Luigi Sturzo Difensore Della Scuola Libera
Dario Antiseri
Relazione
al Convegno Internazionale di Studio
Universalità e cultura
nel pensiero di Luigi Sturzo
Istituto Luigi Sturzo
Roma, 28-30 ottobre 1999
-- Su «Giustizia
e libertà» del 1 febbraio del 1935
compare un attacco contro il Partito Popolare Italiano, a proposito della
libertà di insegnamento. Sempre su «Giustizia e libertà» del 15 marzo dello stesso anno Sturzo replica affermando di non
comprendere la ragione di un simile attacco. E aggiunge: «Che il partito
popolare italiano abbia mantenuto sempre la sua fede nella libertà
[…] non credo che si possa dubitare. A parte ogni altra prova, ne fanno
fede i due dei nostri capi morti in esilio, Giuseppe Donati e Francesco Luigi
Ferrari. Che poi i cattolici al potere sappiano rispettare la libertà
d’insegnamento che hanno sempre invocata, la prova è data dal
Belgio, dove i cattolici da soli han governato per circa quaranta anni fino al
1914, e poi sempre in maggioranza fino ad oggi. In sì lungo periodo mai
la libertà d’insegnamento è stata da essi rinnegata o
menomata; al contrario, sempre sostenuta e difesa. Non desidero fare polemiche,
ma solo rigettare una ingiusta insinuazione».
-- Il 23 gennaio
del 1936 il corrispondente del Times dà la
notizia da Milano che in Italia saranno militarizzati anche i bambini al di
sotto dei sei anni, in una organizzazione che si chiamerà pre-Balilla.
In tal modo in Italia i bambini da 4 a 6 anni divennero pre-Balilla; da 6 a 8
anni erano Figli della Lupa; da 8 a 14 Balilla; da 14 a 18 Giovani italiani - e
così, dopo 14 anni di indottrinamento - erano pronti ad essere
incorporati nella milizia fascista.
Ebbene, il 30 gennaio, da Londra, Sturzo invia
un articolo a El Matì di Barcellona,
articolo che il giornale pubblica l’8 di febbraio e che il 26 dello
stesso mese verrà ripreso anche da Popolo e libertà di Bellinzona. Si chiedeva don Sturzo: qual è lo scopo di
siffatta completa militarizzazione dell’infanzia? Eccolo: «Si vuole
formare un nuovo spirito: quello della disciplina assoluta, della dedizione
completa allo stato: l’altro scopo è quello di creare
psicologicamente un obiettivo guerriero necessario e permanente». Ma
Sturzo faceva presente: «Obiettivi militari permanenti l’Italia non
ne ha e non può averne. Solo obiettivi di difesa […] Quando lo
scopo è la difesa del paese, l’educazione militare ha alla sua
base un’idea morale, quando la guerra offensiva e la conquista sono scopi
permanenti, l’educazione militare ha per base un elemento non morale.
Trasportate questo elemento nell’educazione della gioventù e
avverrà la perversione di fini ottimi e giusti in fini ingiusti e
immorali. Che dire - così concludeva Sturzo il suo articolo -, che dire
quando si comincia a quattro anni a parlare di guerre e di conquiste, di nemici
da combattere e da odiare? Quale base anticristiana alla vista di un
popolo!».
-- Il 5 marzo del
1947, sul numero 2 di «Belfagor» appare
un lungo e impegnativo saggio di Sturzo dal titolo Il problema
dell’educazione degli Stati Uniti e l’educazione umana. In quei giorni l’Assemblea costituente era nel pieno dei lavori
e il saggio di don Sturzo voleva essere un contributo alla discussione sul
problema dell’educazione. Sturzo punta innanzi tutto la sua attenzione
sull’educazione morale dei giovani. «Non si creda che si tratti -
egli scrive - dell’educazione morale dell’alunno come cosa a parte
della sua formazione intellettuale e della pratica conoscenza delle materie
scolastiche. Lo sviluppo delle tendenze altruistiche nel moderare
l’egoismo innato desta quella simpatia comprensiva che è
fondamentale per una piena conoscenza del mondo in cui viviamo, mondo di uomini
e di cose, di idee e di fatti, di viventi (animali e piante compresi) e di
materia da vivificare ». Sturzo precisa: «Se nelle scuole si
apprendesse non solo il precetto di amare il prossimo come noi stessi, ma il
modo come intendere la società in cui e per cui l’uomo si evolve e
si realizza storicamente, e i mezzi con cui influire perché
l’attività dell’uomo sia rivolto al maggior profitto comune,
allora l’alunno comprenderebbe assai meglio se stesso come uomo, la sua
ragion d’essere, il momento storico nel quale egli vive, le prospettive
di utilità comune e i mezzi per proseguirla effettivamente». Sta
qui la ragione, scrive Sturzo, per cui è imprescindibile «dare,
lungo tutto il periodo educativo, la comprensione storica delle cose». E
questo implica la necessità di combattere come pericoloso per
l’educazione di un paese civile «il rifiuto della conoscenza
storica, del proprio paese e degli altri, anzi dell’umanità. La
società è quel che la storia l’ha fatta; noi siamo quel che
la storia ci ha fatto. Noi siamo piantati nella storia, come l’albero
è piantato nella terra». La storia - insiste don Sturzo -
«ci dà il senso della relatività e della continuità,
dell’interdipendenza dei popoli e della loro creatività: ci dice
come l’uomo ha superato e vinto gli ostacoli della natura e del vivere
insieme; ci fa realizzare il valore della libertà e della
moralità; quale sia stata nei secoli la lotta perenne per il bene, che
è lotta per le grandi conquiste della civiltà». Non
è vero che la storia ci rende pessimisti. La storia - scrive Sturzo - ci
rende ottimisti «perché ci mostra le enormi possibilità che
gli uomini hanno ad intendersi». Per Sturzo, «chi sa leggere la
storia vede che l’odio fra gli uomini è nato dalla paura e
l’amore dalla conoscenza reciproca; l’odio dall’egoismo che
segrega, e l’amore dall’altruismo che salda i contatti e li rende
efficaci».
-- Nel luglio del
1947 su «Sophia» e sul n.7 di «Idea» Sturzo pubblica un articolo riguardante La libertà
della scuola. Qui, con acume e preveggenza
impressionanti Sturzo pone il dito su di una piega che da quei giorni non si è
più rimarginata. Leggiamo: «L’eredità fascista nel
campo della scuola è stata disastrosa come in campo militare e politico.
Il monopolio statale fu completo; la scuola privata credette giovarsi delle
concessioni e dei favori che pagò con la perdita di ogni libertà
didattica e funzionale». Dunque: per salvare la scuola è
necessario, urgente, cambiare rotta; sennonché - egli annota - «il
disorientamento persiste, e le linee sostanziali tracciate dagli articoli 27 e
29 della Costituzione (che poi diventarono gli articoli 33 e 34 del testo
costituzionale), invece di fissare una chiara direttiva accettabile, con il
loro pesante impaccio legislativo ne aggravarono la crisi».
Un giorno un amico di Sturzo, colpito dalle
aspre critiche di costui nei confronti della scuola monopolizzata dello Stato,
chiese quali fossero le sue proposte per riformarla. E la sua risposta fu
«di aprire le finestre e fare entrare una buona corrente d’aria di
libertà, altrimenti vi si morirà asfissiati». Certo, Sturzo
ben conosceva le radici e le ragioni della scuola di Stato in Italia. Egli non
intendeva minimamente proporne l’abolizione. Voleva soltanto che il
sistema scolastico venisse riformato «senza improvvisazione e con sani
criteri didattici e sociali». Ma il punto principale era, a suo avviso, «quello dell’orientamento
dell’opinione pubblica verso la libertà scolastica e contro il
monopolio di Stato». Tutto ciò nella convinzione che
«finché la scuola in Italia non sarà libera, neppure
gl’italiani saranno liberi: essi saranno servi, servi dello Stato, del
partito, delle organizzazioni pubbliche e private di ogni specie […], La
scuola vera, libera, gioiosa, piena di entusiasmi giovanili, sviluppata in un
ambiente adatto, con insegnanti impegnati alla nobile funzione di educatori,
non può germogliare nell’atmosfera pesante creata dal monopolio
burocratico statale».
--
Sull’«Illustrazione italiana» del
12 febbraio del 1950 Sturzo affronta (con un articolo dal titolo: Scuola e
diplomi) la questione dei diplomi - del pezzo di
carta, del titolo rilasciato dallo Stato, visto come talismano in grado
«di aprire le porte dell’impiego stabile». Sturzo è
deciso: «Occorre capovolgere la situazione: sia lo studio, non il diploma
ad aprire le porte dell’impiego». Ed ecco la sua proposta:
«Ogni scuola, quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare
i suoi diplomi non in nome della repubblica, ma in nome della propria
autorità; sia la scoletta elementare di Pachino o di Tradate, sia
l’università di Padova o di Bologna, il titolo vale la scuola. Se
una tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una
personalità nota nella provincia o nella nazione, anche
nell’ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato, se,
invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti».
Sturzo, inoltre, si poneva il problema degli
insegnanti, e proponeva che sia le scuole statali che quelle non statali
avessero «il diritto di partecipare alla scelta dei professori» -
giacché altrimenti si dovrebbe dire che le scuole siano esclusivamente
in funzione degli insegnanti.
-- La direzione
dell’«Illustrazione italiana»,
nel pubblicare l’articolo di Sturzo, espresse in una nota alcune riserve.
Sturzo, allora, inviò al giornale una lettera in cui precisava che le
sue idee sulla libertà di scuola erano note sin da prima della
fondazione del partito popolare e che egli l’aveva difesa nei quattro
anni del suo segretariato politico «quando alla Camera furono contrastati
i tre disegni di legge scolastica proposti da Croce, da Corbino e da
Anile». E aggiungeva «che le sue esperienze inglese, olandese,
svizzera, belga e americana dal 1924 al 1946 «sono state posteriori, e
sono servite a confermarmi nell’idea che solo la libertà
può salvare la scuola in Italia».
E poi: «La storia del
“confessionalismo scolastico” che si avvantaggerebbe della
“libertà”, fa pendant con quella
del “comunismo” che si avvantaggia della libertà, o del
“laicismo” che si avvantaggia della libertà.
Bisogna scegliere o la libertà con
tutti i suoi “inconvenienti” ovvero lo statalismo con tutte le sue
“oppressività”.
Io ho scelto la libertà fin dai miei
giovani anni, e tento di potere scendere nella tomba senza averla mai tradita.
Perciò ho combattuto in tutti i campi,
e non solo in quello scolastico, lo “statalismo”, sia quello
pre-fascista, sia quello fascista, e combatto oggi lo statalismo post-fascista,
del quale parecchi dei miei amici, bongré, malgré, si sono fatti garanti.
L’intolleranza scolastica dei laicisti
è sostanziata dalla presunzione che essi difendono la libertà;
mentre la libertà non è monopolio di nessuno.
Il monopolio scolastico dello stato è
sostanziato da una presunzione, che solo lo stato sia capace di creare una
scuola degna del nome; mentre non è riuscito che a burocratizzarla e
fossilizzarla.
In sostanza, non c’è
libertà dove c’è intolleranza e dove c’è
monopolio. Questa è la triste situazione italiana». Lo era nel
1950. E lo è, disgraziatamente, anche oggi.
-- Il sofisma
della libertà appare su «La via del 23
settembre del 1950. Qui Sturzo contesta le equazioni laiciste stando alle quali
«scuola-di-stato uguale libertà d’insegnamento; scuola
privata uguale privazione della libertà di insegnamento». In
questa sede riveste tuttavia grande rilevanza la lettera che lo stesso giorno,
a completamento dell’articolo, don Sturzo invia all’on. Guido
Gonella, allora ministro della Pubblica istruzione:
«Caro Gonella,
ho letto articolo per articolo il progetto di
riforma scolastica e, mentre apprezzo l’enorme lavoro compiuto e lo
sforzo di dare ordine all’attuale sistema scolastico, ho parecchi dubbi,
non poche perplessità e perfino delle serie obiezioni.
Forse, partendo da criteri diversi e da
esperienze diverse, non troviamo il terreno comune di intesa in materia
così grave e complessa.
Mi rendo conto che tu non sei libero di attuare
un tuo ordinamento e sei vincolato da tutto il sistema burocratico che opprime
la scuola statale, e che tende a rendere soggetta allo stato la scuola non
statale e tutte le iniziative culturali e assistenziali della scuola.
Io combatto lo statalismo, malattia che va sempre più sviluppandosi nei paesi cosiddetti
democratici, che in Italia (come in Francia) toglie respiro e movimento alla
scuola.
Siamo arrivati a questo, che quella piccola e
contrastata partecipazione civica nell’ordinamento della scuola (comune e
provincia) che era nell’Italia pre-fascista, non ha più posto
neppure nel tuo progetto, e che le poche attribuzioni date dalla costituzione
alla regione sono, nel tuo progetto, regolamentate e soverchiate con
l’ingerenza burocratica del ministero e degli ispettorati regionali
(violando, perfino, i diritti delle regioni a statuto speciale). Non ti dico
quale disappunto per me leggere le disposizioni che riguardano
l’insegnamento privato.
Un italiano andato in America, mi scriveva
scandalizzato che là non c’è un ministero della pubblica
istruzione. Gli risposi, a giro di posta, che, perciò, l’americano
è un popolo libero e l’italiano no.
Comprendo bene che l’Italia, senza lo
stato (e il suo ministero della pubblica istruzione) sarebbe senza scuole
sufficienti per una popolazione così densa e così povera;
perciò bisogna rassegnarsi alla scuola di stato, come il minor male,
evitando, però, che resti così accentrata, burocratizzata e
monopolizzata come l’abbiamo ereditata dai fascisti e come, purtroppo,
sembra che venga tramandata (auspice la democrazia cristiana) ai nostri
posteri».
-- Il 6 maggio del
1952 si spegneva a Noordwjck, in Olanda, Maria Montessori. Nel giugno dello
stesso anno, ancora su «La via», viene pubblicato un articolo di
Luigi Sturzo intitolato Ricordando Maria Montessori.
«1907: ero da due anni sindaco di
Caltagirone. La scuola mi interessava più di ogni altro ramo
dell’amministrazione: non invano avevo insegnato per dodici anni al
seminario vescovile, ed avevo già fatte le prime battaglie per la
libertà della scuola.
Le mie gite a Roma erano frequenti allora, sia
per l’associazione nazionale dei comuni, della quale ero consigliere; sia
per gli affari del mio comune; così mi capitò di incontrare
presso amici la dottoressa Montessori che mi invitò a visitare la sua
scuola nel quartiere S. Lorenzo. Sapevo che sospetti di naturalismo avevano
ostacolato l’iniziativa; dopo un lungo colloquio decisi di visitare le
scuole e rendermi conto del tipo di scuola e delle ragioni del metodo.
Andai più volte a S. Lorenzo; il mio
interessamento si accrebbe di volta in volta; e Maria Montessori non
dimenticò mai il piccolo prete che per il primo aveva preso diretto
interesse alla sua iniziativa, l’aveva incoraggiata, ed aveva affermato
che nessuna pregiudiziale anticristiana fosse alla base di
quell’insegnamento; cosa che poteva essere introdotta in questo e in
altri metodi da maestri non credenti.
Da quel periodo iniziale non ebbi occasione di
rivedere la Montessori che più tardi, in qualche sua sosta a Roma, dopo
la fine della prima guerra mondiale, con rapidi incontri per conoscere i
progressi delle sue molteplici iniziative.
Poscia a Londra, il giorno di S. Luigi 21
giugno del 1925, in una casa religiosa di Fulham Road, mi vedo portare nella
mia stanzetta, un bel mazzo di garofani bianchi: erano della Montessori ed io
ignoravo ch’ella fosse nella stessa città. Mi si fece viva in
un giorno a me caro; in
un’ora di forte nostalgia, quando lontano dalla sorella e dagli amici, mi
venivano in mente le care feste dell’onomastico, in un paese dove
l’onomastico non si ricorda e di amici a Londra non ne segnavo allora che
pochi, anzi pochissimi.
Così ci rivedemmo; e si parlò
dell’Italia, soprattutto dell’Italia, e delle vicende nostre e
dello sviluppo del metodo Montessori nel mondo, e dei piani del futuro e
ricordammo la visita del prete caltagironese alla scoletta di S. Lorenzo.
L’alone di simpatia e di fiducia che
circondarono le varie iniziative all’estero della Montessori e la
diffusione del suo metodo, il premio Nobel, tutto servì a far mettere in
prima linea nel mondo la figura di questa italiana. La confrontavo con
un’altra italiana, maestrina, fondatrice di ordine religioso, allora
beata e poscia santa Francesca Saverio Cabrini, che l’America del nord stima
sua concittadina, e che ha fama anche presso il mondo protestante.
L’avevo conosciuta anch’essa personalmente, dieci anni prima di
aver conosciuto la Montessori, proprio per il mio interessamento alle scuola
infantili ed elementari, nel desiderio di avere a Caltagirone una casa delle
figlie missionarie del S. Cuore da lei fondate; così come avevo
desiderato aprirvi una scuola Montessori.
Le mie iniziative fallirono allora,
l’una e l’altra per mancanza di soggetti.
Mi son più volte domandato
perché da quarantacinque anni ad oggi, il metodo Montessori non sia
stato diffuso nelle scuole italiane. Allora come oggi, debbo dare la stessa
risposta: si tratta di vizio organico del nostro insegnamento: manca la
libertà; si vuole l’uniformità; quella imposta da burocrati
e sanzionata da politici. Manca anche l’interessamento pubblico ai
problemi scolastici; alla loro tecnica, all’adattamento dei metodi, alle
moderne esigenze. Forse c’è di più: una diffidenza verso lo
spirito di libertà e di autonomia della persona umana, che è alla
base del metodo Montessori. Si parla tanto di libertà e di difesa della
libertà; ma si è addirittura soffocati dallo spirito vincolistico
di ogni attività associata dove mette mano lo Stato; dalla economia che
precipita nel dirigismo, alla politica che marcia verso la partitocrazia, alla
scuola che è monopolizzata dallo Stato e di conseguenza
burocratizzata».
* * *
Ho inteso sin qui seguire con scrupolo
filologico i pensieri di don Luigi Sturzo a difesa della scuola libera. E a
questo punto non è certo cosa difficile vedere l’attualità
della sua soluzione razionale dei problemi che, ai
nostri giorni, affliggono la scuola italiana. Aveva ragione Adolf Loos a dire
che della verità non chiediamo la data di nascita e che non dobbiamo
lasciarsi abbagliare dalle menzogne che ogni giorno ci passano accanto.
Su di un fatto possiamo essere tutti
d’accordo: i guai della scuola di Stato, in Italia, non dipendono dalla
scuola non statale: la scuola non statale, da noi, non esiste quasi; e per quel
che esiste fa risparmiare ogni anno allo Stato qualche migliaio di miliardi. La
verità è che la scuola libera, in Italia, è solo libera di
morire. Negli ultimi anni si è spenta quasi una scuola libera al giorno.
Evitando il confronto con altri Paesi europei
- come l’Inghilterra, il Belgio, l’Olanda, la Germania -, vi invito
a riflettere solo sul fatto che in Costa d’Avorio la scuola non statale
occupa l’11% della scuola primaria e il 24% della scuola secondaria; in
Italia, la scuola non statale occupa il 6% della scuola primaria e il 5% della
scuola secondaria. In Giappone - nel Giappone dello scientismo - esistono 34
università cattoliche e circa 280 istituti superiori gestiti dai
cattolici. L’imperatrice del Giappone ha studiato in una università
cattolica. In Italia, dunque, vige un monopolio o quasi-monopolio statale
dell’istruzione. Ed è esattamente contro il monopolio statale
dell’istruzione che Sturzo ha puntato le sue argomentazioni critiche. Può uno Stato di diritto avversare la pretesa del monopolio o quasi-monopolio
nella gestione della scuola? Una pretesa del genere non è, piuttosto, un
tratto caratteristico dello stato etico? Tale pretesa - scriveva nel 1930
Sturzo nel capitolo 2 (Lo Stato totalitario) di Politica
e morale - è tipica degli stati totalitari,
dove si esige «la sottomissione intellettuale e morale completa»
allo Stato.
Va qui ricordato che non è dovuto
certamente al caso il fatto che le Costituzioni dei Paesi che si sono liberati
dal comunismo abbiano stabilito, senza possibilità di equivoci, la
libertà di scuola:
- la Costituzione ungherese (1989) all’art. 67,2 stabilisce che «i genitori devono
avere il diritto di scegliere il tipo di educazione che essi desiderano
assicurare ai loro figli».
- la Costituzione croata (1990) dice (all’art. 63) che «i genitori hanno il dovere
di allevare, sostenere e istruire i loro figli ed hanno il diritto e la
libertà di decidere autonomamente l’educazione da dare ai loro
figli».
- la Costituzione bulgara del 1991 (all’art. 47,1) recita che «la crescita e
l’educazione dei figli sino a quando questi raggiungano la maggiore
età è un diritto e un obbligo dei genitori; lo Stato offre le
risorse»;
- la Costituzione estone (1992) stabilisce (all’art. 37) che «i genitori devono
avere la decisione finale nella scelta educativa per i loro figli»;
- In Polonia c’è
stata, nel giro di pochi anni, una vera fioritura di scuole libere. Ma la
situazione maggiormente interessante è quella russa. In Russia la legge
sulla scuola del luglio 1992 rende possibile una espansione senza limiti delle
alternative educative, sulla base di stanziamenti governativi paritari per le
scuole statali e quelle libere.
* * *
Tutti coloro che, facendo molto chiasso, hanno
parlato e parlano di riforme necessarie per portare la nostra scuola al passo
con la scuola degli altri Paesi europei, non farebbero male a riprendere tra le
mani la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla libertà di
insegnamento del 1984, dove, tra l’altro, si
stabilisce che: «il diritto alla libertà d’insegnamento
implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere
possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario
e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento
dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali
a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza
discriminazione nei confronti dei gestori, dei genitori, degli alunni e del
personale».
E dal Parlamento Europeo passiamo al Partito
Popolare Europeo. Nel Programme d’action PPE 1999-2004 [(1er Projet) cap. 6 - par. 10] leggiamo: «La formazione è un
diritto fondamentale tanto individuale che sociale, di cui è
responsabile lo Stato e che deve essere accessibile ad ogni fanciullo
indipendentemente dal suo ambiente sociale. Poiché il PPE è
convinto che la realizzazione della società europea abbia luogo nella
libertà e che debba essere riconosciuta l’autonomia dei differenti
gruppi sociali, esso si schiera a favore della libera scelta del sistema di
formazione. La libera scelta della scuola deve essere una realtà. La
spesa dello Stato per l’educazione di ogni scolaro deve essere
indipendente dalla scelta dei suoi genitori. Lo Stato deve mettere a
disposizione di ogni scolaro una pari somma di denaro». Ciò - si
precisa nel Programma (par. 11) - in base al
«principio democratico-cristiano di sussidiarietà». E ancora
al par. 25: «In una società democratica e aperta, la libera scelta
della scuola è una realtà. Le scuole che si basano sull’iniziativa
privata rappresentano la libertà e la coscienza della
responsabilità di una società. I genitori dovranno avere la
libertà di scelta della scuola, quando siano convinti che essa risponde
nel modo migliore ai bisogni del loro figlio. Questo include le scuole private.
La possibilità di scelta tra scuole pubbliche e private non rappresenta
soltanto una promozione della concorrenza di qualità ma irrobustisce
anche l’interesse dei genitori nei confronti della scuola del loro figlio
e li legano pure alla vita quotidiana della scuola. Da qui, la conclusione che
è bene promuovere le istituzioni scolastiche fondate sulla iniziativa
non statale. La scelta della scuola non può in nessun caso, a motivo
della attribuzione dei mezzi, dar luogo a delle discriminazioni».
* * *
Purtroppo si stenta a capire che la
competizione - nella vita politica come in economia e come pure nella scienza -
è un’alta forma di collaborazione. E insieme a questo principio,
non saranno mai sopravvalutate la forza morale e l’efficacia politica del
principio di sussidiarietà - fissato in termini inequivocabili nella Quadragesimo
Anno (1931) di Pio XI: «Siccome non è
lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le
forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità,
così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta
società quello che dalle minori e inferiori comunità si
può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento
del retto ordine della società, perché l’oggetto naturale
di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare
in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle
ed assorbirle». Ribadito nella Pacem in Terris (1968) di papa Giovanni XXIII, il principio di sussidiarietà
torna nella Centesimus Annus (1991) di Giovanni
Paolo II, dove si afferma che «una società di ordine superiore non
deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore,
privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di
necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre
componenti sociali, in vista del bene comune».
E’ nel principio di
sussidiarietà che la scuola libera trova uno
dei suoi più consistenti fondamenti; e nel principio di competizione trova la base del suo migliore funzionamento.
* * *
La battaglia di Luigi Sturzo è stata
una battaglia contro il monopolio statale dell’istruzione. E chiare
appaiono le ragioni di questa sua battaglia: il monopolio statale
dell’istruzione rappresenta un continuo attentato alla libertà; contrasta con le più elementari norme della giustizia
sociale; distrugge l’efficienza della scuola.
Il monopolio statale dell’istruzione mette
in pericolo la libertà, giacché è
solo con la presenza della scuola libera che alle famiglie viene garantita la
possibilità di una reale alternativa sia sul piano dell’indirizzo
culturale, politico e religioso che sul piano della qualità e del
contenuto dell’insegnamento.
Il monopolio statale dell’istruzione,
oltre che liberticida, viola le regole della giustizia sociale: chi manda il
proprio figlio alla scuola non statale paga due volte, una volta con le imposte
- per un servizio che non riceve - e una seconda volta con la retta da
corrispondere alla scuola non statale. E pagare due volte l’istruzione
per i propri figli è un lusso che non tutti possono permettersi.
Né è possibile, in linea
generale, coniugare monopolio dell’istruzione ed efficienza della scuola:
ove manca la competizione, là regnano irresponsabilità e
corruzione; senza concorrenza, gli esiti prevedibili sono inefficienza,
servizio scadente e aumenti dei costi.
* * *
Le soluzioni che potrebbero riequilibrare le
sorti della scuola italiana nella direzione del principio di
sussidiarietà e di quello della competizione - in modo da migliorarne i
rendimenti e moralizzarne i comportamenti - sono due: una radicale, il buono-scuola; l’altra di valore quanto meno «terapeutico»: il credito
di imposta.
Il buono-scuola
non è altro che un mezzo vincolato di pagamento (voucher) che lo Stato mette a
disposizione dei contribuenti, perché questi possano spenderlo
liberamente sul mercato scolastico, decidendo a quale tipo di istituto, statale
o non statale, affidare l’educazione dei propri figli. Il valore del
buono si può determinare - tecnicamente - dal rapporto fra ciò
che lo Stato spende attualmente per un dato tipo di scuola e il numero di
studenti che frequenta quella stessa scuola. Il buono-scuola può
funzionare come uno strumento di “equalizzazione” delle
opportunità individuali; il buono-scuola è una carta di liberazione
per i poveri - con esso anche i meno abbienti potranno pagarsi le scuole
“dei ricchi” - oltre che come garanzia sul controllo di efficienza
delle diverse offerte scolastiche.
Il credito d’imposta consiste invece nella possibilità di detrarre
dall’imposta dovuta sul reddito le spese relative all’istruzione
dei propri figli, integralmente o almeno in parte. Non è molto rispetto
agli obiettivi di libertà e di giustizia sociale sui quali raddrizzare
le ormani croniche storture della scuola italiana, ma è certo un buon
passo avanti in questa direzione. Mentre ci sono ragioni per ritenere che nella
direzione della libertà, della giustizia sociale e dell’efficienza
non vada il sistema della convenzione. La
convenzione, comunque la questione venga considerata, consisterà sempre
in una sovvenzione (pagamento degli stipendi degli
insegnanti, pagamenti degli affitti e analoghe misure) che lo Stato o altro
ente pubblico concede a scuole non statali. La
verità è che: chi paga compra. Lo
sapeva bene un antico romano - Publilio Siro - che «beneficium
accipere libertatem est vendere».
* * *
Sturzo non tralasciò di rispondere alle
obiezioni avanzate da laicisti e statalisti contro l’introduzione di
linee di competizione all’interno del nostro sistema scolastico. E,
innanzi tutto, non ci sono ragioni - in uno Stato di diritto - per proibire
scuole confessionali, a patto che queste si inseriscano nel quadro dei valori
della società aperta (tolleranza, antirazzismo, solidarietà,
ecc.). Le diversità (di visioni del mondo, di valori scelti, ecc.) sono
l’essenza della società aperta.
Pericolosa per la società è la negazione delle diversità,
e non la loro aperta, leale e tollerante affermazione. Come sottolineato dal
card. Lustiger, il soffocamento della diversità è la prima causa
della sua violenta esplosione.
D’altro canto, una scuola non è
una scuola che indottrina per il semplice fatto di essere una scuola libera o
ad orientamento confessionale; ed una scuola non è critica e tollerante
per il semplice fatto che è statale. Le istituzioni sono come le fortezze;
resistono se è buona la guarnigione. E buone guarnigioni - come cattive
guarnigioni - possono operare in scuole libere come in scuole statali.
Si è detto e si ripete che, in regime di buono-scuola, non poche
famiglie non sarebbero in grado di scegliere la scuola adeguata per i loro
figli. Tale presa di posizione è offensiva; è un affronto alla
democrazia (elettori a diciotto anni, tanti italiani - uomini e donne -
sarebbero, ancora più avanti negli anni - incapaci di far la migliore
scelta per i propri figli). Ed è un’idea falsa, nella
generalità dei casi: anche nei paesi più sperduti della nostra
Penisola, pure la mamma meno colta e il padre più distratto sanno quale
è la maestra più brava, più disponibile, più umana;
e sanno quali sono i docenti più validi della locale scuola media.
L’interesse è sorgente di energia per la cattura delle
informazioni. In ogni caso, se un genitore sbaglia, sbaglia per suo figlio; i
politici possono sbagliare per intere generazioni.
Ed ecco una ulteriore obiezione che viene
ripetuta sino al fastidio: la scuola è un settore strategico; dunque non
può venir lasciata al «mercato». Ai sostenitori di una
siffatta posizione replichiamo in modo deciso e secco: proprio perché la
scuola è un settore strategico, essa va gestita con le regole del
mercato, mettendo in competizione scuole statali e scuole non statali. E
aggiungiamo: niente è più necessario del pane - quello del pane
è sicuramente un settore strategico-, eppure noi abbiamo il pane buono
ogni mattina, per la ragione che se un forno ci servisse male noi avremmo la
possibilità di servirci da un altro fornaio.
* * *
Sturzo non immaginava affatto di abolire la
scuola di Stato. La voleva riformare, migliorare - attraverso
la competizione. E va ribadito che quanti - seguendo
l’insegnamento di Sturzo - sono a favore dell’introduzione di linee
di competizione nel nostro sistema scolastico non sono contrari alla scuola di
Stato. La scuola di Stato, da noi, è un grande patrimonio - un
patrimonio che da più parti mostra segni di crisi - sintomi di quella
malattia grave che è lo statalismo. Lo
statalismo - scrive Sturzo - «è disordine, disarmonia,
sopraffazione, violenza nei confronti della personalità umana, rottura
dell’organismo statale; statalismo non è lo stato, ma è
contro lo stato»[1].
E lo ripeto: coloro i quali, sulla questione
della scuola seguono l’insegnamento di Sturzo, non sono contro la scuola
statale, sono contro lo statalismo, vale a dire contro il monopolio statale
dell’istruzione. Ed è per guarire la scuola da questa malattia che
pensiamo alla terapia della competizione. La competizione migliorerà
sia la scuola statale che la scuola non statale.
E’ ora di smetterla di credere valida l’equazione stando alla
quale: è buono solo ciò che è pubblico; è
pubblico solo ciò che è statale; è statale solo ciò
che può diventare preda dei partiti. E’
più pubblico, svolge un miglior servizio pubblico una efficiente scuola non statale oppure una scuola statale
inefficiente e sciupona?
Nessuna scuola sarà mai uguale ad
un’altra: un preside più operoso, insegnanti più preparati,
una segreteria più efficiente fanno la differenza. Nessuna scuola sarà mai uguale ad un’altra, ma tutte potranno migliorarsi ad opera di una aperta, leale, competizione. E
temono la concorrenza soltanto le scuole poco serie - siano esse statali o non
statali - e tutti coloro che, atterriti alla sola idea di dover competere con
colleghi eventualmente più preparati e con istituzioni meglio
organizzate, preferiscono vivere in nicchie ecologiche protette. Da ciò
segue che: lo statalista, proibendo la scuola non statale, fa del male alla
scuola statale. Ancora una volta: buone intenzioni lastricano le vie
dell’inferno. E senza che la competizione vivifichi dall’interno il
nostro sistema scolastico, questo non potrà competere con i sistemi
degli altri Paesi europei.
* * *
Non una sola volta Sturzo si è rivolto
contro i laicisti - «non importa il colore se liberali, radicali o
socialisti» - i quali parlano della scuola di stato «come il
non-plus-ultra della libertà d’insegnamento». Questi
laicisti, favorendo il monopolio scolastico dello stato, creano soltanto una
scuola burocratizzata, fossilizzata, inefficiente e sciupona.
E a tutt’oggi non è difficile
assistere ad irritate esplosioni di laicismo anticlericale, ormai fuori di
luogo e fuori di tempo, in base al quale si combatte la scuola non statale
«perché scuola dei preti». Posizioni del genere sono del
tutto insostenibili: i cattolici che lottano per la scuola libera lottano per
la più ampia libertà di insegnamento. E se qui non vanno
dimenticati i dati sulla percentuale di scuole non statali a conduzione laica,
in un confronto con i dati riguardanti le scuole cattoliche,
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Scuole laiche
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Scuole cattoliche
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Elementari
Medie inferiori
Medie superiori
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33,4
11,3
51,0
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66,5
88,6
49,0
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c’è poi da dire che sarebbe
davvero auspicabile che i cattolici, in Italia, fossero oggi in grado di
innescare una seria competizione tra scuole statali e scuole non statali. Tale
competizione andrebbe a beneficio dell’intero sistema scolastico nazionale.
Purtroppo, le cose non stanno così, giacché molti cattolici
rifiutano sia il sistema del buono-scuola che quello del credito
d’imposta e si limitano a invocare dei sussidi, sotto forma di
convenzione, in cui è il potere politico a stabilire chi debba essere
beneficiario o cliente di turno. La convenzione - come già precisato -
trasforma uomini liberi in cani al guinzaglio, e umilia istituzioni gloriose
riducendole a serbatoi di voti.
In ogni caso, negare l’esistenza di
scuole ad orientamento confessionale equivarrebbe a negare la
«società aperta». In Germania esistono scuole neutre e
scuole ad orientamento confessionale, protestanti o cattoliche. In Olanda sono
state aperte scuole induiste. Forse che la Germania e l’Olanda sono Paesi
meno democratici dell’Italia? La diversità di visioni del mondo e
di valori scelti sono l’assenza della società aperta. La
società aperta è chiusa solo agli intolleranti.
C’è chi, più in
particolare, ha scritto che l’istituzione di scuole confessionali
porterebbe a una balcanizzazione della società. A costui vorrei far
notare che la balcanizzazione si è proprio avuta in società dove
le scuole libere, comprese quelle confessionali, erano rigidamente proibite. E,
al termine Mi permetto di citare un breve brano di Friedrich A. von Hayek:
«A differenza del razionalismo della Rivoluzione francese, il vero
liberalismo non ha niente contro la religione e io non posso che deplorare
l’anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato
tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo»[2].
[1] L. STURZO, Il travaglio della D.C., Ed.
Politica Popolare, Napoli, 1959, p. 33.
[2] F.A. von HAYEK, Perché non sono un conservatore, in La società libera, trad. it.,
Vallecchi, Firenze, 1919; rist. come saggio a sé stante dalle edizioni
di Ideazione, a cura di L. Infantino, Roma, 1997, p. 47.
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