La Vocazione Imprenditoriale*
Robert A. Sirico
Introduzione
C’è stato un tempo, in un passato non troppo lontano, in
cui il pregiudizio era un atteggiamento sociale comunemente accettato.
Tuttavia, gli stereotipi, che tipicamente funzionano come scorciatoie
per la conoscenza, vengono oggi considerati offensivi. È così,
anche se essi hanno il vantaggio di mostrare con immediatezza le caratteristica
di un gruppo. Ad ogni modo, le persone non dovrebbero essere mai giudicate
solo a partire dalle associazioni di cui fanno parte, ignorando la loro
personalità e le loro qualità individuali. Tale tendenza
è considerata giustamente biasimevole da chiunque abbia una qualche
sensibilità morale.
Nonostante l’atteggiamento lodevole della cultura popolare contro
il pregiudizio di ogni tipo, rimane un gruppo sul quale, anche se non
ufficialmente dichiarata, è in corso un’aperta sfida: l’imprenditore!
La prova evidente di questo pregiudizio si rintraccia in ogni direzione,
particolarmente nelle forme di comunicazione popolari. Considerate, per
esempio, alcuni classici della letteratura (diciamo, di Dickens[1] o di Sinclair Lewis[2]),
i programmi televisivi (come Dallas o Dynasty), film (Sindrome
Cinese, Wall Street, e alcune versioni di A Christmas
Carol), i racconti a fumetti (come Doonesbury e Dilbert)
e anche sermoni in cui gli imprenditori vengono rappresentati come avidi,
immorali e spietati[3].
Nelle rare occasioni in cui gli opinionisti, specialmente i leader morali,
si astengono dal denunciare il “rapace appetito” e il “consumo
osceno e cospicuo di questi capitalisti”, il meglio che ci si possa
aspettare è che le persone d’affari siano tollerate come
un male necessario. La maggior parte dei nuovi editori, dei romanzieri,
dei produttori cinematografici ed il clero sostengono che il commercio
richiede una vasta e complessa rete di controlli per soddisfare i bisogni
genuini dell’uomo. Anche gli amici del capitalismo presentano spesso
lo stesso atteggiamento! I capi religiosi e i critici del mercato confondono
spesso il pensiero economico con quello morale. Ciò è evidente,
ad esempio, nel loro rifiuto di concedere qualunque riconoscimento morale
all’opera imprenditoriale. Così, invece di lodare l’imprenditore
come una persona di idee, un innovatore economico, un fornitore di capitale,
mediamente, il prete pensa che le persone impegnate negli affari siano
portatrici di qualche colpa. Perché? Per il fatto di possedere,
controllare, o manipolare una percentuale sproporzionata del benessere
“della società”.
Invece, gli imprenditori non dovrebbero essere criticati per il fatto
di fare soldi e, tanto meno, dovrebbero essere trattati ingiustamente
discriminati come vittime che meritano una speciale benedizione. Tuttavia,
è anche vero che la professione che hanno scelto merita di essere
legittimata dalla loro fede. Le persone devono cominciare a riconoscere
il valore della professione imprenditoriale, la saggia amministrazione
dei talenti e il contributo tangibile che gli imprenditori apportano alla
società.
Le conseguenze del divario tra il mondo degli affari ed il mondo della
fede sarebbero disastrose in entrambi i campi. Per il mondo degli affari
significherebbe non riconoscere nessun valore più alto del contingente,
del profitto e dell’utilità, che risulterebbero in quello
che è stato descritto come capitalismo sanguinoso e selvaggio[4]. Ciò
porterebbe ad una visione ridotta dei consumatori così come dei
produttori, il cui unico valore sarebbe misurato in termini di utilità.
Non ci vuole molta immaginazione per cogliere l’effetto che tali
atteggiamenti avrebbero su una vasta gamma di norme sociali e civili.
Dimenticando che l’impresa richiede intuizione e profondità
di vedute, e non semplicemente un punto di riferimento trascendente che
la diriga verso il bene totale della società, i critici
di matrice religiosa ignorano l’implicita dimensione spirituale
dell’impresa.
Alcuni moralisti[5] sembrano considerare la business ethics o come
un ossimoro oppure come il tentativo di subordinare alle norme morali
ciò che è intrinsecamente un meccanismo eticamente compromesso.
Da questa prospettiva, l’etica e gli affari, fondamentalmente, sono
in continua tensione tra di loro. Ad ogni modo, a mio avviso le cose stanno
un po’ diversamente. Il poter lavorare con un gran numero di’imprenditori
di successo, di aver effettuato ampie letture sia nel campo dell’etica,
dell’economia e della realtà imprenditoriale, oltre ad una
discreta quantità di meditazioni e preghiere su queste tematiche,
mi hanno spinto a ritenere che ricercare l’eccellenza equivale al
primo passo nella ricerca di Dio. Per dirla diversamente, la sete umana
del trascendente è ciò che guida le persone a cercare l’eccellenza,
tanto che lo riconoscano o meno. Ciononostante, l’eventuale inconsapevolezza
non preclude il nostro iniziale impulso e la nostra intuizione a compiere
uno sforzo (divino) nella giusta direzione; è anche il caso della
capacità umana di tendere alla conoscenza. Diversi filosofi e teologi
sostengono che la ricerca umana della conoscenza riveli che gli esseri
umani sono ontologicamente orientati verso la verità[6]. La mente umana fu creata originariamente
per avere un’immediata consapevolezza della verità. L’argomento
principale di questo contributo è che il perseguimento dell’eccellenza,
come la costituzione originaria, dischiude l’orientamento ontologico
dell’umanità verso il più alto e supremo bene, cioè,
la perfetta comprensione di Dio nei Cieli ( cf. 1 Cor. 13/12).
L’amministrazione dei talenti: il divario intellettuale tra
i capi religiosi e gli imprenditori
Per le istituzioni e i capi religiosi è arrivato il momento di
trattare l’attività imprenditoriale come una vocazione meritevole,
cioè, come una chiamata alla santità. Tutti i laici svolgono
un ruolo speciale nell’economia della salvezza, partecipando alla
missione di animare la fede con i propri talenti ed in modo complementare.
Ogni persona creata ad immagine di Dio è stata dotata di certe
abilità naturali che Dio desidera che vengano coltivate e trattate
come doni. Se il dono risulta essere un’inclinazione per gli affari,
per il commercio o per l’investimento bancario, la comunità
religiosa non dovrebbe condannare la persona a causa della sua professione.
Sono in molti a scrivermi in risposta ai miei articoli su vari giornali
economici, mi contattano persone dal profilo particolare. La storia che
segue illustra un tipico incontro.
Una volta un uomo mi ha contattato per farmi sapere che aveva appena
finito di leggere un mio articolo su Forbes. Mi ha detto che era
stata un’esperienza tanto scioccante quanto emozionante. Scioccante,
perché durante tutti gli anni di studio, di formazione cattolica
e di pratica nella chiesa, non aveva mai sentito prima d’allora
un prete parlare così argutamente delle responsabilità,
delle tensioni e dei rischi inerenti la direzione di un’azienda.
Si domandava come fosse possibile che in ciò che occupava così
tanto la sua vita non ci fosse alcuna componente spirituale? Nel leggere
quell’articolo si sentì confermato – per la prima volta
- da un rappresentante religioso in un aspetto della sua vita per il quale
spendeva la maggior parte del suo tempo e dei suoi sforzi: il mondo del
lavoro.
La storia di quest’uomo rappresenta quella di molti altri. Molto
spesso si tratta di individui di successo con profonde convinzioni morali
e religiose. Tuttavia, tutti sperimentano una tensione morale, non perché
quello che fanno è in qualche modo sbagliato, ma perché
chi li dovrebbe guidare nella pratica religiosa non è in grado
di afferrare le dinamiche delle loro vocazioni e, di conseguenza, di fornire
una guida morale e una testimonianza rilevanti.
Queste persone rappresentano varie tradizioni cristiane, ed ognuna esprime
la sensazione di essere stata privata dei diritti civili ed esclusa dalla
propria chiesa. I capi religiosi mostrano generalmente poca comprensione
della vocazione imprenditoriale, di ciò che essa richiede e di
come essa contribuisca alla società. Sfortunatamente, tale ignoranza
non li ha trattenuti dall’esprimere giudizi morali sulle questioni
economiche e dal causare gravi danni allo sviluppo spirituale degli imprenditori.
Ricordo un uomo in particolare, che si definiva un cristiano conservatore,
il quale affermava di non praticare più le funzioni religiose perché
si rifiutava di sedersi al banco con la sua famiglia e, in realtà,
perché si sentiva giudicato a causa del suo acume nel concludere
affari. Quante omelie critiche può ascoltare un piccolo proprietario
d’azienda o un investitore finanziario prima che egli o ella si
scoraggi e decida di dormire il sabato (secondo gli Ebrei) o la domenica
(per i Cristiani)?
Michael Novak racconta un’altra esperienza, dimostrando la quasi
impenetrabile resistenza che alcune porsonalità del clero mostrano
nell’ammettere il potenziale morale della libera economia di mercato.
La sua esperienza fa riferimento ad un convegno di carattere economico
a cui partecipavano tanti preti latino americani. La conferenza si protrasse
per parecchi giorni, durante i quali furono presentati vari casi persuasivi
su come la libera economia sia capace di sottrarre i poveri dalla povertà
attraverso i mezzi produttivi del mercato. I preti rimasero in silenzio
fino al giorno finale della conferenza, e Novak ci offre un interessante
resoconto di ciò che successe in seguito:
Nell’ultima sessione di quello che era stato un seminario proficuo,
uno dei preti si alzò per dire che i suoi colleghi si erano riuniti
la sera prima e lo avevano incaricato di fare una a nome loro, e così
si espresse: “Abbiamo apprezzato molto questa settimana. Abbiamo
imparato molto. Vediamo bene che il capitalismo è il mezzo più
efficace di produrre ricchezza, e anche che la distribuisce più
ampiamente e persino di quanto non facciano i sistemi che abbiamo in America
Latina. Tuttavia continuiamo a pensare che il capitalismo sia un sistema
immorale[7]”
Perché esiste questo stato di cose? Perché è così
comune che gli imprenditori non ascoltano niente di meglio dai capi religiosi
di affermazioni che suonano come: “Bene, il modo per redimere te
stesso è darci i tuoi soldi”? Perché molti di coloro
che formano la coscienza morale del nostro mondo non colgono né
il fondamento morale né i principi basilari del mercato?
Una ragione ovvia di questa ignoranza è la sorprendente mancanza
in tutti i seminari della pur minima nozione di scienza economica. È
raro trovare un singolo corso che spieghi i fondamentali principi economici,
il complicato mondo del commercio, o delle dinamiche microeconomiche.
I seminaristi sono abituati ad ascoltare durante la maggior parte dei
corsi di etica sociale slogan vuoti di coloro che propongono una “teologia
della liberazione”, essendo convinti che le nazioni ricche sfruttino
quelle meno sviluppate, mantenendole così in uno stato di continua
povertà[8]. In genere, questi argomenti sono portati avanti dai teologi
che hanno una scarsa comprensione delle scienze economiche.
Lo Spartiacque Pratico tra i Capi Religiosi e gli Imprenditori
Oltre ad un deficit intellettuale ed accademico, c’è una
sorta di spartiacque pratico tra le guide religiose e gli imprenditori
per quanto riguarda il loro modo di intendere le operazioni del mercato.
Questo perché i due gruppi tendono ad operare secondo differenti
visioni del mondo ed impiegano modelli diversi nelle loro operazioni quotidiane.
Si noti quanto siano tipicamente manifeste queste differenze. La domenica
mattina nella maggior parte delle chiese viene passato un cesto per la
raccolta di denaro. Il lunedì vengono pagate le bollette, serviti
gli atti per la carità e pagati i tributi al servizio confessionale.
Tuttavia, quando la raccolta regolarmente risulta scarsa, rendendo difficile
il pagamento delle bollette, la maggior parte dei ministri predicheranno
un sermone sulla responsabilità dell’amministrazione. Nelle
menti di molti ecclesiastici, le decisioni economiche assomigliano al
taglio una torta in fette uguali. Secondo quest’ottica la ricchezza
viene vista come un’entità statica, il che significa che
affinché qualcuno in possesso di una piccola fetta incrementi la
sua parte della torta, qualcun’altro deve necessariamente riceverne
un pezzo leggermente più piccolo. La “soluzione morale”
che deriva da questo modello economico è la ridistribuzione della
ricchezza, che potrebbe essere chiamata la moralità di Robin
Hood.
Di contro, gli imprenditori operano secondo un modo di intendere il denaro
e la ricchezza molto diverso. Essi parlano di fare soldi, non di
raccoglierli; di produrre ricchezza, non di ridistribuirla. Gli imprenditori
devono considerare i bisogni, le mancanze e i desideri dei consumatori,
perché il solo modo per andare incontro ai loro bisogni pacificamente,
senza fare affidamento sull’elemosina, è offrire in cambio
qualcosa di valore. Queste persone, quindi, vedono il mondo del denaro
come dinamico. Nel riferirsi al libero mercato come un’entità
dinamica, è facile avere l’impressione che stiamo descrivendo
un luogo o un oggetto. Invece, il mercato è realisticamente un
processo, o una serie di scelte fatte da persone che agiscono indipendentemente
e che attribuiscono valori monetari a merci e servizi. Questo processo
di assegnare soggettivamente determinati valori è responsabile
del processo di produzione della “ricchezza delle nazioni”,
una frase che viene tipicamente associata al titolo dell’opera classica
del diciottesimo secolo di Adam Smith[9],
ma in realtà già presente nel Libro di Isaiah (60:5)[10].
La visione creativa delle scienze economiche assunta dagli imprenditori
viene illustrata anche nelle Sacre Scritture.
Sfortunatamente, l’argomento trattato può essere frainteso
come un’esortazione affinché la chiesa adotti in definitiva
una mentalità di profitto e perdita riguardo alla sua missione,
ma questa sarebbe una grave distorsione. Sono d’accordo sul fatto
che la condivisione della ricchezza e delle risorse all’interno
della pratica cristiana occupino un ruolo significativo. Con la loro visione
trascendente, le comunità di fede riconoscono che alcune questioni
non possono essere poste nel limitato calcolo dello scambio economico
o valutate unicamente in termini di dollari e centesimi. È ugualmente
vero, tuttavia, che per mantenere la credibilità nel mondo degli
affari e della finanza, il clero deve innanzitutto comprendere i meccanismi
interni dell’economia del mercato, poiché solo allora tale
guida morale sarà di aiuto.
Ma c’è un altro fattore, piuttosto fuorviante, che contribuisce
a quell’ostilità verso il capitalismo che si incontra frequentemente
negli ambienti religiosi. Molti capi religiosi trascorrono gran parte
della loro vita a combattere in prima persona contro la miserabile condizione
della povertà. La povertà ci intristisce, ci fa arrabbiare
e vorremmo porre fine ad essa. Questo sentimento è indiscutibilmente
giusto, per non dire moralmente incombente sui Cristiani. Tuttavia, si
sviluppa un problema quando questo sentimento si combina con l’ignoranza
economica descritta sopra. Quando questo accade, il giusto grido contro
la povertà si converte in una rabbia illegittima contro la ricchezza
in quanto tale, come se quest’ultima creasse la prima. Mentre questa
reazione è comprensibile, è tuttavia mal informata, e può
condurre a delle reazioni esagerate. Le persone che reagiscono in questo
modo sbagliano non riconoscendo che il miglioramento della povertà
sarà raggiunto solo producendo ricchezza e proteggendo una libera
economia.
La Proprietà dell’Oltraggio Morale
C’è una comprensibile resistenza morale all’immagine
dell’impresa di successo se si presume che il motore di tale attività
sia animato dall’avidità, dall’attitudine ad acquisire,
dall’egoismo, o dall’orgoglio. La questione non è se
alcuni imprenditori sono avidi o orgogliosi, ma se questi vizi rappresentano
la norma per i professionisti dell’impresa? L’intento
qui non è rendere plausibile il fatto che ci siano serie tentazioni
associate alla ricchezza e al successo, ma giungere ad una valutazione
più bilanciata del carattere morale degli imprenditori.
Per qualche ragione, i critici morali spesso si interessano ai guadagni
personali degli imprenditori – come se la ricchezza stessa fosse
in qualche modo ingiusta - ma perdono di vista i molti rischi personali
a cui vanno incontro questi individui. Molto prima che questi imprenditori
vedano un ritorno come frutto della loro idea o del loro investimento,
devono affidare il loro tempo e la loro proprietà ad un destino
ignoto. Essi pagano salari anche prima di conoscere se la loro previsione
è stata accurata. Non hanno alcuna certezza di ottenere un profitto.
Quando gli investimenti producono un profitto, molto di questo viene di
solito reinvestito (sebbene un po’ vada alle opere di carità
e alle istituzioni religiose). A volte gli imprenditori commettono errori
di giudizio o di calcolo, e l’affare subisce una perdita finanziaria.
La natura della vocazione è tale che gli imprenditori stessi devono
accettare la responsabilità per le loro perdite senza scaricarne
il peso sul pubblico. Dal momento che le condizioni economiche cambiano
sempre, la persona con una genuina vocazione ad essere un operatore economico
o un agente di cambio deve rimanere vigile.
Gli studiosi di scienze religiose dovrebbero chiedersi, quando il rischio
economico rivela che una data operazione si è dimostrata un errore,
se non sia meglio incoraggiare piuttosto che condannare. O le perdite
economiche subite dai capitalisti dovrebbero essere viste come i loro
giusti desserts? Perché non cogliere tali occasioni per
estendere la comprensione e la cura pastorale? Sia che essi vincano o
perdano, mettendo se stessi e la loro proprietà in gioco, gli imprenditori
rendono il futuro un po’ più sicuro per noi tutti.
L’unicità dell’attività imprenditoriale risiede
nel fatto che non necessita l’intervento di terzi affinché
sia istitutiva e mantenerla, non necessita un programma o manuali di governo.
Essa non esige prestiti a basso tasso d’interesse, un trattamento
fiscale speciale o sussidi pubblici. Non richiede neanche una formazione
specializzata o una laurea prestigiosa. La professione imprenditoriale
è un’istituzione che si sviluppa organicamente dall’intelligenza
umana situata nel contesto dell’ordine naturale della libertà.
Coloro che hanno il talento, la chiamata e l’attitudine per la creatività
economica sono obbligati ad intraprendere la vocazione imprenditoriale
con lo scopo di produrre beni e servizi e fornire lavoro.
In verità, i doni che gli imprenditori offrono alla società
in genere vanno al di là di quello che essi stessi o gli altri
possono comprendere appieno. Gli imprenditori sono la fonte di bene sociale
e spirituale più di quanto venga loro generalmente riconosciuto,
ma questo non significa sottovalutare la funzione di un pastore nel fornire
una direzione spirituale (con pesante rimprovero per il fallimento morale)
e nel raccomandare quali siano le priorità, consigliando di non
trascurare lo sviluppo della propria famiglia e lo sviluppo spirituale
a causa dell’eccessivo lavoro. Il clero deve ricordare a tutte le
persone la gravità del peccato e richiamarle alla virtù,
il che significa che esso deve contrapporsi agli imprenditori quando questi
si smarriscono. Per essere autentica, questa direzione spirituale deve
essere fondata sulla comprensione di ciò che il giudaismo e il
cristianesimo hanno tradizionalmente inteso per peccato, non velato da
alcuna ideologia economica “politicamente” o “teologicamente
corretta” mascherata da teologia morale.
Per molti capi religiosi questa è una transizione difficile da
fare, soprattutto perché la loro tradizionale cornice religiosa
per la comprensione della produttività economica si è sviluppata
in un mondo pre-capitalistico. È un’impresa ardua tradurre
ed applicare l’insegnamento sociale cristiano pre-moderno all’ambiente
dinamico di un mondo moderno, post agrario, post industriale, e adesso,
post comunista. È difficile soprattutto perché, mentre la
natura umana non cambia, il contesto in cui essa esiste è radicalmente
diverso da quello tipico delle culture e società in cui i principi
della teologia morale si svilupparono per prima[11].
Imprenditori ed economisti: lite familiare o rivalità fraterna?
La teoria economica stessa ha avuto a lungo delle difficoltà a
comprendere, anche da un punto di vista terminologico, la natura dell’attività
imprenditoriale, probabilmente perché non si adatta bene alle equazioni
e ai grafici econometrici che rappresentano l’economia come una
grande macchina. L’attività imprenditoriale è troppo
umana per essere compresa solo attraverso la scienza. È qui che
la religione può essere d’aiuto nel riconciliare tali persone
con la vita della fede. I capi religiosi devono cercare di comprendere
gli imprenditori ed incoraggiarli ad usare i loro doni nel contesto della
fede. Naturalmente, con la ricchezza arrivano le responsabilità,
e Giovanni Paolo II insiste sul fatto che anche la decisione di investire
ha una inevitabile dimensione morale[12]. Allora gli imprenditori, correndo i rischi,
servendo il pubblico ed espandendo la torta economica per ognuno possono
essere enumerati tra i più grandi uomini e le più grandi
donne di fede della Chiesa.
I capitalisti anti-capitalisti
Persino più imbarazzante del pregiudizio anti-capitalista tra
gli ecclesiastici è il pregiudizio che si trova tra gli stessi
capitalisti! Nel tentativo scriteriato di raggiungere un alto livello
di “responsabilità sociale” per le loro società,
alcuni imprenditori hanno ceduto a false vedute del mercato. Pur creando
ricchezza per la società attraverso le loro aziende di successo,
essi sostengono simultaneamente delle cause antitetiche alla crescita
economica, alla libera impresa, e alla libertà umana. Perché
la retorica della “responsabilità sociale imprenditoriale”
sembra avere tale pregiudizio anticapitalistico? Nel mezzo degli anni
‘90 divenne sempre più evidente che alcuni CEO stavano usando
le loro società per dar vita a politiche interventiste, con la
scusa della responsabilità sociale dell’impresa. Questo può
essere visto in particolare nei casi della Patagonia, Inc., dei gelati
Ben & Jerry, e nella catena di cosmetici Body Shop.
Yvon Chouinard è il fondatore di Patagonia, Inc., produttori di
successo di abiti sportivi adatti all’aperto. Chouinard disse al
Los Angeles Times che poteva “sedersi a tu per tu con il
presidente di qualsiasi compagnia, ad ogni momento, in ogni luogo, e convincere
[ lui o lei ] che la crescita è un male”. Le sue parole,
infatti, si accordano con le sue azioni. Nel 1991 la compagnia inviò
una lettera ai suoi negozianti, annunciando che stava limitando “la
crescita interna” per ragioni “economiche e morali”.
“Ci siamo presi una pausa pubblica a favore di un consumo più
razionale per giovare all’ambiente” si leggeva nella dichiarazione.
Ma, come riportò il corrispondente Kenneth Bodenstein del Los Angeles
Times, la situazione nel 1991 era abbastanza diversa dalle dichiarazioni
pubbliche di Chouinard. Non si trattava del fatto che Patagonia limitava
“la crescita interna” per mantenere un alto livello di responsabilità
sociale. “La compagnia in realtà licenziò il 30% del
suo personale, non perché fosse in seri guai finanziari, ma perché
la ricchezza personale di Yvon Chouinard era minacciata”. È
interessante che, nella valutazione di Bodenstein, la situazione risultò
tale a causa di decisioni economiche poco accorte, come quella per cui
Chouinard “si era circondato di amministratori poco esperti”[13].
In verità, il caso Patagonia è abbastanza singolare. Chouinard
dona l’1% delle vendite totali di Patagonia ai gruppi ambientalisti,
incluso ad uno conosciuto come “Earth First!”, un’organizzazione
che ha acquistato notorietà per il suo sabotaggio di macchinari
per il taglio del legname e per il disprezzo nei confronti dei diritti
di proprietà privata. Patagonia sostiene anche la pianificazione
delle nascite che sostiene la possibilità di abortire sulla base
del fatto che un incremento della popolazione rappresenta una minaccia
per il futuro benessere del pianeta. Chouinard desidera che la sua compagnia
sia un esempio morale brillante per il mondo imprenditoriale. Il suo motto
è che “Se possiamo prendere il fine radicale e dimostrare
che per noi sta funzionando, le compagnie più conservatrici muoveranno
quel primo passo. E un giorno anche loro diventeranno buone aziende”.
Gli imprenditori di gelati Ben Cohen e Jerry Greenfield, famosi come
Ben & Jerry, sebbene di enorme successo come imprenditori, promuovono
pesanti controlli ambientali. Cohen e Greenfield sono stati i capi del
movimento contro la produzione dell’ormone bovino della crescita,
una sostanza che, se iniettata nelle mucche, può aumentare la produzione
di latte del 15%. Essi si oppongono alla sostanza su basi economiche,
perché credono che essa sia una minaccia per i produttori di latte
su piccola scala. Tuttavia, l’ormone, che fu approvato dalla Food
and Drug Administration il 4 Agosto 1997, abbasserebbe anche il prezzo
del latte, cosa che sarebbe di particolare aiuto alle famiglie povere,
se non ai produttori di gelati.
Il Body Shop, la catena di negozi di cosmetici con una tendenza ambientalista,
è stata un’accesa sostenitrice dei diritti degli animali
e di altre cause della sinistra. La fondatrice e direttrice della società,
Anita Roddick, è una sostenitrice del mondo imprenditoriale che
si è autonominata, rimproverando gli imprenditori che non “stanno
facendo la propria parte.” “ Non sto parlando di persone che
stanno giusto racimolando di che vivere… Sto parlando di persone
che hanno ampi, ampi profitti”, disse all’ Arizona Republic.
“Sapete, questi CEOs con compensi più grandi del prodotto
nazionale lordo di alcuni paesi Africani[14].
Ci sono numerose aziende gestite da radicali, che prima di diventare
imprenditori condividevano gli ideali degli anni ‘60 e che cercano
di riconciliare il loro successo nel mondo degli affari con gli ideali
della giovinezza. Tutti, inclusi gli imprenditori, hanno il diritto di
sostenere una data causa, come ogni consumatore ha il diritto di non appoggiarla,
boicottando i loro prodotti. Ma il modello di questi imprenditori mostra
un’incoerenza interna e appare come un tentativo di penitenza per
i “peccati” capitalisti, che in realtà non sono per
nulla peccati.
Questi capitalisti penitenti castigano gli affari che non restituiscono
molto alla società. Un senso di colpa, che potremmo definire fuori
luogo, ha offuscato la loro comprensione riguardo al modo in cui i loro
affari contribuiscono al bene della società – indipendente
dall’attivismo sociale. Patagonia produce merci sportive di alta
qualità. Ben & Jerry offrono dei gelati di qualità superiore.
Il Body Shop vende cosmetici completamente naturali a basso prezzo. Ognuna
di queste aziende soddisfa milioni di persone, fornendo buoni prodotti
per i consumatori, oltre al lavoro e ad opportunità di investimento.
Il loro successo di mercato non ha, e non dovrebbe, aver bisogno di essere
giustificato attraverso il sostegno a cause che chiamerei antimercato.
Il cinico potrebbe insinuare che tali atteggiamenti non sono altro che
trucchi di marketing. I CEO socialmente consapevoli come Chouinard, Cohen
e Greenfield, e Roddick hanno impacchettato l’idealismo del 1960
e lo stanno vendendo per profitto. Quando comprate una pinta di gelato
Ben & Jerry al gusto “Rain Forest Crunch”, potete
sentirvi bene nel contribuire a salvare una foresta. Gli slogan politici
di sinistra che ornano le concessioni del Body Shop sono parte dell’immagine
dei cosmetici “socialmente responsabili” per i giovani. Le
pubblicità della Benetton che presentano profilattici colorati
vendono la causa della promiscuità insieme ai tradizionali cardigan.
Quelle aziende come Patagonia, inc., Ben & Jerry’s, Body Shop,
e così via, vendono un confuso senso di superiorità morale.
Gli imprenditori, servendosi di slogan politicamente corretti, possono
credere che nonostante il loro successo materiale, restituiscono qualcosa
al mondo. Allora le loro campagne di “responsabilità sociale”
diventano spesso una ricetta irresponsabile della rovina economica.
Queste aziende, ed altre come loro, certamente traggono profitto associandosi
alle cause dei partiti di sinistra. Intanto, esse sostengono controlli
ambientali molto stretti, limitazioni alla crescita degli ormoni approvata
dalla Food and Drug Administration e atteggiamenti permissivi verso
la condotta sessuale che fanno sì che i contribuenti paghino eccessivamente
per proteggere l’ambiente e promuovere nuovi regolamenti e programmi
sanitari che inibiscono coloro che potrebbero diventare imprenditori.
Possiamo approvare l’azienda quando questa sostiene le carità
che sollevano le persone dalla povertà o acquista terreni da preservare
o ricerca cure per le malattie; cause legittime non ostacolano il mercato
né obbligano lo stato ad intervenire per risolvere i problemi sociali.
Tuttavia, il capitalismo non ha bisogno di membri della sinistra dominati
dal senso di colpa che flagellano se stessi e gli altri per il fatto di
aver avuto successo negli affari. Piuttosto, il capitalismo ha bisogno
di più imprenditori che comprendano che il più grande contributo
sta nel fare profitto, ampliare le opportunità di lavoro, promuovere
investimenti, incrementare la prosperità – facendo ciò
in un modo che promuova una cultura moralmente sana, stabile e virtuosa.
La giusta risposta morale al successo capitalista è sia la lode
al Creatore, che ha fornito il mondo materiale come un dono per tutti,
che il sostegno al sistema economico che permette alla prosperità
di diffondersi. Piuttosto che fare inutile penitenza, gli imprenditori
come Chouinard, Cohen, Greenfield, e Roddick dovrebbero studiare le scienze
economiche di base (per non dire una salda teologia morale).
La teologia del dominio e Ideologia Economica
Fin qui abbiamo discusso del ramo aberrante del pensiero teologico secondo
cui “la ricchezza è un male” tenuta in considerazione
da così vasta parte del clero e anche da qualche imprenditore.
Tuttavia, c’è un secondo ramo che proviene dalla stessa radice,
ma segue un’opposta tendenza. Ciò si evince da quella che
viene chiamata teologia del dominio o ricostruzione cristiana[15]. Formulata in risposta alla teologia
della liberazione e alla sinistra evangelica, i teologi del dominio insistono
sul fatto che la Bibbia non fornisce solo il programma per strutturare
ogni aspetto della società, ma che i cristiani acquisendo una più
piena comprensione della Bibbia, prenderanno progressivamente il dominio
sulla società, cosa che alla fine li consentirà di entrare
nel regno di Dio. Secondo questa teoria, i cristiani raggiungeranno un
dominio globale, pertanto, adottando volontariamente il programma economico
e sociale rilevato nelle Sacre Scritture. Il teonomista Gary North sostiene
che l’applicazione di questi principi nel tempo renderà i
cristiani naturalmente ricchi, rendendoli capaci di procreare efficacemente
e prolificamente[16]. Così, diventando sempre più ricchi, numerosi
e potenti, i cristiani assumeranno il controllo sulla società.
C’è una correlazione naturale, o così sembra, tra
la razionalizzazione della ricchezza personale da parte del teonomista
e il cosiddetto vangelo della prosperità popolare
nel neopentecostalismo. Coloro che propongono la prosperità del
vangelo, conosciuto anche come il vangelo del benessere e della ricchezza,
credono che Dio voglia che tutti i cristiani siano pieni di salute e di
ricchezza e che ci esistano certe “leggi della prosperità”
che, se applicate correttamente, producono inevitabilmente questi risultati[17]. Coloro che sostengono questo punto di vista
considerano la ricchezza come un segno della benedizione di Dio e avvertono
che la povertà economico è un segno del peccato. Craig Gay
afferma con esattezza che la logica della teologia del dominio e quella
del vangelo della prosperità si fondono:
Nel senso che, quindi, la teologia del dominio si spinge notevolmente
avanti, suggerendo che le aspirazioni individuali alla ricchezza si adattano
all’interno di una cornice escatologica che le legittima ulteriormente.
Dalla prospettiva del ricostruzionismo cristiano, il fallimento dei cristiani
nel diventare ricchi non è semplicemente un’indicazione della
mancanza di fede, ma pospone in verità la venuta del regno di Dio[18].
Mentre i teologi del dominio affermano correttamente l’importanza
dell’economia del libero mercato, essi sposano anche un’opinione
sbilanciata e antibiblica riguardo al mandato culturale, alla teologia
della creazione, all’escatologia, e al regno di Cristo. Tali eccessi
teologici potrebbero essere compresi se i partigiani tanto della sinistra
quanto della destra, nel discutere di determinate questioni, consultassero
(più frequentemente) la storia del pensiero cristiano.
La professione imprenditoriale come vocazione spirituale
Implicitamente, e a volte esplicitamente, i parrocchiani sostengono che
l’unica chiamata reale consista in qualche attività nella
chiesa durante il dopo lavoro. Secondo questa prospettiva, le persone
laiche non hanno realmente una vocazione, sebbene facciano del loro meglio,
date le circostanze. Nel 1891, il diritto canonico offrì una semplice
ma importante definizione della persona laica: “Laico: non clericale.”[19]
Da allora, specialmente sotto l’influenza del Concilio Vaticano
Secondo, è emersa una visione più positiva, una visione
che scandaglia le profondità degli obiettivi missionari di Dio
sia dentro che fuori la chiesa[20].
Esiste un modo alternativo di vedere il dono dell’acume per gli
affari che ci permette di afferrare il suo potenziale spirituale e morale.
Un imprenditore è uno che connette il capitale, il lavoro e i fattori
materiali necessari per produrre merci o servizi. Michael Novak ha sostiene
che la creatività dell’imprenditore è simile all’atto
creativo di Dio narrato nel primo capitolo della Genesi. In questo senso,
l’imprenditore partecipa al mandato culturale originario per dominare
la terra che Dio diede ad Adamo ed Eva[21]. La vocazione imprenditoriale
è una chiamata sacra come quella di essere genitore, anche se non
è altrettanto sublime.
Per molti anni ho partecipato a programmi formativi pensati per insegnare
ai seminaristi l’importanza della economia liberale e le responsabilità
dell’imprenditore. Per molti di questi studenti, le idee presentate
conducono ad esperienze rivelatrici. Gli studenti scoprono che il sistema
del libero mercato consiste nell’espandere la torta, trovando modi
più efficaci di servire gli altri, e di fornire alle persone posti
di lavoro ed opportunità di investimento. Essi scoprono che l’abisso
che separa la prosperità e la moralità non è più
insuperabile.
In questi seminari, io menziono spesso lo straordinario libro di George
Gilder Wealth & Poverty[22]. A mio avviso si può anche discutere
sul fatto che Gilder sia in un certo senso un imprenditore intellettuale.
In molti ritengono che il libro Wealth & Poverty di Gilder
abbia fornito la forza intellettuale dietro la rivoluzione del 1980 perché
esso spinse gli economisti e coloro che fanno politica a considerare per
la prima volta come la politica del governo, specialmente nell’area
fiscale, influenzi le scelte umane. La popolarità di questo libro
illustra bene come qualcuno al di fuori dell’accademia può
esercitare una rilevante influenza sulla vita economica americana. Ad
ogni modo, secondo la mia opinione, Gilder compì qualcosa di molto
più importante attraverso la sua insistenza sul fatto che l’attività
imprenditoriale è una professione moralmente degna.
Gilder considera gli imprenditori tra i gruppi più equivocati
e sottostimati nella società. In quanto sognatori con piglio pratico,
gli imprenditori combinano le virtù classiche e cristiane per far
avanzare i propri interessi e quelli della società. Gilder pensa
che sia un errore associare il capitalismo all’avidità. Associare
il capitalismo con l’altruismo sarebbe molto più esatto[23]. Quando le persone accettano
la sfida di una vocazione imprenditoriale, esse hanno deciso implicitamente
di andare incontro ai bisogni degli altri grazie alle merci e ai servizi
che producono. Se gli investimenti dell’imprenditore producono profitto,
questi devono essere “diretti agli altri”. Gli imprenditori
in un’economia di mercato non possono essere nel contempo egoisti
e di successo[24].
Il capitolo finale di Wealth & Poverty è probabilmente
l’ultimo ad essere letto, ma il più cruciale di tutto il
libro. Qui Gilder presenta la teoria secondo la quale la professione imprenditoriale
è un atto di fede, un atto inevitabilmente religioso[25]. Fondendo la tradizionale morale cristiana con una celebrazione
della crescita e dello scambio, ci aiuta a comprendere come la conoscenza
e la scoperta siano elementi essenziali di un’impresa. Molto prima
della pubblicazione di Wealth & Poverty di Gilder, un’intera
scuola di economia politica è cresciuta intorno all’intuizione
di Joseph Schumpeter riguardo all’attività imprenditoriale.
Secondo Schumpeter, fu tale attività – più che ogni
altra istituzione – che impedì al torpore economico e tecnologico
di ritardare la crescita economica. Egli pensava che la funzione degli
imprenditori
fosse riformare o rivoluzionare il quadro produttivo sfruttando un’invenzione
o, più generalmente, una possibilità tecnica finora trascurata
di produrre una nuova merce o di produrre in modo nuovo una merce vecchia,
aprendo una nuova sorgente di rifornimento delle materie prime o un nuovo
sbocco ai prodotti, riorganizzando un’industria, ecc[26].
Gli imprenditori, come gli agenti di cambio, incoraggiano l’economia
ad adattarsi agli incrementi di popolazione, al variare delle risorse
dei bisogni e dei desideri del consumatore. In assenza degli imprenditori,
saremmo costretti a fronteggiare un mondo economico statico, non distante
dalle paludi stagnanti che il socialismo ha portato nell’Europa
Centrale.
L’analisi economica che ha le sue radici nell’opera di Schumpeter
insegna che gli imprenditori sono impresari, sognatori che organizzano
numerosi fattori, corrono dei rischi e combinano le risorse per creare
qualcosa di più grande della somma delle parti[27].
Gli imprenditori guidano l’economia anticipando i desideri del pubblico
e creando nuovi modi di organizzare le risorse. In breve, si tratta di
uomini e di donne che creano posti di lavoro, riducono la sofferenza umana,
scoprono e applicano nuove cure, portano cibo a coloro che non ne hanno,
ed aiutano i sogni a diventare realtà.
Il caso biblico di attività imprenditoriali
Quelli che considerano la vocazione imprenditoriale un male necessario,
che vedono il capitale di rischio e i profitti con aperta ostilità,
dovrebbero rendersi conto che la Sacra Scrittura presta ampio sostegno
all’attività imprenditoriale. La Bibbia ci insegna le verità
eterne, ma fornisce anche lezioni pratiche per le questioni terrene. In
Matteo 25:14-30, troviamo la Parabola dei Talenti. Come in tutte le parabole,
il suo significato è stratiforme. Il senso eterno ci insegno il
modo in cui dovremmo usare il dono della grazia ricevuto da Dio. Riguardo
al mondo materiale, si tratta di una storia sul capitale, sull’investimento,
sull’attività imprenditoriale, e sul corretto uso delle risorse
economiche. È una esplicita smentita delle tesi di coloro che insistono
sul fatto che il successo negli affari e il vivere da cristiani sono in
contraddizione. Quello che segue è il brano della Parabola dei
Talenti con un commento che applica i principi presi dalla parabola alla
vocazione imprenditoriale.
Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò
i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti,
a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità,
e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti andò subito
a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così, anche quello
che ne aveva ricevuti due ne guadagnò altri due. Colui, invece,
che aveva ricevuto un solo talento andò a fare una buca nel terreno
e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di
quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che
aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque, dicendo:
Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri
cinque. Gli rispose il padrone: Bene, servo buono e fedele, sei stato
fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte
alla gioia del tuo padrone. Presentatosi, poi, colui che aveva ricevuto
due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho
guadagnati altri due. Gli rispose il padrone: Bene, servo buono e fedele,
sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi
parte alla gioia del tuo padrone. Venuto, infine, colui che aveva ricevuto
un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove
non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere
il tuo talento sotto terra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo
malvagio e infin gardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo
dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri
e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse.
Toglietegli, dunque, il talento, e datelo a chi ne ha dieci. Perché
a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma
a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone
gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore
di denti
Commento.
Questa è una storia che molti capi religiosi non applicano spesso
alla vita reale. Quando le persone pensano alle parabole di Gesù,
la Parabola dei Talenti non è di solito la prima che viene in mente.
Forse perché la maggior parte dei capi religiosi difende un’etica
in cui il profitto è sospetto e l’attività imprenditoriale
è guardata in cagnesco. Ma la storia poc’anzi riportata fornisce
un significato etico immediatamente chiaro, per non menzionare anche lezioni
più profonde per comprendere la responsabilità economica
e la giusta amministrazione.
La parola talento in questa parabola ha due significati. In primo
luogo si tratta di un’unità monetaria, forse persino la più
grande denominazione al tempo di Gesù. Gli editori del Nuovo
Commento della Bibbia sono d’accordo che un talento era
il nome per una grande somma di denaro, che in termini moderni sarebbe
equivalente a parecchie migliaia di dollari[28].
Così sappiamo che la somma data ad ogni servo era considerevole.
In secondo luogo, interpretata estensivamente, talento si riferisce
a tutti i vari doni che Dio ci ha dato da coltivare e moltiplicare. La
definizione comprende tutti i doni, incluse le nostre abilità naturali
e le risorse così come la salute, l’istruzione, i possedimenti,
il denaro, e le opportunità.
Non pretendo di costruire da questa parabola un’intera etica per
il capitalismo. Far ciò significherebbe commettere un grossolano
errore esegetico e storico, simile a quelli commessi dai teologi della
liberazione e del dominio. Allora, una delle lezioni più semplici
da trarre da questa parabola è come usare le capacità e
le risorse che Dio ci ha dato. Ritengo che ciò debba essere parte
di un’etica che guidi l’attività economica e le decisioni
da prendere sul mercato. In un certo senso, così come il padrone
si aspettava che suoi servi ponessero in essere un’attività
produttiva, Dio vuole che noi usiamo i nostri talenti per scopi costruttivi.
Possiamo constatare che partendo per il suo viaggio, il padrone permette
ai suoi servi di decidere sul miglior investimento. A questo riguardo,
essi hanno piena libertà. Infatti, il padrone non comanda loro
di investire in modo proficuo; invece, presume semplicemente la loro buona
volontà e il loro interesse per la sua proprietà. Data questa
implicita fiducia, è più facile comprendere l’evidente
disgusto del padrone nei confronti del servo improduttivo. Non è
tanto la sua mancanza di produttività ad offendere il padrone,
quanto l’atteggiamento che egli mostra verso il padrone e la sua
proprietà. Si può immaginare il ragionamento del servo:
“Non terrò questo talento a portata di mano, così
non dovrò averci a che fare, non sarò tenuto a controllarlo
o esserne responsabile.” Leopold Fonck osserva, “Non è
solo il cattivo uso dei doni ricevuti che rende colpevoli agli occhi di
Dio, ma anche il non uso”[29] Il padrone invitò ognuno dei servi diligenti a rallegrarsi
con lui, una volta che essi avevano mostrato di essere produttivi. Essi
furono generosamente ricompensati; anzi, il padrone diede il talento del
servo ozioso a quello che ne aveva dieci.
La parabola dei Talenti, tuttavia, presuppone una conoscenza particolare
della giusta amministrazione del denaro. Secondo la legge rabbinica, seppellire
era considerato come la migliore sicurezza contro i ladri. Se una persona
a cui veniva affidato del denaro lo seppelliva appena ne prendeva possesso,
sarebbe stata libera dalla responsabilità. Per il denaro tenuto
semplicemente in una borsa, era vero il contrario. In questo caso, la
persona aveva la responsabilità di coprire ogni perdita dovuta
alla natura irresponsabile del deposito[30]. Allora nella Parabola dei Talenti,
il padrone incoraggiava a correre il rischio, ritenendo ciò ragionevole.
Egli considerava il seppellire il talento – declinando dunque ogni
responsabilità - una cosa sciocca perché riteneva che il
capitale dovesse procurare il ritorno di una ragionevole cifra. Secondo
questo modo di intendere le cose, il tempo è denaro (un altro modo
di parlare di interesse).
Una seconda lezione critica dalla parabola è questa: non è
immorale trarre profitto dalle proprie risorse, dal proprio ingegno, e
dal proprio lavoro. Sebbene scriva per un pubblico ed un contesto interamente
diversi, l’economista austriaco Israel Kirzner usa il concetto di
prontezza imprenditoriale per mostrare il significato di coltivare le
proprie abilità naturali, il proprio tempo, e le risorse. Basandosi
sul lavoro di Ludwing von Mises, Kirzner riconosce che cercando nuove
opportunità e impegnandosi in attività finalizzate ad un
obiettivo, gli imprenditori si sforzano “di perseguire efficacemente
degli obiettivi, una volta identificati chiaramente scopi e mezzi, ma
anche con la guida e la vigilanza di cui c’è bisogno per
identificare per quali fini sforzarsi e quali mezzi sono disponibili”[31]. Senza esagerare sulla somiglianza tra il concetto
di Kizner e la Parabola dei Talenti, sembra esserci una connessione naturale
tra la scoperta delle opportunità imprenditoriali e l’ammonizione
del padrone (del Signore) ad essere vigili del suo ritorno e custodi della
sua proprietà in Matteo 25. Dunque, riguardo al profitto, la sola
alternativa è la perdita, che, nel caso del terzo servo, costituisce
una scarsa amministrazione[32].Tuttavia,
la resa volontaria della ricchezza, come l’elemosina o, nella forma
più radicale, la rinuncia al diritto di possesso della proprietà
(come nel tradizionale voto di povertà fatto dai membri di certi
ordini religiosi)[33], non dovrebbe essere confusa con la perdita economica. Nel primo
caso un bene legittimo è dato in cambio di un altro a cui si è
stati unicamente chiamati. Nel secondo caso, fallire deliberatamente in
un’azione economico, o ottenere un risultato simile per pigrizia,
significa mostrare mancanza di rispetto per il dono di Dio e per la responsabilità
amministrativa.
Tuttavia, dobbiamo distinguere, in maniera appropriata, da una parte
l’obbligo morale ad essere economicamente creativi e produttivi,
dall’altra l’impiego prudente e magnanimo del proprio talento
e delle risorse. È chiaro dalla nostra discussione della parabola
dei Talenti e sul mandato culturale presente in Genesi 1 che per dominare
la terra, le persone hanno bisogno di fare attenzione alle possibilità
di cambiamento, sviluppo, e investimento. Inoltre, poiché gli uomini
creati ad immagine di Dio sono stati dotati di ragione e libero arbitrio,
le azioni umane implicano necessariamente una dimensione creativa. Dunque,
nel caso del terzo servo che sotterrò il suo unico talento, furono
il non uso della sua abilità e l’incapacità di essere
attento alle opportunità future, che impedirono ogni ritorno produttivo
del denaro del padrone e che lo portarono ad essere severamente castigato.
Credo non esista una più chiara illustrazione dell’uso prudente
del proprio talento e delle proprie risorse per il bene di tutti di quella
dei monaci dei monasteri medievali circestensi. Invero, i monasteri erano
governati da una costituzione religiosa che divideva ogni giorno del monaco
in momenti dedicati alla preghiera, alla contemplazione, all’adorazione
e al lavoro, e la quantità di tempo disponibile per le attività
produttive era strettamente regolato. Questo rigore, insieme all’enfasi
tipicamente monastica sull’autosufficienza, secondo Ekeliund, spingeva
i monasteri a sviluppare tecniche di produzione agricola più efficienti,
che fornivano un incentivo naturale ad abbracciare lo sviluppo tecnologico.
In aggiunta all’antico e frequente uso dei mulini, i monaci Cistercensi
sperimentarono anche piante, terreno, allevamento di bestiame, mostrando
di saper usare la creatività donata loro da Dio in modo saggio
e produttivo per accumulare denaro per il monastero e per aiutare i poveri[34].
Le scienze economiche mostrano che il tasso di profitto sul capitale
nel lungo periodo tende ad uguagliare il tasso di interesse. Il tasso
d’interesse, dal canto suo, è il pagamento dato per rimandare
il consumo presente per il consumo futuro (chiamato qualche volta il tasso
di preferenza temporale). Per il padrone nella parabola di Gesù,
non si trattava semplicemente di recuperare il valore originario del talento;
piuttosto, egli si aspettava che il servo aumentasse il suo valore attraverso
la partecipazione all’economia. Anche un livello minimo di partecipazione,
come il tenere il denaro in un conto corrente, avrebbe fruttato un piccolo
tasso di interesse sul capitale del padrone. Seppellendo il capitale nel
suolo si sacrifica anche quella minima somma di interesse, che fu ciò
che fece irritare il padrone per l’indolenza del suo servo.
Nel libro della Genesi, leggiamo che Dio diede la terra con tutte le
sue risorse ad Adamo ed Eva. Adamo mescolò il suo lavoro con il
materiale grezzo della creazione per produrre merci fruibili dalla sua
famiglia[35].
Similmente, il padrone nella parabola dei Talenti si aspettava che i suoi
servi usassero le risorse a loro disposizione per aumentare il valore
di ciò che egli possedeva. Piuttosto che preservare passivamente
quello che era stato dato loro, i due servi fedeli avevano investito il
denaro. Il giusto risentimento del padrone era per il timore del servo
che aveva ricevuto un talento. Attraverso la sua parabola, Dio ci ordina
di usare i nostri talenti in modo produttivo. Credo che l’enfasi
principale della parabola sia sul bisogno di lavoro e creatività
e il rifiuto dell’ozio.
Conclusione
Nel corso della storia le persone hanno cercato di costruire istituzioni
che massimizzassero la sicurezza e minimizzassero il rischio – molto
similmente a quello che il servo cercò di fare con il denaro del
padrone. Tali sforzi vanno dagli stati assistenziali ( che assicuravano
il benessere dei cittadini attraverso servizi sociali forniti dallo stato)
del periodo Greco-Romano, alle comuni luddiste del 1960 che si opponevano
al cambiamento e al miglioramento nei metodi di lavoro, nelle macchine
e nell’industria, al più completo totalitarismo Sovietico.
Di tanto in tanto questi sforzi sono stati accolti come soluzioni “cristiane”
per le insicurezze future. L’incertezza non è solo un rischio
da evitare; può essere un’opportunità per glorificare
Dio attraverso un saggio uso dei doni. Nella Parabola dei Talenti, il
coraggio di fronte ad un ignoto futuro fu ricompensato generosamente nel
caso del primo servo, a cui era stato affidato di più. Egli usò
i cinque talenti per acquistarne altri cinque. Sarebbe stato più
sicuro per lui depositare il denaro in banca e ricevere il tasso d’interesse
nominale. Per aver corso dei ragionevoli rischi e per aver mostrato un
acume imprenditoriale, gli fu permesso di trattenere la sua ripartizione
originaria e i suoi nuovi guadagni. Inoltre, fu persino invitato a gioire
con il suo padrone. Il servo pigro avrebbe potuto evitare il suo destino
dimostrando più iniziativa imprenditoriale. Se avesse fatto uno
sforzo per incrementare i possedimenti del padrone, ma avesse fallito
nello scopo, non sarebbe stato giudicato così duramente.
La Parabola dei Talenti implica un obbligo morale a fronteggiare l’incertezza
in modo intraprendente. Non c’è un esempio più adatto
di tale individuo che quello dell’imprenditore. Gli imprenditori
guardano al futuro con coraggio e con un senso di opportunità.
Creando nuove imprese essi offrono alle persone nuove possibilità
per guadagnare un salario e sviluppare le loro abilità. Ma niente
di ciò che è stato discusso implica che l’imprenditore,
per l’importanza che ha nella società, sia esente da responsabilità
spirituali. Il comportamento immorale si può ritrovare tra gli
imprenditori non meno che tra ogni altro gruppo di esseri umani che peccano.
Tuttavia, è importante che le categorie bibliche del peccato non
siano applicate a questo gruppo più severamente che ad altri, ed
in particolare, l’accusa che gli imprenditori sono motivati solo
dall’avidità.
* The
Entrepreneurial Vocation, in “Market & Morality”,
V. 3, N. 1, 2000, pp. 1-21.
[1] Charles Dickens, Hard Times for These Times,
Oxford University Press, London 1955 [1854]; Dealings with the Firm
of Dombey and Son, Wholesale, Retail, and for Exportation, Oxford
University Press, London 1964 [1847–48].
[2] Sinclair Lewis, Babbitt, Harcourt, Brace
and Company, New York 1922
[3] Per una più completa descrizione di come
raffigurati sono stati gli imprenditori nella letteratura, vedi Michael
J. McTague, The Businessman in Literature: Dante to Melville, Philosophical
Library, New York 1979.
[4] Ibid., 63–71.
[5] Storicamente, il rappresentante di punta di questa
posizione è Bernard Mandeville, il quale riteneva che la ricchezza
economica scaturiva da azioni egoistiche poste in essere da individui
amorali. Egli sosteneva che per ottenere il successo economico le persone
si sarebbero dovute liberare dalle restrizioni e dalle convenzioni morali.
Ciò ha relegato le prescrizioni di etica degli affari allo status
di utili finzioni poste in essere per mantenere l’ordine ed assicurare
i risultati prevedibili. The Fable of the Bees, vol. I, a cura
di F. B. Kaye, Oxford University Press, London 1924 [1705]), p. 46. Per
una critica a Mandeville e ai suoi seguaci contemporanei, cfr. Norman
Barry, Anglo-American Capitalism and the Ethics of Business, New
Zealand Business Roundtable, Wellington, New Zealand 1999), pp. 8–16;
ed anche cfr., The Morality of Business Enterprise, Aberdeen University
Press, Aberdeen 1991), pp. 3–6.
[6] Michael Novak, This Hemisphere of Liberty: A Philosophy
of the Americas, The AEI Press, Washington, D.C.1990, p. 38; trad. It.
Questo emisfero della libertà. Una filosofia delle Americhe, Liberilibri,
Macerata 1996.
[7] Michael Novak, Questo emisfero della libertà.
Una filosofia delle Americhe, Liberilibri, Macerata 1996, p. 58.
[8] Secondo Gregory Baum, professore di teologia e di
scienze religiose al college di St’Michael, dell’Univerità
di Toronto, “la dipendenza dei Paesi dell’America Latina dal
sistema capitalista imprenditoriale, che ha il suo centro nella comunità
Nord-atlantica degli USA, non solo ha condotto le masse delle città
e delle campagna della popolazione all’impoverimento, ma ha anche
corrotto le istituzioni culturali e formative e, attraverso di esse la
coscienza del popolo in generale", The Social Imperative: Essays
on the Critical Issues that Confront the Christian Churches, Paulist
Press, New York 1979, p. 10. Opure, come scrive Rosemary Ruelter, professore
della Northwestern University, "… soltanto in America Latina
può essere scritta un’autenti teologia della liberazione,
mentre in Europa ed in Nord America tale teologia si può solo commentare
dall’esterno, poiché continuano ad essere progioniere del
loro status di beneficiari di un potere oppressivo", Liberation
Theology: Human Hope Confronts Christian History and American Power,
Paulist Press, New York 1972, p. 181. Per una critica autorevole a tale
approccio vedi: Michael Novak, Will It Liberate? Questions About
Liberation Theology, Paulist Press, New York 1986.
[9] Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della
ricchezza delle nazioni, ISEDI, Milano 1973.
[10]
I versi recitano:
A quella vista sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché le ricchezza del mare si riverseranno su di te,
verranno a te i beni dei popoli.
[11]. Nei due anni che precedettero il suo ingresso
nella Chiesa cattolica romana (1843-45), il Cardinal John Henry Newman
scrisse la sua opera più famosa: An Essay on the Development
of Christian Doctrine (London: J. Toovey, 1845). Sfortunatamente,
ieri come oggi, è diffuso il fenomeno che cattolici ben intenzionati
e fedeli si associano in una crescente autocomprensione e maturità
cristiana nell’ambito della dottrina e della morale con una prospettiva
relativista. È indubbio che alcuni teologi rischiano di schiacciarsi
su posizioni relativiste; ad ogni modo, per sostenere, come alcun fanno,
che non tutti gli emendamenti dottrinali che aprono al relativismo
sono falsi. Nel caso del Cardinal Newman, egli fu invitato a rispondere
alla questione protestante che giustificava la separazione da Roma, dal
momento che l’insegnamento della Chiesa primitiva era stato corrotto
da una serie di insegnamenti ulteriori. Il compito principale del saggio,
allora, fu di esaminare le differenze principali tra una corruzione dottrinale
ed uno sviluppo dottrinale. Egli insistette che un’idea vera e fertile
è dotata di per sé di una certa energia vitale e di assimilazione,
la quale senza sperimentare un cambiamento sostanziale, raggiunge un’espressione
più completa, incontrando nuovi aspetti della verità o scontrandosi
con muovi errori. Così, il Cardinal Newman ha adottato una metafora
per descrivere lo sviluppo delle idee dottrinali nel corso del tempo attraverso
le nuove esperienze, scoperte e rivelazioni della Chiesa. A sostegno della
sua tesi, egli offri una serie di testi per distinguere un autentico sviluppo
da uno corrotto, i principali dei quali riguardano la preservazione della
tipologia e la continuità dei principi. Inoltre, è importante
cogliere che l’essenza della dottrina – tanto nella forma
antica quanto in quella moderna – è contenuta nella rivelazione
originale data da Cristo e dagli apostoli alla Chiesa, e garantita dal
Magistero.
[12] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, nn.
29, 32
[13] Kenneth Bodenstein, Pure Profit; For Small
Companies That Stress Social Values as Much as the Bottom Line, Growing
Up Hasn't Been an Easy Task, “Los Angeles Times Magazine”,
February 5, 1995, p. 4.
[14] Jodie Snyder, "Social Awareness: Corporate
America Cultivates Conscience", in Arizona Republic, 12
maggio 1994, p. 6.
[15] I proncipali rappresentati della teologia del
dominio sono Gary North, Rousas J. Rushdoony, Greg Bahnsen, David Chilton,
Rodney Clapp, and Gary DeMar.
[16] Gary North, Liberating Planet Earth: An Introduction
to Biblical Blueprints, Dominion Press, Fort Worth 1987, p. 81.
[17] Cfr. Bruce Barton, The Health and Wealth Gospel,
Inter Varsity Press, Downers Grove 1987.
[18] Craig M. Gay, With Liberty and Justice For
Whom? The Recent Evangelical Debate Over Capitalism, Wm. B. Eerdmans
Publishing Company, Grand Rapids 1991, p. 103, n. 191. per una incisiva
critica alla teologia del dominio cfr. pp. 101–109.
[19] Cfr. Yves Congar, O.P., "The Laity",
in Vatican II: An Interfaith Appraisal, University of Notre Dame
Press, Notre Dame 1966, p. 240.
[20]
Nella Gaudium et Spes, il Councilio Vaticano Secondo mostra una
comprensione molto più positiva del ruolo dei laici. Nel paragrafo
43, il concilio afferma: «Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo
l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro
attività terrene unificando gli sforzi umani, domestici, professionali,
scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi,
sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio.
Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni
e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini
del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le
leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare
una vera perizia in quei campi.…. Spetta alla loro coscienza, già
convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della
città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza
spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti
a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi,
essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo
li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria
responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione
rispettosa alla dottrina del magistero. Per lo più sarà
la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà,
in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli
altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla
medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.Ché
se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni
delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico,
in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente
in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa…
I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della
Chiesa, non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo
spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo
in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana».
[21] Michael Novak, Lo spirito del capitalismo democratico
e il cristianesimo, Studium, Roma 1987.
[22] George Gilder, Wealth & Poverty, ICS
Press, San Francisco 1993.
[23] Ibid., 21, 24.
[24] Ibid., 28.
[25] Ibid., 276, 276–80.
[26] Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, Socialismo
e Democrazia, Atas, Milano 1994, pp.127-128.
[27] Schumpeter ci offre la seguente descrizione dell’imprenditore:
"Per agire con fiducia superando I limiti della normalità
quotidiana e vincendo questa resistenza, si richiedono attitudini proprie
soltanto di un piccolo settore della popolazione, e che definiscono sia
il tipo che la funzione dell’imprenditore"; Ibid.
[28] G. J. Wenham, J. A. Motyer, D. A. Carson, and
R. T. France, a cura di, New Bible Commentary, 21st Century Edition,
InterVarsity Press, Downers Grove Ill. 1997), 938.
[29] Leopold Fonck, The Parables of the Gospel:
An Exegetical and Practical Explanation, a cura di George O'Neill,
trad. E. Leahy, F. Pustet, New York 1914, p. 542.
[30] Secondo l’insegnamento del Rabbino Gemara,
"Samuele ha detto: il denaro è al sicuro solo se sotterrato.
Disse Raba: Allora Samuele ammette che la vigilia del sabato al crepuscoloi
rabbini non corrono pericoli. Ed ancora se egli indugia a lungo dopo la
conclusione del sabato a sotterrare [il denaro] oppure omette di farlo,
sarà responsabile [qualora venga rubato] " The Babylonian
Talmud (Seder Nezikin), Baba Metzia, vol. I, trad. H. Freedman,
The Rebecca Bennet Publications Inc., New York 1959, pp. 250–51.
Per una dettagliata discussione sulla responsabilità del deposito
di denaro effettuato per mezzo di un funzionario, una un privato e una
parte terza vedi anche il paragrafo successivo (pp. 254–59)
[31] Israel M. Kirzner, Concorrenza ed imprenditorialità,
Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, p. 33.
[32]
Kirzner evidenzia che le risposte imprenditoriali ai mutamenti delle informazioni
non dovrebbero essere interpretati come un processo di calcolo. Piuttosto
la dimensione imprenditoriale riguarda quell’elemento di una decisione
che coinvolge “un’avveduta e saggia valutazione delle realtà
(sia presenti che future) all’interno del contesto nel quale deve
essere presa la decisione"; Discovery and the Capitalist Process,
University of Chicago Press, Chicago 1985, p. 17. Samuel Gregg commenta
acutamente l’affermazione di Kirzner: "Valutazione' in questo
caso è la parola chiave. Illumina l al realtà che la conoscenza
di ciascuna persona è limitata e che di conseguenza ogni azione
è posta in essere e contribuisce ad un contesto di incertezza.
Se non ci fosse incertezza, coloro che prendono le decisioni sarebbero
tenuti a svolgere dei meri calcoli di precisione, nei quali i casi umani
non sarebbero altro che robot. Ad ogni modo la realtà è
che a nessuno interessa quanto sia attento un calcolo, una decisione sarà
povera nella misura in cui la sua componente imprenditoriale-speculativa
comporta un giudizio povero"; The Rediscovery of Entrepreneurship:
Developments in the Catholic Tradition, in Christianity and Entrepreneurship:
Protestant and Catholic Thoughts, The Center for Independent Studies,
Australia 1999, p. 65.
[33] Originariamente I monasteri erano stati concepito
come una fuga dalle preoccupazioni del mondo ed un luogo dove le quostioni
spirituali dominavano la vita quotidiana. I monasteri medioevali erano
regolati da un insieme di regole interne, le quali tra le altre cose,
impegnavano I monaci nei voti di castità, povertà ed obbedienza.
Una delle costituzioni più diffuse era la Regola di San Benedetto
che fu adottata sia dai benedettini che dagli ordini cistercensi. Questa
regola prevedeva specifiche linee guida che controllavano l’organizzazione
e le attività dei monasteri e regolavano la vita quotidiana dei
monaci. Cfr. The Rule of St. Benedict, trad. Athony C. Meisel e
. L. del Mastro, Image Books, Garden City, N.Y. 1975.
[34] Robert B. Ekelund, Jr, Robert F. Hébert,
Robert D. Tollison, Gary M. Anderson, Audrey B. Davidson, Sacred Trust:
The Medieval Church As an Economic Firm, Oxford University Press,
New York 1996, pp. 53–54.
[35]
The Second Vatican Council's Decree on the Apostolate of Lay People
(November 18, 1965) expands this argument in the following lengthy quotation:
"That men, working in harmony, should renew the temporal order
and make it increasingly more perfect: such is God's design for the world.
"All that goes to make up the temporal order: personal and family
values, culture, economic interests, the trades and professions, institutions
of the political community, international relations, and so on, as well
as their gradual development—all these are not merely helps to man's
last end; they possess a value of their own, placed in them by God, whether
considered individually or as parts of the integral temporal structure:
'And God saw all that he had made and found in very good' (Gen. 1:31).
This natural goodness of theirs receives an added dignity from their relation
with the human person, for whose use they have been created. And then,
too, God has willed to gather together all that was natural, all that
was supernatural, into a single whole in Christ, 'so that in everything
he would have the primacy' (Col. 1:18). Far from depriving the temporal
order of its autonomy, of its specific ends, of its own laws and resources,
or its importance for human well-being, this design, on the contrary,
increases its energy and excellence, raising it at the same time to the
level of man's integral vocation here below." (no. 7)
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