Acton Institute for the Study of Religion & Liberty

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Sinistra e Destra : le prospettive della libertà *

Murray N. Rothbard

Il Conservatore è stato a lungo segnato, che ne sia consapevole o meno, da un pessimismo di lungo periodo: dalla convinzione che la tendenza del lungo periodo, e perciò il tempo stesso, sia contro di lui. Perciò, che ci sia una tendenza inevitabile verso lo statalismo di sinistra in politica interna e verso il comunismo all’estero. E’ questa disperazione di lungo periodo ad essere responsabile del bizzarro ottimismo di breve termine del Conservatore, dal momento che quello di lungo periodo è abbandonato senza speranza, il Conservatore sente che la sua unica speranza di successo riposa nel presente. In politica estera, questo punto di vista porta il Conservatore ad esigere una disperata resa dei conti con il comunismo, poiché sente che più a lungo aspetterà e peggio andranno le cose; in politica interna, è condotto a concentrarsi totalmente sulla prossima elezione, dove spera sempre in una vittoria senza mai raggiungerla. Quintessenza dell’uomo pratico e preda di una disperazione di lungo periodo, il Conservatore rifiuta di pensare o di fare progetti al di là dell’elezione del momento.

Il pessimismo, tuttavia, sia quello a breve che a lungo termine, è esattamente ciò che la prognosi del conservatorismo merita, dal momento che il conservatorismo è il residuo morente dell’ancien régime dell’era pre-industriale e, come tale, non ha futuro. Nella sua forma americana contemporanea, il recente revival conservatore incarna l’agonia di una White Anglo-Saxon America ineluttabilmente moribonda, fondamentalista, rurale e provinciale. Che cosa sarà allora delle prospettive della libertà? Troppi libertari erroneamente legano la prognosi della libertà a quella di un movimento Conservatore apparentemente forte e in teoria alleato; questo legame fa si che sia facile comprendere il caratteristico pessimismo di lungo periodo del Libertario moderno. Ma questo scritto sostiene che, mentre le prospettive di breve periodo all’interno e all’estero possono sembrare scarse, l’attitudine adatta per il Libertario è quella di un inestinguibile ottimismo di lungo periodo.

La ragione di questa affermazione si basa su una certa visione della storia che ritiene, per prima cosa, che nell’Europa occidentale prima del diciottesimo secolo esistesse (e ancora continua ad esistere al di fuori dell’occidente) un Vecchio Ordine ben identificabile. Sia che il Vecchio Ordine prendesse la forma del feudalesimo o del dispotismo Orientale, era segnato dalla tirannia, dallo sfruttamento, dalla stagnazione, da caste immutabili, dalla disperazione e dall’inedia per la massa della popolazione. In definitiva, la vita era “povera, bestiale e breve”; Ecco la “società per ceti” di Maine e la “società militare” di Spencer. Le classi dominanti, o caste, governavano per conquista e portavano le masse a credere in un presunto imprimatur divino al loro comando.

Il Vecchio Ordine era, ed è ancora, il grande e potente nemico della libertà; ed era particolarmente forte nel passato perché non vi era alcuna certezza circa il suo rovesciamento. Quando noi consideriamo che fondamentalmente il Vecchio Ordine è esistito sin dagli albori della storia, in tutte le civiltà, possiamo apprezzare ancora di più la gloria e la magnificenza del trionfo della rivoluzione liberale del diciottesimo secolo.

Parte della dimensione di questa lotta è stata oscurata da un grande mito della storia dell’Europa occidentale inculcato dagli storici illiberali tedeschi alla fine del diciannovesimo secolo. Il mito sosteneva che la crescita delle monarchie assolute e del mercantilismo nella prima età moderna fu necessaria per lo sviluppo del capitalismo, dal momento che questo servì a liberare i mercanti e il popolo da restrizioni feudali locali. In realtà, le cose non stavano affatto così; il re con il suo Stato nazione fu piuttosto un supremo signore sovra-feudale che reimpose e rinforzò il feudalesimo nel momento stesso in cui si stava dissolvendo grazie alla crescita pacifica dell’economia di mercato. Il re sovrappose le sue proprie restrizioni e i privilegi monopolistici a quelli del regime feudale. I monarchi assoluti erano il Vecchio Ordine con ampio mandato e ancora più dispotico di prima. Il capitalismo, ovviamente, fiorì prima e più attivamente proprio in quelle aree in cui lo Stato centralizzato era debole o inesistente: le città italiane, la Lega Anseatica, la confederazione olandese del diciassettesimo secolo. Finalmente il Vecchio Ordine fu rovesciato o gravemente scosso nel suo dominio in due modi. Uno attraverso l’industria e l’espansione del mercato negli interstizi dell’ordine feudale (per esempio, l’industria che in Inghilterra si sviluppava nelle campagne al là della morsa delle restrizioni feudali, statali e delle corporazioni). Più importante fu una serie di rivoluzioni catastrofiche che distrussero il Vecchio Ordine e le vecchie classi dominanti: le Rivoluzioni inglesi del diciassettesimo secolo, la Rivoluzione americana e la Rivoluzione francese, le quali furono tutte necessarie per l’inizio della Rivoluzione Industriale e delle quanto meno parziali vittorie della libertà individuale, del laissez faire, della separazione tra stato e chiesa e della pace internazionale. La società per ceti cedette il passo, almeno in parte, alla “società del contratto”; la società militare cedette parzialmente il passo alla “società industriale”. La massa della popolazione ottenne mobilità di lavoro e di spazio ed un’espansione accelerata del suo livello di vita, cosa per la quale aveva osato sperare ben poco. Il liberalismo aveva certamente portato al mondo occidentale non solo la libertà, la speranza della pace e l’innalzamento dello stile di vita di una società industriale ma, forse soprattutto, portò la speranza, speranza in un progresso sempre più grande che sollevasse la massa del genere umano dal suo vecchio tunnel di stagnazione e disperazione.

Ben presto nell’Europa occidentale si svilupparono due grandi ideologie politiche, incentrate su questo nuovo fenomeno rivoluzionario: una fu il liberalismo, il partito della speranza, del radicalismo, della libertà, della Rivoluzione Industriale, del progresso, dell’umanità; l’altra fu il conservatorismo, il partito della reazione, il partito che desiderava restaurare la gerarchia, lo statalismo, la teocrazia, la schiavitù e lo sfruttamento di classe tipici del Vecchio Ordine. Dal momento che il liberalismo aveva chiaramente la ragione dalla sua, i Conservatori ottenebrarono l’atmosfera ideologica con richiami oscurantisti al romanticismo, alla tradizione, alla teocrazia e all’irrazionalismo. Le ideologie politiche furono polarizzate, con il liberalismo all’estrema “sinistra” e il conservatorismo all’estrema “destra” dello spettro ideologico. Che il liberalismo genuino fosse essenzialmente radicale e rivoluzionario fu brillantemente percepito, al crepuscolo del suo impatto, dal grande Lord Acton (una delle poche figure della storia del pensiero che, in modo affascinante, diveniva più radicale man mano che invecchiava). Acton scrisse che “il liberalismo desidera ciò che dovrebbe essere, senza considerare ciò che è”. Nell’elaborare questa visione, per inciso, fu Acton, non Trotsky, che per primo giunse al concetto di “rivoluzione permanente”. Come Gertrude Himmelfarb ha scritto nel suo eccellente studio su Acton:

la sua filosofia si sviluppò sino al punto in cui il futuro fu visto come il nemico dichiarato del passato, e in cui al passato non fu concessa alcuna autorità tranne nel caso in cui si fosse conformato alla moralità. Prendere seriamente questa teoria Liberale della storia, dare la precedenza a “ciò che dovrebbe essere” rispetto a “ciò che è” fu, egli ammise, instaurare virtualmente una “rivoluzione permanente”.

La “rivoluzione permanente”, come Acton lasciò intendere nella lezione inaugurale e come ammise apertamente nelle sue note, fu il culmine della sua filosofia della storia e della sua teoria politica [..] . Questa idea di coscienza, cioè a dire che gli uomini portino con sé la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, è la vera radice della rivoluzione, perché essa distrugge la sacralità del passato [..]. “Il liberalismo è essenzialmente rivoluzionario”, ha osservato Acton. “I fatti devono arrendersi alle idee. Se possibile in maniera pacifica e con pazienza. Altrimenti in maniera violenta. [1]

Il liberale, ha scritto Acton, superò di gran lunga il Whig:

Il Whig ha governato attraverso il compromesso. Il liberale ha dato inizio al regno delle idee. [..] Uno è pratico, gradualista, pronto al compromesso. L’altro elabora un principio filosoficamente. Uno è un politico che mira ad una filosofia. L’altro è un filosofo che persegue una politica. [2]

Cosa accadde al liberalismo? Perché declinò nel corso del diciannovesimo secolo? Su tale questione si è riflettuto molte volte, ma forse la ragione di fondo fu una malattia intrinseca alle parti vitali dello stesso liberalismo. Dal momento che, con il parziale successo della Rivoluzione Liberale in Occidente, i Liberali abbandonarono sempre più il loro fervore radicale e, di conseguenza, i loro obiettivi liberali, per accontentarsi della mera difesa di uno status quo prosaico e insufficiente. E’ possibile individuare due radici filosofiche di questa decadenza. Per prima cosa l’abbandono della teoria dei diritti naturali e di una “legge superiore” a favore dell’utilitarismo, dal momento che solamente una teoria dei diritti naturali o di una legge superiore possono fornire una base radicale al di fuori del sistema esistente dalla quale sfidare lo status quo; e solo questa teoria fornisce un senso di necessaria immediatezza alla lotta libertaria focalizzando la necessità di condurre i governanti criminali sul banco degli accusati. Gli Utilitaristi, dall’altro lato, abbandonando la giustizia per l’utilità, abbandonarono pure l’immediatezza per una quieta stasi ed inevitabilmente finirono con il diventare gli apologeti dello stato di cose esistenti.

La seconda grande influenza filosofica che incise sul declino del liberalismo fu l’evoluzionismo, o Darwinismo Sociale, che diede i colpi finali al liberalismo come forza radicale nella società. Dal momento che i Darwinisti Sociali erroneamente videro la storia e la società attraverso i pacifici e rosei occhiali di un’evoluzione sociale infinitamente lenta e infinitamente graduale. Ignorando il fatto fondamentale che nella storia nessuna classe al potere ha mai volontariamente ceduto il suo potere, e che, perciò il liberalismo è stato costretto a fare irruzione attraverso una serie di rivoluzioni, il Darwinista Sociale si è messo ad aspettare pazientemente e allegramente migliaia di anni di evoluzioni infinitamente graduali fino al supposto prossimo stadio di individualismo.

Un interessante esempio di pensatore che rappresenta il declino del liberalismo nel diciannovesimo secolo è Herbert Spencer. Spencer iniziò come liberale magnificamente radicale, virtualmente un libertario puro. Ma, man mano che il virus della sociologia e del Darwinismo Sociale si impadronirono della sua anima, Spencer abbandonò il libertarismo come movimento storicamente dinamico, sebbene all’inizio senza abbandonarne la pura teoria. In breve, mentre guardava ad un eventuale ideale di libertà pura, Spencer iniziò a vedere la vittoria come inevitabile, ma solo dopo millenni di graduale evoluzione, e così, nella realtà dei fatti, Spencer abbandonò il liberalismo come credo radicale e combattente e in pratica confinò il suo liberalismo ad una fiacca azione di retrovia contro la crescita del collettivismo della fine del diciannovesimo secolo. In modo piuttosto interessante il fiacco viraggio strategico “a destra” di Spencer divenne immediatamente un viraggio a destra anche nella teoria, esemplificato dal ripudio del famoso capitolo della Statica sociale, Il diritto di ignorare lo Stato.

Agli inizi del diciannovesimo secolo in Inghilterra, i liberali classici iniziarono il loro spostamento dal radicalismo ad un semi conservatorismo; una conferma di questo spostamento fu l’atteggiamento generale dei liberali britannici nei confronti della lotta di liberazione nazionale in Irlanda. Questa lotta aveva un duplice aspetto: contro l’imperialismo politico britannico e contro il potere feudale imposto da quell’imperialismo. I liberali britannici, a causa della loro cecità Tory verso la spinta irlandese all’indipendenza nazionale e, specialmente, per il diritto di proprietà degli agricoltori contro l’oppressione feudale, divennero simbolo del loro effettivo abbandono dell’autentico liberalismo, che era nato virtualmente dalla lotta contro il sistema terriero feudale. Solo negli Stati Uniti, la grande casa del liberalismo radicale (dove il feudalesimo non era mai riuscito a mettere radici al di fuori del Sud), i diritti naturali, la teoria di una legge superiore ed i conseguenti movimenti liberali radicali, continuarono ad essere preminenti fino alla metà del diciannovesimo secolo. Nelle loro differenti modalità, i movimenti Jacksoniani ed Abolizionisti furono gli ultimi potenti movimenti libertari nella vita americana. [3]

Perciò, con il liberalismo abbandonato dall’interno, non vi era più un partito della speranza nel mondo Occidentale, non più un movimento di “sinistra” a guidare la lotta contro lo Stato e contro i residui del vecchio ordine che ancora sopravvivevano. In questo vuoto creato dall’esaurirsi del liberalismo radicale, si inserì un nuovo movimento: il socialismo. I libertari del giorno d’oggi sono abituati a ritenere che il socialismo sia l’esatto opposto del credo libertario. Ma questo è un grave errore, responsabile del profondo disorientamento ideologico dei libertari di oggi. Come abbiamo visto, il conservatorismo era l’esatto opposto della libertà; ed il socialismo, pur collocandosi alla “sinistra” del conservatorismo, era essenzialmente un movimento confuso, a metà strada. Esso era, ed è ancora, a metà strada perché tenta di raggiungere fini liberali usando mezzi conservatori.

In breve, Russel Kirk, che sostiene che il socialismo sia l’erede del liberalismo classico e Ronald Hamowy, che vede il socialismo come l’erede del conservatorismo, hanno entrambi ragione; poiché il problema sorge a seconda che esaminiamo un aspetto o l’altro di questo confuso movimento centrista. Il socialismo, come il liberalismo e contro il conservatorismo, accettò il sistema industriale e gli obiettivi liberali di libertà, ragione, mobilità, progresso, più alti livelli di vita per le masse, la fine della teocrazia e della guerra; ma cercò di raggiungere questi fini attraverso l’uso di incompatibili mezzi conservatori: statalismo, pianificazione centralizzata, comunitarismo, ecc. O piuttosto, per essere più precisi, vi erano fin dall’inizio due diverse tendenze all’interno del socialismo: una era la corrente autoritaria di destra che da Saint Simon in avanti glorificava lo statalismo, la gerarchia e il collettivismo e che era perciò una proiezione del tentativo del conservatorismo di accettare e dominare la nuova civiltà industriale. L’altra era la tendenza di sinistra, relativamente libertaria, esemplificata in modo diverso da Marx e da Bakunin, rivoluzionaria e molto più interessata a raggiungere le finalità libertarie del liberalismo e del socialismo; ma, specialmente, a realizzare lo sgretolamento dell’apparato statale per realizzare la “cancellazione dello Stato” e la “fine dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”. In maniera abbastanza interessante, la caratteristica frase marxiana, la “sostituzione del governo degli uomini con l’amministrazione delle cose” può essere ritrovata, per via indiretta, a partire dai grandi liberali francesi dell’inizio del diciannovesimo secolo Charles Comte (nessuna relazione con Auguste Comte) e Charles Dunoyer. E così, anche per quanto riguarda il concetto di “lotta di classe”; ad eccezione del fatto che per Dunoyer e per Comte le classi essenzialmente antitetiche non erano gli uomini di affari contro i lavoratori, ma i produttori nella società (inclusi i liberi uomini di affari, i lavoratori, gli agricoltori, ecc.) contro le classi sfruttatrici costituite e privilegiate dall’apparato dello Stato. [4] Una volta, nella sua vita confusa e caotica, Saint Simon si trovò vicino a Comte e Dunoyer e trasse da loro la sua analisi di classe mescolando il tutto alla sua maniera e trasformando gli uomini di affari del mercato in “sfruttatori”, unendoli ai proprietari terrieri feudali e ad altri tra i privilegiati dello Stato. Marx e Bakunin ripresero questo dai sansimoniani e il risultato fu di sviare gravemente l’intero movimento della sinistra socialista; poiché allora, in aggiunta alla distruzione dello Stato repressivo, diventava necessario eliminare la proprietà privata capitalista dei mezzi di produzione. Rifiutando la proprietà privata, specialmente del capitale, i socialisti di sinistra si trovarono intrappolati in una cruciale contraddizione interna: se lo Stato deve scomparire dopo la rivoluzione (immediatamente per Bakunin, “svanendo” gradualmente per Marx), allora come farà il “collettivo” ad amministrare la sua proprietà senza divenire esso stesso un enorme Stato di fatto, pur non essendolo nel nome? Questa era una contraddizione che né i marxisti né i Bakunisti riuscirono mai a risolvere.

Avendo sostituito il liberalismo radicale come partito della “sinistra”, il socialismo al volgere del ventesimo secolo, cadde preda delle sue contraddizioni interne. Molti socialisti (Fabiani, Lassalliani, persino Marxisti) si volsero decisamente a destra, abbandonarono completamente i vecchi obiettivi libertari e gli ideali di rivoluzione e di cancellazione dello Stato e divennero dei comodi conservatori permanentemente riconciliati con lo Stato, lo status quo e con l’intero apparato del neo-mercantilismo, del capitalismo monopolistico dello Stato, dell’imperialismo e della guerra che si stava rapidamente stabilendo e consolidando nella società europea all’inizio del ventesimo secolo. Anche il conservatorismo nel tentativo di confrontarsi con un moderno sistema industriale si era riformato e riorganizzato ed era divenuto un mercantilismo rimesso a nuovo, un regime di statalismo, caratterizzato da privilegi monopolistici di Stato, intesi a favorire, in forme dirette e indirette, capitalisti e proprietari terrieri quasi feudali. L’affinità tra socialismo di destra e nuovo conservatorismo divenne molto stretta, con il primo che mirava a politiche simili ma con una venatura di populismo demagogico. Così, l’altra faccia della medaglia dell’imperialismo era “l’imperialismo sociale”, che Joseph Schumpeter definì chiaramente come “un imperialismo in cui gli imprenditori ed altri elementi corteggiano i lavoratori per mezzo di concessioni di politica sociale che sembrano dipendere dal successo dell’export monopolistico”. [5]

Gli storici hanno da tempo riconosciuto l’affinità, e la saldatura del socialismo di destra con il conservatorismo in Italia e in Germania dove la fusione fu rappresentata prima dal Bismarkismo e quindi dal fascismo e dal nazionalsocialismo, quest’ultimo inteso a realizzare il programma Conservatore di nazionalismo, imperialismo, teocrazia ed un collettivismo di destra che conservava e persino consolidava il dominio delle vecchie classi privilegiate. Ma solo di recente gli storici hanno cominciato a rendersi conto che il medesimo percorso si verifico sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Perciò Bernard Semmel nella sua brillante storia del movimento social-imperialista in Inghilterra agli inizi del ventesimo secolo, mostra come la Società Fabiana abbia accolto con favore il sorgere dell’imperialismo in Inghilterra. [6] Quando alla metà dell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo il Partito Liberale in Inghilterra si divise tra radicali a sinistra e liberal-imperialisti a destra, Beatrice Webb [7], co-leader dei Fabiani, denunciò i radicali come “seguaci del laissez faire e anti imperialisti”, definendo invece i secondi come “collettivisti e imperialisti”. Un manifesto ufficiale Fabiano, Fabianism and the Empire (1900), scritto da George Bernard Shaw [8] (che più tardi, con perfetta coerenza, apprezzò le politiche interne di Stalin e di Mussolini e di Sir Oswald Mosley [9]), lodava l’imperialismo ed attaccava i radicali, che “ancora restavano attaccati alle immobili frontiere ideali del repubblicanesimo idealista [e] della non interferenza”. Al contrario, “una Grande Potenza [..] deve governare (un impero mondiale) nell’interesse della civiltà nella sua interezza”. Dopo di ciò i fabiani collaborarono strettamente con i Tories e i liberal-imperialisti. Infatti, alla fine del 1902, Sidney[10] e Beatrice Webb costituirono un piccolo gruppo segreto di pensatori, chiamato The Coefficients; come scrisse in maniera rivelatrice uno dei membri più influenti di questo club, l’imperialista Tory Leopold S. Amery,:

Sidney e Beatrice Webb erano molto più interessati che fossero messe in pratica le loro idee sul welfare state da chiunque fosse pronto ad aiutarli, anche nel modo più modesto, che ad un prossimo trionfo di un partito apertamente Socialista. [..] Non vi era, dopo tutto, niente di così innaturale, come la stessa carriera di [Joseph] Chamberlain ha dimostrato, in una combinazione di Imperialismo negli affari esteri con un socialismo municipale o semi-socialismo in patria. [11]

Altri membri dei coefficienti che, come scrisse Amery, dovevano funzionare come “sindacato di cervelli o dirigenza generale” per il movimento, erano: il liberal-imperialista Richard B. Haldane; il geopolitico Halford J. Mackinder; l’imperialista e germanofobo Leopold Maxse, editore della <<National Review>>; il socialista e imperialista Tory Visconte Milner; l’imperialista navale Carlyon Bellairs; il famoso giornalista J. L. Garvin; Bernard Shaw; Sir Clinton Dawkins, socio della banca Morgan e Sir Edward Grey, che, ad un raduno del club, per primo adombrò la politica di intesa con Francia e Russia che si realizzerà nella Prima Guerra Mondiale. [12]

Durante la Prima Guerra Mondiale il famoso tradimento dei vecchi ideali del pacifismo rivoluzionario da parte dei socialisti europei, e persino da parte dei marxisti, non avrebbe dovuto destare sorpresa alcuna; il fatto che ciascun partito socialista appoggiasse il “proprio” governo nazionale nella guerra (con l’apprezzabile eccezione del partito socialista di Eugene Victor Debs [13] negli Stati Uniti) fu la concretizzazione finale del collasso della sinistra socialista classica. Da quel momento in poi, Socialisti o quasi Socialisti si unirono ai Conservatori in una amalgama di base, che accettava lo Stato e l’economia mista (= neo-mercantilismo = welfare state = interventismo = capitalismo monopolistico di Stato = puri sinonimi di una stessa realtà di fondo). Fu per reazione a questo collasso che Lenin ruppe con la Seconda Internazionale per ristabilire il marxismo rivoluzionario classico in una rinascita del socialismo di sinistra.

In realtà Lenin, quasi senza rendersene conto, fece più di questo. Si ritiene comunemente che i movimenti “purificatori”, ansiosi di tornare alla purezza classica indebolita da recenti corruzioni, generalmente, nella loro opera purificatrice, vadano oltre rispetto a quanto ritenuto corretto dalle fonti classiche. Vi erano, infatti, delle venature decisamente “conservatrici” negli scritti degli stessi Marx ed Engels i quali spesso giustificavano lo Stato, l’imperialismo occidentale ed il nazionalismo aggressivo e furono queste motivazioni, nelle ambivalenti opinioni dei maestri di questo argomento, che alimentarono più tardi lo spostamento della maggioranza dei marxisti nel campo “social-imperialista”. [14] La posizione di Lenin si volse più a sinistra rispetto a quella degli stessi Marx ed Engels. Lenin aveva una posizione decisamente più rivoluzionaria nei confronti dello Stato, difendeva e sosteneva, coerentemente, i movimenti di liberazione nazionale contro l’imperialismo. La tendenza Leninista era più a “sinistra” anche sotto altri punti di vista. Mentre Marx aveva concentrato il suo attacco contro il mercato capitalista in sé, la maggiore preoccupazione di Lenin era rivolta verso quello che considerava il livello più alto del capitalismo: imperialismo e monopolio. Di qui il fatto che Lenin, concentrandosi come fece in pratica sul monopolio di Stato e sull’imperialismo piuttosto che sul capitalismo di laissez faire, risultò molto più congeniale ai Libertari di quanto non fu Carlo Marx.

Il Fascismo e il Nazismo rappresentarono il culmine in politica interna della moderna spinta verso il collettivismo di destra. E’ diventato normale tra i libertari, così come presso l’Establishment dell’Occidente, considerare il fascismo e il comunismo come fondamentalmente identici. Ma mentre ambedue i sistemi erano indubbiamente collettivisti, essi differivano parecchio nel loro contenuto socio economico. Il comunismo era un autentico movimento rivoluzionario che senza remora alcuna disperdeva e distruggeva le vecchie élites di potere, mentre il fascismo, al contrario, rafforzava nel loro potere le vecchie classi dirigenti. Di conseguenza il fascismo era un movimento controrivoluzionario che congelava un complesso di privilegi monopolistici nella società; in breve il fascismo rappresentava l’apoteosi del moderno capitalismo monopolistico di Stato. [15] Da qui derivò il motivo per cui il fascismo apparve, apertamente e senza riserve negli anni ’20 e agli inizi degli anni ’30, così attraente agli interessi del big business in Occidente (cosa che, naturalmente, non accadde mai al comunismo). [16]

Siamo ora in grado di applicare la nostra analisi allo scenario americano. Nella recente storia americana incontriamo un mito controverso che è stato diffuso dagli attuali conservatori e adottato dalla maggior parte dei libertari americani. Tale mito dice approssimativamente quanto segue: l’America era, più o meno, un paradiso di laissez faire fino al New Deal; quindi Roosevelt, influenzato da Felix Frankfurter [17], dalla Intercollegiate Socialist Society e da altri “cospiratori” “Fabiani” e comunisti, mise in moto una rivoluzione che portò l’America sulla strada del socialismo e che, più avanti oltre l’orizzonte, arriverà al comunismo. Il libertario del giorno d’oggi che adotta questa, o una simile visione, dell’esperienza americana tende a vedere se stesso come appartenente ad una “estrema destra”; leggermente alla sua sinistra sta il conservatore, alla cui sinistra stanno i centristi, e quindi ancora più verso sinistra si trovano il socialismo e il comunismo. Di qui l’enorme tentazione per i libertari di farsi attrarre dall’esca rossa; poiché, vedendo l’America scivolare inesorabilmente a sinistra, prima verso il socialismo e in seguito verso il comunismo, sono tentati di saltare gli stadi intermedi e imbrattare tutta la loro opposizione con l’odiato pennello rosso.

Si potrebbe pensare che il “Libertario di destra” sia ben presto in grado di vedere alcune gravi manchevolezze in questa concezione. Intanto, l’emendamento alla tassa sul reddito [18], che egli deplora come l’inizio del socialismo in America, fu approvato dal Congresso nel 1909 con una schiacciante maggioranza di ambedue i partiti. Guardare questo evento come un deciso spostamento verso il socialismo vorrebbe dire considerare il presidente William Howard Taft, che aveva proposto il Sedicesimo emendamento, come un uomo di sinistra, e certamente pochi avrebbero l’ardire di farlo. Infatti, il New Deal non fu assolutamente una rivoluzione; il suo intero programma collettivista era già stato anticipato: in tempi più vicini da Herbert Hoover durante la depressione e, ancora prima, dal collettivismo di guerra e dalla pianificazione centralizzata che aveva governato l’America durante la Prima Guerra Mondiale. Ogni elemento del programma del New Deal: pianificazione centralizzata, creazione di una rete di cartelli obbligatori nell’industria e nell’agricoltura, inflazione ed espansione del credito, aumento artificiale dei salari e sostegno ai sindacati all’interno di una sovrastante struttura monopolizzata, regolamentazione e proprietà governativa, tutto ciò era stato anticipato e adombrato durante i due decenni precedenti. [19] E questo programma con il suo privilegiare vari interessi del big business al vertice della struttura collettivista non era in alcun modo vicino al socialismo o alla sinistra; non vi era nulla qui che sapesse di ugualitario o di proletario. No, la parentela di questo crescente collettivismo non era affatto con il socialismo-comunismo ma con il fascismo, o socialismo di destra, una parentela che molti grandi affaristi degli anni venti espressero apertamente nel loro desiderio di abbandonare un sistema di quasi laissez faire per un collettivismo che essi avrebbero potuto controllare. E certamente William Howard Taft, Woodrow Wilson e Herbert Clark Hoover sono figure molto più verosimili come proto-fascisti che come cripto-comunisti.

Il movimento leninista agli inizi degli anni trenta comprese l’essenza del New Deal molto più chiaramente rispetto alla mitologia conservatrice; questo fino alla metà degli anni trenta, quando le esigenze della politica estera sovietica determinarono un netto cambiamento della tendenza del mondo comunista e l’approvazione del New Deal da parte del Fronte Popolare. Così, nel 1934, il teorico leninista britannico R. Palme Dutt pubblicò una breve ma acuta analisi del New Deal come “fascismo sociale” – come l’essenza del fascismo ammantata da una leggera vernice di demagogia populista. Nessun oppositore conservatore ha mai sviluppato una denuncia più vigorosa o decisa del New Deal. La politica di Roosevelt, scriveva Dutt, consisteva nel “muovere verso una forma di dittatura di tipo bellico”; le politiche di base consistevano nell’imporre un capitalismo monopolistico di Stato attraverso la N.R.A. [20], nel fornire sussidi all’industria, alle banche e all’agricoltura attraverso l’inflazione e la parziale espropriazione della massa del popolo, con livelli salariali reali più bassi e tramite la regolamentazione e lo sfruttamento del lavoro con l’imposizione di salari e arbitrati obbligatori. Dutt scriveva che quando al New Deal si toglie il “travestimento progressista e social riformista”, “rimane la realtà di un nuovo capitalismo di Stato di tipo fascista accomodante nei confronti dell’industria”, compresa un implicita “tendenza alla guerra”. Dutt concludeva in maniera efficace con la citazione del redattore del prestigiosissimo <<Current History Magazine>>:

La nuova America [il redattore scriveva nel 1933] non sarà capitalista nel vecchio senso della parola, né sarà socialista. Se al momento la tendenza è verso il fascismo, si tratterà di un fascismo americano, che incarnerà l’esperienza, le tradizioni, le speranze di una nazione dal grande ceto medio.[21]

Così il New Deal non rappresentava una frattura qualitativa con il passato americano, al contrario, si trattava di una estensione puramente quantitativa della rete di privilegi di Stato che era stata proposta e realizzata in precedenza: nell’amministrazione Hoover, nel collettivismo bellico della Prima Guerra Mondiale e nell’Era Progressista. Nella brillante opera del Dottor Grabriel Kolko si può trovare la più esauriente esposizione delle origini del capitalismo monopolistico di Stato, o di ciò che egli chiama “capitalismo politico” negli Stati Uniti. In The Triumph of Conservatism Kolko rintraccia le origini del capitalismo politico nelle “riforme” dell’era progressista. Gli storici ortodossi hanno sempre trattato il periodo progressista (all’incirca dal 1900 al 1916) come un periodo in cui il capitalismo di libero mercato stava diventando sempre più “monopolistico”; come reazione a questo regno del monopolio e degli affari, intellettuali altruisti e politici lungimiranti guardarono all’intervento da parte del governo come mezzo per riformare e regolamentare questi aspetti negativi. La grande opera di Kolko dimostra che la realtà era quasi esattamente il contrario di questa credenza. Kolko mette in evidenza che nonostante l’ondata di concentrazioni e di accordi che si formarono all’inizio del secolo le forze della competizione del libero mercato indebolirono e dissolsero rapidamente questi tentativi di stabilizzare e perpetuare la potenza dei grossi interessi economici. Fu precisamente come reazione alla sua incombente sconfitta per mano degli attacchi competitivi del mercato che la grande industria si volse, in misura sempre maggiore dopo il 1900, al governo federale per aiuto e protezione. In breve l’intervento del governo federale era inteso non a ridurre il monopolio della grande industria nell’interesse pubblico, ma a creare monopoli (come pure associazioni di imprese più piccole) che le grandi imprese non erano state in grado di realizzare a causa della tempesta competitiva del libero mercato. Tanto la sinistra quanto la destra sono state tratte in inganno dall’idea secondo cui l’intervento dello Stato sia ipso facto di sinistra e contro gli imprenditori. Di qui il mito, endemico nella destra, del New Fear Deal Rosso. Tanto i grossi industriali, guidati dagli interessi dei Morgan, quanto il professor Kolko, quasi unico nel mondo accademico, si sono resi conto del fatto che i privilegi monopolistici possono essere creati solo dallo Stato e non possono essere il risultato di operazioni di libero mercato.

Così Kolko dimostra che, a cominciare dal Nuovo Nazionalismo di Teodoro Roosevelt e culminando nella Nuova Libertà di Wilson, in un’industria dopo l’altra, per esempio assicurazioni, banche, mercato della carne, esportazione ed affari in generale, le regolamentazioni che la destra del giorno d’oggi considera “socialiste” non furono soltanto unanimemente sostenute ma concepite e realizzate dai grandi affaristi. Questo era uno sforzo consapevole teso ad ingabbiare l’economia con elargizione di sussidi, stabilità e privilegi monopolistici. Una visione tipica era quella di Andrew Carnegie; molto preoccupato per la concorrenza nell’industria dell’acciaio che, né la nascita della U.S. Steel né le famose “Serate Gary” sponsorizzate dall’impresa Morgan riuscivano ad attenuare, dichiarò nel 1908, “mi torna sempre in mente che il controllo governativo, e questo solo, potrà correttamente risolvere il problema”. Non vi è nulla di allarmante in sé nella regolamentazione governativa, sosteneva Carnegie, “il capitale è perfettamente al sicuro nell’azienda del gas, sebbene sia sotto il controllo del tribunale. Così sarà per ogni altro capitale, anche se sotto il controllo del governo”.[22]

Kolko dimostra che il Partito Progressista era sostanzialmente un partito creato dalla Morgan per rieleggere Roosevelt e punire il presidente Taft che era stato troppo zelante nel perseguire le imprese Morgan, mentre i sindacalisti di sinistra fornivano spesso involontariamente una copertura demagogica ad un movimento conservatore e statalista. La New Freedom di Wilson[23], culminante nella creazione della Federal Trade Commission, lungi dall’essere considerata pericolosamente socialista dai grandi industriali, fu accolta entusiasticamente in quanto poneva in essere il loro programma, a lungo desiderato, di sostegno, privilegio e regolamentazione della concorrenza (e il collettivismo bellico di Wilson fu accolto persino più entusiasticamente). Edward N. Hurley, presidente della Federal Trade Commission e in precedenza presidente dell’Associazione degli Industriali dell’Illinois, alla fine del 1915 annunciò con gioia che la Federal Trade Commission era finalizzata “all’interesse degli affari in generale”, la stessa cosa valeva per la ICC nei confronti delle ferrovie e dei cantieri navali, la stessa cosa faceva la Federal Reserve per i banchieri della nazione e il Dipartimento dell’Agricoltura per gli agricoltori. [24] Come sarebbe avvenuto in maniera più drastica nel fascismo europeo, ogni gruppo di interessi economici era organizzato secondo cartelli e monopoli e sistemato nella sua nicchia privilegiata in una struttura socioeconomicamente ordinata. Particolarmente influenti erano le opinioni di Arthur Jerome Eddy, eminente avvocato che si era specializzato nella creazione di associazioni di commercio e che aveva aiutato la nascita della Federal Trade Commission. Nel suo magnum opus denunciando fieramente la concorrenza negli affari e invocando una “cooperazione” industriale controllata e protetta dal governo, Eddy proclamava che la “Concorrenza è Guerra e che la Guerra è l’Inferno”. [25]

Che dire degli intellettuali del periodo progressista condannati dalla destra del giorno d’oggi come “socialisti”? In un certo senso essi erano socialisti, ma socialisti di che genere? Il socialismo conservatore di Stato della Germania di Bismark, il prototipo di tante forme politiche moderne europee ed americane, e sotto la cui influenza la gran parte degli intellettuali americani della fine del diciannovesimo secolo ricevette la sua educazione superiore. Come scrive Kolko:

Il conservatorismo degli intellettuali contemporanei [..] l’idealizzazione dello Stato da parte di Lester Ward, Richard T. Ely o Simon N. Patten [..] furono anche il risultato della peculiare educazione di molte università americane di questo periodo. Alla fine del diciannovesimo secolo il mondo accademico esercitava una influenza sulla teoria sociale ed economica. Le migliaia di accademici di rilievo che avevano studiato nelle università tedesche negli anni ottanta e novanta dell’ottocento avevano ovviamente assorbito l’idealizzazione bismarkiana dello Stato, con le sue funzioni centralizzate di welfare. [26]

Per di più l’ideale dei più influenti professori tedeschi ultraconservatori, che erano anche chiamati “socialisti della cattedra”, era di divenire consapevolmente “la guardia del corpo intellettuale della casa degli Hohenzollern” – e sicuramente lo furono.

Come esempio di intellettuale progressista Kolko cita opportunamente Herbert Croly, direttore del <<New Republic>> finanziato da Morgan. Analizzando il nuovo nazionalismo di Theodore Roosevelt, Croly esaltava questo nuovo hamiltonismo come un sistema per il controllo collettivista federale e per l’integrazione della società in una struttura gerarchica. Guardando al futuro oltre l’Era Progressista, Gabriel Kolko conclude che:

Durante la guerra attraverso varie agenzie amministrative e di emergenza fu creata una sintesi tra economia e politica a livello federale, che continuò durante il decennio successivo. Certamente il periodo della guerra rappresenta il trionfo degli affari nel modo più eclatante [..] . La grande industria ottenne l’appoggio totale da parte di varie agenzie di regolamentazione e dell’esecutivo. Fu durante la guerra che divennero operativi un oligopolio effettivo e operativo, ed accordi sul prezzo e sul mercato in settori dominanti dell’economia americana. La rapida diffusione del potere nell’economia e l’ingresso relativamente facile vennero virtualmente a cessare. Nonostante la fine di importanti nuovi provvedimenti legislativi, l’unione della grande industria con il governo federale continuò durante gli anni venti e oltre, utilizzando le fondamenta gettate nell’Era Progressista per stabilizzare e consolidare le condizioni all’interno di varie industrie. [..] Il principio dell’utilizzo del governo federale per stabilizzare l’economia, iniziato nel contesto del moderno industrialismo durante l’Era Progressista, divenne la base del capitalismo politico nelle sue molte ramificazioni successive.

In questo senso il progressismo non morì negli anni venti, ma divenne parte del tessuto di base della società americana. [27]

Questo dunque per quel che riguarda il New Deal. Dopo un breve periodo di ondeggiamento a sinistra a metà degli anni trenta, l’amministrazione Roosevelt ricementò la sua alleanza con la grande industria per la difesa nazionale e l’economia bellica che ebbe inizio nel 1940. Queste sono un’economia ed una politica che da allora hanno sempre retto l’America, rappresentate da una permanente economia di guerra, da un pieno capitalismo monopolistico di Stato e dal neomercantilismo, dal complesso militare industriale dei giorni nostri. Le caratteristiche essenziali della società americana non sono mutate da quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, questa è stata interamente militarizzata e politicizzata, ad eccezione del fatto che tale tendenza è venuta ad intensificarsi e persino nella vita di tutti i giorni gli uomini sono stati sempre più foggiati in obbedenti uomini dell’organizzazione al servizio dello Stato e del suo complesso militare industriale. William H. Whyte Jr. nel suo libro, giustamente famoso, The Organization Man, ha chiarito che questa manipolazione ebbe luogo in seguito all’adozione da parte della grande industria delle visioni collettiviste di sociologi e altri ingegneri sociali “illuminati”. E’ anche chiaro che questa armonia di vedute non è solamente il frutto dell’ingenuità degli imprenditori – certo non quando questa “ingenuità” coincide con l’esigenza di comprimere il lavoratore e il manager nel modello di un servitore volonteroso all’interno della grande burocrazia della macchina militare-industriale. E, sotto la maschera della democrazia, l’istruzione è diventata una mera esercitazione scolastica di massa in tecniche di adattamento, allo scopo di diventare un ingranaggio della vasta macchina burocratica.

Contemporaneamente, i Repubblicani e i Democratici rimangono bipartisan nel formare e supportare questo establishment come lo erano stati nei primi due decenni del ventesimo secolo. La condiscendenza, il supporto bipartitico allo status quo che sta sotto alle superficiali differenze tra i partiti, non iniziò nel 1940.

Come reagì il residuo esercito di libertari a queste variazioni dello spettro ideologico in America? Si può trovare una risposta istruttiva guardando la carriera di uno dei grandi libertari dell’America del ventesimo secolo, Albert Jay Nock [28]. Negli anni venti, quando Nock elaborò la sua filosofia radical-libertaria, egli era universalmente considerato un membro dell’estrema sinistra e come tale si considerava. C’è sempre la tendenza nella vita politica e ideologica a concentrare la propria attenzione sul nemico principale del momento ed il nemico principale di allora era lo statalismo conservatore dell’amministrazione Coolidge-Hoover; fu naturale, perciò, per Nock, per il suo amico e collega libertario H. L. Mencken e per altri radicali unirsi ai semi-socialisti nella battaglia contro il nemico comune. Quando il New Deal successe ad Hoover i socialisti all’acqua di rose e gli interventisti vagamente di sinistra balzarono sul carro del New Deal; a sinistra solo i Libertari come Nock e Mencken ed i Leninisti (prima del periodo del Fronte Popolare) capirono che Roosevelt altro non era se non una continuazione di Hoover, sebbene con una retorica diversa. Fu perfettamente naturale per i radicali formare un fronte unico contro Roosevelt con i più vecchi conservatori Hoover e Al Smith i quali ritenevano o che Roosevelt fosse andato troppo lontano o non gradivano la sua fragorosa retorica populista. Ma il problema fu che Nock e i suoi colleghi radicali, sulle prime sdegnosi nei confronti dei nuovi alleati, ben presto iniziarono ad accettarli e perfino a indossare volentieri l’etichetta di “Conservatori” precedentemente disprezzata. Nei ranghi e nelle fila dei radicali questo spostamento si verificò, come è accaduto nella storia per molte trasformazioni di ideologie, inconsapevolmente e in mancanza di una leadership ideologica adatta; per Nock e in una certa misura anche per Mencken il problema incise molto più profondamente.

Questo dal momento che vi era sempre stata una grave manchevolezza nella brillante e raffinata dottrina libertaria messa a punto con differenti modalità da Nock e da Mencken; entrambi erano incorsi a lungo nel grave errore del pessimismo. Entrambi non avevano alcuna speranza che la razza umana adottasse il sistema della libertà; disperando che la dottrina radicale della libertà avrebbe mai potuto essere applicata in pratica, ciascuno a modo suo si sottrasse alla responsabilità di una leadership ideologica, Mencken gioiosamente ed edonisticamente, Nock in maniera riservata e segreta. Perciò nonostante l’importante contributo di ambedue questi uomini alla causa della libertà, nessuno dei due avrebbe mai potuto diventare leader consapevole di un movimento libertario, perché nessuno dei due avrebbe potuto vedere il partito della libertà come il partito della speranza, il partito della rivoluzione, o a fortiori il partito di un messianismo secolare. L’errore del pessimismo è il primo passo verso la scivolosa strada in discesa che conduce al conservatorismo; e quindi fu fin troppo facile per il radicale pessimista Nock, sebbene ancora fondamentalmente un libertario, accettare l’etichetta di conservatore e pure ripetere il vecchio luogo comune che vi sia una presunzione a priori contro qualunque cambiamento sociale.

E’ affascinante come Albert Jay Nock in questo modo abbia seguito il percorso ideologico del suo amato antenato spirituale Herbert Spencer, entrambi iniziarono come puri Libertari radicali, entrambi abbandonarono le tattiche radicali o rivoluzionarie rappresentate dalla volontà di mettere in pratica le loro teorie attraverso un’azione di massa, ambedue finirono per scivolare da tattiche Tory ad un conservatorismo parziale almeno nel contenuto.

E così i Libertari, specialmente per quel che riguarda la percezione della loro posizione nello spettro ideologico, si unirono a più vecchi Conservatori i quali furono costretti ad adottare una fraseologia libertaria (ma senza alcun reale contenuto libertario) opponendosi all’amministrazione Roosevelt che per loro era diventata troppo collettivista sia nel contenuto che nella retorica. La Seconda Guerra Mondiale rinforzò e cementò questa alleanza; poiché, al contrario di tutte le precedenti guerre americane del secolo, le forze pacifiste e “isolazioniste” furono tutte identificate, dai loro nemici e di conseguenza da loro stesse, come appartenenti alla “Destra”. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne naturale per i libertari considerarsi come un polo di “estrema destra” con i Conservatori immediatamente alla propria sinistra; e di qui il grave errore di posizionamento che persiste ai giorni nostri. In particolare i moderni libertari hanno dimenticato o non hanno mai capito che l’opposizione alla guerra e al militarismo era sempre stata una tradizione di sinistra che aveva incluso i Libertari; e quindi quando l’aberrazione storica del periodo del New Deal si corresse e la “destra” divenne ancora una volta la grande partigiana della guerra totale, i Libertari si trovarono impreparati a capire che cosa stesse succedendo e si accodarono ai loro supposti “alleati” conservatori. I liberali avevano completamente perso le loro vecchie caratteristiche e le linee guida ideologiche.

Dato un giusto riorientamento dello spettro ideologico, quali sarebbero allora le prospettive della libertà? Non c’è da meravigliarsi che il Libertario contemporaneo, vedendo il mondo diventare socialista e comunista, e credendosi virtualmente isolato e tagliato fuori da ogni prospettiva di azione di massa unitaria, tenda a cadere in un pessimismo di lungo periodo. Ma la scena si illumina immediatamente nel momento in cui ci rendiamo conto che quell’indispensabile requisito della civiltà moderna, il rovesciamento dell’ancien regime, fu realizzato da un’azione libertaria di massa esplosa nelle grandi rivoluzioni dell’Occidente come le Rivoluzioni Francese e Americana, e che portò i successi della Rivoluzione Industriale e i progressi della libertà, la mobilità e l’aumento del tenore di vita di cui godiamo ancora oggi. Nonostante il ritorno reazionario allo statalismo, il mondo moderno giganteggia sul mondo del passato. Quando consideriamo pure che, in una forma o in un’altra, il Vecchio Ordine del dispotismo, del feudalesimo, della teocrazia e del militarismo ha dominato ogni civiltà umana fino a quella Occidentale del diciottesimo secolo, l’ottimismo su ciò che l’uomo ha raggiunto e può raggiungere deve arrivare ancora più in alto.

Si può replicare, però, che quell’oscuro periodo storico di dispotismo e stagnazione può soltanto rafforzare il pessimismo perché dimostra la persistenza e la durata del Vecchio Ordine e l’apparente fragilità ed evanescenza del Nuovo – specialmente alla luce della retrocessione del secolo passato. Ma questa analisi superficiale trascura il grande cambiamento che si è verificato con la rivoluzione del Nuovo Ordine, un cambiamento che è chiaramente irreversibile. Il Vecchio Ordine fu in grado di durare per secoli con il suo sistema di schiavitù proprio perché non era in grado di risvegliare attese e speranze nelle menti delle masse soggiogate; il loro destino era quello di sopravvivere e di tirare avanti in una abbrutita esistenza di schiavitù, obbedendo ciecamente agli ordini di governanti designati per volontà divina. Ma la rivoluzione liberale impresse in maniera indelebile nelle menti delle masse, non solo in Occidente ma anche nel mondo sottosviluppato ancora sotto il dominio feudale, l’ardente desiderio della libertà, della terra per gli agricoltori, della pace tra le nazioni e, forse più di tutto, il desiderio della mobilità e di un più alto livello di vita, cosa che può essere raggiunta solo con la civiltà industriale. Le masse non accetteranno mai nuovamente la cieca servitù del Vecchio Ordine; e date le aspirazioni risvegliate dal liberalismo e dalla Rivoluzione Industriale, la vittoria della libertà nel lungo periodo è inevitabile.

Poiché soltanto la libertà, soltanto un libero mercato, possono organizzare e mantenere un sistema industriale e man mano che la popolazione si espande e cresce, diviene sempre più necessario il lavoro senza restrizioni dell’ economia industriale. Il laissez faire e il libero mercato diventano sempre più chiaramente necessari man mano che il sistema industriale si sviluppa; deviazioni radicali causano interruzioni e crisi economiche. Questa crisi dello statalismo diviene particolarmente drammatica e acuta in una società pienamente socialista; e di conseguenza l’inevitabile fallimento dello statalismo si è manifestato in maniera clamorosa per primo nei paesi dell’area socialista (cioè a dire comunista). Questo dal momento che il socialismo si confronta con le sue contraddizioni interne in maniera più netta. Esso tenta disperatamente di realizzare i suoi obiettivi dichiarati di crescita industriale, di migliori livelli di vita per le masse, di eventuale indebolimento dello Stato ed è sempre meno in grado di realizzare tutto questo con i suoi sistemi collettivisti. Da qui l’inevitabile fallimento del socialismo. Questo progressivo fallimento della pianificazione socialista fu all’inizio in parte trascurato. Infatti, i Leninisti non presero il potere in un evoluto paese capitalista come Marx aveva erroneamente predetto, ma in un paese che soffriva l’oppressione del feudalesimo. In secondo luogo i Comunisti, per molti anni dopo la presa del potere, non tentarono di imporre un’economia socialista; nella Russia sovietica questo non avvenne finché la collettivizzazione forzata di Stalin agli inizi degli anni trenta rovesciò il buon senso della Nuova Politica Economica di Lenin che Bukharin, il teorico favorito di Lenin, avrebbe esteso fin verso un libero mercato. Persino gli arrabbiati leaders comunisti della Cina non imposero un’economia socialista al paese fino alla fine degli anni cinquanta. In ogni caso l’industrializzazione crescente ha portato una serie di fallimenti economici così gravi che i paesi comunisti, contro i loro principi ideologici, hanno dovuto ritirarsi passo dopo passo dalla pianificazione centrale e ritornare in forme e gradi diversi al libero mercato. Il Piano Liberman per l’Unione Sovietica si è guadagnato una grande pubblicità; ma l’inevitabile processo di desocialistizzazione è andato molto più avanti in Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia. Più avanzata di tutti è la Yugoslavia che, liberatasi dalla rigidità stalinista prima degli altri paesi socialisti, in solo una dozzina di anni si è desocialistizzata così in fretta che la sua economia ora non è molto più socialista di quella della Francia. Il fatto che persone che si definiscono “comuniste” siano ancora al governo del paese è irrilevante per i basilari fattori sociali ed economici. La pianificazione centralizzata in Yugoslavia è virtualmente scomparsa. Il settore privato è predominante non solo nell’agricoltura ma è forte persino nell’industria e lo stesso settore pubblico è stato radicalmente decentrato e posto sotto liberi prezzi, esperimenti di profitti e perdite, proprietà cooperativa dei lavoratori di ogni officina, tanto che difficilmente si può dire che esista ancora un vero socialismo. Per andare verso un completo capitalismo resta solo da compiere il passo finale di passare dal controllo esercitato dai lavoratori sulle singole aziende attraverso le organizzazioni sindacali al possesso di titoli individuali di proprietà. La Cina Comunista e gli abili teorici marxisti della <<Monthly Review>> hanno chiaramente compreso la situazione ed hanno lanciato l’allarme che la Yugoslavia non è più un paese socialista.

Si potrebbe pensare che gli economisti del libero mercato abbiano acclamato la conferma e la crescente rilevanza del notevole intuito del Professor Ludwig von Mises di mezzo secolo fa: che gli stati socialisti essendo necessariamente privi di un autentico sistema di prezzi, non avrebbero potuto procedere a calcoli economici e, perciò, non avrebbero potuto pianificare con alcun successo l’economia. In realtà un seguace di Mises alcuni anni fa predisse in un racconto questo processo di desocialistizzazione. Ma né questo autore né altri economisti liberali hanno dato la benché minima indicazione né il riconoscimento, per non parlare del benvenuto, di questo processo nei paesi comunisti, forse perché la loro quasi isterica visione della minaccia comunista impedisce loro di riconoscere qualsiasi segnale di crollo nel supposto monolite minaccioso. [29]

I paesi Comunisti perciò sono sempre più inesorabilmente forzati a desocialistizzarsi e, quindi, eventualmente, a raggiungere il libero mercato. Lo stato dei paesi sottosviluppati è pure motivo di ottimismo per i libertari. Perché in tutto il mondo i popoli delle nazioni sottosviluppate sono impegnati in rivoluzioni intese a rovesciare il Vecchio Ordine feudale. E’ vero che gli Stati Uniti stanno facendo del loro meglio per sopprimere proprio il processo rivoluzionario che un tempo, unitamente all’Europa, li ha liberati dai ceppi del Vecchio Ordine; ma è sempre più chiaro che neppure una potenza armata può sopprimere il desiderio delle masse di irrompere nel mondo moderno.

Prendiamo ora in esame gli Stati Uniti e i paesi dell’Europa Occidentale. Qui il motivo per essere ottimisti è meno chiaro perché il sistema quasi-collettivistico non presenta una crisi di contraddizione interna così decisa come il socialismo. Eppure anche qui crisi economiche si intravedono nel futuro e guadagnano terreno con la compiacenza dei dirigenti keynesiani dell’economia: inflazione strisciante, riflessa nell’aggravato dissesto della bilancia dei pagamenti del dollaro una volta molto forte; una strisciante disoccupazione prodotta dai livelli salariali minimi e dall’accumularsi delle più profonde distorsioni antieconomiche di lungo periodo della costante economia di guerra. Per di più le crisi potenziali negli Stati Uniti non sono puramente economiche; vi è un crescente fermento morale tra i giovani d’America contro le pastoie della burocrazia centralizzata, della uniforme educazione di massa e della brutalità e dell’oppressione esercitate dai servitori dello Stato.

Inoltre, l’esistenza di una livello sostanziale di libertà di parola e di forme democratiche facilitano, almeno nel breve periodo, la possibile crescita di un movimento libertario. Gli Stati Uniti sono pure fortunati nel possedere, seppure in parte dimenticata sotto l’ordinamento statalista e tirannico dell’ultimo mezzo secolo, una grande tradizione di pensiero e di azione libertari. Lo stesso fatto che molto di questo retaggio si ancora riflesso nella retorica popolare, anche se privato in pratica del suo significato, fornisce un ricco terreno di coltura ideologico per un futuro partito della libertà.

Quelle che i marxisti chiamerebbero le “condizioni oggettive” per il trionfo della libertà esistono quindi ovunque nel mondo e più che in passato; perché dovunque le masse hanno scelto migliori condizioni di vita e la promessa della libertà e dovunque i vari regimi di statalismo e collettivismo non sono in grado di realizzare questi obiettivi. Quel che è necessario, quindi, sono semplicemente le “condizioni soggettive” per la vittoria; cioè a dire, un numero crescente di libertari informati che diffonderà tra i popoli del mondo il messaggio che la libertà e il libero mercato sono la via d’uscita dai loro problemi e crisi. La libertà non potrà essere pienamente raggiunta finché i libertari non esisteranno in numero tale da guidare i popoli sul giusto sentiero. Ma forse il maggiore impedimento alla creazione di un tale movimento sta nella disperazione e nel pessimismo tipici del Libertario del mondo d’oggi. Molto di quel pessimismo lo deve alla sua errata lettura della storia e al considerare se stesso e il manipolo dei suoi confratelli come irrimediabilmente isolati dalle masse e, perciò, dai venti della storia. Di conseguenza egli diventa un critico solitario degli eventi storici piuttosto che una persona che si considera parte di un movimento potenziale che potrà fare e farà la storia. Il moderno Libertario ha dimenticato che il Liberale dei secoli diciassettesimo e diciottesimo affrontava ostacoli molto più insormontabili di quelli che ha di fronte il Liberale del giorno d’oggi; poiché in quell’epoca, prima della Rivoluzione Industriale, la vittoria del liberalismo era lungi dall’essere inevitabile. Eppure il liberalismo di quell’epoca non si accontentò di rimanere una piccola setta; invece unì teoria ed azione. Il Liberalismo crebbe e si sviluppò come ideologia e, dirigendo e guidando le masse, fece la rivoluzione che cambiò le sorti del mondo. Dalla sua colossale apparizione, questa rivoluzione del diciottesimo secolo trasformò la storia da una cronaca di stagnazione e dispotismo in un movimento che avanza verso un’autentica utopia secolare di libertà, razionalità e abbondanza. Il Vecchio Ordine è morto o moribondo; e i tentativi reazionari di dominare la società e l’economia moderne attraverso vari ritorni al Vecchio Ordine sono destinati al fallimento totale. I Liberali del passato hanno lasciato ai moderni Libertari un retaggio glorioso, non solo di ideologia ma di vittorie contro pronostici molto più devastanti. I Liberali del passato hanno anche lasciato ai libertari un retaggio di corretta strategia e di tattiche da seguire non solo guidando le masse invece di restarne distanti, ma anche evitando di cadere preda di un ottimismo di breve periodo. Poiché l’ottimismo di breve periodo, essendo irrealistico, conduce direttamente alla delusione e quindi al pessimismo di lungo periodo; e, come altra faccia della medaglia, il pessimismo di lungo periodo porta a concentrarsi, in modo esclusivo e autodistruttivo, su questioni immediate e di breve periodo. L’ottimismo di breve periodo deriva, inoltre, da una visione ingenua e semplicistica della strategia: che la libertà vincerà semplicemente educando un maggior numero di intellettuali, che a loro volta prepareranno gli opinionisti, i quali convinceranno le masse, dopo di che lo Stato in qualche modo leverà le tende e silenziosamente scomparirà. Le cose non sono così semplici. Poiché i libertari non hanno a che fare solo con un problema di formazione ma anche con un problema di potere ed è una legge della storia che una casta dominante non ha mai volontariamente rinunciato al suo potere.

Ma il problema del potere, certamente negli Stati Uniti, è in un futuro lontano. Per il Libertario il compito principale dell’epoca attuale è di liberarsi del suo pessimismo inutile e debilitante, di volgere lo sguardo verso una vittoria di lungo periodo e di mettersi sulla strada per raggiungerla. Per fare questo deve, forse prima di ogni altra cosa, ridisegnare in modo drastico la sua errata visione dello spettro ideologico; deve scoprire quali sono i suoi amici e i suoi alleati naturali e, forse soprattutto, quali sono i suoi nemici. Armato di questa conoscenza, lasciamolo procedere in quello spirito di radicale ottimismo di lungo periodo che una delle grandi figure del della storia del pensiero libertario, Randolph Bourne, identificò correttamente come lo spirito della gioventù. Lasciamo che le parole esaltanti di Bourne servano anche come linea guida per lo spirito della libertà:

La gioventù è l’incarnazione della ragione opposta alla rigidità della tradizione; la gioventù mette in discussione senza remore tutto quanto sia vecchio e stabilito – Perché? A che cosa serve tutto questo? Quando da parte dei difensori del vecchio riceve risposte imbarazzate ed evasive applica il suo fresco spirito critico della ragione alle istituzioni, alle abitudini e alle idee e trovandole stupide, vane e dannose si volge istintivamente a sovvertirle e a costruire al loro posto cose con le quali si accorda la sua visione [..]. La gioventù è il lievito che in tutto il mondo tiene in fermento l’attitudine alla discussione e all’esame. Se questa importuna attività della gioventù, con la sua idiosincrasia per i sofismi e le sottigliezze la sua insistenza a vedere le cose così come sono, non esistesse, la società morirebbe semplicemente nello sfacelo. E’ la politica della generazione più vecchia, man mano che si adatta al mondo, quella di nascondere dove possibile le cose spiacevoli o di proteggere una cospirazione del silenzio fingendo che non esistano. Ma nel frattempo le piaghe sono ugualmente divenute purulente. La gioventù è un drastico antisettico [..]. Tira fuori gli scheletri dagli armadi ed insiste per avere una spiegazione. Non c’è da meravigliarsi se la vecchia generazione teme i giovani e non si fida di loro. La gioventù è la Nemesi vendicatrice sul suo cammino. [..]

I nostri anziani sono sempre ottimisti nella visione del presente, pessimisti nella loro visione del futuro; i giovani sono pessimisti verso il presente e gloriosamente speranzosi per il futuro. Ed è questa speranza ad essere la leva del progresso – si potrebbe dire l’unica leva del progresso [..]

Il segreto della vita dunque è che questo positivo spirito giovanile non si perda mai. Dalla turbolenza della gioventù dovrebbe venir fuori questo risultato positivo – un sano, forte, aggressivo spirito di osare e fare. Deve essere uno spirito flessibile, che si espande, aperto a nuove idee e ad acuta riflessione sull’esperienza. Mantenere le reazioni spontanee e vere significa avere trovato il segreto dell’eterna giovinezza e l’eterna giovinezza è la salvezza.[30]


QUADERNI DELL'ISTITUTO ACTON

Direttore della collana Dario Antiseri

1. Robert Sirico - Dario Antiseri, Il principio di sussidiarietà: la difesa della persona umana, a cura di Flavio Felice, 2003.

2. Flavio Felice, L’economia d’impresa come economia civile, 2003.

3. Enzo di Nuoscio, Epistemologia e libertà. Saggio sulla filosofia di John Stuart Mill, 2003.

4. Sergio Noto, Detti e contraddetti messedagliani, 2003.

5. Murray N. Rothbard, Sinistra e Destra : le prospettive della libertà, 2003.



* Apparso nel primo numero della rivista “Left and Right. A Journal of Libertarian Thought”, n.1, 1965. Traduzione di Roberta Modugno.

  1. G. HIMMELFARB, Lord Acton, Chicago, University of Chicago Press, 1962, pp.204-205
  2. [2] Ivi, p. 209
  3. [3] C. BECKER, The Declaration of Independence, New York, Vintage Books, 1958, p.6
  4. [4] Devo a Leonard P. Liggio le informazioni su Comte e Dunoyer, così come l’intera analisi dello spettro ideologico. Per un’enfasi sull’aspetto positivo e dinamico della spinta Utopistica, molto criticata ai nostri giorni, si veda A. MILCHMAN, The Social and Political Philosophy of Jean Jacques Rousseau: Utopia and Ideology, in <<The November Review>>, November, 1964, pp. 3-10; si veda anche J. RUHLE, The Philosopher of Hope: Ernst Bloch, in Revisionism, a cura di Leopold Labedz, New York, Praeger, 1962, pp.166-178
  5. [5] J. A. SCHUMPETER, Imperialism and Social Classes, New York, Meridian Books, 1955, p.175. Schumpeter, per inciso, si rese conto che, lungi dall’essere uno stadio del capitalismo, il moderno imperialismo rappresenta una regressione all’imperialismo precapitalista di epoche passate, ma con una minoranza di capitalisti privilegiati che ora si aggiungono alle caste militari e feudali nel promuovere aggressioni imperialiste.
  6. [6] B. SEMMEL, Imperialism and Social Reform: English Social-Imperial Thought, 1895-1914, Cambridge, Harvard University Press, 1960
  7. [7] Beatrice Webb (1858-1943). Fu una delle figure preminenti della Fabian Society, con il marito Sidney Webb pubblicò, tra l’altro, The History of Trade Unionism (1894) e Industrial Democracy (1897). Beatrice Webb considerava necessario lavorare con qualunque parte politica fosse di supporto alla realizzazione delle riforme in cui credeva. Quando il Partito conservatore vinse le lezioni nel 1900, I coniugi Webb collaborarono con il governo per la stesura dell’Education Act del 1902. (n. d. c.)
  8. [8] George Bernard Shaw (1856-1950). Commediografo e scrittore politico, iscritto nel 1884 alla Fabian Society. Oratore politico, fu libero pensatore e sostenitore dei diritti delle donne. Sosteneva la necessità dell’abolizione della proprietà privata e di radicali cambiamenti nel sistema elettorale nonché nell’alfabeto inglese. Nel 1925 ricevette il premio Nobel per la letteratura. (n. d. c.)
  9. [9] Oswald Mosley (1896-1980). Politico inglese, nel 1924 entrò in Parlamento nelle fila del Partito Laburista ed ebbe il prestigioso e difficile incarico di cercare una soluzione al problema della disoccupazione. Il Memorandum Mosley non fu però applicato dal governo laburista e il suo autore lasciò l’incarico nel 1930. Da allora Mosley considerò con interesse la politica economica relativa alla disoccupazione che Mussolini stava applicando in Italia. Nel 1932 pubblicò The Greater Britain e nello stesso anno fondò la British Union of Fascists per cercare di mettere in pratica le sue idee, sarebbe a dire una politica di autarchia e di completa autosufficienza per la Gran Bretagna e il suo impero. (n. d. c.)
  10. [10] Sidney Webb (1859-1947). Pensatore e uomo politico la cui figura è associata, con quelle della moglie Beatrice e del commediografo George Bernard Shaw, alla nascita della Società Fabiana (1883). Ebbe una vasta e influente produzione scientifica sulle condizioni dello sviluppo del socialismo in Gran Bretagna. L’opera dei coniugi Webb va dagli studi sul sindacato al contributo attivo per la promulgazione di leggi a tutela dei poveri, fino alla riforma del sistema educativo. Webb è tra gli autori dei Fabian Essays (1889), contenenti il programma del movimento: il socialismo deve essere di tipo evoluzionista e lo Stato deve estendere le proprie competenze in modo da garantire la felicità del maggior numero di persone. Contrariamente alla visione marxiana, lo Stato non è un’istituzione da sovvertire, ma è l’organo fondamentale per il perseguimento delle riforme socialiste. La Società Fabiana contribuì attivamente alla fondazione del Partito Laburista e Webb ne fu eletto deputato. (n. d. c.)
  11. [11] L. S. AMERY, My Political Life, 1953, citato in B. SEMMEL, Imperialism and Social Reform, cit., pp.74-75
  12. [12] Il punto, naturalmente, non consiste nel fatto che questi uomini fossero il prodotto di una qualche “cospirazione Fabiana” ma, al contrario, che il Fabianesimo all’inizio del secolo era un socialismo così conservatore da essere strettamente allineato alle altre principali tendenze neo-conservatrici della vita politica britannica.
  13. [13] Eugene Victor Debs (1855-1926). Fondò, Negli Stati Uniti, l’American Railway Union e nel 1901 il Socialist Party. Fu arrestato per sedizione a causa della sua opposizione alla I guerra mondiale. (n. d. c.)
  14. [14] Si veda H. O. DAVIS, Nations, Colonies and Social Classes: The Position of Marx and Engels, in <<Science and Society>>, Winter, 1965, pp.26-43
  15. [15] Si veda l’acuto articolo di A. J. GROTH, The ‘Isms’ in Totalitarianism, in <<American Political Science Review>>, Dicembre 1964, pp.888-901. Groth scrive: <<I Comunisti [..] hanno generalmente preso misure intese a sradicare direttamente o indirettamente le élites socioeconomiche esistenti: la nobiltà terriera, l’imprenditoria, vasti settori della classe media e degli agricoltori, come le élites burocratiche, militari, del servizio civile, della magistratura e dei corpi diplomatici [..]. In secondo luogo, in ogni esempio di presa del potere da parte dei Comunisti, vi è stato un significativo impegno ideologico propagandistico verso i lavoratori e il proletariato [..] che è stato accompagnato da opportunità di mobilità sociale verso l’alto per le classi economicamente più deboli, in termini di istruzione e di impieghi che invariabilmente hanno considerevolmente superato le opportunità disponibili sotto i regimi precedenti. Infine, in ogni caso, i Comunisti hanno tentato di cambiare radicalmente il sistema economico, tipicamente da un’economia agricola ad una industriale. [..] Il Fascismo (sia nella versione tedesca che italiana) [..] era, da un punto di vista socioeconomico, un movimento controrivoluzionario [..] certamente non spossessava o distruggeva le élites socioeconomiche esistenti [..]. Al contrario piuttosto il Fascismo non arrestò la tendenza verso concentrazioni monopolistiche private negli affari ma anzi favorì questa tendenza [..]. Indubbiamente, il sistema economico Fascista non era un economia di libero mercato e quindi non “capitalista” se si vuole restringere l’uso di questo termine ad un sistema di laissez faire. Ma esso non operò forse [..] per preservare e mantenere i vantaggi materiali delle esistenti élites socioeconomiche?>>
  16. [16] Per degli esempi dell’attrazione da parte di grandi affaristi americani verso le idee e i piani dei fascisti e dei collettivisti di destra si veda M. N. ROTHBARD, America’s Great Depression, 1963, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2000. Si veda pure G. SALVEMINI, G. LA PIANA, What to Do With Italy, New York, Duell, Sloan and Pearce, 1943, pp.65 e seg.; trad. it. La sorte dell’Italia, Roma, Edizioni U, 1945, pp. 93 e seg. Sull’economia fascista, Salvemini scrisse: <<Al presente, infatti, è lo stato, cioè il contribuente, che è diventato responsabile verso l’impresa privata. Nell’Italia fascista lo stato paga per gli errori dell’impresa privata [..]. Il profitto è privato e individuale . La perdita è pubblica e sociale>>. G. SALVEMINI, Under the Axe of Fascism, London, Victor Gollancz, 1936, p.416; trad. it. Sotto la scure del fascismo, Torino, De Silva, 1948, pp. 389-390.
  17. [17] Felix Frankfurter (1882-1965). Nato a Vienna, emigrò con la famiglia negli Stati Uniti. Giurista di idee progressiste fu tra i fondatori dell’American Civil Liberties Union e partecipò alla campagna contro la condanna di Sacco e Vanzetti. Fu consigliere di Roosevelt per le implicazioni legali della legislazione del New Deal. (n. d. c.)
  18. [18] Si tratta del Sedicesimo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America. Proposto dal Presidente William Howard Taft (1857-1930), ratificato nel 1913, dava al Congresso il poterei imporre tasse sul reddito senza alcuna ripartizione tra gli Stati della federazione. (n. d. c.)
  19. [19] Si veda M. N. ROTHBARD, op. cit.
  20. [20] Il National Recovery Act fu la legge che approvò il celebre programma di Roosevelt noto come New Deal, una legislazione volta a superare l’emergenza della crisi economica e che aveva i suoi capisaldi nella svalutazione del dollaro e in un sistema di intervento del potere federale nella vita economica. Franklin D. Roosevelt (1882-1945) eletto presidente degli Stati Uniti nel 1933 ebbe pieni poteri in materia economico finanziaria per fronteggiare la Depressione seguita al crollo del 1929. La nuova legislazione creò una serie di agenzie come L’Agricultural Adjustment Administration, che supportava l’agricoltura, e la Civilian Conservation Corps, che impiegava i giovani.Altre agenzie sussidiavano il lavoro e le imprese, assicuravano depositi bancari, regolavano il mercato, fornivano sussidi per i mutui. Le critiche a questi programmi non mancarono. Le politiche del New Deal implicarono interventi governativi mai avvenuti in precedenza in settori come la vita sociale ed economica e comportarono una spesa enorme per l’amministrazione. Nel 1935 venne adottata un’altra serie di provvedimenti che includevano la Works Project Administration e il Social Security Act, la prima era finalizzata a procurare lavoro non solo ai lavoratori in generale ma anche a scrittori, artisti e musicisti, mentre Social Security Act prevedeva sussidi ai disoccupati e un programma di assistenza agli anziani. Tra il 1936 e il 1937 Roosevelt si scontrò con la Corte Suprema che aveva dichiarato incostituzionali diverse parti della sua legislazione. Il presidente cercò di aggiungere nuovi magistrati alla Corte venendo così accusato di voler minare il principio della separazione dei poteri. Il tentativo fallì ma la Corte iniziò ad esprimersi a favore delle politiche rooseveltiane. (n. d. c.)
  21. [21] R. P. DUTT, Fascism and Social Revolution, New York, International Publishers, 1934, pp.247-251
  22. [22] Si veda G. KOLKO, The Triumph of Conservatism: a Reinterpretation of American History, 1900-1916, Glencoe, The Free Press, 1963, pp.173 e seg. Per un esempio del modo in cui Kolko ha già iniziato ad influenzare la storiografia americana si veda Economic Change in the Civil War Era, a cura di D. T. Gilchrist, W. D. Lewis, Greenville, Eleutherian Mills-Hagley Foundation, 1965, p.115. Il lavoro di Kolko sulle ferrovie, complementare e di conferma, Railroads and Regulation, 1877-1916, Princeton, Princeton University Press, 1965 è uscito troppo tardi per poter essere considerato qui. Un breve trattato sul ruolo della ICC nell’industria ferroviaria si può trovare in C. D. STONE, ICC: Some Reminiscences on the Future of American Transportation, in <<New Individualist Review>>, Spring 1963, pp.3-15
  23. [23] Woodrow Wilson (1856-1924) fu presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921. Alla guida di un governo democratico Wilson procedette alla riforma del sistema delle tariffe doganali che pesavano ingiustamente sull’americano medio. La legislazione nota come New Freedom comprendeva, oltre a questo, un sistema di imposta progressiva sul reddito che rese più agevole il reperimento dei fondi necessari all’impresa bellica in occasione della I guerra mondiale. (n. d. c.)
  24. [24] G. KOLKO, The Triumph of Conservatism, cit., p.274
  25. [25] A. J. EDDY, The New Competition: An Examination of the Conditions Underlying the Radical Change that is Taking Place in the Commercial and Industrial World-The Change from a Competitive to a Cooperative Basis, Chicago, McClurg, 1920
  26. [26]G. KOLKO, The Triumph of Conservatism, cit., p.214
  27. [27] Ivi, pp.286-287
  28. [28] Albert Jay Nock (1870-1945) fu una figura di intellettuale particolarmente significativa e originale nel panorama libertario. Praticamente autodidatta, nacque a Scranton, Pennsylvania, da una famiglia piuttosto povera e divenne ministro della chiesa presbiteriana di un paesino di provincia. Intorno ai quarant’anni abbandonò la famiglia e la chiesa per dedicarsi all’attività di saggista e imprenditore culturale. In trentacinque anni di attività intellettuale scrisse una dozzina di volumi, per lo più di argomento letterario, e diresse e collaborò a molte riviste tra cui <<American Magazine>>, <<Nation>>, <<American Mercury>> e <<The Freeman>>, quest’ultima fondata nel 1920 insieme al liberale Francis Neilson. Se i suoi interessi preminenti furono di carattere letterario il saggio Our Enemy, the State, del 1935, risulta un’opera fondamentale nella storia del pensiero libertario e anarchico individualista. Si tratta di una analisi molto particolare della storia politica americana e della nascita dello Stato mercantile in Nord America. La tesi di Nock è che l’adozione della Costituzione federale fu una sorta di colpo di Stato da parte degli interessi finanziari allo scopo di centralizzare il governo e guadagnarsi l’accesso ai mezzi politici. La critica di Nock è importante per il libertarismo perché non è rivolta solo alla storia americana ma all’istituzione statuale in generale vista come sintesi di ogni forma di coercizione e di dominio. La conseguenza dell’analisi nockiana è, però, una sorta di immobilismo. Egli riteneva che non fosse possibile fare assolutamente nulla di fronte alla crescita dello Stato. Nock non si rivolse mai alle masse, ma ad una ristretta élite, a pochi eletti che lui stesso denominava il Residuo, the Remnant. (n. d. c.)
  29. [29] Una felice eccezione è rappresentata da W. D. GRAMPP, New Directions in the Communist Economics, in <<Business Horizons>>, Fall 1963, pp.29-36. Grampp scrive: <<Hayek ha detto che la pianificazione centralizzata condurrà alla schiavitù. Ne consegue che una diminuzione dell’autorità economica dello Stato dovrebbe allontanare la schiavitù. I paesi comunisti possono dimostrare che ciò è vero. Si tratterebbe di un indebolimento dello Stato di cui i marxisti non avevano tenuto conto e che non era stato previsto da coloro i quali sono d’accordo con Hayek>>. (p.35)

    Il racconto in questione è H. HAZLITT, The Great Idea, New York, Appleton-Century-Crofts, 1951
  30. [30] R. BOURNE, Youth, in <<The Atlantic Monthly>>, Aprile, 1912; ristampato in The World of Randolph Bourne, a cura di L. Schlissel, New York, E. P. Dutton, 1965, pp.9-11,15

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