi
casi è ancora un traguardo da raggiungere) proprio quegli obiettivi
indicati dalla Rerum Novarum, per evitare la riduzione del lavoro dell’uomo
e dell’uomo stesso al livello di una semplice merce: il salario
sufficiente per la vita della famiglia; le assicurazioni sociali per la
vecchiaia e la disoccupazione; la tutela adeguata delle condizioni di
lavoro», ibid. n. 34.
[14] «Ma un’altra
forma di proprietà esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste
un’importanza non inferiore a quella della terra: è la proprietà
della conoscenza della tecnica e del sapere. Su questo tipo di proprietà
si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più
che su quella delle risorse naturali.
Si è ora accennato al fatto che l’uomo lavora con gli altri
uomini partecipando ad un «lavoro sociale» che abbraccia cerchi
progressivamente più ampi. Chi produce un oggetto, lo fa in genere,
oltre che per l’uso personale, perché altri possano usarne
dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante
una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente
i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi
più idonei a soddisfarli, è un’altra importante fonte
di ricchezza nella società moderna. Del resto, molti beni non possono
essere prodotti in modo adeguato dall’opera di un solo individuo,
ma richiedono la collaborazione di molti al medesimo fine. Organizzare
un tale sforzo produttivo, pianificare la sua durata nel tempo procurare
che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare,
assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di ricchezza
nell’odierna società. Così diventa sempre più
evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo
e--quale parte essenziale di tale lavoro--delle capacità di iniziativa
e di imprenditorialità.
Un tale processo, che mette concretamente in luce una verità sulla
persona incessantemente affermata dal cristianesimo, deve essere riguardato
con attenzione e favore. In effetti, la principale risorsa dell’uomo
insieme con la terra è l’uomo stesso. É la sua intelligenza
che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi
modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti. É
il suo disciplinato lavoro, in solidale collaborazione, che consente la
creazione di comunità di lavoro sempre più ampie ed affidabili
per operare la trasformazione dell’ambiente naturale e dello stesso
ambiente umano. In questo processo sono coinvolte importanti virtù,
come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere
i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà
nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni
difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda
e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna», ibid.
n. 32.
[15] «La prima e fondamentale
struttura a favore dell’«ecologia umana» è la
famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti
nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol
dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere
una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui
il dono reciproco di sé da parte dell’uomo e della donna
crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare
le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità
e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino»,
ibid. n. 39.
[16] «Lo Stato totalitario,
inoltre, tende ad assorbire in se stesso la Nazione, la società,
la famiglia, le comunità religiose e le stesse persone. Difendendo
la propria libertà, la Chiesa difende la persona, che deve obbedire
a Dio piuttosto che agli uomini (At5,29), la famiglia, le diverse organizzazioni
sociali e le Nazioni, realtà tutte che godono di una propria sfera
di autonomia e di sovranità», ibid. n. 45.
[17] «Si è assistito
negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale sfera di intervento,
che ha portato a costituire, in qualche modo, uno Stato di tipo nuovo:
lo «Stato del benessere». Questi sviluppi si sono avuti in
alcuni Stati per rispondere in modo più adeguato a molte necessità
e bisogni, ponendo rimedio a forme di povertà e di privazione indegne
della persona umana. Non sono, però, mancati eccessi ed abusi che
hanno provocato, specialmente negli anni più recenti, dure critiche
allo Stato del benessere, qualificato come «Stato assistenziale».
Disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un’inadeguata
comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve
essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società
di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società
di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto
sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua
azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune»,
ibid. n. 48.
[18] Negli ultimi anni notiamo
con tristezza che molte nazioni stanno diventando paesi nei quali le famiglie
hanno un solo figlio. Questo significa non solo l’assenza di fratelli
e sorelle, ma anche di zii, nipoti e cugini, a differenza di come avveniva
nel passato, ma soltanto individui che vivono in una notevole solitudine
emotiva.
[19] Cfr. José Piñera,
The Future of the Free Citizen Social Security: Privatization and the
Fall of a second Berlin Wall, relazione presentata alla Mont Pèlerin
Society, General Meeting Chile, 12-17 novembre 2000. Vedi anche il lavoro
di Piñera, Empowering Workers: The Privatization of Social security
in Chile, Cato’s Letter no. 10 (1996). Informazioni sulla fondazione
da lui creata: “The International Center for Pension Reform”
possono essere raccolte sul sito: www.pensionreform.org.
[20] Naturalmente, quei lavoratori
che optano per questo sistema possono investire i fondi accumulati nei
loro conti in una rendita vitalizia, al fine di assicurarsi un’entrata
finanziaria anche se dovessero vivere fino a novant’anni o anche
oltre. È una questione di preferenza personale se scegliere una
rendita vitalizia o conservare il proprio fondo.
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