Sicurezza e libertà
Robert Sirico
In quanto persona dedita alla promozione della società libera
sorretta dalla virtù, ed in quanto americano, ho condiviso con
i miei concittadini americani – ma in realtà con tutte le
persone oneste del mondo – un profondo senso di tristezza e giustificata
rabbia per gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Inoltre,
riconosco la continua minaccia per la sicurezza del mio Paese rappresentata
dalla rete mondiale del terrore. Tale comprensione mi porta ad apprezzare
gli sforzi compiuti dai rappresenti politici del mio Paese nel porre in
essere politiche che mirino ad accrescere la sicurezza della nazione e
a prevenire qualsiasi futuro atto terroristico.
Nel contempo, l’impegno per l’autentica libertà umana,
nonché la formazione di prete cattolico mi inducono a guardare
con sospetto coloro che, occupando una posizione autorevole, combattono
il pericolo e in tal modo rischiano di assumere atteggiamenti iperzelanti
nel perseguimento della sicurezza al prezzo della libertà. Spero
e prego che i nostri responsabili siano benedetti dalla saggezza e dal
coraggio necessari per cogliere rettamente l’equilibrio tra sicurezza
e libertà, che sia coerente con le garanzie costituzionali custodite
nella nostra carta. In accordo con il Catechismo della Chiesa Cattolica,
la giusta decisione in questa materia di natura prudenziale è lasciata
a coloro ai quali è demandata la cura per il bene comune.
Come appare chiaramente dalla realtà del dopoguerra in Iraq, nuove
sfide richiamano l’attenzione della comunità internazionale
e del popolo iracheno. La prima e più importante impegna il popolo
irachena nella costruzione di nuove istituzioni necessarie alla gestione
della loro vita comunitaria: istituzioni rappresentative di tutte le espressioni
del popolo iracheno e che riflettano la libertà e l’autodeterminazione
di quel popolo. Dobbiamo pregare, sperare e lavorare per un nuovo Iraq
che sia una società libera, giusta e prospera, lontana dal terrore
e dalla violenza che ha caratterizzato gran parte della sua storia recente.
Tutti gli uomini e le donne d buona volontà desiderano che quanto
prima cessino le ostilità in questa triste guerra, risparmiando
il popolo iracheno che ha già sofferto abbastanza. L’opera
della Chiesa è perenne: continuare la missione di Cristo nell’offrire
soccorso agli ammalati, ai sofferenti e ai contriti di cuore; curare le
tante ferite inflitte al popolo iracheno dopo decadi di leggi violente.
Più che mai, gli sforzi umanitari della Chiesa saranno essenziali
per offrire aiuti vitali al popolo iracheno, sotto forma di cibo, acqua,
ricovero, medicine e cure.
Con i pastori iracheni, mi sento profondamente coinvolto nell’esigenza
di portare aiuto spirituale al popolo. Le mie preghiere si uniscono a
quelle dei vescovi, dei sacerdoti e dei religiosi i quali con la loro
cura pastorale e con la santità delle loro vite hanno testimoniato
l’amore, la pietà e la compassione di Gesù, spesso
tra indicibili sofferenze, privazioni e difficoltà. Impegno me
stesso ad offrire assistenza spirituale e materiale alla nazione irachena,
attraverso la preghiera e il ministero pastorale.
Un’altra questione che coinvolgerà la comunità internazionale
sarà il ruolo futuro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Tra le tante drammatiche conseguenze della vittoria americana in Iraq
ci sarà il ripensamento del ruolo e della legittimità morale
delle Nazioni Unite. Tanto i sostenitori quanto gli oppositori all’intervento
americano devono convenire che le Nazioni Unite, non avendo giocato alcun
ruolo decisivo, hanno consegnato agli Stati Uniti il potere di arbitro
nella disputa con l’Iraq, così come l’autorità
morale e legale.
Appare che le Nazioni Unite siano incapaci di fronteggiare le dittature
e coagulare le energie morali necessarie per affrontare in modo diretto
quelle nazioni che hanno evidentemente violato i diritti umani. La storia
sta lì a dimostrarlo e non sembra stia dando segnali di cambiamento.
Come ho già scritto, la Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti
Umani sta per riunirsi a Ginevra, in una sessione presieduta dalla Libia
e alla quale partecipano molti dei più violenti regimi del mondo,
incluso il Sudan nel quale è ancora presente la schiavitù.
L’assenza di un sussulto morale contro questa situazione è
il riflesso della consapevolezza che nulla di ciò che compierà
la commissione potrà essere coerente con il corretto uso della
gestione del potere. È difficile sorprendersi del fatto che siano
così pochi a prendere sul serio l’autorità delle Nazioni
Unite: sarebbe pericoloso il contrario. È tempo di riesaminare
le fondamenta legali e morali delle Nazioni Unite e di considerare anche
altre possibilità per rinforzare il diritto delle nazioni.
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