Sinistra e Destra : le prospettive della libertà *
Murray N. Rothbard
Il Conservatore è stato a lungo segnato, che ne sia consapevole
o meno, da un pessimismo di lungo periodo: dalla convinzione che la tendenza
del lungo periodo, e perciò il tempo stesso, sia contro di lui.
Perciò, che ci sia una tendenza inevitabile verso lo statalismo
di sinistra in politica interna e verso il comunismo all’estero.
E’ questa disperazione di lungo periodo ad essere responsabile del
bizzarro ottimismo di breve termine del Conservatore, dal momento che
quello di lungo periodo è abbandonato senza speranza, il Conservatore
sente che la sua unica speranza di successo riposa nel presente. In politica
estera, questo punto di vista porta il Conservatore ad esigere una disperata
resa dei conti con il comunismo, poiché sente che più a
lungo aspetterà e peggio andranno le cose; in politica interna,
è condotto a concentrarsi totalmente sulla prossima elezione, dove
spera sempre in una vittoria senza mai raggiungerla. Quintessenza dell’uomo
pratico e preda di una disperazione di lungo periodo, il Conservatore
rifiuta di pensare o di fare progetti al di là dell’elezione
del momento.
Il pessimismo, tuttavia, sia quello a breve che a lungo termine, è
esattamente ciò che la prognosi del conservatorismo merita, dal
momento che il conservatorismo è il residuo morente dell’ancien
régime dell’era pre-industriale e, come tale, non
ha futuro. Nella sua forma americana contemporanea, il recente revival
conservatore incarna l’agonia di una White Anglo-Saxon America ineluttabilmente
moribonda, fondamentalista, rurale e provinciale. Che cosa sarà
allora delle prospettive della libertà? Troppi libertari
erroneamente legano la prognosi della libertà a quella di un movimento
Conservatore apparentemente forte e in teoria alleato; questo legame fa
si che sia facile comprendere il caratteristico pessimismo di lungo periodo
del Libertario moderno. Ma questo scritto sostiene che, mentre le prospettive
di breve periodo all’interno e all’estero possono sembrare
scarse, l’attitudine adatta per il Libertario è quella di
un inestinguibile ottimismo di lungo periodo.
La ragione di questa affermazione si basa su una certa visione della
storia che ritiene, per prima cosa, che nell’Europa occidentale
prima del diciottesimo secolo esistesse (e ancora continua ad esistere
al di fuori dell’occidente) un Vecchio Ordine ben identificabile.
Sia che il Vecchio Ordine prendesse la forma del feudalesimo o del dispotismo
Orientale, era segnato dalla tirannia, dallo sfruttamento, dalla stagnazione,
da caste immutabili, dalla disperazione e dall’inedia per la massa
della popolazione. In definitiva, la vita era “povera, bestiale
e breve”; Ecco la “società per ceti” di Maine
e la “società militare” di Spencer. Le classi dominanti,
o caste, governavano per conquista e portavano le masse a credere in un
presunto imprimatur divino al loro comando.
Il Vecchio Ordine era, ed è ancora, il grande e potente nemico
della libertà; ed era particolarmente forte nel passato perché
non vi era alcuna certezza circa il suo rovesciamento. Quando noi consideriamo
che fondamentalmente il Vecchio Ordine è esistito sin dagli albori
della storia, in tutte le civiltà, possiamo apprezzare ancora di
più la gloria e la magnificenza del trionfo della rivoluzione liberale
del diciottesimo secolo.
Parte della dimensione di questa lotta è stata oscurata da un
grande mito della storia dell’Europa occidentale inculcato dagli
storici illiberali tedeschi alla fine del diciannovesimo secolo. Il mito
sosteneva che la crescita delle monarchie assolute e del mercantilismo
nella prima età moderna fu necessaria per lo sviluppo del capitalismo,
dal momento che questo servì a liberare i mercanti e il popolo
da restrizioni feudali locali. In realtà, le cose non stavano affatto
così; il re con il suo Stato nazione fu piuttosto un supremo signore
sovra-feudale che reimpose e rinforzò il feudalesimo nel momento
stesso in cui si stava dissolvendo grazie alla crescita pacifica dell’economia
di mercato. Il re sovrappose le sue proprie restrizioni e i privilegi
monopolistici a quelli del regime feudale. I monarchi assoluti erano il
Vecchio Ordine con ampio mandato e ancora più dispotico di prima.
Il capitalismo, ovviamente, fiorì prima e più attivamente
proprio in quelle aree in cui lo Stato centralizzato era debole o inesistente:
le città italiane, la Lega Anseatica, la confederazione olandese
del diciassettesimo secolo. Finalmente il Vecchio Ordine fu rovesciato
o gravemente scosso nel suo dominio in due modi. Uno attraverso l’industria
e l’espansione del mercato negli interstizi dell’ordine feudale
(per esempio, l’industria che in Inghilterra si sviluppava nelle
campagne al là della morsa delle restrizioni feudali, statali e
delle corporazioni). Più importante fu una serie di rivoluzioni
catastrofiche che distrussero il Vecchio Ordine e le vecchie classi dominanti:
le Rivoluzioni inglesi del diciassettesimo secolo, la Rivoluzione americana
e la Rivoluzione francese, le quali furono tutte necessarie per l’inizio
della Rivoluzione Industriale e delle quanto meno parziali vittorie della
libertà individuale, del laissez faire, della separazione tra stato
e chiesa e della pace internazionale. La società per ceti cedette
il passo, almeno in parte, alla “società del contratto”;
la società militare cedette parzialmente il passo alla “società
industriale”. La massa della popolazione ottenne mobilità
di lavoro e di spazio ed un’espansione accelerata del suo livello
di vita, cosa per la quale aveva osato sperare ben poco. Il liberalismo
aveva certamente portato al mondo occidentale non solo la libertà,
la speranza della pace e l’innalzamento dello stile di vita di una
società industriale ma, forse soprattutto, portò la speranza,
speranza in un progresso sempre più grande che sollevasse la massa
del genere umano dal suo vecchio tunnel di stagnazione e disperazione.
Ben presto nell’Europa occidentale si svilupparono due grandi ideologie
politiche, incentrate su questo nuovo fenomeno rivoluzionario: una fu
il liberalismo, il partito della speranza, del radicalismo, della libertà,
della Rivoluzione Industriale, del progresso, dell’umanità;
l’altra fu il conservatorismo, il partito della reazione, il partito
che desiderava restaurare la gerarchia, lo statalismo, la teocrazia, la
schiavitù e lo sfruttamento di classe tipici del Vecchio Ordine.
Dal momento che il liberalismo aveva chiaramente la ragione dalla sua,
i Conservatori ottenebrarono l’atmosfera ideologica con richiami
oscurantisti al romanticismo, alla tradizione, alla teocrazia e all’irrazionalismo.
Le ideologie politiche furono polarizzate, con il liberalismo all’estrema
“sinistra” e il conservatorismo all’estrema “destra”
dello spettro ideologico. Che il liberalismo genuino fosse essenzialmente
radicale e rivoluzionario fu brillantemente percepito, al crepuscolo del
suo impatto, dal grande Lord Acton (una delle poche figure della storia
del pensiero che, in modo affascinante, diveniva più radicale man
mano che invecchiava). Acton scrisse che “il liberalismo desidera
ciò che dovrebbe essere, senza considerare ciò che è”.
Nell’elaborare questa visione, per inciso, fu Acton, non Trotsky,
che per primo giunse al concetto di “rivoluzione permanente”.
Come Gertrude Himmelfarb ha scritto nel suo eccellente studio su Acton:
la sua filosofia si sviluppò sino al punto in cui il futuro fu
visto come il nemico dichiarato del passato, e in cui al passato non fu
concessa alcuna autorità tranne nel caso in cui si fosse conformato
alla moralità. Prendere seriamente questa teoria Liberale della
storia, dare la precedenza a “ciò che dovrebbe essere”
rispetto a “ciò che è” fu, egli ammise, instaurare
virtualmente una “rivoluzione permanente”.
La “rivoluzione permanente”, come Acton lasciò intendere
nella lezione inaugurale e come ammise apertamente nelle sue note, fu
il culmine della sua filosofia della storia e della sua teoria politica
[..] . Questa idea di coscienza, cioè a dire che gli uomini portino
con sé la conoscenza di ciò che è bene e di ciò
che è male, è la vera radice della rivoluzione, perché
essa distrugge la sacralità del passato [..]. “Il liberalismo
è essenzialmente rivoluzionario”, ha osservato Acton. “I
fatti devono arrendersi alle idee. Se possibile in maniera pacifica e
con pazienza. Altrimenti in maniera violenta. [1]
Il liberale, ha scritto Acton, superò di gran lunga il Whig:
Il Whig ha governato attraverso il compromesso. Il liberale ha dato inizio
al regno delle idee. [..] Uno è pratico, gradualista, pronto al
compromesso. L’altro elabora un principio filosoficamente. Uno è
un politico che mira ad una filosofia. L’altro è un filosofo
che persegue una politica. [2]
Cosa accadde al liberalismo? Perché declinò nel corso del
diciannovesimo secolo? Su tale questione si è riflettuto molte
volte, ma forse la ragione di fondo fu una malattia intrinseca alle parti
vitali dello stesso liberalismo. Dal momento che, con il parziale successo
della Rivoluzione Liberale in Occidente, i Liberali abbandonarono sempre
più il loro fervore radicale e, di conseguenza, i loro obiettivi
liberali, per accontentarsi della mera difesa di uno status quo
prosaico e insufficiente. E’ possibile individuare due radici filosofiche
di questa decadenza. Per prima cosa l’abbandono della teoria dei
diritti naturali e di una “legge superiore” a favore dell’utilitarismo,
dal momento che solamente una teoria dei diritti naturali o di una legge
superiore possono fornire una base radicale al di fuori del sistema esistente
dalla quale sfidare lo status quo; e solo questa teoria fornisce
un senso di necessaria immediatezza alla lotta libertaria focalizzando
la necessità di condurre i governanti criminali sul banco degli
accusati. Gli Utilitaristi, dall’altro lato, abbandonando la giustizia
per l’utilità, abbandonarono pure l’immediatezza per
una quieta stasi ed inevitabilmente finirono con il diventare gli apologeti
dello stato di cose esistenti.
La seconda grande influenza filosofica che incise sul declino del liberalismo
fu l’evoluzionismo, o Darwinismo Sociale, che diede i colpi finali
al liberalismo come forza radicale nella società. Dal momento che
i Darwinisti Sociali erroneamente videro la storia e la società
attraverso i pacifici e rosei occhiali di un’evoluzione sociale
infinitamente lenta e infinitamente graduale. Ignorando il fatto fondamentale
che nella storia nessuna classe al potere ha mai volontariamente ceduto
il suo potere, e che, perciò il liberalismo è stato costretto
a fare irruzione attraverso una serie di rivoluzioni, il Darwinista Sociale
si è messo ad aspettare pazientemente e allegramente migliaia di
anni di evoluzioni infinitamente graduali fino al supposto prossimo stadio
di individualismo.
Un interessante esempio di pensatore che rappresenta il declino del liberalismo
nel diciannovesimo secolo è Herbert Spencer. Spencer iniziò
come liberale magnificamente radicale, virtualmente un libertario puro.
Ma, man mano che il virus della sociologia e del Darwinismo Sociale si
impadronirono della sua anima, Spencer abbandonò il libertarismo
come movimento storicamente dinamico, sebbene all’inizio senza abbandonarne
la pura teoria. In breve, mentre guardava ad un eventuale ideale di libertà
pura, Spencer iniziò a vedere la vittoria come inevitabile, ma
solo dopo millenni di graduale evoluzione, e così, nella realtà
dei fatti, Spencer abbandonò il liberalismo come credo radicale
e combattente e in pratica confinò il suo liberalismo ad una fiacca
azione di retrovia contro la crescita del collettivismo della fine del
diciannovesimo secolo. In modo piuttosto interessante il fiacco viraggio
strategico “a destra” di Spencer divenne immediatamente un
viraggio a destra anche nella teoria, esemplificato dal ripudio del famoso
capitolo della Statica sociale, Il diritto di ignorare lo Stato.
Agli inizi del diciannovesimo secolo in Inghilterra, i liberali classici
iniziarono il loro spostamento dal radicalismo ad un semi conservatorismo;
una conferma di questo spostamento fu l’atteggiamento generale dei
liberali britannici nei confronti della lotta di liberazione nazionale
in Irlanda. Questa lotta aveva un duplice aspetto: contro l’imperialismo
politico britannico e contro il potere feudale imposto da quell’imperialismo.
I liberali britannici, a causa della loro cecità Tory verso la
spinta irlandese all’indipendenza nazionale e, specialmente, per
il diritto di proprietà degli agricoltori contro l’oppressione
feudale, divennero simbolo del loro effettivo abbandono dell’autentico
liberalismo, che era nato virtualmente dalla lotta contro il sistema terriero
feudale. Solo negli Stati Uniti, la grande casa del liberalismo radicale
(dove il feudalesimo non era mai riuscito a mettere radici al di fuori
del Sud), i diritti naturali, la teoria di una legge superiore ed i conseguenti
movimenti liberali radicali, continuarono ad essere preminenti fino alla
metà del diciannovesimo secolo. Nelle loro differenti modalità,
i movimenti Jacksoniani ed Abolizionisti furono gli ultimi potenti movimenti
libertari nella vita americana. [3]
Perciò, con il liberalismo abbandonato dall’interno, non
vi era più un partito della speranza nel mondo Occidentale, non
più un movimento di “sinistra” a guidare la lotta contro
lo Stato e contro i residui del vecchio ordine che ancora sopravvivevano.
In questo vuoto creato dall’esaurirsi del liberalismo radicale,
si inserì un nuovo movimento: il socialismo. I libertari del giorno
d’oggi sono abituati a ritenere che il socialismo sia l’esatto
opposto del credo libertario. Ma questo è un grave errore, responsabile
del profondo disorientamento ideologico dei libertari di oggi. Come abbiamo
visto, il conservatorismo era l’esatto opposto della libertà;
ed il socialismo, pur collocandosi alla “sinistra” del conservatorismo,
era essenzialmente un movimento confuso, a metà strada. Esso era,
ed è ancora, a metà strada perché tenta di raggiungere
fini liberali usando mezzi conservatori.
In breve, Russel Kirk, che sostiene che il socialismo sia l’erede
del liberalismo classico e Ronald Hamowy, che vede il socialismo come
l’erede del conservatorismo, hanno entrambi ragione; poiché
il problema sorge a seconda che esaminiamo un aspetto o l’altro
di questo confuso movimento centrista. Il socialismo, come il liberalismo
e contro il conservatorismo, accettò il sistema industriale e gli
obiettivi liberali di libertà, ragione, mobilità,
progresso, più alti livelli di vita per le masse, la fine della
teocrazia e della guerra; ma cercò di raggiungere questi fini attraverso
l’uso di incompatibili mezzi conservatori: statalismo, pianificazione
centralizzata, comunitarismo, ecc. O piuttosto, per essere più
precisi, vi erano fin dall’inizio due diverse tendenze all’interno
del socialismo: una era la corrente autoritaria di destra che da Saint
Simon in avanti glorificava lo statalismo, la gerarchia e il collettivismo
e che era perciò una proiezione del tentativo del conservatorismo
di accettare e dominare la nuova civiltà industriale. L’altra
era la tendenza di sinistra, relativamente libertaria, esemplificata in
modo diverso da Marx e da Bakunin, rivoluzionaria e molto più interessata
a raggiungere le finalità libertarie del liberalismo e del socialismo;
ma, specialmente, a realizzare lo sgretolamento dell’apparato statale
per realizzare la “cancellazione dello Stato” e la “fine
dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”. In
maniera abbastanza interessante, la caratteristica frase marxiana, la
“sostituzione del governo degli uomini con l’amministrazione
delle cose” può essere ritrovata, per via indiretta, a partire
dai grandi liberali francesi dell’inizio del diciannovesimo secolo
Charles Comte (nessuna relazione con Auguste Comte) e Charles Dunoyer.
E così, anche per quanto riguarda il concetto di “lotta di
classe”; ad eccezione del fatto che per Dunoyer e per Comte le classi
essenzialmente antitetiche non erano gli uomini di affari contro i lavoratori,
ma i produttori nella società (inclusi i liberi uomini di affari,
i lavoratori, gli agricoltori, ecc.) contro le classi sfruttatrici costituite
e privilegiate dall’apparato dello Stato. [4]
Una volta, nella sua vita confusa e caotica, Saint Simon si trovò
vicino a Comte e Dunoyer e trasse da loro la sua analisi di classe mescolando
il tutto alla sua maniera e trasformando gli uomini di affari del mercato
in “sfruttatori”, unendoli ai proprietari terrieri feudali
e ad altri tra i privilegiati dello Stato. Marx e Bakunin ripresero questo
dai sansimoniani e il risultato fu di sviare gravemente l’intero
movimento della sinistra socialista; poiché allora, in aggiunta
alla distruzione dello Stato repressivo, diventava necessario eliminare
la proprietà privata capitalista dei mezzi di produzione. Rifiutando
la proprietà privata, specialmente del capitale, i socialisti di
sinistra si trovarono intrappolati in una cruciale contraddizione interna:
se lo Stato deve scomparire dopo la rivoluzione (immediatamente per Bakunin,
“svanendo” gradualmente per Marx), allora come farà
il “collettivo” ad amministrare la sua proprietà senza
divenire esso stesso un enorme Stato di fatto, pur non essendolo nel nome?
Questa era una contraddizione che né i marxisti né i Bakunisti
riuscirono mai a risolvere.
Avendo sostituito il liberalismo radicale come partito della “sinistra”,
il socialismo al volgere del ventesimo secolo, cadde preda delle sue contraddizioni
interne. Molti socialisti (Fabiani, Lassalliani, persino Marxisti) si
volsero decisamente a destra, abbandonarono completamente i vecchi obiettivi
libertari e gli ideali di rivoluzione e di cancellazione dello Stato e
divennero dei comodi conservatori permanentemente riconciliati con lo
Stato, lo status quo e con l’intero apparato del neo-mercantilismo,
del capitalismo monopolistico dello Stato, dell’imperialismo e della
guerra che si stava rapidamente stabilendo e consolidando nella società
europea all’inizio del ventesimo secolo. Anche il conservatorismo
nel tentativo di confrontarsi con un moderno sistema industriale si era
riformato e riorganizzato ed era divenuto un mercantilismo rimesso a nuovo,
un regime di statalismo, caratterizzato da privilegi monopolistici di
Stato, intesi a favorire, in forme dirette e indirette, capitalisti e
proprietari terrieri quasi feudali. L’affinità tra socialismo
di destra e nuovo conservatorismo divenne molto stretta, con il primo
che mirava a politiche simili ma con una venatura di populismo demagogico.
Così, l’altra faccia della medaglia dell’imperialismo
era “l’imperialismo sociale”, che Joseph Schumpeter
definì chiaramente come “un imperialismo in cui gli imprenditori
ed altri elementi corteggiano i lavoratori per mezzo di concessioni di
politica sociale che sembrano dipendere dal successo dell’export
monopolistico”. [5]
Gli storici hanno da tempo riconosciuto l’affinità, e la
saldatura del socialismo di destra con il conservatorismo in Italia e
in Germania dove la fusione fu rappresentata prima dal Bismarkismo e quindi
dal fascismo e dal nazionalsocialismo, quest’ultimo inteso a realizzare
il programma Conservatore di nazionalismo, imperialismo, teocrazia ed
un collettivismo di destra che conservava e persino consolidava il dominio
delle vecchie classi privilegiate. Ma solo di recente gli storici hanno
cominciato a rendersi conto che il medesimo percorso si verifico sia in
Inghilterra che negli Stati Uniti. Perciò Bernard Semmel nella
sua brillante storia del movimento social-imperialista in Inghilterra
agli inizi del ventesimo secolo, mostra come la Società Fabiana
abbia accolto con favore il sorgere dell’imperialismo in Inghilterra.
[6] Quando alla metà dell’ultimo
decennio del diciannovesimo secolo il Partito Liberale in Inghilterra
si divise tra radicali a sinistra e liberal-imperialisti a destra, Beatrice
Webb [7], co-leader dei Fabiani,
denunciò i radicali come “seguaci del laissez faire e anti
imperialisti”, definendo invece i secondi come “collettivisti
e imperialisti”. Un manifesto ufficiale Fabiano, Fabianism and
the Empire (1900), scritto da George Bernard Shaw [8]
(che più tardi, con perfetta coerenza, apprezzò le politiche
interne di Stalin e di Mussolini e di Sir Oswald Mosley
[9]), lodava l’imperialismo
ed attaccava i radicali, che “ancora restavano attaccati alle immobili
frontiere ideali del repubblicanesimo idealista [e] della non interferenza”.
Al contrario, “una Grande Potenza [..] deve governare (un impero
mondiale) nell’interesse della civiltà nella sua interezza”.
Dopo di ciò i fabiani collaborarono strettamente con i Tories e
i liberal-imperialisti. Infatti, alla fine del 1902, Sidney[10]
e Beatrice Webb costituirono un piccolo gruppo segreto di pensatori, chiamato
The Coefficients; come scrisse in maniera rivelatrice uno dei membri più
influenti di questo club, l’imperialista Tory Leopold S. Amery,:
Sidney e Beatrice Webb erano molto più interessati che fossero
messe in pratica le loro idee sul welfare state da chiunque fosse pronto
ad aiutarli, anche nel modo più modesto, che ad un prossimo trionfo
di un partito apertamente Socialista. [..] Non vi era, dopo tutto, niente
di così innaturale, come la stessa carriera di [Joseph] Chamberlain
ha dimostrato, in una combinazione di Imperialismo negli affari esteri
con un socialismo municipale o semi-socialismo in patria. [11]
Altri membri dei coefficienti che, come scrisse Amery, dovevano funzionare
come “sindacato di cervelli o dirigenza generale” per il movimento,
erano: il liberal-imperialista Richard B. Haldane; il geopolitico Halford
J. Mackinder; l’imperialista e germanofobo Leopold Maxse, editore
della <<National Review>>; il socialista e imperialista Tory
Visconte Milner; l’imperialista navale Carlyon Bellairs; il famoso
giornalista J. L. Garvin; Bernard Shaw; Sir Clinton Dawkins, socio della
banca Morgan e Sir Edward Grey, che, ad un raduno del club, per primo
adombrò la politica di intesa con Francia e Russia che si realizzerà
nella Prima Guerra Mondiale. [12]
Durante la Prima Guerra Mondiale il famoso tradimento dei vecchi ideali
del pacifismo rivoluzionario da parte dei socialisti europei, e persino
da parte dei marxisti, non avrebbe dovuto destare sorpresa alcuna; il
fatto che ciascun partito socialista appoggiasse il “proprio”
governo nazionale nella guerra (con l’apprezzabile eccezione del
partito socialista di Eugene Victor Debs [13] negli Stati Uniti) fu la concretizzazione finale del
collasso della sinistra socialista classica. Da quel momento in poi, Socialisti
o quasi Socialisti si unirono ai Conservatori in una amalgama di base,
che accettava lo Stato e l’economia mista (= neo-mercantilismo =
welfare state = interventismo = capitalismo monopolistico di Stato = puri
sinonimi di una stessa realtà di fondo). Fu per reazione a questo
collasso che Lenin ruppe con la Seconda Internazionale per ristabilire
il marxismo rivoluzionario classico in una rinascita del socialismo di
sinistra.
In realtà Lenin, quasi senza rendersene conto, fece più
di questo. Si ritiene comunemente che i movimenti “purificatori”,
ansiosi di tornare alla purezza classica indebolita da recenti corruzioni,
generalmente, nella loro opera purificatrice, vadano oltre rispetto a
quanto ritenuto corretto dalle fonti classiche. Vi erano, infatti, delle
venature decisamente “conservatrici” negli scritti degli stessi
Marx ed Engels i quali spesso giustificavano lo Stato, l’imperialismo
occidentale ed il nazionalismo aggressivo e furono queste motivazioni,
nelle ambivalenti opinioni dei maestri di questo argomento, che alimentarono
più tardi lo spostamento della maggioranza dei marxisti nel campo
“social-imperialista”. [14]
La posizione di Lenin si volse più a sinistra rispetto a quella
degli stessi Marx ed Engels. Lenin aveva una posizione decisamente più
rivoluzionaria nei confronti dello Stato, difendeva e sosteneva, coerentemente,
i movimenti di liberazione nazionale contro l’imperialismo. La tendenza
Leninista era più a “sinistra” anche sotto altri punti
di vista. Mentre Marx aveva concentrato il suo attacco contro il mercato
capitalista in sé, la maggiore preoccupazione di Lenin era
rivolta verso quello che considerava il livello più alto del capitalismo:
imperialismo e monopolio. Di qui il fatto che Lenin, concentrandosi come
fece in pratica sul monopolio di Stato e sull’imperialismo
piuttosto che sul capitalismo di laissez faire, risultò molto più
congeniale ai Libertari di quanto non fu Carlo Marx.
Il Fascismo e il Nazismo rappresentarono il culmine in politica interna
della moderna spinta verso il collettivismo di destra. E’ diventato
normale tra i libertari, così come presso l’Establishment
dell’Occidente, considerare il fascismo e il comunismo come fondamentalmente
identici. Ma mentre ambedue i sistemi erano indubbiamente collettivisti,
essi differivano parecchio nel loro contenuto socio economico. Il comunismo
era un autentico movimento rivoluzionario che senza remora alcuna disperdeva
e distruggeva le vecchie élites di potere, mentre il fascismo,
al contrario, rafforzava nel loro potere le vecchie classi dirigenti.
Di conseguenza il fascismo era un movimento controrivoluzionario che congelava
un complesso di privilegi monopolistici nella società; in breve
il fascismo rappresentava l’apoteosi del moderno capitalismo monopolistico
di Stato. [15] Da qui derivò
il motivo per cui il fascismo apparve, apertamente e senza riserve negli
anni ’20 e agli inizi degli anni ’30, così attraente
agli interessi del big business in Occidente (cosa che, naturalmente,
non accadde mai al comunismo). [16]
Siamo ora in grado di applicare la nostra analisi allo scenario americano.
Nella recente storia americana incontriamo un mito controverso che è
stato diffuso dagli attuali conservatori e adottato dalla maggior parte
dei libertari americani. Tale mito dice approssimativamente quanto segue:
l’America era, più o meno, un paradiso di laissez faire fino
al New Deal; quindi Roosevelt, influenzato da Felix Frankfurter [17],
dalla Intercollegiate Socialist Society e da altri “cospiratori”
“Fabiani” e comunisti, mise in moto una rivoluzione che portò
l’America sulla strada del socialismo e che, più avanti oltre
l’orizzonte, arriverà al comunismo. Il libertario del giorno
d’oggi che adotta questa, o una simile visione, dell’esperienza
americana tende a vedere se stesso come appartenente ad una “estrema
destra”; leggermente alla sua sinistra sta il conservatore, alla
cui sinistra stanno i centristi, e quindi ancora più verso sinistra
si trovano il socialismo e il comunismo. Di qui l’enorme tentazione
per i libertari di farsi attrarre dall’esca rossa; poiché,
vedendo l’America scivolare inesorabilmente a sinistra, prima verso
il socialismo e in seguito verso il comunismo, sono tentati di saltare
gli stadi intermedi e imbrattare tutta la loro opposizione con l’odiato
pennello rosso.
Si potrebbe pensare che il “Libertario di destra” sia ben
presto in grado di vedere alcune gravi manchevolezze in questa concezione.
Intanto, l’emendamento alla tassa sul reddito [18],
che egli deplora come l’inizio del socialismo in America, fu approvato
dal Congresso nel 1909 con una schiacciante maggioranza di ambedue i partiti.
Guardare questo evento come un deciso spostamento verso il socialismo
vorrebbe dire considerare il presidente William Howard Taft, che aveva
proposto il Sedicesimo emendamento, come un uomo di sinistra, e certamente
pochi avrebbero l’ardire di farlo. Infatti, il New Deal non fu assolutamente
una rivoluzione; il suo intero programma collettivista era già
stato anticipato: in tempi più vicini da Herbert Hoover durante
la depressione e, ancora prima, dal collettivismo di guerra e dalla pianificazione
centralizzata che aveva governato l’America durante la Prima Guerra
Mondiale. Ogni elemento del programma del New Deal: pianificazione centralizzata,
creazione di una rete di cartelli obbligatori nell’industria e nell’agricoltura,
inflazione ed espansione del credito, aumento artificiale dei salari e
sostegno ai sindacati all’interno di una sovrastante struttura monopolizzata,
regolamentazione e proprietà governativa, tutto ciò era
stato anticipato e adombrato durante i due decenni precedenti. [19]
E questo programma con il suo privilegiare vari interessi del big business
al vertice della struttura collettivista non era in alcun modo vicino
al socialismo o alla sinistra; non vi era nulla qui che sapesse di ugualitario
o di proletario. No, la parentela di questo crescente collettivismo non
era affatto con il socialismo-comunismo ma con il fascismo, o socialismo
di destra, una parentela che molti grandi affaristi degli anni venti espressero
apertamente nel loro desiderio di abbandonare un sistema di quasi laissez
faire per un collettivismo che essi avrebbero potuto controllare. E certamente
William Howard Taft, Woodrow Wilson e Herbert Clark Hoover sono figure
molto più verosimili come proto-fascisti che come cripto-comunisti.
Il movimento leninista agli inizi degli anni trenta comprese l’essenza
del New Deal molto più chiaramente rispetto alla mitologia conservatrice;
questo fino alla metà degli anni trenta, quando le esigenze della
politica estera sovietica determinarono un netto cambiamento della tendenza
del mondo comunista e l’approvazione del New Deal da parte del Fronte
Popolare. Così, nel 1934, il teorico leninista britannico R. Palme
Dutt pubblicò una breve ma acuta analisi del New Deal come “fascismo
sociale” – come l’essenza del fascismo ammantata da
una leggera vernice di demagogia populista. Nessun oppositore conservatore
ha mai sviluppato una denuncia più vigorosa o decisa del New Deal.
La politica di Roosevelt, scriveva Dutt, consisteva nel “muovere
verso una forma di dittatura di tipo bellico”; le politiche di base
consistevano nell’imporre un capitalismo monopolistico di Stato
attraverso la N.R.A. [20], nel
fornire sussidi all’industria, alle banche e all’agricoltura
attraverso l’inflazione e la parziale espropriazione della massa
del popolo, con livelli salariali reali più bassi e tramite la
regolamentazione e lo sfruttamento del lavoro con l’imposizione
di salari e arbitrati obbligatori. Dutt scriveva che quando al New Deal
si toglie il “travestimento progressista e social riformista”,
“rimane la realtà di un nuovo capitalismo di Stato di tipo
fascista accomodante nei confronti dell’industria”, compresa
un implicita “tendenza alla guerra”. Dutt concludeva in maniera
efficace con la citazione del redattore del prestigiosissimo <<Current
History Magazine>>:
La nuova America [il redattore scriveva nel 1933] non sarà capitalista
nel vecchio senso della parola, né sarà socialista. Se al
momento la tendenza è verso il fascismo, si tratterà di
un fascismo americano, che incarnerà l’esperienza, le tradizioni,
le speranze di una nazione dal grande ceto medio.[21]
Così il New Deal non rappresentava una frattura qualitativa con
il passato americano, al contrario, si trattava di una estensione puramente
quantitativa della rete di privilegi di Stato che era stata proposta e
realizzata in precedenza: nell’amministrazione Hoover, nel collettivismo
bellico della Prima Guerra Mondiale e nell’Era Progressista. Nella
brillante opera del Dottor Grabriel Kolko si può trovare la più
esauriente esposizione delle origini del capitalismo monopolistico di
Stato, o di ciò che egli chiama “capitalismo politico”
negli Stati Uniti. In The Triumph of Conservatism Kolko rintraccia
le origini del capitalismo politico nelle “riforme” dell’era
progressista. Gli storici ortodossi hanno sempre trattato il periodo progressista
(all’incirca dal 1900 al 1916) come un periodo in cui il capitalismo
di libero mercato stava diventando sempre più “monopolistico”;
come reazione a questo regno del monopolio e degli affari, intellettuali
altruisti e politici lungimiranti guardarono all’intervento da parte
del governo come mezzo per riformare e regolamentare questi aspetti negativi.
La grande opera di Kolko dimostra che la realtà era quasi esattamente
il contrario di questa credenza. Kolko mette in evidenza che nonostante
l’ondata di concentrazioni e di accordi che si formarono all’inizio
del secolo le forze della competizione del libero mercato indebolirono
e dissolsero rapidamente questi tentativi di stabilizzare e perpetuare
la potenza dei grossi interessi economici. Fu precisamente come reazione
alla sua incombente sconfitta per mano degli attacchi competitivi del
mercato che la grande industria si volse, in misura sempre maggiore dopo
il 1900, al governo federale per aiuto e protezione. In breve l’intervento
del governo federale era inteso non a ridurre il monopolio della grande
industria nell’interesse pubblico, ma a creare monopoli (come pure
associazioni di imprese più piccole) che le grandi imprese non
erano state in grado di realizzare a causa della tempesta competitiva
del libero mercato. Tanto la sinistra quanto la destra sono state tratte
in inganno dall’idea secondo cui l’intervento dello Stato
sia ipso facto di sinistra e contro gli imprenditori. Di qui il
mito, endemico nella destra, del New Fear Deal Rosso. Tanto i grossi industriali,
guidati dagli interessi dei Morgan, quanto il professor Kolko, quasi unico
nel mondo accademico, si sono resi conto del fatto che i privilegi monopolistici
possono essere creati solo dallo Stato e non possono essere il risultato
di operazioni di libero mercato.
Così Kolko dimostra che, a cominciare dal Nuovo Nazionalismo di
Teodoro Roosevelt e culminando nella Nuova Libertà di Wilson, in
un’industria dopo l’altra, per esempio assicurazioni, banche,
mercato della carne, esportazione ed affari in generale, le regolamentazioni
che la destra del giorno d’oggi considera “socialiste”
non furono soltanto unanimemente sostenute ma concepite e realizzate dai
grandi affaristi. Questo era uno sforzo consapevole teso ad ingabbiare
l’economia con elargizione di sussidi, stabilità e privilegi
monopolistici. Una visione tipica era quella di Andrew Carnegie; molto
preoccupato per la concorrenza nell’industria dell’acciaio
che, né la nascita della U.S. Steel né le famose “Serate
Gary” sponsorizzate dall’impresa Morgan riuscivano ad attenuare,
dichiarò nel 1908, “mi torna sempre in mente che il controllo
governativo, e questo solo, potrà correttamente risolvere il problema”.
Non vi è nulla di allarmante in sé nella regolamentazione
governativa, sosteneva Carnegie, “il capitale è perfettamente
al sicuro nell’azienda del gas, sebbene sia sotto il controllo del
tribunale. Così sarà per ogni altro capitale, anche se sotto
il controllo del governo”.[22]
Kolko dimostra che il Partito Progressista era sostanzialmente un partito
creato dalla Morgan per rieleggere Roosevelt e punire il presidente Taft
che era stato troppo zelante nel perseguire le imprese Morgan, mentre
i sindacalisti di sinistra fornivano spesso involontariamente una copertura
demagogica ad un movimento conservatore e statalista. La New Freedom di
Wilson[23], culminante nella creazione
della Federal Trade Commission, lungi dall’essere considerata pericolosamente
socialista dai grandi industriali, fu accolta entusiasticamente in quanto
poneva in essere il loro programma, a lungo desiderato, di sostegno, privilegio
e regolamentazione della concorrenza (e il collettivismo bellico di Wilson
fu accolto persino più entusiasticamente). Edward N. Hurley, presidente
della Federal Trade Commission e in precedenza presidente dell’Associazione
degli Industriali dell’Illinois, alla fine del 1915 annunciò
con gioia che la Federal Trade Commission era finalizzata “all’interesse
degli affari in generale”, la stessa cosa valeva per la ICC nei
confronti delle ferrovie e dei cantieri navali, la stessa cosa faceva
la Federal Reserve per i banchieri della nazione e il Dipartimento dell’Agricoltura
per gli agricoltori. [24] Come
sarebbe avvenuto in maniera più drastica nel fascismo europeo,
ogni gruppo di interessi economici era organizzato secondo cartelli e
monopoli e sistemato nella sua nicchia privilegiata in una struttura socioeconomicamente
ordinata. Particolarmente influenti erano le opinioni di Arthur Jerome
Eddy, eminente avvocato che si era specializzato nella creazione di associazioni
di commercio e che aveva aiutato la nascita della Federal Trade Commission.
Nel suo magnum opus denunciando fieramente la concorrenza negli
affari e invocando una “cooperazione” industriale controllata
e protetta dal governo, Eddy proclamava che la “Concorrenza è
Guerra e che la Guerra è l’Inferno”. [25]
Che dire degli intellettuali del periodo progressista condannati dalla
destra del giorno d’oggi come “socialisti”? In un certo
senso essi erano socialisti, ma socialisti di che genere? Il socialismo
conservatore di Stato della Germania di Bismark, il prototipo di tante
forme politiche moderne europee ed americane, e sotto la cui influenza
la gran parte degli intellettuali americani della fine del diciannovesimo
secolo ricevette la sua educazione superiore. Come scrive Kolko:
Il conservatorismo degli intellettuali contemporanei [..] l’idealizzazione
dello Stato da parte di Lester Ward, Richard T. Ely o Simon N. Patten
[..] furono anche il risultato della peculiare educazione di molte università
americane di questo periodo. Alla fine del diciannovesimo secolo il mondo
accademico esercitava una influenza sulla teoria sociale ed economica.
Le migliaia di accademici di rilievo che avevano studiato nelle università
tedesche negli anni ottanta e novanta dell’ottocento avevano ovviamente
assorbito l’idealizzazione bismarkiana dello Stato, con le sue funzioni
centralizzate di welfare. [26]
Per di più l’ideale dei più influenti professori
tedeschi ultraconservatori, che erano anche chiamati “socialisti
della cattedra”, era di divenire consapevolmente “la guardia
del corpo intellettuale della casa degli Hohenzollern” – e
sicuramente lo furono.
Come esempio di intellettuale progressista Kolko cita opportunamente
Herbert Croly, direttore del <<New Republic>> finanziato da
Morgan. Analizzando il nuovo nazionalismo di Theodore Roosevelt, Croly
esaltava questo nuovo hamiltonismo come un sistema per il controllo collettivista
federale e per l’integrazione della società in una struttura
gerarchica. Guardando al futuro oltre l’Era Progressista, Gabriel
Kolko conclude che:
Durante la guerra attraverso varie agenzie amministrative e di emergenza
fu creata una sintesi tra economia e politica a livello federale, che
continuò durante il decennio successivo. Certamente il periodo
della guerra rappresenta il trionfo degli affari nel modo più eclatante
[..] . La grande industria ottenne l’appoggio totale da parte di
varie agenzie di regolamentazione e dell’esecutivo. Fu durante la
guerra che divennero operativi un oligopolio effettivo e operativo, ed
accordi sul prezzo e sul mercato in settori dominanti dell’economia
americana. La rapida diffusione del potere nell’economia e l’ingresso
relativamente facile vennero virtualmente a cessare. Nonostante la fine
di importanti nuovi provvedimenti legislativi, l’unione della grande
industria con il governo federale continuò durante gli anni venti
e oltre, utilizzando le fondamenta gettate nell’Era Progressista
per stabilizzare e consolidare le condizioni all’interno di varie
industrie. [..] Il principio dell’utilizzo del governo federale
per stabilizzare l’economia, iniziato nel contesto del moderno industrialismo
durante l’Era Progressista, divenne la base del capitalismo politico
nelle sue molte ramificazioni successive.
In questo senso il progressismo non morì negli anni venti, ma
divenne parte del tessuto di base della società americana. [27]
Questo dunque per quel che riguarda il New Deal. Dopo un breve periodo
di ondeggiamento a sinistra a metà degli anni trenta, l’amministrazione
Roosevelt ricementò la sua alleanza con la grande industria per
la difesa nazionale e l’economia bellica che ebbe inizio nel 1940.
Queste sono un’economia ed una politica che da allora hanno sempre
retto l’America, rappresentate da una permanente economia di guerra,
da un pieno capitalismo monopolistico di Stato e dal neomercantilismo,
dal complesso militare industriale dei giorni nostri. Le caratteristiche
essenziali della società americana non sono mutate da quando, durante
la Seconda Guerra Mondiale, questa è stata interamente militarizzata
e politicizzata, ad eccezione del fatto che tale tendenza è venuta
ad intensificarsi e persino nella vita di tutti i giorni gli uomini sono
stati sempre più foggiati in obbedenti uomini dell’organizzazione
al servizio dello Stato e del suo complesso militare industriale. William
H. Whyte Jr. nel suo libro, giustamente famoso, The Organization Man,
ha chiarito che questa manipolazione ebbe luogo in seguito all’adozione
da parte della grande industria delle visioni collettiviste di sociologi
e altri ingegneri sociali “illuminati”. E’ anche chiaro
che questa armonia di vedute non è solamente il frutto dell’ingenuità
degli imprenditori – certo non quando questa “ingenuità”
coincide con l’esigenza di comprimere il lavoratore e il manager
nel modello di un servitore volonteroso all’interno della grande
burocrazia della macchina militare-industriale. E, sotto la maschera della
democrazia, l’istruzione è diventata una mera esercitazione
scolastica di massa in tecniche di adattamento, allo scopo di diventare
un ingranaggio della vasta macchina burocratica.
Contemporaneamente, i Repubblicani e i Democratici rimangono bipartisan
nel formare e supportare questo establishment come lo erano stati nei
primi due decenni del ventesimo secolo. La condiscendenza, il supporto
bipartitico allo status quo che sta sotto alle superficiali differenze
tra i partiti, non iniziò nel 1940.
Come reagì il residuo esercito di libertari a queste variazioni
dello spettro ideologico in America? Si può trovare una risposta
istruttiva guardando la carriera di uno dei grandi libertari dell’America
del ventesimo secolo, Albert Jay Nock [28].
Negli anni venti, quando Nock elaborò la sua filosofia radical-libertaria,
egli era universalmente considerato un membro dell’estrema sinistra
e come tale si considerava. C’è sempre la tendenza nella
vita politica e ideologica a concentrare la propria attenzione sul nemico
principale del momento ed il nemico principale di allora era lo statalismo
conservatore dell’amministrazione Coolidge-Hoover; fu naturale,
perciò, per Nock, per il suo amico e collega libertario H. L. Mencken
e per altri radicali unirsi ai semi-socialisti nella battaglia contro
il nemico comune. Quando il New Deal successe ad Hoover i socialisti all’acqua
di rose e gli interventisti vagamente di sinistra balzarono sul carro
del New Deal; a sinistra solo i Libertari come Nock e Mencken ed i Leninisti
(prima del periodo del Fronte Popolare) capirono che Roosevelt altro non
era se non una continuazione di Hoover, sebbene con una retorica diversa.
Fu perfettamente naturale per i radicali formare un fronte unico contro
Roosevelt con i più vecchi conservatori Hoover e Al Smith i quali
ritenevano o che Roosevelt fosse andato troppo lontano o non gradivano
la sua fragorosa retorica populista. Ma il problema fu che Nock e i suoi
colleghi radicali, sulle prime sdegnosi nei confronti dei nuovi alleati,
ben presto iniziarono ad accettarli e perfino a indossare volentieri l’etichetta
di “Conservatori” precedentemente disprezzata. Nei ranghi
e nelle fila dei radicali questo spostamento si verificò, come
è accaduto nella storia per molte trasformazioni di ideologie,
inconsapevolmente e in mancanza di una leadership ideologica adatta; per
Nock e in una certa misura anche per Mencken il problema incise molto
più profondamente.
Questo dal momento che vi era sempre stata una grave manchevolezza nella
brillante e raffinata dottrina libertaria messa a punto con differenti
modalità da Nock e da Mencken; entrambi erano incorsi a lungo nel
grave errore del pessimismo. Entrambi non avevano alcuna speranza che
la razza umana adottasse il sistema della libertà; disperando che
la dottrina radicale della libertà avrebbe mai potuto essere applicata
in pratica, ciascuno a modo suo si sottrasse alla responsabilità
di una leadership ideologica, Mencken gioiosamente ed edonisticamente,
Nock in maniera riservata e segreta. Perciò nonostante l’importante
contributo di ambedue questi uomini alla causa della libertà, nessuno
dei due avrebbe mai potuto diventare leader consapevole di un movimento
libertario, perché nessuno dei due avrebbe potuto vedere il partito
della libertà come il partito della speranza, il partito della
rivoluzione, o a fortiori il partito di un messianismo secolare.
L’errore del pessimismo è il primo passo verso la scivolosa
strada in discesa che conduce al conservatorismo; e quindi fu fin troppo
facile per il radicale pessimista Nock, sebbene ancora fondamentalmente
un libertario, accettare l’etichetta di conservatore e pure ripetere
il vecchio luogo comune che vi sia una presunzione a priori contro
qualunque cambiamento sociale.
E’ affascinante come Albert Jay Nock in questo modo abbia seguito
il percorso ideologico del suo amato antenato spirituale Herbert Spencer,
entrambi iniziarono come puri Libertari radicali, entrambi abbandonarono
le tattiche radicali o rivoluzionarie rappresentate dalla volontà
di mettere in pratica le loro teorie attraverso un’azione di massa,
ambedue finirono per scivolare da tattiche Tory ad un conservatorismo
parziale almeno nel contenuto.
E così i Libertari, specialmente per quel che riguarda la percezione
della loro posizione nello spettro ideologico, si unirono a più
vecchi Conservatori i quali furono costretti ad adottare una fraseologia
libertaria (ma senza alcun reale contenuto libertario) opponendosi all’amministrazione
Roosevelt che per loro era diventata troppo collettivista sia nel contenuto
che nella retorica. La Seconda Guerra Mondiale rinforzò e cementò
questa alleanza; poiché, al contrario di tutte le precedenti guerre
americane del secolo, le forze pacifiste e “isolazioniste”
furono tutte identificate, dai loro nemici e di conseguenza da loro stesse,
come appartenenti alla “Destra”. Dalla fine della Seconda
Guerra Mondiale, divenne naturale per i libertari considerarsi come un
polo di “estrema destra” con i Conservatori immediatamente
alla propria sinistra; e di qui il grave errore di posizionamento che
persiste ai giorni nostri. In particolare i moderni libertari hanno dimenticato
o non hanno mai capito che l’opposizione alla guerra e al militarismo
era sempre stata una tradizione di sinistra che aveva incluso i Libertari;
e quindi quando l’aberrazione storica del periodo del New Deal si
corresse e la “destra” divenne ancora una volta la grande
partigiana della guerra totale, i Libertari si trovarono impreparati a
capire che cosa stesse succedendo e si accodarono ai loro supposti “alleati”
conservatori. I liberali avevano completamente perso le loro vecchie caratteristiche
e le linee guida ideologiche.
Dato un giusto riorientamento dello spettro ideologico, quali sarebbero
allora le prospettive della libertà? Non c’è da meravigliarsi
che il Libertario contemporaneo, vedendo il mondo diventare socialista
e comunista, e credendosi virtualmente isolato e tagliato fuori da ogni
prospettiva di azione di massa unitaria, tenda a cadere in un pessimismo
di lungo periodo. Ma la scena si illumina immediatamente nel momento in
cui ci rendiamo conto che quell’indispensabile requisito della civiltà
moderna, il rovesciamento dell’ancien regime, fu realizzato
da un’azione libertaria di massa esplosa nelle grandi rivoluzioni
dell’Occidente come le Rivoluzioni Francese e Americana, e che portò
i successi della Rivoluzione Industriale e i progressi della libertà,
la mobilità e l’aumento del tenore di vita di cui godiamo
ancora oggi. Nonostante il ritorno reazionario allo statalismo, il mondo
moderno giganteggia sul mondo del passato. Quando consideriamo pure che,
in una forma o in un’altra, il Vecchio Ordine del dispotismo, del
feudalesimo, della teocrazia e del militarismo ha dominato ogni civiltà
umana fino a quella Occidentale del diciottesimo secolo, l’ottimismo
su ciò che l’uomo ha raggiunto e può raggiungere deve
arrivare ancora più in alto.
Si può replicare, però, che quell’oscuro periodo
storico di dispotismo e stagnazione può soltanto rafforzare il
pessimismo perché dimostra la persistenza e la durata del Vecchio
Ordine e l’apparente fragilità ed evanescenza del Nuovo –
specialmente alla luce della retrocessione del secolo passato. Ma questa
analisi superficiale trascura il grande cambiamento che si è verificato
con la rivoluzione del Nuovo Ordine, un cambiamento che è chiaramente
irreversibile. Il Vecchio Ordine fu in grado di durare per secoli con
il suo sistema di schiavitù proprio perché non era in grado
di risvegliare attese e speranze nelle menti delle masse soggiogate; il
loro destino era quello di sopravvivere e di tirare avanti in una abbrutita
esistenza di schiavitù, obbedendo ciecamente agli ordini di governanti
designati per volontà divina. Ma la rivoluzione liberale impresse
in maniera indelebile nelle menti delle masse, non solo in Occidente ma
anche nel mondo sottosviluppato ancora sotto il dominio feudale, l’ardente
desiderio della libertà, della terra per gli agricoltori, della
pace tra le nazioni e, forse più di tutto, il desiderio della mobilità
e di un più alto livello di vita, cosa che può essere raggiunta
solo con la civiltà industriale. Le masse non accetteranno mai
nuovamente la cieca servitù del Vecchio Ordine; e date le aspirazioni
risvegliate dal liberalismo e dalla Rivoluzione Industriale, la vittoria
della libertà nel lungo periodo è inevitabile.
Poiché soltanto la libertà, soltanto un libero mercato,
possono organizzare e mantenere un sistema industriale e man mano che
la popolazione si espande e cresce, diviene sempre più necessario
il lavoro senza restrizioni dell’ economia industriale. Il laissez
faire e il libero mercato diventano sempre più chiaramente necessari
man mano che il sistema industriale si sviluppa; deviazioni radicali causano
interruzioni e crisi economiche. Questa crisi dello statalismo diviene
particolarmente drammatica e acuta in una società pienamente socialista;
e di conseguenza l’inevitabile fallimento dello statalismo si è
manifestato in maniera clamorosa per primo nei paesi dell’area socialista
(cioè a dire comunista). Questo dal momento che il socialismo si
confronta con le sue contraddizioni interne in maniera più netta.
Esso tenta disperatamente di realizzare i suoi obiettivi dichiarati di
crescita industriale, di migliori livelli di vita per le masse, di eventuale
indebolimento dello Stato ed è sempre meno in grado di realizzare
tutto questo con i suoi sistemi collettivisti. Da qui l’inevitabile
fallimento del socialismo. Questo progressivo fallimento della pianificazione
socialista fu all’inizio in parte trascurato. Infatti, i Leninisti
non presero il potere in un evoluto paese capitalista come Marx aveva
erroneamente predetto, ma in un paese che soffriva l’oppressione
del feudalesimo. In secondo luogo i Comunisti, per molti anni dopo la
presa del potere, non tentarono di imporre un’economia socialista;
nella Russia sovietica questo non avvenne finché la collettivizzazione
forzata di Stalin agli inizi degli anni trenta rovesciò il buon
senso della Nuova Politica Economica di Lenin che Bukharin, il teorico
favorito di Lenin, avrebbe esteso fin verso un libero mercato. Persino
gli arrabbiati leaders comunisti della Cina non imposero un’economia
socialista al paese fino alla fine degli anni cinquanta. In ogni caso
l’industrializzazione crescente ha portato una serie di fallimenti
economici così gravi che i paesi comunisti, contro i loro principi
ideologici, hanno dovuto ritirarsi passo dopo passo dalla pianificazione
centrale e ritornare in forme e gradi diversi al libero mercato. Il Piano
Liberman per l’Unione Sovietica si è guadagnato una grande
pubblicità; ma l’inevitabile processo di desocialistizzazione
è andato molto più avanti in Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia.
Più avanzata di tutti è la Yugoslavia che, liberatasi dalla
rigidità stalinista prima degli altri paesi socialisti, in solo
una dozzina di anni si è desocialistizzata così in fretta
che la sua economia ora non è molto più socialista di quella
della Francia. Il fatto che persone che si definiscono “comuniste”
siano ancora al governo del paese è irrilevante per i basilari
fattori sociali ed economici. La pianificazione centralizzata in Yugoslavia
è virtualmente scomparsa. Il settore privato è predominante
non solo nell’agricoltura ma è forte persino nell’industria
e lo stesso settore pubblico è stato radicalmente decentrato e
posto sotto liberi prezzi, esperimenti di profitti e perdite, proprietà
cooperativa dei lavoratori di ogni officina, tanto che difficilmente si
può dire che esista ancora un vero socialismo. Per andare verso
un completo capitalismo resta solo da compiere il passo finale di passare
dal controllo esercitato dai lavoratori sulle singole aziende attraverso
le organizzazioni sindacali al possesso di titoli individuali di proprietà.
La Cina Comunista e gli abili teorici marxisti della <<Monthly Review>>
hanno chiaramente compreso la situazione ed hanno lanciato l’allarme
che la Yugoslavia non è più un paese socialista.
Si potrebbe pensare che gli economisti del libero mercato abbiano acclamato
la conferma e la crescente rilevanza del notevole intuito del Professor
Ludwig von Mises di mezzo secolo fa: che gli stati socialisti essendo
necessariamente privi di un autentico sistema di prezzi, non avrebbero
potuto procedere a calcoli economici e, perciò, non avrebbero potuto
pianificare con alcun successo l’economia. In realtà un seguace
di Mises alcuni anni fa predisse in un racconto questo processo di desocialistizzazione.
Ma né questo autore né altri economisti liberali hanno dato
la benché minima indicazione né il riconoscimento, per non
parlare del benvenuto, di questo processo nei paesi comunisti, forse perché
la loro quasi isterica visione della minaccia comunista impedisce loro
di riconoscere qualsiasi segnale di crollo nel supposto monolite minaccioso.
[29]
I paesi Comunisti perciò sono sempre più inesorabilmente
forzati a desocialistizzarsi e, quindi, eventualmente, a raggiungere il
libero mercato. Lo stato dei paesi sottosviluppati è pure motivo
di ottimismo per i libertari. Perché in tutto il mondo i popoli
delle nazioni sottosviluppate sono impegnati in rivoluzioni intese a rovesciare
il Vecchio Ordine feudale. E’ vero che gli Stati Uniti stanno facendo
del loro meglio per sopprimere proprio il processo rivoluzionario che
un tempo, unitamente all’Europa, li ha liberati dai ceppi del Vecchio
Ordine; ma è sempre più chiaro che neppure una potenza armata
può sopprimere il desiderio delle masse di irrompere nel mondo
moderno.
Prendiamo ora in esame gli Stati Uniti e i paesi dell’Europa Occidentale.
Qui il motivo per essere ottimisti è meno chiaro perché
il sistema quasi-collettivistico non presenta una crisi di contraddizione
interna così decisa come il socialismo. Eppure anche qui crisi
economiche si intravedono nel futuro e guadagnano terreno con la compiacenza
dei dirigenti keynesiani dell’economia: inflazione strisciante,
riflessa nell’aggravato dissesto della bilancia dei pagamenti del
dollaro una volta molto forte; una strisciante disoccupazione prodotta
dai livelli salariali minimi e dall’accumularsi delle più
profonde distorsioni antieconomiche di lungo periodo della costante economia
di guerra. Per di più le crisi potenziali negli Stati Uniti non
sono puramente economiche; vi è un crescente fermento morale tra
i giovani d’America contro le pastoie della burocrazia centralizzata,
della uniforme educazione di massa e della brutalità e dell’oppressione
esercitate dai servitori dello Stato.
Inoltre, l’esistenza di una livello sostanziale di libertà
di parola e di forme democratiche facilitano, almeno nel breve periodo,
la possibile crescita di un movimento libertario. Gli Stati Uniti sono
pure fortunati nel possedere, seppure in parte dimenticata sotto l’ordinamento
statalista e tirannico dell’ultimo mezzo secolo, una grande tradizione
di pensiero e di azione libertari. Lo stesso fatto che molto di questo
retaggio si ancora riflesso nella retorica popolare, anche se privato
in pratica del suo significato, fornisce un ricco terreno di coltura ideologico
per un futuro partito della libertà.
Quelle che i marxisti chiamerebbero le “condizioni oggettive”
per il trionfo della libertà esistono quindi ovunque nel mondo
e più che in passato; perché dovunque le masse hanno scelto
migliori condizioni di vita e la promessa della libertà e dovunque
i vari regimi di statalismo e collettivismo non sono in grado di realizzare
questi obiettivi. Quel che è necessario, quindi, sono semplicemente
le “condizioni soggettive” per la vittoria; cioè a
dire, un numero crescente di libertari informati che diffonderà
tra i popoli del mondo il messaggio che la libertà e il libero
mercato sono la via d’uscita dai loro problemi e crisi. La libertà
non potrà essere pienamente raggiunta finché i libertari
non esisteranno in numero tale da guidare i popoli sul giusto sentiero.
Ma forse il maggiore impedimento alla creazione di un tale movimento sta
nella disperazione e nel pessimismo tipici del Libertario del mondo d’oggi.
Molto di quel pessimismo lo deve alla sua errata lettura della storia
e al considerare se stesso e il manipolo dei suoi confratelli come irrimediabilmente
isolati dalle masse e, perciò, dai venti della storia. Di conseguenza
egli diventa un critico solitario degli eventi storici piuttosto che una
persona che si considera parte di un movimento potenziale che potrà
fare e farà la storia. Il moderno Libertario ha dimenticato che
il Liberale dei secoli diciassettesimo e diciottesimo affrontava ostacoli
molto più insormontabili di quelli che ha di fronte il Liberale
del giorno d’oggi; poiché in quell’epoca, prima della
Rivoluzione Industriale, la vittoria del liberalismo era lungi dall’essere
inevitabile. Eppure il liberalismo di quell’epoca non si accontentò
di rimanere una piccola setta; invece unì teoria ed azione. Il
Liberalismo crebbe e si sviluppò come ideologia e, dirigendo e
guidando le masse, fece la rivoluzione che cambiò le sorti del
mondo. Dalla sua colossale apparizione, questa rivoluzione del diciottesimo
secolo trasformò la storia da una cronaca di stagnazione e dispotismo
in un movimento che avanza verso un’autentica utopia secolare di
libertà, razionalità e abbondanza. Il Vecchio Ordine è
morto o moribondo; e i tentativi reazionari di dominare la società
e l’economia moderne attraverso vari ritorni al Vecchio Ordine sono
destinati al fallimento totale. I Liberali del passato hanno lasciato
ai moderni Libertari un retaggio glorioso, non solo di ideologia ma di
vittorie contro pronostici molto più devastanti. I Liberali del
passato hanno anche lasciato ai libertari un retaggio di corretta strategia
e di tattiche da seguire non solo guidando le masse invece di restarne
distanti, ma anche evitando di cadere preda di un ottimismo di breve periodo.
Poiché l’ottimismo di breve periodo, essendo irrealistico,
conduce direttamente alla delusione e quindi al pessimismo di lungo periodo;
e, come altra faccia della medaglia, il pessimismo di lungo periodo porta
a concentrarsi, in modo esclusivo e autodistruttivo, su questioni immediate
e di breve periodo. L’ottimismo di breve periodo deriva, inoltre,
da una visione ingenua e semplicistica della strategia: che la libertà
vincerà semplicemente educando un maggior numero di intellettuali,
che a loro volta prepareranno gli opinionisti, i quali convinceranno le
masse, dopo di che lo Stato in qualche modo leverà le tende e silenziosamente
scomparirà. Le cose non sono così semplici. Poiché
i libertari non hanno a che fare solo con un problema di formazione ma
anche con un problema di potere ed è una legge della storia che
una casta dominante non ha mai volontariamente rinunciato al suo potere.
Ma il problema del potere, certamente negli Stati Uniti, è in
un futuro lontano. Per il Libertario il compito principale dell’epoca
attuale è di liberarsi del suo pessimismo inutile e debilitante,
di volgere lo sguardo verso una vittoria di lungo periodo e di mettersi
sulla strada per raggiungerla. Per fare questo deve, forse prima di ogni
altra cosa, ridisegnare in modo drastico la sua errata visione dello spettro
ideologico; deve scoprire quali sono i suoi amici e i suoi alleati naturali
e, forse soprattutto, quali sono i suoi nemici. Armato di questa conoscenza,
lasciamolo procedere in quello spirito di radicale ottimismo di lungo
periodo che una delle grandi figure del della storia del pensiero libertario,
Randolph Bourne, identificò correttamente come lo spirito della
gioventù. Lasciamo che le parole esaltanti di Bourne servano anche
come linea guida per lo spirito della libertà:
La gioventù è l’incarnazione della ragione opposta
alla rigidità della tradizione; la gioventù mette in discussione
senza remore tutto quanto sia vecchio e stabilito – Perché?
A che cosa serve tutto questo? Quando da parte dei difensori del vecchio
riceve risposte imbarazzate ed evasive applica il suo fresco spirito critico
della ragione alle istituzioni, alle abitudini e alle idee e trovandole
stupide, vane e dannose si volge istintivamente a sovvertirle e a costruire
al loro posto cose con le quali si accorda la sua visione [..]. La gioventù
è il lievito che in tutto il mondo tiene in fermento l’attitudine
alla discussione e all’esame. Se questa importuna attività
della gioventù, con la sua idiosincrasia per i sofismi e le sottigliezze
la sua insistenza a vedere le cose così come sono, non esistesse,
la società morirebbe semplicemente nello sfacelo. E’ la politica
della generazione più vecchia, man mano che si adatta al mondo,
quella di nascondere dove possibile le cose spiacevoli o di proteggere
una cospirazione del silenzio fingendo che non esistano. Ma nel frattempo
le piaghe sono ugualmente divenute purulente. La gioventù è
un drastico antisettico [..]. Tira fuori gli scheletri dagli armadi ed
insiste per avere una spiegazione. Non c’è da meravigliarsi
se la vecchia generazione teme i giovani e non si fida di loro. La gioventù
è la Nemesi vendicatrice sul suo cammino. [..]
I nostri anziani sono sempre ottimisti nella visione del presente, pessimisti
nella loro visione del futuro; i giovani sono pessimisti verso il presente
e gloriosamente speranzosi per il futuro. Ed è questa speranza
ad essere la leva del progresso – si potrebbe dire l’unica
leva del progresso [..]
Il segreto della vita dunque è che questo positivo spirito giovanile
non si perda mai. Dalla turbolenza della gioventù dovrebbe venir
fuori questo risultato positivo – un sano, forte, aggressivo spirito
di osare e fare. Deve essere uno spirito flessibile, che si espande, aperto
a nuove idee e ad acuta riflessione sull’esperienza. Mantenere le
reazioni spontanee e vere significa avere trovato il segreto dell’eterna
giovinezza e l’eterna giovinezza è la salvezza.[30]
QUADERNI DELL'ISTITUTO
ACTON
Direttore della collana Dario Antiseri
1. Robert Sirico - Dario Antiseri, Il principio di sussidiarietà:
la difesa della persona umana, a cura di Flavio Felice, 2003.
2. Flavio Felice, L’economia d’impresa come economia civile,
2003.
3. Enzo di Nuoscio, Epistemologia e libertà. Saggio sulla filosofia
di John Stuart Mill, 2003.
4. Sergio Noto, Detti e contraddetti messedagliani, 2003.
5. Murray N. Rothbard, Sinistra e Destra : le prospettive della libertà,
2003.
* Apparso nel primo numero della rivista “Left
and Right. A Journal of Libertarian Thought”, n.1, 1965. Traduzione
di Roberta Modugno.
- G. HIMMELFARB, Lord Acton, Chicago, University
of Chicago Press, 1962, pp.204-205
- [2] Ivi, p. 209
- [3] C. BECKER, The Declaration of Independence, New
York, Vintage Books, 1958, p.6
- [4] Devo a Leonard P. Liggio le informazioni su Comte
e Dunoyer, così come l’intera analisi dello spettro ideologico.
Per un’enfasi sull’aspetto positivo e dinamico della spinta
Utopistica, molto criticata ai nostri giorni, si veda A. MILCHMAN, The
Social and Political Philosophy of Jean Jacques Rousseau: Utopia and
Ideology, in <<The November Review>>, November, 1964,
pp. 3-10; si veda anche J. RUHLE, The Philosopher of Hope: Ernst
Bloch, in Revisionism, a cura di Leopold Labedz, New York,
Praeger, 1962, pp.166-178
- [5] J. A. SCHUMPETER, Imperialism and Social Classes,
New York, Meridian Books, 1955, p.175. Schumpeter, per inciso, si
rese conto che, lungi dall’essere uno stadio del capitalismo,
il moderno imperialismo rappresenta una regressione all’imperialismo
precapitalista di epoche passate, ma con una minoranza di capitalisti
privilegiati che ora si aggiungono alle caste militari e feudali nel
promuovere aggressioni imperialiste.
- [6] B. SEMMEL, Imperialism and Social Reform: English
Social-Imperial Thought, 1895-1914, Cambridge, Harvard University
Press, 1960
- [7] Beatrice Webb (1858-1943). Fu una delle figure preminenti
della Fabian Society, con il marito Sidney Webb pubblicò, tra
l’altro, The History of Trade Unionism (1894) e Industrial
Democracy (1897). Beatrice Webb considerava necessario lavorare
con qualunque parte politica fosse di supporto alla realizzazione delle
riforme in cui credeva. Quando il Partito conservatore vinse le lezioni
nel 1900, I coniugi Webb collaborarono con il governo per la stesura
dell’Education Act del 1902. (n. d. c.)
- [8] George Bernard Shaw (1856-1950). Commediografo e
scrittore politico, iscritto nel 1884 alla Fabian Society. Oratore politico,
fu libero pensatore e sostenitore dei diritti delle donne. Sosteneva
la necessità dell’abolizione della proprietà privata
e di radicali cambiamenti nel sistema elettorale nonché nell’alfabeto
inglese. Nel 1925 ricevette il premio Nobel per la letteratura. (n.
d. c.)
- [9] Oswald Mosley (1896-1980). Politico inglese, nel
1924 entrò in Parlamento nelle fila del Partito Laburista ed
ebbe il prestigioso e difficile incarico di cercare una soluzione al
problema della disoccupazione. Il Memorandum Mosley non fu però
applicato dal governo laburista e il suo autore lasciò l’incarico
nel 1930. Da allora Mosley considerò con interesse la politica
economica relativa alla disoccupazione che Mussolini stava applicando
in Italia. Nel 1932 pubblicò The Greater Britain e nello
stesso anno fondò la British Union of Fascists per cercare di
mettere in pratica le sue idee, sarebbe a dire una politica di autarchia
e di completa autosufficienza per la Gran Bretagna e il suo impero.
(n. d. c.)
- [10] Sidney Webb (1859-1947). Pensatore e uomo politico
la cui figura è associata, con quelle della moglie Beatrice e
del commediografo George Bernard Shaw, alla nascita della Società
Fabiana (1883). Ebbe una vasta e influente produzione scientifica sulle
condizioni dello sviluppo del socialismo in Gran Bretagna. L’opera
dei coniugi Webb va dagli studi sul sindacato al contributo attivo per
la promulgazione di leggi a tutela dei poveri, fino alla riforma del
sistema educativo. Webb è tra gli autori dei Fabian Essays
(1889), contenenti il programma del movimento: il socialismo deve
essere di tipo evoluzionista e lo Stato deve estendere le proprie competenze
in modo da garantire la felicità del maggior numero di persone.
Contrariamente alla visione marxiana, lo Stato non è un’istituzione
da sovvertire, ma è l’organo fondamentale per il perseguimento
delle riforme socialiste. La Società Fabiana contribuì
attivamente alla fondazione del Partito Laburista e Webb ne fu eletto
deputato. (n. d. c.)
- [11] L. S. AMERY, My Political Life, 1953, citato
in B. SEMMEL, Imperialism and Social Reform, cit., pp.74-75
- [12] Il punto, naturalmente, non consiste nel fatto
che questi uomini fossero il prodotto di una qualche “cospirazione
Fabiana” ma, al contrario, che il Fabianesimo all’inizio
del secolo era un socialismo così conservatore da essere strettamente
allineato alle altre principali tendenze neo-conservatrici della vita
politica britannica.
- [13] Eugene Victor Debs (1855-1926). Fondò,
Negli Stati Uniti, l’American Railway Union e nel 1901 il Socialist
Party. Fu arrestato per sedizione a causa della sua opposizione alla
I guerra mondiale. (n. d. c.)
- [14] Si veda H. O. DAVIS, Nations, Colonies and
Social Classes: The Position of Marx and Engels, in <<Science
and Society>>, Winter, 1965, pp.26-43
- [15] Si veda l’acuto articolo di A. J. GROTH,
The ‘Isms’ in Totalitarianism, in <<American
Political Science Review>>, Dicembre 1964, pp.888-901. Groth scrive:
<<I Comunisti [..] hanno generalmente preso misure intese a sradicare
direttamente o indirettamente le élites socioeconomiche esistenti:
la nobiltà terriera, l’imprenditoria, vasti settori della
classe media e degli agricoltori, come le élites burocratiche,
militari, del servizio civile, della magistratura e dei corpi diplomatici
[..]. In secondo luogo, in ogni esempio di presa del potere da parte
dei Comunisti, vi è stato un significativo impegno ideologico
propagandistico verso i lavoratori e il proletariato [..] che è
stato accompagnato da opportunità di mobilità sociale
verso l’alto per le classi economicamente più deboli, in
termini di istruzione e di impieghi che invariabilmente hanno considerevolmente
superato le opportunità disponibili sotto i regimi precedenti.
Infine, in ogni caso, i Comunisti hanno tentato di cambiare radicalmente
il sistema economico, tipicamente da un’economia agricola ad una
industriale. [..] Il Fascismo (sia nella versione tedesca che italiana)
[..] era, da un punto di vista socioeconomico, un movimento controrivoluzionario
[..] certamente non spossessava o distruggeva le élites socioeconomiche
esistenti [..]. Al contrario piuttosto il Fascismo non arrestò
la tendenza verso concentrazioni monopolistiche private negli affari
ma anzi favorì questa tendenza [..]. Indubbiamente, il sistema
economico Fascista non era un economia di libero mercato e quindi non
“capitalista” se si vuole restringere l’uso di questo
termine ad un sistema di laissez faire. Ma esso non operò forse
[..] per preservare e mantenere i vantaggi materiali delle esistenti
élites socioeconomiche?>>
- [16] Per degli esempi dell’attrazione da parte
di grandi affaristi americani verso le idee e i piani dei fascisti e
dei collettivisti di destra si veda M. N. ROTHBARD, America’s
Great Depression, 1963, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2000.
Si veda pure G. SALVEMINI, G. LA PIANA, What to Do With Italy, New
York, Duell, Sloan and Pearce, 1943, pp.65 e seg.; trad. it. La sorte
dell’Italia, Roma, Edizioni U, 1945, pp. 93 e seg. Sull’economia
fascista, Salvemini scrisse: <<Al presente, infatti, è
lo stato, cioè il contribuente, che è diventato responsabile
verso l’impresa privata. Nell’Italia fascista lo stato paga
per gli errori dell’impresa privata [..]. Il profitto è
privato e individuale . La perdita è pubblica e sociale>>.
G. SALVEMINI, Under the Axe of Fascism, London, Victor Gollancz,
1936, p.416; trad. it. Sotto la scure del fascismo, Torino, De
Silva, 1948, pp. 389-390.
- [17] Felix Frankfurter (1882-1965). Nato a Vienna,
emigrò con la famiglia negli Stati Uniti. Giurista di idee progressiste
fu tra i fondatori dell’American Civil Liberties Union e partecipò
alla campagna contro la condanna di Sacco e Vanzetti. Fu consigliere
di Roosevelt per le implicazioni legali della legislazione del New Deal.
(n. d. c.)
- [18] Si tratta del Sedicesimo Emendamento alla Costituzione
degli Stati Uniti d’America. Proposto dal Presidente William Howard
Taft (1857-1930), ratificato nel 1913, dava al Congresso il poterei
imporre tasse sul reddito senza alcuna ripartizione tra gli Stati della
federazione. (n. d. c.)
- [19] Si veda M. N. ROTHBARD, op. cit.
- [20] Il National Recovery Act fu la legge che approvò
il celebre programma di Roosevelt noto come New Deal, una legislazione
volta a superare l’emergenza della crisi economica e che aveva
i suoi capisaldi nella svalutazione del dollaro e in un sistema di intervento
del potere federale nella vita economica. Franklin D. Roosevelt (1882-1945)
eletto presidente degli Stati Uniti nel 1933 ebbe pieni poteri in materia
economico finanziaria per fronteggiare la Depressione seguita al crollo
del 1929. La nuova legislazione creò una serie di agenzie come
L’Agricultural Adjustment Administration, che supportava l’agricoltura,
e la Civilian Conservation Corps, che impiegava i giovani.Altre agenzie
sussidiavano il lavoro e le imprese, assicuravano depositi bancari,
regolavano il mercato, fornivano sussidi per i mutui. Le critiche a
questi programmi non mancarono. Le politiche del New Deal implicarono
interventi governativi mai avvenuti in precedenza in settori come la
vita sociale ed economica e comportarono una spesa enorme per l’amministrazione.
Nel 1935 venne adottata un’altra serie di provvedimenti che includevano
la Works Project Administration e il Social Security Act, la prima era
finalizzata a procurare lavoro non solo ai lavoratori in generale ma
anche a scrittori, artisti e musicisti, mentre Social Security Act prevedeva
sussidi ai disoccupati e un programma di assistenza agli anziani. Tra
il 1936 e il 1937 Roosevelt si scontrò con la Corte Suprema che
aveva dichiarato incostituzionali diverse parti della sua legislazione.
Il presidente cercò di aggiungere nuovi magistrati alla Corte
venendo così accusato di voler minare il principio della separazione
dei poteri. Il tentativo fallì ma la Corte iniziò ad esprimersi
a favore delle politiche rooseveltiane. (n. d. c.)
- [21] R. P. DUTT, Fascism and Social Revolution,
New York, International Publishers, 1934, pp.247-251
- [22] Si veda G. KOLKO, The Triumph of Conservatism:
a Reinterpretation of American History, 1900-1916, Glencoe, The
Free Press, 1963, pp.173 e seg. Per un esempio del modo in cui Kolko
ha già iniziato ad influenzare la storiografia americana si veda
Economic Change in the Civil War Era, a cura di D. T. Gilchrist,
W. D. Lewis, Greenville, Eleutherian Mills-Hagley Foundation, 1965,
p.115. Il lavoro di Kolko sulle ferrovie, complementare e di conferma,
Railroads and Regulation, 1877-1916, Princeton, Princeton University
Press, 1965 è uscito troppo tardi per poter essere considerato
qui. Un breve trattato sul ruolo della ICC nell’industria ferroviaria
si può trovare in C. D. STONE, ICC: Some Reminiscences on
the Future of American Transportation, in <<New Individualist
Review>>, Spring 1963, pp.3-15
- [23] Woodrow Wilson (1856-1924) fu presidente degli
Stati Uniti dal 1913 al 1921. Alla guida di un governo democratico Wilson
procedette alla riforma del sistema delle tariffe doganali che pesavano
ingiustamente sull’americano medio. La legislazione nota come
New Freedom comprendeva, oltre a questo, un sistema di imposta progressiva
sul reddito che rese più agevole il reperimento dei fondi necessari
all’impresa bellica in occasione della I guerra mondiale. (n.
d. c.)
- [24] G. KOLKO, The Triumph of Conservatism, cit.,
p.274
- [25] A. J. EDDY, The New Competition: An Examination
of the Conditions Underlying the Radical Change that is Taking Place
in the Commercial and Industrial World-The Change from a Competitive
to a Cooperative Basis, Chicago, McClurg, 1920
- [26]G. KOLKO, The Triumph of Conservatism, cit.,
p.214
- [27] Ivi, pp.286-287
- [28] Albert Jay Nock (1870-1945) fu una figura di intellettuale
particolarmente significativa e originale nel panorama libertario. Praticamente
autodidatta, nacque a Scranton, Pennsylvania, da una famiglia piuttosto
povera e divenne ministro della chiesa presbiteriana di un paesino di
provincia. Intorno ai quarant’anni abbandonò la famiglia
e la chiesa per dedicarsi all’attività di saggista e imprenditore
culturale. In trentacinque anni di attività intellettuale scrisse
una dozzina di volumi, per lo più di argomento letterario, e
diresse e collaborò a molte riviste tra cui <<American
Magazine>>, <<Nation>>, <<American Mercury>>
e <<The Freeman>>, quest’ultima fondata nel 1920 insieme
al liberale Francis Neilson. Se i suoi interessi preminenti furono di
carattere letterario il saggio Our Enemy, the State, del 1935,
risulta un’opera fondamentale nella storia del pensiero libertario
e anarchico individualista. Si tratta di una analisi molto particolare
della storia politica americana e della nascita dello Stato mercantile
in Nord America. La tesi di Nock è che l’adozione della
Costituzione federale fu una sorta di colpo di Stato da parte degli
interessi finanziari allo scopo di centralizzare il governo e guadagnarsi
l’accesso ai mezzi politici. La critica di Nock è importante
per il libertarismo perché non è rivolta solo alla storia
americana ma all’istituzione statuale in generale vista come sintesi
di ogni forma di coercizione e di dominio. La conseguenza dell’analisi
nockiana è, però, una sorta di immobilismo. Egli riteneva
che non fosse possibile fare assolutamente nulla di fronte alla crescita
dello Stato. Nock non si rivolse mai alle masse, ma ad una ristretta
élite, a pochi eletti che lui stesso denominava il Residuo, the
Remnant. (n. d. c.)
- [29] Una felice eccezione è rappresentata da
W. D. GRAMPP, New Directions in the Communist Economics, in <<Business
Horizons>>, Fall 1963, pp.29-36. Grampp scrive: <<Hayek
ha detto che la pianificazione centralizzata condurrà alla schiavitù.
Ne consegue che una diminuzione dell’autorità economica
dello Stato dovrebbe allontanare la schiavitù. I paesi comunisti
possono dimostrare che ciò è vero. Si tratterebbe di un
indebolimento dello Stato di cui i marxisti non avevano tenuto conto
e che non era stato previsto da coloro i quali sono d’accordo
con Hayek>>. (p.35)
Il racconto in questione è H. HAZLITT, The Great Idea, New
York, Appleton-Century-Crofts, 1951
- [30] R. BOURNE, Youth, in <<The Atlantic
Monthly>>, Aprile, 1912; ristampato in The World of Randolph
Bourne, a cura di L. Schlissel, New York, E. P. Dutton, 1965, pp.9-11,15
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