Acton Institute for the Study of Religion & Liberty

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La Vocazione Imprenditoriale*

Robert A. Sirico

 

Introduzione

C’è stato un tempo, in un passato non troppo lontano, in cui il pregiudizio era un atteggiamento sociale comunemente accettato. Tuttavia, gli stereotipi, che tipicamente funzionano come scorciatoie per la conoscenza, vengono oggi considerati offensivi. È così, anche se essi hanno il vantaggio di mostrare con immediatezza le caratteristica di un gruppo. Ad ogni modo, le persone non dovrebbero essere mai giudicate solo a partire dalle associazioni di cui fanno parte, ignorando la loro personalità e le loro qualità individuali. Tale tendenza è considerata giustamente biasimevole da chiunque abbia una qualche sensibilità morale.

Nonostante l’atteggiamento lodevole della cultura popolare contro il pregiudizio di ogni tipo, rimane un gruppo sul quale, anche se non ufficialmente dichiarata, è in corso un’aperta sfida: l’imprenditore! La prova evidente di questo pregiudizio si rintraccia in ogni direzione, particolarmente nelle forme di comunicazione popolari. Considerate, per esempio, alcuni classici della letteratura (diciamo, di Dickens[1] o di Sinclair Lewis[2]), i programmi televisivi (come Dallas o Dynasty), film (Sindrome Cinese, Wall Street, e alcune versioni di A Christmas Carol), i racconti a fumetti (come Doonesbury e Dilbert) e anche sermoni in cui gli imprenditori vengono rappresentati come avidi, immorali e spietati[3].

Nelle rare occasioni in cui gli opinionisti, specialmente i leader morali, si astengono dal denunciare il “rapace appetito” e il “consumo osceno e cospicuo di questi capitalisti”, il meglio che ci si possa aspettare è che le persone d’affari siano tollerate come un male necessario. La maggior parte dei nuovi editori, dei romanzieri, dei produttori cinematografici ed il clero sostengono che il commercio richiede una vasta e complessa rete di controlli per soddisfare i bisogni genuini dell’uomo. Anche gli amici del capitalismo presentano spesso lo stesso atteggiamento! I capi religiosi e i critici del mercato confondono spesso il pensiero economico con quello morale. Ciò è evidente, ad esempio, nel loro rifiuto di concedere qualunque riconoscimento morale all’opera imprenditoriale. Così, invece di lodare l’imprenditore come una persona di idee, un innovatore economico, un fornitore di capitale, mediamente, il prete pensa che le persone impegnate negli affari siano portatrici di qualche colpa. Perché? Per il fatto di possedere, controllare, o manipolare una percentuale sproporzionata del benessere “della società”.

Invece, gli imprenditori non dovrebbero essere criticati per il fatto di fare soldi e, tanto meno, dovrebbero essere trattati ingiustamente discriminati come vittime che meritano una speciale benedizione. Tuttavia, è anche vero che la professione che hanno scelto merita di essere legittimata dalla loro fede. Le persone devono cominciare a riconoscere il valore della professione imprenditoriale, la saggia amministrazione dei talenti e il contributo tangibile che gli imprenditori apportano alla società.

Le conseguenze del divario tra il mondo degli affari ed il mondo della fede sarebbero disastrose in entrambi i campi. Per il mondo degli affari significherebbe non riconoscere nessun valore più alto del contingente, del profitto e dell’utilità, che risulterebbero in quello che è stato descritto come capitalismo sanguinoso e selvaggio[4]. Ciò porterebbe ad una visione ridotta dei consumatori così come dei produttori, il cui unico valore sarebbe misurato in termini di utilità. Non ci vuole molta immaginazione per cogliere l’effetto che tali atteggiamenti avrebbero su una vasta gamma di norme sociali e civili. Dimenticando che l’impresa richiede intuizione e profondità di vedute, e non semplicemente un punto di riferimento trascendente che la diriga verso il bene totale della società, i critici di matrice religiosa ignorano l’implicita dimensione spirituale dell’impresa.

Alcuni moralisti[5] sembrano considerare la business ethics o come un ossimoro oppure come il tentativo di subordinare alle norme morali ciò che è intrinsecamente un meccanismo eticamente compromesso. Da questa prospettiva, l’etica e gli affari, fondamentalmente, sono in continua tensione tra di loro. Ad ogni modo, a mio avviso le cose stanno un po’ diversamente. Il poter lavorare con un gran numero di’imprenditori di successo, di aver effettuato ampie letture sia nel campo dell’etica, dell’economia e della realtà imprenditoriale, oltre ad una discreta quantità di meditazioni e preghiere su queste tematiche, mi hanno spinto a ritenere che ricercare l’eccellenza equivale al primo passo nella ricerca di Dio. Per dirla diversamente, la sete umana del trascendente è ciò che guida le persone a cercare l’eccellenza, tanto che lo riconoscano o meno. Ciononostante, l’eventuale inconsapevolezza non preclude il nostro iniziale impulso e la nostra intuizione a compiere uno sforzo (divino) nella giusta direzione; è anche il caso della capacità umana di tendere alla conoscenza. Diversi filosofi e teologi sostengono che la ricerca umana della conoscenza riveli che gli esseri umani sono ontologicamente orientati verso la verità[6]. La mente umana fu creata originariamente per avere un’immediata consapevolezza della verità. L’argomento principale di questo contributo è che il perseguimento dell’eccellenza, come la costituzione originaria, dischiude l’orientamento ontologico dell’umanità verso il più alto e supremo bene, cioè, la perfetta comprensione di Dio nei Cieli ( cf. 1 Cor. 13/12).

L’amministrazione dei talenti: il divario intellettuale tra i capi religiosi e gli imprenditori

Per le istituzioni e i capi religiosi è arrivato il momento di trattare l’attività imprenditoriale come una vocazione meritevole, cioè, come una chiamata alla santità. Tutti i laici svolgono un ruolo speciale nell’economia della salvezza, partecipando alla missione di animare la fede con i propri talenti ed in modo complementare. Ogni persona creata ad immagine di Dio è stata dotata di certe abilità naturali che Dio desidera che vengano coltivate e trattate come doni. Se il dono risulta essere un’inclinazione per gli affari, per il commercio o per l’investimento bancario, la comunità religiosa non dovrebbe condannare la persona a causa della sua professione. Sono in molti a scrivermi in risposta ai miei articoli su vari giornali economici, mi contattano persone dal profilo particolare. La storia che segue illustra un tipico incontro.

Una volta un uomo mi ha contattato per farmi sapere che aveva appena finito di leggere un mio articolo su Forbes. Mi ha detto che era stata un’esperienza tanto scioccante quanto emozionante. Scioccante, perché durante tutti gli anni di studio, di formazione cattolica e di pratica nella chiesa, non aveva mai sentito prima d’allora un prete parlare così argutamente delle responsabilità, delle tensioni e dei rischi inerenti la direzione di un’azienda. Si domandava come fosse possibile che in ciò che occupava così tanto la sua vita non ci fosse alcuna componente spirituale? Nel leggere quell’articolo si sentì confermato – per la prima volta - da un rappresentante religioso in un aspetto della sua vita per il quale spendeva la maggior parte del suo tempo e dei suoi sforzi: il mondo del lavoro.

La storia di quest’uomo rappresenta quella di molti altri. Molto spesso si tratta di individui di successo con profonde convinzioni morali e religiose. Tuttavia, tutti sperimentano una tensione morale, non perché quello che fanno è in qualche modo sbagliato, ma perché chi li dovrebbe guidare nella pratica religiosa non è in grado di afferrare le dinamiche delle loro vocazioni e, di conseguenza, di fornire una guida morale e una testimonianza rilevanti.

Queste persone rappresentano varie tradizioni cristiane, ed ognuna esprime la sensazione di essere stata privata dei diritti civili ed esclusa dalla propria chiesa. I capi religiosi mostrano generalmente poca comprensione della vocazione imprenditoriale, di ciò che essa richiede e di come essa contribuisca alla società. Sfortunatamente, tale ignoranza non li ha trattenuti dall’esprimere giudizi morali sulle questioni economiche e dal causare gravi danni allo sviluppo spirituale degli imprenditori. Ricordo un uomo in particolare, che si definiva un cristiano conservatore, il quale affermava di non praticare più le funzioni religiose perché si rifiutava di sedersi al banco con la sua famiglia e, in realtà, perché si sentiva giudicato a causa del suo acume nel concludere affari. Quante omelie critiche può ascoltare un piccolo proprietario d’azienda o un investitore finanziario prima che egli o ella si scoraggi e decida di dormire il sabato (secondo gli Ebrei) o la domenica (per i Cristiani)?

Michael Novak racconta un’altra esperienza, dimostrando la quasi impenetrabile resistenza che alcune porsonalità del clero mostrano nell’ammettere il potenziale morale della libera economia di mercato. La sua esperienza fa riferimento ad un convegno di carattere economico a cui partecipavano tanti preti latino americani. La conferenza si protrasse per parecchi giorni, durante i quali furono presentati vari casi persuasivi su come la libera economia sia capace di sottrarre i poveri dalla povertà attraverso i mezzi produttivi del mercato. I preti rimasero in silenzio fino al giorno finale della conferenza, e Novak ci offre un interessante resoconto di ciò che successe in seguito:

Nell’ultima sessione di quello che era stato un seminario proficuo, uno dei preti si alzò per dire che i suoi colleghi si erano riuniti la sera prima e lo avevano incaricato di fare una a nome loro, e così si espresse: “Abbiamo apprezzato molto questa settimana. Abbiamo imparato molto. Vediamo bene che il capitalismo è il mezzo più efficace di produrre ricchezza, e anche che la distribuisce più ampiamente e persino di quanto non facciano i sistemi che abbiamo in America Latina. Tuttavia continuiamo a pensare che il capitalismo sia un sistema immorale[7]

Perché esiste questo stato di cose? Perché è così comune che gli imprenditori non ascoltano niente di meglio dai capi religiosi di affermazioni che suonano come: “Bene, il modo per redimere te stesso è darci i tuoi soldi”? Perché molti di coloro che formano la coscienza morale del nostro mondo non colgono né il fondamento morale né i principi basilari del mercato?

Una ragione ovvia di questa ignoranza è la sorprendente mancanza in tutti i seminari della pur minima nozione di scienza economica. È raro trovare un singolo corso che spieghi i fondamentali principi economici, il complicato mondo del commercio, o delle dinamiche microeconomiche. I seminaristi sono abituati ad ascoltare durante la maggior parte dei corsi di etica sociale slogan vuoti di coloro che propongono una “teologia della liberazione”, essendo convinti che le nazioni ricche sfruttino quelle meno sviluppate, mantenendole così in uno stato di continua povertà[8]. In genere, questi argomenti sono portati avanti dai teologi che hanno una scarsa comprensione delle scienze economiche.

Lo Spartiacque Pratico tra i Capi Religiosi e gli Imprenditori

Oltre ad un deficit intellettuale ed accademico, c’è una sorta di spartiacque pratico tra le guide religiose e gli imprenditori per quanto riguarda il loro modo di intendere le operazioni del mercato. Questo perché i due gruppi tendono ad operare secondo differenti visioni del mondo ed impiegano modelli diversi nelle loro operazioni quotidiane. Si noti quanto siano tipicamente manifeste queste differenze. La domenica mattina nella maggior parte delle chiese viene passato un cesto per la raccolta di denaro. Il lunedì vengono pagate le bollette, serviti gli atti per la carità e pagati i tributi al servizio confessionale. Tuttavia, quando la raccolta regolarmente risulta scarsa, rendendo difficile il pagamento delle bollette, la maggior parte dei ministri predicheranno un sermone sulla responsabilità dell’amministrazione. Nelle menti di molti ecclesiastici, le decisioni economiche assomigliano al taglio una torta in fette uguali. Secondo quest’ottica la ricchezza viene vista come un’entità statica, il che significa che affinché qualcuno in possesso di una piccola fetta incrementi la sua parte della torta, qualcun’altro deve necessariamente riceverne un pezzo leggermente più piccolo. La “soluzione morale” che deriva da questo modello economico è la ridistribuzione della ricchezza, che potrebbe essere chiamata la moralità di Robin Hood.

Di contro, gli imprenditori operano secondo un modo di intendere il denaro e la ricchezza molto diverso. Essi parlano di fare soldi, non di raccoglierli; di produrre ricchezza, non di ridistribuirla. Gli imprenditori devono considerare i bisogni, le mancanze e i desideri dei consumatori, perché il solo modo per andare incontro ai loro bisogni pacificamente, senza fare affidamento sull’elemosina, è offrire in cambio qualcosa di valore. Queste persone, quindi, vedono il mondo del denaro come dinamico. Nel riferirsi al libero mercato come un’entità dinamica, è facile avere l’impressione che stiamo descrivendo un luogo o un oggetto. Invece, il mercato è realisticamente un processo, o una serie di scelte fatte da persone che agiscono indipendentemente e che attribuiscono valori monetari a merci e servizi. Questo processo di assegnare soggettivamente determinati valori è responsabile del processo di produzione della “ricchezza delle nazioni”, una frase che viene tipicamente associata al titolo dell’opera classica del diciottesimo secolo di Adam Smith[9], ma in realtà già presente nel Libro di Isaiah (60:5)[10]. La visione creativa delle scienze economiche assunta dagli imprenditori viene illustrata anche nelle Sacre Scritture.

Sfortunatamente, l’argomento trattato può essere frainteso come un’esortazione affinché la chiesa adotti in definitiva una mentalità di profitto e perdita riguardo alla sua missione, ma questa sarebbe una grave distorsione. Sono d’accordo sul fatto che la condivisione della ricchezza e delle risorse all’interno della pratica cristiana occupino un ruolo significativo. Con la loro visione trascendente, le comunità di fede riconoscono che alcune questioni non possono essere poste nel limitato calcolo dello scambio economico o valutate unicamente in termini di dollari e centesimi. È ugualmente vero, tuttavia, che per mantenere la credibilità nel mondo degli affari e della finanza, il clero deve innanzitutto comprendere i meccanismi interni dell’economia del mercato, poiché solo allora tale guida morale sarà di aiuto.

Ma c’è un altro fattore, piuttosto fuorviante, che contribuisce a quell’ostilità verso il capitalismo che si incontra frequentemente negli ambienti religiosi. Molti capi religiosi trascorrono gran parte della loro vita a combattere in prima persona contro la miserabile condizione della povertà. La povertà ci intristisce, ci fa arrabbiare e vorremmo porre fine ad essa. Questo sentimento è indiscutibilmente giusto, per non dire moralmente incombente sui Cristiani. Tuttavia, si sviluppa un problema quando questo sentimento si combina con l’ignoranza economica descritta sopra. Quando questo accade, il giusto grido contro la povertà si converte in una rabbia illegittima contro la ricchezza in quanto tale, come se quest’ultima creasse la prima. Mentre questa reazione è comprensibile, è tuttavia mal informata, e può condurre a delle reazioni esagerate. Le persone che reagiscono in questo modo sbagliano non riconoscendo che il miglioramento della povertà sarà raggiunto solo producendo ricchezza e proteggendo una libera economia.

La Proprietà dell’Oltraggio Morale

C’è una comprensibile resistenza morale all’immagine dell’impresa di successo se si presume che il motore di tale attività sia animato dall’avidità, dall’attitudine ad acquisire, dall’egoismo, o dall’orgoglio. La questione non è se alcuni imprenditori sono avidi o orgogliosi, ma se questi vizi rappresentano la norma per i professionisti dell’impresa? L’intento qui non è rendere plausibile il fatto che ci siano serie tentazioni associate alla ricchezza e al successo, ma giungere ad una valutazione più bilanciata del carattere morale degli imprenditori.

Per qualche ragione, i critici morali spesso si interessano ai guadagni personali degli imprenditori – come se la ricchezza stessa fosse in qualche modo ingiusta - ma perdono di vista i molti rischi personali a cui vanno incontro questi individui. Molto prima che questi imprenditori vedano un ritorno come frutto della loro idea o del loro investimento, devono affidare il loro tempo e la loro proprietà ad un destino ignoto. Essi pagano salari anche prima di conoscere se la loro previsione è stata accurata. Non hanno alcuna certezza di ottenere un profitto. Quando gli investimenti producono un profitto, molto di questo viene di solito reinvestito (sebbene un po’ vada alle opere di carità e alle istituzioni religiose). A volte gli imprenditori commettono errori di giudizio o di calcolo, e l’affare subisce una perdita finanziaria. La natura della vocazione è tale che gli imprenditori stessi devono accettare la responsabilità per le loro perdite senza scaricarne il peso sul pubblico. Dal momento che le condizioni economiche cambiano sempre, la persona con una genuina vocazione ad essere un operatore economico o un agente di cambio deve rimanere vigile.

Gli studiosi di scienze religiose dovrebbero chiedersi, quando il rischio economico rivela che una data operazione si è dimostrata un errore, se non sia meglio incoraggiare piuttosto che condannare. O le perdite economiche subite dai capitalisti dovrebbero essere viste come i loro giusti desserts? Perché non cogliere tali occasioni per estendere la comprensione e la cura pastorale? Sia che essi vincano o perdano, mettendo se stessi e la loro proprietà in gioco, gli imprenditori rendono il futuro un po’ più sicuro per noi tutti.

L’unicità dell’attività imprenditoriale risiede nel fatto che non necessita l’intervento di terzi affinché sia istitutiva e mantenerla, non necessita un programma o manuali di governo. Essa non esige prestiti a basso tasso d’interesse, un trattamento fiscale speciale o sussidi pubblici. Non richiede neanche una formazione specializzata o una laurea prestigiosa. La professione imprenditoriale è un’istituzione che si sviluppa organicamente dall’intelligenza umana situata nel contesto dell’ordine naturale della libertà. Coloro che hanno il talento, la chiamata e l’attitudine per la creatività economica sono obbligati ad intraprendere la vocazione imprenditoriale con lo scopo di produrre beni e servizi e fornire lavoro.

In verità, i doni che gli imprenditori offrono alla società in genere vanno al di là di quello che essi stessi o gli altri possono comprendere appieno. Gli imprenditori sono la fonte di bene sociale e spirituale più di quanto venga loro generalmente riconosciuto, ma questo non significa sottovalutare la funzione di un pastore nel fornire una direzione spirituale (con pesante rimprovero per il fallimento morale) e nel raccomandare quali siano le priorità, consigliando di non trascurare lo sviluppo della propria famiglia e lo sviluppo spirituale a causa dell’eccessivo lavoro. Il clero deve ricordare a tutte le persone la gravità del peccato e richiamarle alla virtù, il che significa che esso deve contrapporsi agli imprenditori quando questi si smarriscono. Per essere autentica, questa direzione spirituale deve essere fondata sulla comprensione di ciò che il giudaismo e il cristianesimo hanno tradizionalmente inteso per peccato, non velato da alcuna ideologia economica “politicamente” o “teologicamente corretta” mascherata da teologia morale.

Per molti capi religiosi questa è una transizione difficile da fare, soprattutto perché la loro tradizionale cornice religiosa per la comprensione della produttività economica si è sviluppata in un mondo pre-capitalistico. È un’impresa ardua tradurre ed applicare l’insegnamento sociale cristiano pre-moderno all’ambiente dinamico di un mondo moderno, post agrario, post industriale, e adesso, post comunista. È difficile soprattutto perché, mentre la natura umana non cambia, il contesto in cui essa esiste è radicalmente diverso da quello tipico delle culture e società in cui i principi della teologia morale si svilupparono per prima[11].

Imprenditori ed economisti: lite familiare o rivalità fraterna?

La teoria economica stessa ha avuto a lungo delle difficoltà a comprendere, anche da un punto di vista terminologico, la natura dell’attività imprenditoriale, probabilmente perché non si adatta bene alle equazioni e ai grafici econometrici che rappresentano l’economia come una grande macchina. L’attività imprenditoriale è troppo umana per essere compresa solo attraverso la scienza. È qui che la religione può essere d’aiuto nel riconciliare tali persone con la vita della fede. I capi religiosi devono cercare di comprendere gli imprenditori ed incoraggiarli ad usare i loro doni nel contesto della fede. Naturalmente, con la ricchezza arrivano le responsabilità, e Giovanni Paolo II insiste sul fatto che anche la decisione di investire ha una inevitabile dimensione morale[12]. Allora gli imprenditori, correndo i rischi, servendo il pubblico ed espandendo la torta economica per ognuno possono essere enumerati tra i più grandi uomini e le più grandi donne di fede della Chiesa.

I capitalisti anti-capitalisti

Persino più imbarazzante del pregiudizio anti-capitalista tra gli ecclesiastici è il pregiudizio che si trova tra gli stessi capitalisti! Nel tentativo scriteriato di raggiungere un alto livello di “responsabilità sociale” per le loro società, alcuni imprenditori hanno ceduto a false vedute del mercato. Pur creando ricchezza per la società attraverso le loro aziende di successo, essi sostengono simultaneamente delle cause antitetiche alla crescita economica, alla libera impresa, e alla libertà umana. Perché la retorica della “responsabilità sociale imprenditoriale” sembra avere tale pregiudizio anticapitalistico? Nel mezzo degli anni ‘90 divenne sempre più evidente che alcuni CEO stavano usando le loro società per dar vita a politiche interventiste, con la scusa della responsabilità sociale dell’impresa. Questo può essere visto in particolare nei casi della Patagonia, Inc., dei gelati Ben & Jerry, e nella catena di cosmetici Body Shop.

Yvon Chouinard è il fondatore di Patagonia, Inc., produttori di successo di abiti sportivi adatti all’aperto. Chouinard disse al Los Angeles Times che poteva “sedersi a tu per tu con il presidente di qualsiasi compagnia, ad ogni momento, in ogni luogo, e convincere [ lui o lei ] che la crescita è un male”. Le sue parole, infatti, si accordano con le sue azioni. Nel 1991 la compagnia inviò una lettera ai suoi negozianti, annunciando che stava limitando “la crescita interna” per ragioni “economiche e morali”. “Ci siamo presi una pausa pubblica a favore di un consumo più razionale per giovare all’ambiente” si leggeva nella dichiarazione. Ma, come riportò il corrispondente Kenneth Bodenstein del Los Angeles Times, la situazione nel 1991 era abbastanza diversa dalle dichiarazioni pubbliche di Chouinard. Non si trattava del fatto che Patagonia limitava “la crescita interna” per mantenere un alto livello di responsabilità sociale. “La compagnia in realtà licenziò il 30% del suo personale, non perché fosse in seri guai finanziari, ma perché la ricchezza personale di Yvon Chouinard era minacciata”. È interessante che, nella valutazione di Bodenstein, la situazione risultò tale a causa di decisioni economiche poco accorte, come quella per cui Chouinard “si era circondato di amministratori poco esperti”[13].

In verità, il caso Patagonia è abbastanza singolare. Chouinard dona l’1% delle vendite totali di Patagonia ai gruppi ambientalisti, incluso ad uno conosciuto come “Earth First!”, un’organizzazione che ha acquistato notorietà per il suo sabotaggio di macchinari per il taglio del legname e per il disprezzo nei confronti dei diritti di proprietà privata. Patagonia sostiene anche la pianificazione delle nascite che sostiene la possibilità di abortire sulla base del fatto che un incremento della popolazione rappresenta una minaccia per il futuro benessere del pianeta. Chouinard desidera che la sua compagnia sia un esempio morale brillante per il mondo imprenditoriale. Il suo motto è che “Se possiamo prendere il fine radicale e dimostrare che per noi sta funzionando, le compagnie più conservatrici muoveranno quel primo passo. E un giorno anche loro diventeranno buone aziende”.

Gli imprenditori di gelati Ben Cohen e Jerry Greenfield, famosi come Ben & Jerry, sebbene di enorme successo come imprenditori, promuovono pesanti controlli ambientali. Cohen e Greenfield sono stati i capi del movimento contro la produzione dell’ormone bovino della crescita, una sostanza che, se iniettata nelle mucche, può aumentare la produzione di latte del 15%. Essi si oppongono alla sostanza su basi economiche, perché credono che essa sia una minaccia per i produttori di latte su piccola scala. Tuttavia, l’ormone, che fu approvato dalla Food and Drug Administration il 4 Agosto 1997, abbasserebbe anche il prezzo del latte, cosa che sarebbe di particolare aiuto alle famiglie povere, se non ai produttori di gelati.

Il Body Shop, la catena di negozi di cosmetici con una tendenza ambientalista, è stata un’accesa sostenitrice dei diritti degli animali e di altre cause della sinistra. La fondatrice e direttrice della società, Anita Roddick, è una sostenitrice del mondo imprenditoriale che si è autonominata, rimproverando gli imprenditori che non “stanno facendo la propria parte.” “ Non sto parlando di persone che stanno giusto racimolando di che vivere… Sto parlando di persone che hanno ampi, ampi profitti”, disse all’ Arizona Republic. “Sapete, questi CEOs con compensi più grandi del prodotto nazionale lordo di alcuni paesi Africani[14].

Ci sono numerose aziende gestite da radicali, che prima di diventare imprenditori condividevano gli ideali degli anni ‘60 e che cercano di riconciliare il loro successo nel mondo degli affari con gli ideali della giovinezza. Tutti, inclusi gli imprenditori, hanno il diritto di sostenere una data causa, come ogni consumatore ha il diritto di non appoggiarla, boicottando i loro prodotti. Ma il modello di questi imprenditori mostra un’incoerenza interna e appare come un tentativo di penitenza per i “peccati” capitalisti, che in realtà non sono per nulla peccati.

Questi capitalisti penitenti castigano gli affari che non restituiscono molto alla società. Un senso di colpa, che potremmo definire fuori luogo, ha offuscato la loro comprensione riguardo al modo in cui i loro affari contribuiscono al bene della società – indipendente dall’attivismo sociale. Patagonia produce merci sportive di alta qualità. Ben & Jerry offrono dei gelati di qualità superiore. Il Body Shop vende cosmetici completamente naturali a basso prezzo. Ognuna di queste aziende soddisfa milioni di persone, fornendo buoni prodotti per i consumatori, oltre al lavoro e ad opportunità di investimento. Il loro successo di mercato non ha, e non dovrebbe, aver bisogno di essere giustificato attraverso il sostegno a cause che chiamerei antimercato.

Il cinico potrebbe insinuare che tali atteggiamenti non sono altro che trucchi di marketing. I CEO socialmente consapevoli come Chouinard, Cohen e Greenfield, e Roddick hanno impacchettato l’idealismo del 1960 e lo stanno vendendo per profitto. Quando comprate una pinta di gelato Ben & Jerry al gusto “Rain Forest Crunch”, potete sentirvi bene nel contribuire a salvare una foresta. Gli slogan politici di sinistra che ornano le concessioni del Body Shop sono parte dell’immagine dei cosmetici “socialmente responsabili” per i giovani. Le pubblicità della Benetton che presentano profilattici colorati vendono la causa della promiscuità insieme ai tradizionali cardigan. Quelle aziende come Patagonia, inc., Ben & Jerry’s, Body Shop, e così via, vendono un confuso senso di superiorità morale. Gli imprenditori, servendosi di slogan politicamente corretti, possono credere che nonostante il loro successo materiale, restituiscono qualcosa al mondo. Allora le loro campagne di “responsabilità sociale” diventano spesso una ricetta irresponsabile della rovina economica.

Queste aziende, ed altre come loro, certamente traggono profitto associandosi alle cause dei partiti di sinistra. Intanto, esse sostengono controlli ambientali molto stretti, limitazioni alla crescita degli ormoni approvata dalla Food and Drug Administration e atteggiamenti permissivi verso la condotta sessuale che fanno sì che i contribuenti paghino eccessivamente per proteggere l’ambiente e promuovere nuovi regolamenti e programmi sanitari che inibiscono coloro che potrebbero diventare imprenditori. Possiamo approvare l’azienda quando questa sostiene le carità che sollevano le persone dalla povertà o acquista terreni da preservare o ricerca cure per le malattie; cause legittime non ostacolano il mercato né obbligano lo stato ad intervenire per risolvere i problemi sociali. Tuttavia, il capitalismo non ha bisogno di membri della sinistra dominati dal senso di colpa che flagellano se stessi e gli altri per il fatto di aver avuto successo negli affari. Piuttosto, il capitalismo ha bisogno di più imprenditori che comprendano che il più grande contributo sta nel fare profitto, ampliare le opportunità di lavoro, promuovere investimenti, incrementare la prosperità – facendo ciò in un modo che promuova una cultura moralmente sana, stabile e virtuosa. La giusta risposta morale al successo capitalista è sia la lode al Creatore, che ha fornito il mondo materiale come un dono per tutti, che il sostegno al sistema economico che permette alla prosperità di diffondersi. Piuttosto che fare inutile penitenza, gli imprenditori come Chouinard, Cohen, Greenfield, e Roddick dovrebbero studiare le scienze economiche di base (per non dire una salda teologia morale).

La teologia del dominio e Ideologia Economica

Fin qui abbiamo discusso del ramo aberrante del pensiero teologico secondo cui “la ricchezza è un male” tenuta in considerazione da così vasta parte del clero e anche da qualche imprenditore. Tuttavia, c’è un secondo ramo che proviene dalla stessa radice, ma segue un’opposta tendenza. Ciò si evince da quella che viene chiamata teologia del dominio o ricostruzione cristiana[15]. Formulata in risposta alla teologia della liberazione e alla sinistra evangelica, i teologi del dominio insistono sul fatto che la Bibbia non fornisce solo il programma per strutturare ogni aspetto della società, ma che i cristiani acquisendo una più piena comprensione della Bibbia, prenderanno progressivamente il dominio sulla società, cosa che alla fine li consentirà di entrare nel regno di Dio. Secondo questa teoria, i cristiani raggiungeranno un dominio globale, pertanto, adottando volontariamente il programma economico e sociale rilevato nelle Sacre Scritture. Il teonomista Gary North sostiene che l’applicazione di questi principi nel tempo renderà i cristiani naturalmente ricchi, rendendoli capaci di procreare efficacemente e prolificamente[16]. Così, diventando sempre più ricchi, numerosi e potenti, i cristiani assumeranno il controllo sulla società. C’è una correlazione naturale, o così sembra, tra la razionalizzazione della ricchezza personale da parte del teonomista e il cosiddetto vangelo della prosperità popolare nel neopentecostalismo. Coloro che propongono la prosperità del vangelo, conosciuto anche come il vangelo del benessere e della ricchezza, credono che Dio voglia che tutti i cristiani siano pieni di salute e di ricchezza e che ci esistano certe “leggi della prosperità” che, se applicate correttamente, producono inevitabilmente questi risultati[17]. Coloro che sostengono questo punto di vista considerano la ricchezza come un segno della benedizione di Dio e avvertono che la povertà economico è un segno del peccato. Craig Gay afferma con esattezza che la logica della teologia del dominio e quella del vangelo della prosperità si fondono:

Nel senso che, quindi, la teologia del dominio si spinge notevolmente avanti, suggerendo che le aspirazioni individuali alla ricchezza si adattano all’interno di una cornice escatologica che le legittima ulteriormente. Dalla prospettiva del ricostruzionismo cristiano, il fallimento dei cristiani nel diventare ricchi non è semplicemente un’indicazione della mancanza di fede, ma pospone in verità la venuta del regno di Dio[18].

Mentre i teologi del dominio affermano correttamente l’importanza dell’economia del libero mercato, essi sposano anche un’opinione sbilanciata e antibiblica riguardo al mandato culturale, alla teologia della creazione, all’escatologia, e al regno di Cristo. Tali eccessi teologici potrebbero essere compresi se i partigiani tanto della sinistra quanto della destra, nel discutere di determinate questioni, consultassero (più frequentemente) la storia del pensiero cristiano.

La professione imprenditoriale come vocazione spirituale

Implicitamente, e a volte esplicitamente, i parrocchiani sostengono che l’unica chiamata reale consista in qualche attività nella chiesa durante il dopo lavoro. Secondo questa prospettiva, le persone laiche non hanno realmente una vocazione, sebbene facciano del loro meglio, date le circostanze. Nel 1891, il diritto canonico offrì una semplice ma importante definizione della persona laica: “Laico: non clericale.”[19] Da allora, specialmente sotto l’influenza del Concilio Vaticano Secondo, è emersa una visione più positiva, una visione che scandaglia le profondità degli obiettivi missionari di Dio sia dentro che fuori la chiesa[20].

Esiste un modo alternativo di vedere il dono dell’acume per gli affari che ci permette di afferrare il suo potenziale spirituale e morale. Un imprenditore è uno che connette il capitale, il lavoro e i fattori materiali necessari per produrre merci o servizi. Michael Novak ha sostiene che la creatività dell’imprenditore è simile all’atto creativo di Dio narrato nel primo capitolo della Genesi. In questo senso, l’imprenditore partecipa al mandato culturale originario per dominare la terra che Dio diede ad Adamo ed Eva[21]. La vocazione imprenditoriale è una chiamata sacra come quella di essere genitore, anche se non è altrettanto sublime.

Per molti anni ho partecipato a programmi formativi pensati per insegnare ai seminaristi l’importanza della economia liberale e le responsabilità dell’imprenditore. Per molti di questi studenti, le idee presentate conducono ad esperienze rivelatrici. Gli studenti scoprono che il sistema del libero mercato consiste nell’espandere la torta, trovando modi più efficaci di servire gli altri, e di fornire alle persone posti di lavoro ed opportunità di investimento. Essi scoprono che l’abisso che separa la prosperità e la moralità non è più insuperabile.

In questi seminari, io menziono spesso lo straordinario libro di George Gilder Wealth & Poverty[22]. A mio avviso si può anche discutere sul fatto che Gilder sia in un certo senso un imprenditore intellettuale. In molti ritengono che il libro Wealth & Poverty di Gilder abbia fornito la forza intellettuale dietro la rivoluzione del 1980 perché esso spinse gli economisti e coloro che fanno politica a considerare per la prima volta come la politica del governo, specialmente nell’area fiscale, influenzi le scelte umane. La popolarità di questo libro illustra bene come qualcuno al di fuori dell’accademia può esercitare una rilevante influenza sulla vita economica americana. Ad ogni modo, secondo la mia opinione, Gilder compì qualcosa di molto più importante attraverso la sua insistenza sul fatto che l’attività imprenditoriale è una professione moralmente degna.

Gilder considera gli imprenditori tra i gruppi più equivocati e sottostimati nella società. In quanto sognatori con piglio pratico, gli imprenditori combinano le virtù classiche e cristiane per far avanzare i propri interessi e quelli della società. Gilder pensa che sia un errore associare il capitalismo all’avidità. Associare il capitalismo con l’altruismo sarebbe molto più esatto[23]. Quando le persone accettano la sfida di una vocazione imprenditoriale, esse hanno deciso implicitamente di andare incontro ai bisogni degli altri grazie alle merci e ai servizi che producono. Se gli investimenti dell’imprenditore producono profitto, questi devono essere “diretti agli altri”. Gli imprenditori in un’economia di mercato non possono essere nel contempo egoisti e di successo[24].

Il capitolo finale di Wealth & Poverty è probabilmente l’ultimo ad essere letto, ma il più cruciale di tutto il libro. Qui Gilder presenta la teoria secondo la quale la professione imprenditoriale è un atto di fede, un atto inevitabilmente religioso[25]. Fondendo la tradizionale morale cristiana con una celebrazione della crescita e dello scambio, ci aiuta a comprendere come la conoscenza e la scoperta siano elementi essenziali di un’impresa. Molto prima della pubblicazione di Wealth & Poverty di Gilder, un’intera scuola di economia politica è cresciuta intorno all’intuizione di Joseph Schumpeter riguardo all’attività imprenditoriale. Secondo Schumpeter, fu tale attività – più che ogni altra istituzione – che impedì al torpore economico e tecnologico di ritardare la crescita economica. Egli pensava che la funzione degli imprenditori

fosse riformare o rivoluzionare il quadro produttivo sfruttando un’invenzione o, più generalmente, una possibilità tecnica finora trascurata di produrre una nuova merce o di produrre in modo nuovo una merce vecchia, aprendo una nuova sorgente di rifornimento delle materie prime o un nuovo sbocco ai prodotti, riorganizzando un’industria, ecc[26].

Gli imprenditori, come gli agenti di cambio, incoraggiano l’economia ad adattarsi agli incrementi di popolazione, al variare delle risorse dei bisogni e dei desideri del consumatore. In assenza degli imprenditori, saremmo costretti a fronteggiare un mondo economico statico, non distante dalle paludi stagnanti che il socialismo ha portato nell’Europa Centrale.

L’analisi economica che ha le sue radici nell’opera di Schumpeter insegna che gli imprenditori sono impresari, sognatori che organizzano numerosi fattori, corrono dei rischi e combinano le risorse per creare qualcosa di più grande della somma delle parti[27]. Gli imprenditori guidano l’economia anticipando i desideri del pubblico e creando nuovi modi di organizzare le risorse. In breve, si tratta di uomini e di donne che creano posti di lavoro, riducono la sofferenza umana, scoprono e applicano nuove cure, portano cibo a coloro che non ne hanno, ed aiutano i sogni a diventare realtà.

Il caso biblico di attività imprenditoriali

Quelli che considerano la vocazione imprenditoriale un male necessario, che vedono il capitale di rischio e i profitti con aperta ostilità, dovrebbero rendersi conto che la Sacra Scrittura presta ampio sostegno all’attività imprenditoriale. La Bibbia ci insegna le verità eterne, ma fornisce anche lezioni pratiche per le questioni terrene. In Matteo 25:14-30, troviamo la Parabola dei Talenti. Come in tutte le parabole, il suo significato è stratiforme. Il senso eterno ci insegno il modo in cui dovremmo usare il dono della grazia ricevuto da Dio. Riguardo al mondo materiale, si tratta di una storia sul capitale, sull’investimento, sull’attività imprenditoriale, e sul corretto uso delle risorse economiche. È una esplicita smentita delle tesi di coloro che insistono sul fatto che il successo negli affari e il vivere da cristiani sono in contraddizione. Quello che segue è il brano della Parabola dei Talenti con un commento che applica i principi presi dalla parabola alla vocazione imprenditoriale.

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così, anche quello che ne aveva ricevuti due ne guadagnò altri due. Colui, invece, che aveva ricevuto un solo talento andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Gli rispose il padrone: Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi, poi, colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Gli rispose il padrone: Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto, infine, colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infin gardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli, dunque, il talento, e datelo a chi ne ha dieci. Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti

Commento.

Questa è una storia che molti capi religiosi non applicano spesso alla vita reale. Quando le persone pensano alle parabole di Gesù, la Parabola dei Talenti non è di solito la prima che viene in mente. Forse perché la maggior parte dei capi religiosi difende un’etica in cui il profitto è sospetto e l’attività imprenditoriale è guardata in cagnesco. Ma la storia poc’anzi riportata fornisce un significato etico immediatamente chiaro, per non menzionare anche lezioni più profonde per comprendere la responsabilità economica e la giusta amministrazione.

La parola talento in questa parabola ha due significati. In primo luogo si tratta di un’unità monetaria, forse persino la più grande denominazione al tempo di Gesù. Gli editori del Nuovo Commento della Bibbia sono d’accordo che un talento era il nome per una grande somma di denaro, che in termini moderni sarebbe equivalente a parecchie migliaia di dollari[28]. Così sappiamo che la somma data ad ogni servo era considerevole. In secondo luogo, interpretata estensivamente, talento si riferisce a tutti i vari doni che Dio ci ha dato da coltivare e moltiplicare. La definizione comprende tutti i doni, incluse le nostre abilità naturali e le risorse così come la salute, l’istruzione, i possedimenti, il denaro, e le opportunità.

Non pretendo di costruire da questa parabola un’intera etica per il capitalismo. Far ciò significherebbe commettere un grossolano errore esegetico e storico, simile a quelli commessi dai teologi della liberazione e del dominio. Allora, una delle lezioni più semplici da trarre da questa parabola è come usare le capacità e le risorse che Dio ci ha dato. Ritengo che ciò debba essere parte di un’etica che guidi l’attività economica e le decisioni da prendere sul mercato. In un certo senso, così come il padrone si aspettava che suoi servi ponessero in essere un’attività produttiva, Dio vuole che noi usiamo i nostri talenti per scopi costruttivi. Possiamo constatare che partendo per il suo viaggio, il padrone permette ai suoi servi di decidere sul miglior investimento. A questo riguardo, essi hanno piena libertà. Infatti, il padrone non comanda loro di investire in modo proficuo; invece, presume semplicemente la loro buona volontà e il loro interesse per la sua proprietà. Data questa implicita fiducia, è più facile comprendere l’evidente disgusto del padrone nei confronti del servo improduttivo. Non è tanto la sua mancanza di produttività ad offendere il padrone, quanto l’atteggiamento che egli mostra verso il padrone e la sua proprietà. Si può immaginare il ragionamento del servo: “Non terrò questo talento a portata di mano, così non dovrò averci a che fare, non sarò tenuto a controllarlo o esserne responsabile.” Leopold Fonck osserva, “Non è solo il cattivo uso dei doni ricevuti che rende colpevoli agli occhi di Dio, ma anche il non uso”[29] Il padrone invitò ognuno dei servi diligenti a rallegrarsi con lui, una volta che essi avevano mostrato di essere produttivi. Essi furono generosamente ricompensati; anzi, il padrone diede il talento del servo ozioso a quello che ne aveva dieci.

La parabola dei Talenti, tuttavia, presuppone una conoscenza particolare della giusta amministrazione del denaro. Secondo la legge rabbinica, seppellire era considerato come la migliore sicurezza contro i ladri. Se una persona a cui veniva affidato del denaro lo seppelliva appena ne prendeva possesso, sarebbe stata libera dalla responsabilità. Per il denaro tenuto semplicemente in una borsa, era vero il contrario. In questo caso, la persona aveva la responsabilità di coprire ogni perdita dovuta alla natura irresponsabile del deposito[30]. Allora nella Parabola dei Talenti, il padrone incoraggiava a correre il rischio, ritenendo ciò ragionevole. Egli considerava il seppellire il talento – declinando dunque ogni responsabilità - una cosa sciocca perché riteneva che il capitale dovesse procurare il ritorno di una ragionevole cifra. Secondo questo modo di intendere le cose, il tempo è denaro (un altro modo di parlare di interesse).

Una seconda lezione critica dalla parabola è questa: non è immorale trarre profitto dalle proprie risorse, dal proprio ingegno, e dal proprio lavoro. Sebbene scriva per un pubblico ed un contesto interamente diversi, l’economista austriaco Israel Kirzner usa il concetto di prontezza imprenditoriale per mostrare il significato di coltivare le proprie abilità naturali, il proprio tempo, e le risorse. Basandosi sul lavoro di Ludwing von Mises, Kirzner riconosce che cercando nuove opportunità e impegnandosi in attività finalizzate ad un obiettivo, gli imprenditori si sforzano “di perseguire efficacemente degli obiettivi, una volta identificati chiaramente scopi e mezzi, ma anche con la guida e la vigilanza di cui c’è bisogno per identificare per quali fini sforzarsi e quali mezzi sono disponibili”[31]. Senza esagerare sulla somiglianza tra il concetto di Kizner e la Parabola dei Talenti, sembra esserci una connessione naturale tra la scoperta delle opportunità imprenditoriali e l’ammonizione del padrone (del Signore) ad essere vigili del suo ritorno e custodi della sua proprietà in Matteo 25. Dunque, riguardo al profitto, la sola alternativa è la perdita, che, nel caso del terzo servo, costituisce una scarsa amministrazione[32].Tuttavia, la resa volontaria della ricchezza, come l’elemosina o, nella forma più radicale, la rinuncia al diritto di possesso della proprietà (come nel tradizionale voto di povertà fatto dai membri di certi ordini religiosi)[33], non dovrebbe essere confusa con la perdita economica. Nel primo caso un bene legittimo è dato in cambio di un altro a cui si è stati unicamente chiamati. Nel secondo caso, fallire deliberatamente in un’azione economico, o ottenere un risultato simile per pigrizia, significa mostrare mancanza di rispetto per il dono di Dio e per la responsabilità amministrativa.

Tuttavia, dobbiamo distinguere, in maniera appropriata, da una parte l’obbligo morale ad essere economicamente creativi e produttivi, dall’altra l’impiego prudente e magnanimo del proprio talento e delle risorse. È chiaro dalla nostra discussione della parabola dei Talenti e sul mandato culturale presente in Genesi 1 che per dominare la terra, le persone hanno bisogno di fare attenzione alle possibilità di cambiamento, sviluppo, e investimento. Inoltre, poiché gli uomini creati ad immagine di Dio sono stati dotati di ragione e libero arbitrio, le azioni umane implicano necessariamente una dimensione creativa. Dunque, nel caso del terzo servo che sotterrò il suo unico talento, furono il non uso della sua abilità e l’incapacità di essere attento alle opportunità future, che impedirono ogni ritorno produttivo del denaro del padrone e che lo portarono ad essere severamente castigato. Credo non esista una più chiara illustrazione dell’uso prudente del proprio talento e delle proprie risorse per il bene di tutti di quella dei monaci dei monasteri medievali circestensi. Invero, i monasteri erano governati da una costituzione religiosa che divideva ogni giorno del monaco in momenti dedicati alla preghiera, alla contemplazione, all’adorazione e al lavoro, e la quantità di tempo disponibile per le attività produttive era strettamente regolato. Questo rigore, insieme all’enfasi tipicamente monastica sull’autosufficienza, secondo Ekeliund, spingeva i monasteri a sviluppare tecniche di produzione agricola più efficienti, che fornivano un incentivo naturale ad abbracciare lo sviluppo tecnologico. In aggiunta all’antico e frequente uso dei mulini, i monaci Cistercensi sperimentarono anche piante, terreno, allevamento di bestiame, mostrando di saper usare la creatività donata loro da Dio in modo saggio e produttivo per accumulare denaro per il monastero e per aiutare i poveri[34].

Le scienze economiche mostrano che il tasso di profitto sul capitale nel lungo periodo tende ad uguagliare il tasso di interesse. Il tasso d’interesse, dal canto suo, è il pagamento dato per rimandare il consumo presente per il consumo futuro (chiamato qualche volta il tasso di preferenza temporale). Per il padrone nella parabola di Gesù, non si trattava semplicemente di recuperare il valore originario del talento; piuttosto, egli si aspettava che il servo aumentasse il suo valore attraverso la partecipazione all’economia. Anche un livello minimo di partecipazione, come il tenere il denaro in un conto corrente, avrebbe fruttato un piccolo tasso di interesse sul capitale del padrone. Seppellendo il capitale nel suolo si sacrifica anche quella minima somma di interesse, che fu ciò che fece irritare il padrone per l’indolenza del suo servo.

Nel libro della Genesi, leggiamo che Dio diede la terra con tutte le sue risorse ad Adamo ed Eva. Adamo mescolò il suo lavoro con il materiale grezzo della creazione per produrre merci fruibili dalla sua famiglia[35]. Similmente, il padrone nella parabola dei Talenti si aspettava che i suoi servi usassero le risorse a loro disposizione per aumentare il valore di ciò che egli possedeva. Piuttosto che preservare passivamente quello che era stato dato loro, i due servi fedeli avevano investito il denaro. Il giusto risentimento del padrone era per il timore del servo che aveva ricevuto un talento. Attraverso la sua parabola, Dio ci ordina di usare i nostri talenti in modo produttivo. Credo che l’enfasi principale della parabola sia sul bisogno di lavoro e creatività e il rifiuto dell’ozio.

Conclusione

Nel corso della storia le persone hanno cercato di costruire istituzioni che massimizzassero la sicurezza e minimizzassero il rischio – molto similmente a quello che il servo cercò di fare con il denaro del padrone. Tali sforzi vanno dagli stati assistenziali ( che assicuravano il benessere dei cittadini attraverso servizi sociali forniti dallo stato) del periodo Greco-Romano, alle comuni luddiste del 1960 che si opponevano al cambiamento e al miglioramento nei metodi di lavoro, nelle macchine e nell’industria, al più completo totalitarismo Sovietico. Di tanto in tanto questi sforzi sono stati accolti come soluzioni “cristiane” per le insicurezze future. L’incertezza non è solo un rischio da evitare; può essere un’opportunità per glorificare Dio attraverso un saggio uso dei doni. Nella Parabola dei Talenti, il coraggio di fronte ad un ignoto futuro fu ricompensato generosamente nel caso del primo servo, a cui era stato affidato di più. Egli usò i cinque talenti per acquistarne altri cinque. Sarebbe stato più sicuro per lui depositare il denaro in banca e ricevere il tasso d’interesse nominale. Per aver corso dei ragionevoli rischi e per aver mostrato un acume imprenditoriale, gli fu permesso di trattenere la sua ripartizione originaria e i suoi nuovi guadagni. Inoltre, fu persino invitato a gioire con il suo padrone. Il servo pigro avrebbe potuto evitare il suo destino dimostrando più iniziativa imprenditoriale. Se avesse fatto uno sforzo per incrementare i possedimenti del padrone, ma avesse fallito nello scopo, non sarebbe stato giudicato così duramente.

La Parabola dei Talenti implica un obbligo morale a fronteggiare l’incertezza in modo intraprendente. Non c’è un esempio più adatto di tale individuo che quello dell’imprenditore. Gli imprenditori guardano al futuro con coraggio e con un senso di opportunità. Creando nuove imprese essi offrono alle persone nuove possibilità per guadagnare un salario e sviluppare le loro abilità. Ma niente di ciò che è stato discusso implica che l’imprenditore, per l’importanza che ha nella società, sia esente da responsabilità spirituali. Il comportamento immorale si può ritrovare tra gli imprenditori non meno che tra ogni altro gruppo di esseri umani che peccano. Tuttavia, è importante che le categorie bibliche del peccato non siano applicate a questo gruppo più severamente che ad altri, ed in particolare, l’accusa che gli imprenditori sono motivati solo dall’avidità.



* The Entrepreneurial Vocation, in “Market & Morality”, V. 3, N. 1, 2000, pp. 1-21.

[1] Charles Dickens, Hard Times for These Times, Oxford University Press, London 1955 [1854]; Dealings with the Firm of Dombey and Son, Wholesale, Retail, and for Exportation, Oxford University Press, London 1964 [1847–48].

[2] Sinclair Lewis, Babbitt, Harcourt, Brace and Company, New York 1922

[3] Per una più completa descrizione di come raffigurati sono stati gli imprenditori nella letteratura, vedi Michael J. McTague, The Businessman in Literature: Dante to Melville, Philosophical Library, New York 1979.

[4] Ibid., 63–71.

[5] Storicamente, il rappresentante di punta di questa posizione è Bernard Mandeville, il quale riteneva che la ricchezza economica scaturiva da azioni egoistiche poste in essere da individui amorali. Egli sosteneva che per ottenere il successo economico le persone si sarebbero dovute liberare dalle restrizioni e dalle convenzioni morali. Ciò ha relegato le prescrizioni di etica degli affari allo status di utili finzioni poste in essere per mantenere l’ordine ed assicurare i risultati prevedibili. The Fable of the Bees, vol. I, a cura di F. B. Kaye, Oxford University Press, London 1924 [1705]), p. 46. Per una critica a Mandeville e ai suoi seguaci contemporanei, cfr. Norman Barry, Anglo-American Capitalism and the Ethics of Business, New Zealand Business Roundtable, Wellington, New Zealand 1999), pp. 8–16; ed anche cfr., The Morality of Business Enterprise, Aberdeen University Press, Aberdeen 1991), pp. 3–6.

[6] Michael Novak, This Hemisphere of Liberty: A Philosophy of the Americas, The AEI Press, Washington, D.C.1990, p. 38; trad. It. Questo emisfero della libertà. Una filosofia delle Americhe, Liberilibri, Macerata 1996.

[7] Michael Novak, Questo emisfero della libertà. Una filosofia delle Americhe, Liberilibri, Macerata 1996, p. 58.

[8] Secondo Gregory Baum, professore di teologia e di scienze religiose al college di St’Michael, dell’Univerità di Toronto, “la dipendenza dei Paesi dell’America Latina dal sistema capitalista imprenditoriale, che ha il suo centro nella comunità Nord-atlantica degli USA, non solo ha condotto le masse delle città e delle campagna della popolazione all’impoverimento, ma ha anche corrotto le istituzioni culturali e formative e, attraverso di esse la coscienza del popolo in generale", The Social Imperative: Essays on the Critical Issues that Confront the Christian Churches, Paulist Press, New York 1979, p. 10. Opure, come scrive Rosemary Ruelter, professore della Northwestern University, "… soltanto in America Latina può essere scritta un’autenti teologia della liberazione, mentre in Europa ed in Nord America tale teologia si può solo commentare dall’esterno, poiché continuano ad essere progioniere del loro status di beneficiari di un potere oppressivo", Liberation Theology: Human Hope Confronts Christian History and American Power, Paulist Press, New York 1972, p. 181. Per una critica autorevole a tale approccio vedi: Michael Novak, Will It Liberate? Questions About Liberation Theology, Paulist Press, New York 1986.

[9] Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ISEDI, Milano 1973.

[10] I versi recitano:

A quella vista sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché le ricchezza del mare si riverseranno su di te,

verranno a te i beni dei popoli.

[11]. Nei due anni che precedettero il suo ingresso nella Chiesa cattolica romana (1843-45), il Cardinal John Henry Newman scrisse la sua opera più famosa: An Essay on the Development of Christian Doctrine (London: J. Toovey, 1845). Sfortunatamente, ieri come oggi, è diffuso il fenomeno che cattolici ben intenzionati e fedeli si associano in una crescente autocomprensione e maturità cristiana nell’ambito della dottrina e della morale con una prospettiva relativista. È indubbio che alcuni teologi rischiano di schiacciarsi su posizioni relativiste; ad ogni modo, per sostenere, come alcun fanno, che non tutti gli emendamenti dottrinali che aprono al relativismo sono falsi. Nel caso del Cardinal Newman, egli fu invitato a rispondere alla questione protestante che giustificava la separazione da Roma, dal momento che l’insegnamento della Chiesa primitiva era stato corrotto da una serie di insegnamenti ulteriori. Il compito principale del saggio, allora, fu di esaminare le differenze principali tra una corruzione dottrinale ed uno sviluppo dottrinale. Egli insistette che un’idea vera e fertile è dotata di per sé di una certa energia vitale e di assimilazione, la quale senza sperimentare un cambiamento sostanziale, raggiunge un’espressione più completa, incontrando nuovi aspetti della verità o scontrandosi con muovi errori. Così, il Cardinal Newman ha adottato una metafora per descrivere lo sviluppo delle idee dottrinali nel corso del tempo attraverso le nuove esperienze, scoperte e rivelazioni della Chiesa. A sostegno della sua tesi, egli offri una serie di testi per distinguere un autentico sviluppo da uno corrotto, i principali dei quali riguardano la preservazione della tipologia e la continuità dei principi. Inoltre, è importante cogliere che l’essenza della dottrina – tanto nella forma antica quanto in quella moderna – è contenuta nella rivelazione originale data da Cristo e dagli apostoli alla Chiesa, e garantita dal Magistero.

[12] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, nn. 29, 32

[13] Kenneth Bodenstein, Pure Profit; For Small Companies That Stress Social Values as Much as the Bottom Line, Growing Up Hasn't Been an Easy Task, “Los Angeles Times Magazine”, February 5, 1995, p. 4.

[14] Jodie Snyder, "Social Awareness: Corporate America Cultivates Conscience", in Arizona Republic, 12 maggio 1994, p. 6.

[15] I proncipali rappresentati della teologia del dominio sono Gary North, Rousas J. Rushdoony, Greg Bahnsen, David Chilton, Rodney Clapp, and Gary DeMar.

[16] Gary North, Liberating Planet Earth: An Introduction to Biblical Blueprints, Dominion Press, Fort Worth 1987, p. 81.

[17] Cfr. Bruce Barton, The Health and Wealth Gospel, Inter Varsity Press, Downers Grove 1987.

[18] Craig M. Gay, With Liberty and Justice For Whom? The Recent Evangelical Debate Over Capitalism, Wm. B. Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids 1991, p. 103, n. 191. per una incisiva critica alla teologia del dominio cfr. pp. 101–109.

[19] Cfr. Yves Congar, O.P., "The Laity", in Vatican II: An Interfaith Appraisal, University of Notre Dame Press, Notre Dame 1966, p. 240.

[20] Nella Gaudium et Spes, il Councilio Vaticano Secondo mostra una comprensione molto più positiva del ruolo dei laici. Nel paragrafo 43, il concilio afferma: «Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi.…. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa… I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana».

[21] Michael Novak, Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo, Studium, Roma 1987.

[22] George Gilder, Wealth & Poverty, ICS Press, San Francisco 1993.

[23] Ibid., 21, 24.

[24] Ibid., 28.

[25] Ibid., 276, 276–80.

[26] Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Atas, Milano 1994, pp.127-128.

[27] Schumpeter ci offre la seguente descrizione dell’imprenditore: "Per agire con fiducia superando I limiti della normalità quotidiana e vincendo questa resistenza, si richiedono attitudini proprie soltanto di un piccolo settore della popolazione, e che definiscono sia il tipo che la funzione dell’imprenditore"; Ibid.

[28] G. J. Wenham, J. A. Motyer, D. A. Carson, and R. T. France, a cura di, New Bible Commentary, 21st Century Edition, InterVarsity Press, Downers Grove Ill. 1997), 938.

[29] Leopold Fonck, The Parables of the Gospel: An Exegetical and Practical Explanation, a cura di George O'Neill, trad. E. Leahy, F. Pustet, New York 1914, p. 542.

[30] Secondo l’insegnamento del Rabbino Gemara, "Samuele ha detto: il denaro è al sicuro solo se sotterrato. Disse Raba: Allora Samuele ammette che la vigilia del sabato al crepuscoloi rabbini non corrono pericoli. Ed ancora se egli indugia a lungo dopo la conclusione del sabato a sotterrare [il denaro] oppure omette di farlo, sarà responsabile [qualora venga rubato] " The Babylonian Talmud (Seder Nezikin), Baba Metzia, vol. I, trad. H. Freedman, The Rebecca Bennet Publications Inc., New York 1959, pp. 250–51. Per una dettagliata discussione sulla responsabilità del deposito di denaro effettuato per mezzo di un funzionario, una un privato e una parte terza vedi anche il paragrafo successivo (pp. 254–59)

[31] Israel M. Kirzner, Concorrenza ed imprenditorialità, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, p. 33.

[32] Kirzner evidenzia che le risposte imprenditoriali ai mutamenti delle informazioni non dovrebbero essere interpretati come un processo di calcolo. Piuttosto la dimensione imprenditoriale riguarda quell’elemento di una decisione che coinvolge “un’avveduta e saggia valutazione delle realtà (sia presenti che future) all’interno del contesto nel quale deve essere presa la decisione"; Discovery and the Capitalist Process, University of Chicago Press, Chicago 1985, p. 17. Samuel Gregg commenta acutamente l’affermazione di Kirzner: "Valutazione' in questo caso è la parola chiave. Illumina l al realtà che la conoscenza di ciascuna persona è limitata e che di conseguenza ogni azione è posta in essere e contribuisce ad un contesto di incertezza. Se non ci fosse incertezza, coloro che prendono le decisioni sarebbero tenuti a svolgere dei meri calcoli di precisione, nei quali i casi umani non sarebbero altro che robot. Ad ogni modo la realtà è che a nessuno interessa quanto sia attento un calcolo, una decisione sarà povera nella misura in cui la sua componente imprenditoriale-speculativa comporta un giudizio povero"; The Rediscovery of Entrepreneurship: Developments in the Catholic Tradition, in Christianity and Entrepreneurship: Protestant and Catholic Thoughts, The Center for Independent Studies, Australia 1999, p. 65.

[33] Originariamente I monasteri erano stati concepito come una fuga dalle preoccupazioni del mondo ed un luogo dove le quostioni spirituali dominavano la vita quotidiana. I monasteri medioevali erano regolati da un insieme di regole interne, le quali tra le altre cose, impegnavano I monaci nei voti di castità, povertà ed obbedienza. Una delle costituzioni più diffuse era la Regola di San Benedetto che fu adottata sia dai benedettini che dagli ordini cistercensi. Questa regola prevedeva specifiche linee guida che controllavano l’organizzazione e le attività dei monasteri e regolavano la vita quotidiana dei monaci. Cfr. The Rule of St. Benedict, trad. Athony C. Meisel e . L. del Mastro, Image Books, Garden City, N.Y. 1975.

[34] Robert B. Ekelund, Jr, Robert F. Hébert, Robert D. Tollison, Gary M. Anderson, Audrey B. Davidson, Sacred Trust: The Medieval Church As an Economic Firm, Oxford University Press, New York 1996, pp. 53–54.

[35] The Second Vatican Council's Decree on the Apostolate of Lay People (November 18, 1965) expands this argument in the following lengthy quotation:

"That men, working in harmony, should renew the temporal order and make it increasingly more perfect: such is God's design for the world.

"All that goes to make up the temporal order: personal and family values, culture, economic interests, the trades and professions, institutions of the political community, international relations, and so on, as well as their gradual development—all these are not merely helps to man's last end; they possess a value of their own, placed in them by God, whether considered individually or as parts of the integral temporal structure: 'And God saw all that he had made and found in very good' (Gen. 1:31). This natural goodness of theirs receives an added dignity from their relation with the human person, for whose use they have been created. And then, too, God has willed to gather together all that was natural, all that was supernatural, into a single whole in Christ, 'so that in everything he would have the primacy' (Col. 1:18). Far from depriving the temporal order of its autonomy, of its specific ends, of its own laws and resources, or its importance for human well-being, this design, on the contrary, increases its energy and excellence, raising it at the same time to the level of man's integral vocation here below." (no. 7)

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